Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**3*

Come il giorno e la notte – parte 3 –

 

Alla casa famiglia

Per diversi giorni si intravidero solamente in mensa, e anche lì Tom tendeva a stare comunque per conto suo, senza dare confidenza. A volte scambiava qualche parola solo con quelli più grandi, che erano molto pochi. La maggior parte lì dentro aveva tra i 14 e i 16 anni.

“Evidentemente gli fanno fare delle cose diverse da noi.” Osservò Roby, dopo che gli erano passati vicino per prendere la loro acqua dal banchetto.

“Oppure lo tengono rinchiuso, dato che è pazzo.” Sottolineava Giulio, anche con una punta di soddisfazione. “Non avete sentito? A quanto pare ha chiamato la psicologa ‘patata lessa’!”

A Roby e Vin venne da ridere ma cercarono di trattenersi finché non arrivarono al loro tavolo.

“Sì, dottoressa patata lessa!” confermò Giulio. “ Quella si è messa a piangere e ha chiamato Edoardo. E Tom: beh che ho detto di male?”

“E tu come lo sai?” gli chiese Vin. Non gli andava tanto che fosse sempre così informato sugli altri. E poi da quando era arrivato Tom non faceva che parlare male di lui. Secondo l’analisi di Vin, Giulio era geloso perché Tom aveva catalizzato molte attenzioni lì dentro.

Giulio non rispose e si sedettero a mangiare. Quella sera avevano le prove musicali, in previsione di un piccolo concerto per Natale. Tutto si aspettavano fuorché trovare anche Tom nella saletta. Se ne stava seduto da una parte, aveva preso una chitarra e provava a fare degli accordi. L’insegnante di musica non era ancora arrivato, e loro iniziarono a mettersi ai soliti posti. Roby alle tastiere, Giulio all’altra chitarra e Vin alla batteria, gli piaceva molto battere i piatti. Sopra le casse c’erano gli spartiti lasciati dal professore. Roby prese un foglio a caso e si diede un tono, piazzandosi al centro della stanza. Uno dei suoi giochi preferiti era imitare gli insegnanti.

“Ragazzi, tutti ai vostri posti. Oggi suoneremo Smoke on the water.”

Naturalmente lesse come era scritto e il risultato fu Smoke on de vater.

“Sì, al cesso.” Commentò subito Giulio.

On de uoter” lo corresse Tom con la giusta pronuncia. Nessuno si aspettava che proprio lui avrebbe parlato. Li aveva guardati solo per un attimo, quasi con sufficienza, e poi aveva riabbassato lo sguardo sulla sua chitarra. Era proprio vicino a Vin, alla postazione della batteria. Il ragazzo lo osservò mentre suonava e si rese conto che sapeva già fare degli accordi. Con delicatezza spostava le dita sulle corde…sembrava un’altra persona quando suonava, pensò Vin. Quando Tom sollevò lo sguardo, incrociò il suo che lo fissava. Ormai era troppo tardi per far finta che non lo stava guardando. Ma nel giro di due secondi riuscì a salvarsi, vedendo che Tom aveva al polso un bellissimo orologio argentato.

“Bello l’orologio”, disse. Grazie orologio, pensò.

“E’ anche cronografo” disse Tom. “Ma ne ho altri, magari te lo lascio quando me ne vado.”

“Perché, quando te ne vai?” gli chiese. E si morse la lingua subito dopo. Cosa gliene importava quando se ne andava?

“Presto.”

L’insegnante arrivò e Vin ringraziò di dover iniziare a suonare. Non avrebbe più retto oltre nessuna conversazione con lui. Quel giorno picchiò piatti e tamburi come non aveva mai fatto.

Il giorno dopo era venerdì, e la sera di solito era dedicata alla proiezione di un film. Per molti un’occasione per fare casino a luci spente e commentare tutte le scene ad alta voce. A Vin invece piaceva guardare vecchi film e sentire il rumore del piccolo proiettore in fondo alla stanza. Si sedevano sulle sedie di plastica attaccate l’una all’altra, perché la saletta non era tanto grande. Qualcuno degli operatori si metteva di lato per controllarli, Edoardo di solito stava in piedi dopo aver azionato il proiettore. Quella sera molti ragazzi erano in punizione perché in mensa avevano lanciato un tavolo contro il muro, e qualcuno aveva la febbre. Così non erano in tanti e c’erano diverse sedie vuote, loro tre come sempre seduti insieme nella stessa fila; vicino a Vin c’era un posto libero. Tom arrivò con il suo educatore quando era già buio e iniziavano le prime scene del film in bianco e nero.

Si fermarono appunto vicino alla loro fila e con la coda dell’occhio Vin vide che il ragazzo stava andando a sedersi proprio lì. Tom arrivò e si sedette accanto a lui, non lo guardò nemmeno. Incrociò le braccia e restò con lo sguardo fisso sullo schermo, ma si capiva che non stava guardando il film. Sta pensando ad altro, pensò Vin. Sentì come una sensazione di tristezza provenire da lui…ma non capiva perché. Perché doveva sentire quella sensazione di tristezza? Perché non poteva semplicemente dirgli: vorrei essere tuo amico? Vorrei andare via da qui, andare dove vai tu. No, restò zitto. Anche lui con lo sguardo sullo schermo, dove un ragazzino, Antoine, scappava di casa e correva. Fece dei respiri profondi, cercando di non farsene accorgere troppo. Un impercettibile movimento del braccio di Tom li rese più vicini, nel buio. Vide l’orologio scintillare e pensò ai suoi occhi scintillanti. Immaginò le mani e il polso che indossava quell’orologio. E tutto il resto. Sentiva caldo. Come se non avesse una persona accanto, ma il sole stesso. E se Tom era il sole, lui non poteva essere altro che un satellite orbitante.

 

QUADRO

 

Poi era arrivato quel giorno, poco prima delle vacanze di Natale. Tom l’aveva detto, che sarebbe andato via presto. Ma Vin non pensava così. In quel modo.

Per almeno una settimana non si erano visti. E di nuovo si erano sentite le sue urla dalla stanza in fondo. Sta di nuovo male, pensava Vin, senza riuscire a dormire. Lo tormentavano le sue urla. Poi l’aveva rivisto in mensa, dove invece di mangiare aveva passato continuamente la forchetta e il coltello sul tavolo, come incantato. E il suo educatore l’aveva riportato via.

Poi una sera, dopo aver giocato a calcio, l’allenatore gli aveva affidato la rete con i palloni. Si fidavano di lui, così sarebbe andato fino al magazzino per metterli a posto. Bisognava attraversare tutto il campo di calcio, e poi fare il vialetto che arrivava fin quasi il muro di cinta della casa famiglia. Il muro non era altissimo ma non consentiva comunque di vedere fuori, e sopra era stato riempito di cocci di vetro per impedire l’accesso. O meglio, la fuga.

Era quasi il tramonto, non c’era nessuno in giro da quella parte del giardino. Infatti era quasi ora di cena. In quella bellissima luce invernale, Vin si avviava tranquillamente verso il magazzino, senza fretta. Quasi godendosi quello spettacolo. Con la divisa da calcio e il cappellino da portiere, si poteva quasi sentire importante. Fu allora che percepì un rumore, provenire da uno degli alberi in fondo. Vide dei rami bassi muoversi. Potrebbe essere anche un gatto, pensò, ma in ogni caso rallentò il passo. Approfittò per poggiare la rete piena di palloni e riposare la spalla. Si tolse il cappellino e guardò meglio in quella direzione: i rami di un altro albero si mossero. Fu allora che incrociò il suo sguardo, occhi scuri che quasi si confondevano con il resto delle ombre al tramonto. Tom aveva una mano poggiata al tronco dell’albero, il respiro affannato, aveva corso. Vin capì subito: voleva arrampicarsi e scavalcare il muro. Una follia. Che solo un disperato poteva fare. Quei pochi secondi sembrarono eterni. Vin non emise un solo suono…voleva fargli capire che non avrebbe detto niente, che poteva andare e lui non l’avrebbe tradito. Anche se dentro di sé non l’avrebbe mai voluto lasciare andar via. Da lontano sentirono le voci degli operatori in cortile. Chiamavano Tom, si erano accorti che non era nella sua stanza.

I loro sguardi parlarono più delle loro voci. Tom gli fece cenno di stare zitto per assicurarsi il suo silenzio. Poi si voltò, e nella penombra Vin lo vide arrampicarsi per il muro, non senza difficoltà. Ma poi agilmente arrivò in cima e scomparve per sempre lì dietro. Si sarà fatto male col vetro, pensò Tom. Si accorse che Edoardo stava correndo verso il sentiero. Allora raccolse velocemente la rete dei palloni e si voltò verso l’educatore che lo stava chiamando. Edoardo lo raggiunse, riprese fiato e gli chiese se aveva visto Tom. No, non c’era nessuno qui, rispose il ragazzo. Edoardo gli mise le mani sulle spalle e lo guardò.

“Vin…me lo puoi dire se l’hai visto…non è fare la spia, me lo puoi dire.”

Vin deglutì e pensò due secondi.

“No, non l’ho visto. Te lo direi.” Disse con voce ferma.

Edoardo lo lasciò.

“Andiamo a cena.” Disse.

Da allora prese l’abitudine di tornare in quel punto ogni sera. Osservava il muro, ne valutava bene l’altezza, la difficoltà di arrampicata, il rischio di caduta. Si appoggiava all’albero e accarezzava la corteccia. Scappare, voleva soltanto scappare. Ma tra una settimana sarebbe arrivato Natale, e ognuno sarebbe andato a casa per le vacanze. Ognuno dalla propria famiglia. Chi ce l’aveva.

 

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Dipinto gentilmente realizzato dall’artista Stefania Faedda.

 

Informazioni su beatrix72

Mi chiamo Francesca Erriu Enrew Sono Master Reiki e Trainer in percorsi olistici In questo blog uso il nome di Beatrix, uno dei miei contatti di esseri senza tempo (di cui parlerò in un articolo). Nata a Cagliari, dopo gli studi si trasferisce a Roma per iniziare il suo percorso di “ricerca interiore”. Qui approda a varie esperienze, frequentando gruppi di pratica Sciamanica e di Neo-paganesimo. Fino all’incontro con il Reiki, che apre le porte al suo futuro come insegnante e formatrice in percorsi olistici. Frequentando i corsi presso l’Università Popolare Olistica Natural-Mente di Roma (diretta dalla Trainer e Master Reiki Lucia Panniglia), acquisisce il titolo di Master Reiki e inizia ad insegnare la disciplina. Tiene inoltre gruppi di meditazione e di serate esperienziali volte alla conoscenza del sé per un percorso di consapevolezza e di guarigione. Nel contempo, inizia il suo percorso con un nuovo tipo di guarigione, il Quantum Healing – o Guarigione Quantica – basato sulle scoperte di studiosi russi (come Grabovoi e Petrov). Dopo il corso suddiviso in tre livelli, arricchita dalle varie esperienze acquisite, diventa Trainer in Quantum Healing. L’interesse dalla Sardegna rispetto questa nuova guarigione è forte, tanto da convincerla – insieme ad altri fattori – a tornare nella sua terra per proseguire il suo percorso di ricerca e insegnamento. Il suo percorso comprende: Master Reiki metodo Usui Trainer in Quantum Healing Percorsi di neo-paganesimo e sciamanesimo Lettura dei Registri Akashici Se vuoi scrivermi fuori dal blog la mia mail è zetazeta72@gmail.com
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