Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**8*

Come il giorno e la notte – parte 8 –

André.

Quando Vin si svegliò era sdraiato sul divano, avvolto in una coperta in cui si stringeva in cerca di tepore. Dalle finestre in alto entrava la luce del giorno, e qualcosa di simile a un debole raggio di sole. La pioggia era cessata, lo si capiva anche dai vetri quasi asciutti. Si sedette e si guardò intorno, cercando di fare memoria della sera prima. Non si sentiva molto lucido, anzi la testa era pesante e cercando di alzarsi ebbe la sensazione che il pavimento si muovesse. Doveva aver dormito troppo, pensò. O troppo poco. Sul tavolino di fronte vide la copertina del disco, The Crystal Ship, poi il posacenere, e gli tornò in mente lo spinello e tutto il resto. Della chiacchierata con Tom si ricordava solo a sprazzi. Da fuori si sentivano delle voci e il rumore di una macchina che qualcuno cercava di mettere in moto inutilmente. Le finestre erano troppo in alto, ed essendo nel seminterrato si poteva vedere solo un pezzo del cortile e i piedi di chi trafficava intorno all’automobile. Riconobbe le borchie degli scarponi di Fausto.

Una volta riuscito ad alzarsi dal divano superando la sensazione di stordimento, fece un giro della stanza per curiosare tra le cose di Tom. Guardò i dischi e aprì i cassetti non trovando niente di interessante; andando fino alla porta in fondo scoprì che si trattava di un piccolo bagno di servizio con una finestrella in alto. Su un ripiano c’erano saponi e vari prodotti per il bagno; tra questi notò anche un profumo e lo spruzzò per sentirne la fragranza. Gli ricordò l’odore che aveva sentito quando Tom si era seduto vicino a lui la sera della proiezione del film in casa famiglia. Annusò il profumo finché si disperse completamente nell’aria. Si lavò il viso, sentendo immediato sollievo dal contatto con l’acqua fresca. Poi prese un vasetto di gel e tentò di mettersi in ordine i capelli spettinati.

Nell’armadio c’erano vestiti di Tom e in un cassetto aperto trovò un pezzo di stoffa bianca ben piegato. Lo svolse, cercando di non stropicciarlo troppo, scoprendo una serie di coltelli a serramanico di varia grandezza e fattura. Alcuni erano molto belli, col manico di colore nero lucido o bianco. Rimase a guardarli fin quando gli sembrò di sentire un rumore al piano di sopra e richiuse subito tutto. Si accorse di avere molta sete e fame, così salì le scalette per andare in cucina.

La sala sembrava più bella alla luce del giorno. I mobili non erano certo nuovi, ma nell’insieme l’ambiente trasmetteva un certo calore. Sicuramente anche grazie al legno delle pareti e delle travi del soffitto. Seduto al tavolo al centro della stanza, c’era Taco che mangiava dei biscotti e beveva da una tazza. Il ragazzino rispose a malapena al saluto di Vin, e subito tirò verso di sé la scatola con i biscotti, come temendo che Vin potesse prenderglieli.

“Ok.” Disse Vin. “Tanto non sono quelli che mi piacciono.”

Vin si avvicinò alla finestra che dava sul cortile. Fausto era chino sul motore di una macchina nera con bande laterali arancioni e prendeva degli attrezzi da una cassettina. Tom era al posto di guida e quando Fausto glielo diceva, provava a mettere in moto. Ma dopo qualche giro di chiave, il motore si rispegneva. Da una parte del cortile, sotto una tettoia, erano parcheggiati due scooter.

A un certo punto Tom scese dall’auto e si appoggiò al tetto con un braccio per seguire il lavoro di Fausto. Da quella posizione notò Vin alla finestra e gli fece cenno di avvicinarsi, così il ragazzo uscì in cortile e si salutarono.

“Che macchina è?” chiese Vin.

“Una 127 Sport.” rispose Tom. Indossava degli occhiali con lenti fumé – nonostante il sole fosse assai pallido – e masticava una gomma, cosa che accresceva l’impressione che se ne fregasse un po’ di tutto quello che accadeva intorno a lui. Vin notò che aveva il giubbotto della sera prima e anche una sciarpa intorno al collo.

“Ti piace?” chiese Fausto, e con l’intento di spaventarlo gli avvicinò al volto la pinza che stava usando, aprendola e richiudendola sulla punta del suo naso. Vin fece un passo indietro e Fausto rise. Tom diede un colpetto sulla spalla di Fausto a mo’ di rimprovero.

“Riprova.” Gli ordinò Fausto. Tom tornò al volante, dicendo a Vin di salire in macchina. Vin andò a sedersi al lato passeggero, mentre Tom dava un paio di giri di chiave, finché il motore sembrò reggere.

“Accelera un po’.” Disse Fausto.

Tom premette sull’acceleratore.

“Ho detto un po’, Tom.” Protestò Fausto. Dopo qualche secondo gli disse di spegnere tutto. “Vado a prendere l’olio.”

“Va bene.” Disse Tom. Poi si voltò verso Vin, sollevandosi gli occhiali sulla testa. “Vin, senti, adesso ti devi preparare perché dobbiamo andare a pranzo da André. Ti vuole conoscere, ok?”

“Davvero?”

“Sì. Mi raccomando, eh. Ti ricordi tutto quello che ti ho detto ieri? Che non devi parlare della casa famiglia?”

“Sì.”

“Tu parla dei libri, vedrai che gli sarai simpatico. Poi dopo andiamo da Nina, così riprendi le tue cose. Ah, ti ho lasciato dei vestiti sul divano…non mi stanno più, se te li vuoi provare.”

“Ok.”

“Non dirlo a Fausto però. Dai, vai.”

Vin scese dalla macchina mentre Fausto stava tornando dal retro del casolare.

“Ah, Vin.” Lo chiamò Tom quando Vin era già arrivato alla porta. “Guarda in frigo se vuoi fare colazione. Chiedi a Taco.”

“Ok, grazie.” Rispose Vin. Fausto lo guardò divertito.

“Il biberon non ce l’abbiamo però.” urlò, mettendosi a ridere.

Vin non disse niente ed entrò in casa. Tom si avvicinò a Fausto per aiutarlo.

“E lascialo stare.” Gli disse, seccato dal suo comportamento.

“È un’idea del cazzo, Tom. Farlo restare qui.”

“Facciamo decidere André.”

“Sì, vabbè. Pensi che siccome gli porti Vin poi ti lascia in pace?” disse Fausto mentre rabboccava l’olio motore.

A quelle parole, Tom fu sul punto di afferrare un cacciavite dalla cassetta e intimare a Fausto di stare zitto. Ma si trattenne e non disse niente.

***

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Usciti dal cancello del Casolare, avevano percorso il perimetro del muro di cinta per arrivare all’altro cancello, più grande, che portava alla villetta di André. Questo perché per motivi che loro non conoscevano, legati a questioni familiari di divisioni del terreno, il cortile del Casolare e il giardino della villa erano separati da una rete di media altezza. Il giardino di André era talmente vasto da essere parzialmente trascurato – avrebbe richiesto troppi lavoratori per mantenerlo. Ma una buona parte, quella più adiacente alla casa su due piani, era piena di fiori, piante e anche qualche albero. Se ne occupava Marzi, un uomo sulla sessantina, una sorta di factotum ma soprattutto autista di André. Lo trovarono che potava delle piante mentre percorrevano il sentiero che conduceva alla casa. Lui e Rosa, la moglie, erano gli unici rimasti in quella casa dove ormai era rimasto soltanto André. Tom salutò Marzi e gli presentò Vin da lontano, ottenendo giusto una risposta sufficiente a non risultare scortese. Era un uomo particolarmente taciturno e riservato, tanto da apparire burbero al primo impatto. Tom l’aveva visto sorridere forse una volta.

Vin si soffermò a osservare i fiori, mentre l’amico apprezzava di più le macchine sportive di André parcheggiate in fondo. Prima di suonare il campanello, Tom sistemò meglio la sciarpa di Vin e gli disse che stava bene con i suoi vestiti, soprattutto il giubbotto sportivo rosso. Alla porta aprì Rosa, che in pratica era l’opposto del marito: accogliente, sorridente, molto affettuosa con Tom. Vin si rese subito conto che i due si adoravano. La donna fece strada fino alla sala da pranzo, senza smettere di parlare e fare domande a Vin.

“Da dove vieni, Vincenzo?” – Tom l’aveva presentato col suo vero nome – “Non lo chiedo a Tom perché tanto dice sempre balle questo ragazzo. L’avrai notato anche tu che è un gran bugiardo.”

“Dai Rosa, ho solo molta fantasia.” si difendeva Tom. E avrebbero continuato a battibeccare all’infinito.

Vin era estasiato da tutto ciò che vedeva man mano che attraversavano il corridoio. Quadri, librerie, oggetti di probabili luoghi esotici, candele colorate in tutta la casa. Nella sala dove si fermarono c’era un tavolo tondo apparecchiato per tre, e già si sentiva il buon profumo di quello che Rosa aveva cucinato. Nel caminetto era acceso un fuoco che scaldava tutta la stanza.

“Ho fatto anche il tuo dolce preferito” disse la donna con aria di complicità.

“Il budino? Lo adoro.” Disse Tom. Poi notò sul tavolo una bottiglia di vino bianco appena aperta e la prese osservando l’etichetta. “Questo sembra buono.”

Scelse un bicchiere a caso e ne versò un po’ con l’intenzione di assaggiarlo. Rosa lo rimproverò subito, dicendogli che avrebbe dovuto aspettare André per bere. Il ragazzo non le diede importanza.

“Figurati…tanto lui se ne sarà già bevuto una bottiglia da solo.”

Ma non si era accorto che nel frattempo André era già arrivato sulla porta e si stava avvicinando alle sue spalle. L’uomo gli prese il bicchiere di mano prima che potesse iniziare a bere. Allora Tom si voltò e incrociò il suo sguardo severo.

“Tom…” disse André col tono di chi rimprovera un bambino per una monelleria. “Non si beve prima del padrone di casa. Ti devo insegnare tutto.”

“Beh, ma infatti non stavo bevendo.” Ribatté Tom.

André bevve un sorso e poggiò il bicchiere.

“Ottimo.” Affermò soddisfatto. “Adesso potete bere anche voi.”

I ragazzi si tolsero i giubbotti poggiandoli sulle sedie. Tom si versò il suo vino e andò a sedersi scegliendo uno dei posti. Quindi André si rivolse a Rosa, che si era zittita da quando lui era entrato.

“Lascia tutto qui e vai. Ti chiamiamo per il caffè.”

La donna uscì con passo svelto e chiuse la porta. A quel punto André guardò Vin, che non si era mosso di un millimetro. Il ragazzo aveva osservato tutta la scena piazzandosi dietro una delle sedie, vicino alla finestra in parte nascosta da una tenda color porpora. Sperava di passare quasi inosservato. Ma ora che nella stanza c’erano solo loro tre, si sentiva obbligato a venire allo scoperto.

Lo sguardo indagatore di André si posava su di lui come su un oggetto da analizzare e scrutare, procurandogli una sensazione di imbarazzo e di sfida insieme. Era difficile non sentirsi a disagio in sua presenza. Forse anche per l’altezza e l’atteggiamento, tipico di chi non entra inosservato in una stanza. Si comportava come un conoscitore del mondo, e senz’altro sapeva più cose di chiunque si confrontasse con lui, su qualunque argomento. Di qualsiasi cosa parlasse, lo faceva con voce profonda e adulante. Sebbene si avvicinasse ai cinquant’anni, non rinunciava al suo aspetto giovanile e questo lo mostrava nella cura della sua persona e nell’abbigliamento ricercato. Si ravviava spesso i capelli brizzolati, che teneva un po’ lunghi nel loro mosso naturale, per assumere un aspetto da artista incompreso quale si sentiva.

Vin aveva provato a lanciare un’occhiata a Tom per trovare supporto, ma l’amico guardava il suo bicchiere pieno di vino, cosa che gli faceva intendere che avrebbe dovuto cavarsela da solo. Così aveva retto lo sguardo di André e aveva anche abbozzato un sorriso, pronunciando un timido “salve”. E invece di chissà quali discorsi che si sarebbe aspettato a seguito di quello sguardo, André si accomodò e gli disse semplicemente: “Siediti”. E iniziarono a mangiare le pietanze sistemate su dei vassoi nel carrello lasciato lì da Rosa.

“Allora, Vincenzo, quanti anni hai?” domandò André.

“Sedici.” Gli rispose il ragazzo.

“Allora puoi bere vino anche tu.” decise l’uomo, versandogli il vino nel bicchiere.

“Grazie, signore.”

André sorrise nel sentirsi chiamare con quell’appellativo. Poi tornò serio per riprendere l’interrogatorio.

“Sei pulito?” chiese a bruciapelo.

Vin non era sicuro di aver capito la domanda e guardò Tom.

“Ti sta chiedendo se prendi droghe.” Gli spiegò l’amico. Poi rispose per lui: “Non prende niente.”

“Sei il suo avvocato?” ironizzò André lasciando intendere che Tom non doveva rispondere al posto dell’altro. Poi si rivolse a Vin guardandolo severamente.

“Questa è la regola numero uno, ragazzino. Voi dovete solo venderla, capito? Quella pesante, intendo. Il resto non mi interessa.”

“Capito.” Mormorò Vin.

André si versò ancora da bere e Vin continuò a mangiare, sperando che le domande fossero finite. Ma dopo un minuto l’uomo tornò alla carica.

“Mi ha detto Tom che ti sei perso alla stazione e ti ha trovato Nina, giusto? E come ci sei arrivato lì?”

“Perché mi sono perso.” Rispose Vin spontaneamente. Ogni tanto sollevava lo sguardo verso Tom che era di fronte a lui, ma il ragazzo non lo guardava.

“E con chi eri quando ti sei perso? Con tua madre o…?”

“No, signore. Mia madre sta molto male.” dichiarò Vin con fermezza.

“Ah. E che cos’ha?” chiese André continuando a mangiare.

“È… in coma. In ospedale. Un incidente, molto grave.”

L’aveva detto quasi d’un fiato, meravigliandosi lui stesso di essere stato capace di mentire. Con la coda dell’occhio si accorse che Tom stava cercando di trattenersi dal ridere e teneva lo sguardo chino sul piatto per evitare che André se ne accorgesse.

“Mi dispiace.” Disse André. Poi sollevò lo sguardo e si fece pensieroso. “Ma è vero… o hai imparato a dire bugie dal tuo amico?”

André guardò prima Vin poi Tom, che nel frattempo si era ricomposto tornando serio. Per un attimo nessuno parlò.

“Io non dico mai bugie.” Rispose Vin. “Signore.”

“Puoi chiamarmi André.” Disse l’uomo alzandosi da tavola. “Mettiamo un po’ di musica?”

Andò verso la grande libreria, dove oltre ai libri c’era un impianto con giradischi e numerosi dischi in vinile. I ragazzi si scambiarono delle occhiate mentre André era voltato. A Tom veniva ancora da ridere e Vin gli faceva cenno di smetterla per non rischiare di attirare l’attenzione e insospettire l’uomo.

André sistemò un disco sul piatto del giradischi. Una voce di donna iniziò a cantare in tedesco e l’uomo ripeté le prime parole “Wenn ich mir was wünschen dürfte”.

“Se potessi desiderare qualcosa. Ich liebe Marlene.” declamò, ispirato.

Vin era affascinato dalla voce e dalla canzone triste. Tom invece dava segni di noia mortale, come di fronte a una scena che aveva già visto.

“Lei sa anche il tedesco?” chiese Vin.

“Poco purtroppo.” Rispose l’uomo. Portò sul tavolo i piatti della seconda portata e tornò a sedersi. “Il tour a Berlino finì prima del previsto. Fu subito dopo quello a Parigi. Ah, voi non avete idea di com’erano gli anni sessanta a Parigi!”

“No, noi conosciamo solo gli anni ottanta in questo schifo di posto.” Commentò lapidario Tom, scatenando subito la reazione sarcastica di André.

“Non dire così, Tom. Non è uno schifo di posto, è solo pieno di topi di fogna.”

I ragazzi risero e fecero versi di disapprovazione verso i topi di fogna. André invece continuava a seguire i suoi pensieri.

“Insomma, il tour a Parigi fu un successo! Sai Vin, quando hai vissuto il teatro come l’ho vissuto io…niente lo può sostituire. È qualcosa di viscerale. Come diceva Oscar Wilde…”

“Attento, Vin.” Interruppe Tom “Adesso comincia a parlare di gente che conosce solo lui per fare colpo.”

“Parla per te.” Ribatté l’uomo. “Magari lui lo conosce.”

“Non saprei…io conosco Coleridge…” disse Vin.

“Conosci Coleridge?” si stupì André.

“A Vin piace molto leggere. Si ricorda tutto.” Intervenne Tom.

“Fantastico! Alla tua età poi, non è da tutti…”

“Beh non ho letto ancora molto ma… mi piace la Ballata del vecchio marinaio.

“È bellissima infatti. Sei un vero intenditore, sai. Non come qualcun altro che non apprezza niente.” Disse André lanciando uno sguardo a Tom.

“Non è vero.” Protestò Tom. E per mostrare la sua noia cominciò a battere la forchetta sul bicchiere producendo un ritmato ticchettio.

“Sai Vincenzo,” continuò André “ci sono quelli che apprezzano la bellezza, la ammirano. Altri che invece…la possiedono. E la mostrano anche senza pietà.”

Così dicendo guardò ancora Tom e con fermezza gli bloccò il polso per interrompere il ticchettio sul bicchiere. Vin notò che la sua mano indugiò su quella di Tom per alcuni secondi prima di lasciarla. Tom sembrava innervosito. Lasciò cadere la forchetta e si alzò.

“Posso fumare?”

Senza attendere risposte, prese un pacchetto di sigarette di André da un tavolino e se ne accese una. Andò a sedersi sul divano vicino al caminetto. La canzone di Marlene Dietrich era finita, lasciando in sottofondo il fruscio del disco che finiva di girare.

“Se ti piacciono le ballate” riprese André rivolgendosi nuovamente a Vin “potresti leggere la Ballata del carcere di Reading. Te la posso prestare, se vuoi. È di Oscar Wilde, è lui che ha scritto anche la Salomè…il mio spettacolo.”

André aveva assunto un’aria nostalgica e teatrale, con lo sguardo perso nei ricordi della sua vita artistica. Quando ne parlava era difficile capire quanto ci fosse di vero e quanto facesse parte di una sapiente messinscena.

“Salomè? L’ho sentita nominare…” disse Vin per mostrare interesse.

“La mia Salomè ha fatto il giro del mondo, sai. Ma…”

“Ma non è stata capita fino in fondo.” Gli fece eco Tom dal divano. Come una battuta che sapeva a memoria.

“Proprio così.” confermò André. Poi ritornò al suo ruolo di padrone di casa: “Tom, vai da Rosa e dille di preparare il caffè.”

“In cucina? Perché non vai tu?”

“Perché ci vai tu.”

Tom rinunciò alla sua protesta e si alzò per uscire dalla stanza. Appena furono soli, André guardò Vin, che teneva lo sguardo sul suo piatto anche se non c’era più niente da mangiare.

“Senti, Vincenzo… anzi, Vin…” gli disse “tu e Tom vi conoscevate già, vero?”

Il ragazzo non rispose.

“Eravate insieme da qualche parte? Non aver paura, me lo puoi dire. Non mi arrabbio.”

“Sì.” Rispose Vin in un soffio appena percettibile.

André sospirò. Poi poggiò una mano sul ginocchio di Vin.

“E tu sei venuto fin qui perché vuoi essere suo amico, è così?”

Vin annuì. Lo innervosiva che l’uomo sapesse tutte quelle cose, come se gli leggesse nel pensiero, e non solo. Lo innervosiva anche la sua mano sempre più stretta sul suo ginocchio.

“Ma non ci sta cercando nessuno.” Precisò il ragazzo, ricordandosi che quello era un punto importante.

“Mi fido di te, Vin.” Mormorò l’uomo. E gli lasciò il ginocchio, mentre Tom rientrava nella stanza.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratto del personaggio TOM E ANDRE’ gentilmente realizzato da Agnese Perra.

Informazioni su beatrix72

Mi chiamo Francesca Erriu Enrew Sono Master Reiki e Trainer in percorsi olistici In questo blog uso il nome di Beatrix, uno dei miei contatti di esseri senza tempo (di cui parlerò in un articolo). Nata a Cagliari, dopo gli studi si trasferisce a Roma per iniziare il suo percorso di “ricerca interiore”. Qui approda a varie esperienze, frequentando gruppi di pratica Sciamanica e di Neo-paganesimo. Fino all’incontro con il Reiki, che apre le porte al suo futuro come insegnante e formatrice in percorsi olistici. Frequentando i corsi presso l’Università Popolare Olistica Natural-Mente di Roma (diretta dalla Trainer e Master Reiki Lucia Panniglia), acquisisce il titolo di Master Reiki e inizia ad insegnare la disciplina. Tiene inoltre gruppi di meditazione e di serate esperienziali volte alla conoscenza del sé per un percorso di consapevolezza e di guarigione. Nel contempo, inizia il suo percorso con un nuovo tipo di guarigione, il Quantum Healing – o Guarigione Quantica – basato sulle scoperte di studiosi russi (come Grabovoi e Petrov). Dopo il corso suddiviso in tre livelli, arricchita dalle varie esperienze acquisite, diventa Trainer in Quantum Healing. L’interesse dalla Sardegna rispetto questa nuova guarigione è forte, tanto da convincerla – insieme ad altri fattori – a tornare nella sua terra per proseguire il suo percorso di ricerca e insegnamento. Il suo percorso comprende: Master Reiki metodo Usui Trainer in Quantum Healing Percorsi di neo-paganesimo e sciamanesimo Lettura dei Registri Akashici Se vuoi scrivermi fuori dal blog la mia mail è zetazeta72@gmail.com
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