Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**4*

Come il giorno e la notte – parte 4 –

Vin 1

 

Nina

Il treno era in orario. Vin aveva già ascoltato le sue due musicassette con le cuffiette attaccate al walkman. Le aveva registrate quando era tornato a casa per Natale, così le avrebbe avute per il viaggio. Per la fuga che stava già preventivando. Nella sua mente il percorso era già tracciato, e tutte le stazioni segnate. Da quando Giulio gli aveva nominato la stazione di periferia dalla quale poi si arrivava al “Casolare”, un posto dove con molta probabilità era andato Tom quando era scappato. Non disse mai a nessuno della fuga di Tom, nemmeno ai due amici della casa famiglia. Voleva custodire il suo segreto, avere qualcosa in comune con lui, di cui avrebbero parlato quando si sarebbero rivisti. Sempre che lui gli avrebbe rivolto la parola. Conoscendolo, avrebbe anche potuto fare finta di non averlo mai visto prima. Vin era pronto a tutte le opzioni. E durante il viaggio, nel dormiveglia, aveva immaginato i possibili scenari del loro incontro successivo. Ma ogni volta cancellava tutto come il gessetto sulla lavagna, e si diceva che non doveva pensarci. L’importante era che stava per arrivare nel luogo stabilito.

Una volta che ebbe sistemato tutto nello zaino, verificando di non aver dimenticato niente, il treno finalmente si fermò a quella stazione di periferia. Erano rimasti in pochi sul treno, e alle ultime due stazioni aveva regnato una calma assoluta. Mancava poco al tramonto, e quando le porte si aprirono l’aria pungente della sera gli giunse come un piccolo schiaffo sul viso, facendogli quasi chiudere gli occhi. Il cielo era nuvoloso e si sentiva l’odore di pioggia sui binari.  Scese le scalette fino al marciapiede, chiudendo il giubbotto e indossando il berretto. Si ritrovò quasi alla fine del marciapiede, ed era sceso solo un altro ragazzo che velocemente aveva attraversato i binari per raggiungere l’uscita della stazione. Guardando in quella direzione, si scorgevano due funzionari in divisa che prendevano un caffè, vicino a un gabbiotto. Meglio non farsi vedere, aveva pensato. E decise quindi di attraversare i binari senza andare verso l’uscita principale, ma restando in fondo, per poi scavalcare un muretto di media altezza da cui sarebbe uscito nel piazzale antistante la stazione. Nel frattempo però, i due uomini, con i bicchieri di carta in mano, si stavano dirigendo da quella parte, probabilmente perché doveva arrivare un altro treno su quel binario. Se non si sbrigava rischiava di essere visto.

Si mise a correre, raggiunse il muretto, buttò prima lo zaino dall’altra parte, e poi afferrò un mattone sporgente per arrampicarsi e saltare, proprio mentre i due funzionari arrivavano fuori, vicino al binario. Fece giusto in tempo a buttarsi oltre il muretto, ma in maniera così veloce che scivolò sul terreno bagnato dalla pioggia e cadendo si fece male al braccio. Si fermò per riprendersi, mettendosi seduto e poggiandosi al muretto da cui era saltato. Si trovava in un campo di sterpaglie dietro la stazione, qualche metro più in là si vedeva la strada dove passava qualche macchina. Il terreno era completamente fradicio, quasi fangoso. Avrebbe voluto alzarsi e rimettersi subito in cammino, prima che scendesse il buio, ma iniziava a sentire dei dolori, quelli che conosceva bene. Delle fitte al fianco sinistro che poi salivano sul torace…erano le fitte che non gli erano mai passate dal giorno dell’incidente in mare, nemmeno dopo l’intervento. E purtroppo cadendo aveva sbattuto proprio da quella parte. Quando succedeva, doveva respirare forte, premere con la mano, e sperare di non perdere i sensi. Non fece in tempo a pensarlo, che – come spesso accadeva – perse quasi i sensi entrando in uno stato di coscienza che lo portava ad avere visioni molto vivide di quel giorno.

Il padre lo portava lì una volta alla settimana, il sabato o la domenica di solito. Gli piaceva fare pesca subacquea, e da quando Vin aveva compiuto cinque anni, aveva iniziato a portarlo con lui per giocare e iniziare a conoscere il mare. Anche quel giorno c’erano altri due amici del padre, con un bambino più grande di Vin. Era un’insenatura poco frequentata, un angolo di pace tra varie spiagge e zone turistiche. In primavera non c’era quasi nessuno, e il tempo era abbastanza bello per giocare sugli scogli. Quel giorno inaspettatamente, si era sollevato un forte vento, tanto che i genitori avevano raccomandato ai bambini di stare lontani dall’acqua. Si erano comunque immersi, decidendo di trattenersi meno del solito, mentre i bambini cercavano conchiglie o giocavano con la sabbia. A un certo punto il forte vento aveva fatto volare il cappellino di Vin fino agli scogli, vicino all’acqua. Il bambino più grande si era messo a correre per prenderlo e Vin senza pensarci l’aveva seguito, ci teneva a quel cappellino. Lì gli scogli erano molto scivolosi, così Vin perse l’equilibrio e un’onda molto forte lo travolse. Il suo piccolo ed esile corpicino fu trascinato con violenza, sbattendo a un certo punto su un grosso scoglio, dove si arrestò la sua corsa. Il bambino più grande per fortuna aveva chiamato subito aiuto, appena aveva visto Vin travolto dall’onda, e il padre di Vin e gli altri due amici erano accorsi. Lottando con la forza della corrente, il padre di Vin era riuscito ad afferrarlo e riportarlo su, privo di conoscenza. Poi erano corsi disperatamente all’ospedale più vicino.

Vin si sentiva fluttuare. Come trascinato dalle onde, vagava in uno stato confusionale in cui udiva delle voci che gli parlavano di mondi sottomarini, di grotte dove sarebbe stato bello vivere. Ed era come se le vedesse, quelle grotte, quelle città sott’acqua. “Ti aspettiamo” dicevano quelle voci. Voci femminili di sirene, voci maschili di cavallucci marini. Ma lui voleva tornare in superficie. Uscire da quello stato di incoscienza dopo il quale non ricordava niente. Amnesie temporali. La testa che pulsava come quando aveva la febbre a 40. Poi finalmente, riusciva ad aprire gli occhi. E ci voleva un po’ a calmarsi. Agitato, sudato, come uscito da un incubo infinito.

Si ritrovò in una stanza. Dapprima vedeva tutto offuscato, privo di contorni, poi lentamente percepì gli oggetti della stanza. Era dentro un letto caldo, si sentiva vicino il calore di una piccola stufa. I suoi vestiti erano stesi su dei fili sospesi in un angolo della stanza. Qualcuno faceva rumore con una pentola e un cucchiaio e diceva qualcosa fra sé e sé, era una voce di donna. Nella sua immaginazione si era già creato due possibili scenari: la strega di Hansel e Gretel oppure la casa della Fata Turchina. In ogni caso provò una leggera sensazione di paura. Soprattutto quando si accorse di essere completamente senza vestiti. Fece il tentativo di sedersi senza farsi notare troppo, ma i forti dolori lo costrinsero ad urlare.

“Sei sveglio?” chiese allora la persona presente nella stanza. Ora aveva potuto vedere i suoi capelli lunghi. Poi lei si girò e andò verso il letto, sedendosi sul bordo e guardandolo con uno sguardo che lui percepì come malizioso o forse incuriosito. O era solo il trucco blu sulle palpebre. Lei  sorrise per metterlo a suo agio.

“Non avrai paura?” Disse. La sua voce era dolce, leggermente rauca, ma gli piaceva. “Ti sto facendo una minestra, la vuoi?”

Non aspettò risposta e tornò a controllare la pentola sul fuoco. Ora che era riuscito a sedersi la poteva osservare meglio. Doveva essere più grande di lui, sicuramente aveva più di vent’anni. I capelli lunghi fino alla schiena e con delle ciocche di colore blu – la Fata turchina, pensò. Era molto magra e indossava una gonna corta da cui spuntavano le gambe lunghe. Il viso era molto truccato con colori scuri. La ragazza stava nervosamente aprendo dei cassetti, come cercando qualcosa.

“Per caso hai sigarette? O una gomma? Mi innervosisco quando non ho niente in bocca”.

Vin non le rispose, ma istintivamente tirò su le lenzuola e le coperte per coprirsi meglio. Nel frattempo la ragazza aveva trovato una sigaretta e l’aveva accesa. Poi gli portò una scodella con la minestra e glielo diede, restando vicino ad osservarlo a bordo del letto, continuando a fumare. Lo guardava con tenerezza, come una madre che controlla che il figlio piccolo finisca tutto quello che c’è nel piatto. Gli chiese il suo nome.

“Vincenzo. Vin, cioè.”

“Carino. Io mi chiamo Nina. Eri bagnato fradicio, Vin. Come ci sei finito lì dietro la stazione?”

“Non mi ricordo…” le rispose, iniziando a mangiare col cucchiaio.  Poi all’improvviso si ricordò dello zaino. E fu terrorizzato all’idea di averlo perso. Ma fortunatamente Nina l’aveva recuperato. L’aveva aiutata anche la sua collega Marta, altrimenti da sola non ce l’avrebbe fatta a portarlo fino alla roulotte.

“Questa è una roulotte?” si incuriosì Vin. E guardandosi attorno si rese conto che tutto si trovava in un unico spazio, e c’erano le finestre tipiche delle roulotte. Con delle tendine azzurre.

“Sì io abito qui. Quella è la porta del bagno, se devi andare. Potresti metterti gli altri vestiti che hai nello zaino.”

Vin dedusse che aveva aperto lo zaino, e decise di controllare prima possibile che ci fossero ancora tutte le sue cose. Poi Nina gli spiegò che doveva andare a lavorare.

“Faccio la cameriera in un locale qui vicino, lavoro di notte. Tornerò un po’ prima dell’alba. Ma tu resta pure, qui non ti disturba nessuno.”

“Sei gentile.” Disse Vin spontaneamente, e Nina rise. Evidentemente non era un’espressione che era abituata a sentire.

Alle otto Nina uscì, prendendo l’ombrello perché aveva ricominciato a piovere. Vin si alzò subito per rivestirsi con gli abiti che aveva portato con sé. Si passò un asciugamano sui capelli un po’ umidi, e intanto controllò di avere tutte le sue cose. Nina aveva svuotato lo zaino e poggiato tutto su un tavolino. Il libro si era leggermente bagnato. Tutto il resto era a posto. Poggiato da una parte c’era anche l’orologio, che ormai indossava sempre. L’orologio che gli aveva lasciato Tom.

****

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratto del personaggio VIN gentilmente realizzato da Agnese Perra.

Informazioni su beatrix72

Come tutte le anime in viaggio, a un certo punto ho sentito di dover mettere insieme tutto ciò che scrivevo o percepivo da tempo. Così è nato questo blog, dove in particolare trascrivo i messaggi dei miei contatti con le Stelle (Beatrix di Sirio). Questi sono raccolti nella categoria “Esseri senza tempo“. Nelle altre categorie troverete: i miei scritti narrativi – come racconti, poesie e canzoni (“Stories“) articoli sull’arte, musica e consigli su libri o film (“Cinema e libri“) progetti in corso come ad esempio il romanzo “Come il giorno e la notte” (in “Romanzo“) articoli sulle pratiche olistiche del mio lavoro, come il Reiki e i Registri Akashici (“Guarigione/Healing“) Mi chiamo Francesca Erriu Enrew Sono Master Reiki e Trainer in percorsi olistici In questo blog uso il nome di Beatrix, uno dei miei contatti di Esseri senza tempo (di cui parlerò in un articolo). Se vuoi scrivermi fuori dal blog la mia mail è zetazeta72@gmail.com Ti invito a visitare anche la mia pagina Facebook https://www.facebook.com/ALTernativa-Reiki-Quantum-1380445245610719/
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