Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**13*

Come il giorno e la notte – parte 13 –

Tom e Lory

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

LORY OK

 

Saliti in camera, i ragazzi si gettarono subito sui letti, sentendo il bisogno di un posto morbido su cui stendersi. Tom si sfilò le scarpe al suo solito modo, senza usare le mani e lasciandole cadere rumorosamente per terra; poi si distese al rovescio sul letto, poggiando i piedi sul muro. Da lì vedeva la stanza sottosopra, il soffitto e le pareti di colore rosa antico, grandi tende bianche alle finestre, due abat-jour dalla luce bassa e rilassante, e alla parete la riproduzione di un dipinto con scritto in piccolo Magritte.

“Guarda questi omini che piovono dal cielo.” Disse a Vin, che si voltò verso il quadro.

“Già. Strano questo posto.” Osservò Vin. “Ma almeno non dobbiamo dormire in macchina…A proposito, come hai fatto a convincerla?”

A Tom venne da ridere.

“Non l’ho dovuta convincere. Sai che ho capito, Vin? Che il modo migliore per ottenere qualcosa è non chiedere niente.”

Vin rimase quasi senza parole, incantato dalla sicurezza dell’amico.

“Sai tante cose tu.”

Tom sbadigliò e si sistemò un cuscino sotto la testa.

“Dormirei adesso.”

“Pure io.”

Non fecero in tempo a chiudere gli occhi che bussarono alla porta. Vin scese controvoglia dal letto e andò ad aprire, era il ragazzo della reception che portava un carrellino con la cena.

“Ecco il nostro amico del bar.” Tom saltò giù dal letto ricomponendosi.

“In realtà io sono il portiere. Quando c’è bisogno lavoro anche al bar.” Specificò il ragazzo.

“Ah scusaci, portiere.” Lo prese in giro Tom. “Com’è che ti chiami?”

“Max. Non era rimasto molto da mangiare a quest’ora…vi ho portato quello che c’era. Ah, ho trovato questo.”

Così dicendo prese dal carrellino un blocchetto di ghiaccio sintetico e si rivolse a Vin indicando il suo occhio gonfio.

“Ti fa ancora male? Vedrai che con questo va meglio.”

Vin lo ringraziò e lo poggiò da una parte per mettersi a mangiare. Anche Tom si avvicinò al tavolino al centro della stanza e curiosò nel carrellino. Max indugiava ancora vicino alla porta.

“Beh se vi serve qualcosa, io faccio il turno di notte per cui mi trovate lì…” Poi abbassò la voce in tono confidenziale. “Peccato che non posso partecipare al vostro festino.”

Tom sollevò lo sguardo dei piatti e tagliò corto.

“Guarda che non c’è nessun festino.”

“Non me la contate giusta con la cantante…” ridacchiò il ragazzo.

“Vai Max, hanno bisogno di te al bar.”

“Non te la prendere, nice ass.”

Max guardò Vin con complicità, facendogli l’occhiolino. Vin sorrise;  anche se non capiva bene di cosa stessero parlando,  lo trovava divertente.

Tom intanto gli indicava la porta perché fosse chiaro che non volevano essere disturbati.

“Che hai detto? Guarda che l’inglese lo capiamo anche noi.”

Max continuava a ridacchiare.

“È un complimento, non fare il permaloso.”

Bye bye.” disse Tom prendendolo in giro per l’inglese.

“Ciao ragazzi.” Salutò infine Max uscendo dalla stanza. Tom chiuse la porta.

“Ma che hanno in questo posto? Ci provano tutti?”

Vin sorrideva tra sé divertito dalla scena, quel ragazzo gli era simpatico ed era riuscito in qualche modo a spiazzare Tom, cosa che non riusciva a molti.

Mentre mangiavano, Vin si ricordò che doveva recuperare lo zaino dalla macchina. Non voleva lasciarlo lì e inoltre preferiva avere con sé le sue gocce, in caso gli fossero servite di notte.

“Va bene Vin,  tu dormi. Ci vado io più tardi.” lo tranquillizzò Tom. “Prima devo passare dalla cantante…”

Vin si fermò con il bicchiere d’acqua a mezz’aria, col dubbio di non aver sentito bene.

“Dalla cantante? E perché?”

“Perché? Secondo te?”

“No, è che…potrebbe essere tua madre.”

“Sì è vero…una bella madre, no?”

“Contento tu.” Tagliò corto Vin.

“Non è quello il punto, Vin. Ci sta anche pagando una stanza, ricordati che nessuno dà niente per niente.”

Vin continuò a mangiare decidendo di non dire più nulla; sapeva che quando l’amico era convinto di avere ragione non c’era molto da fare. Intanto Tom era andato ad aprire il frigo bar per cercare qualcosa da bere, tradendo un leggero nervosismo mentre continuava a parlare come per giustificarsi.

“E poi ha i soldi…ti pare poco. E cosa ci serve adesso, Vin?”

“Soldi.” Rispose Vin tra il seccato e il triste. “Sempre i soldi…”

“Sì, sempre i soldi.” Ribadì Tom. Prese una piccola bottiglia di vodka e tornò al tavolo, cambiando discorso. “Guarda qua, hanno tutti i mini alcolici. Ne vuoi uno?”

Vin rifiutò schioccando la lingua, e posò la forchetta senza finire di mangiare. Tom svitò il tappo della bottiglietta poi si fermò con aria seria.

“Guarda che non mi serve un ragazzino che mi dice quello che devo fare. Non me ne importa se sei d’accordo o no. È una cosa come un’altra, Vin.”

“Per te.”

Vin andò a sedersi sul letto, con la schiena contro la parete. Scelse un volantino dell’hotel dal comodino per fingere di leggere qualcosa, con l’espressione di un bambino messo in punizione dai genitori e mandato a letto senza cena. Tom bevve un sorso di Vodka, quindi poggiò rumorosamente la bottiglietta sul tavolo, tanto da far sobbalzare Vin. Allora si alzò e andò a sedersi sul bordo del letto, rivolgendogli uno sguardo che Vin non gli aveva mai visto prima.

“Ascoltami. Se io non porto i soldi ad André…ogni giorno…lui mi chiede di fare delle cose…che io non voglio fare. È chiaro adesso?”

Vin riuscì soltanto ad annuire col capo, gli mancava il fiato per parlare. Tom sospirò, come se facesse fatica a dirlo.

“Non lo sopporto, Vin, mi sta sempre addosso…Se mi tocca lo ammazzo.”

Poi di punto in bianco se ne andò in bagno, chiudendo la porta come a voler chiudere un discorso. Solo in quel momento Vin si accorse di essere quasi in apnea e respirò prendendo più aria che poteva.

***

Passate le undici, Vin si era quasi addormentato, con il ghiaccio posato sull’occhio, e la musica dal piano di sotto aveva smesso di suonare. Si sentì il rumore degli ascensori, passi e voci nei corridoi che si auguravano la buonanotte. Trascorsa un’altra mezz’ora si udirono dei tacchi percorrere il corridoio fino alla stanza accanto alla loro, poi la porta che si apriva e richiudeva.

Tom era già al balcone da qualche minuto, era uscito per fumare. Vide accendersi la luce dell’altra stanza e, dietro le tende bianche, l’ombra di Lory che andava avanti e indietro per poi entrare in bagno. Si affacciò alla porta finestra per avvisare Vin.

“Vin…” aggiunse prima di andar via “Nina non lo deve sapere, capito? Sennò si arrabbia da morire.”

“Okay, non le dico niente.” Lo rassicurò Vin schiudendo l’occhio sano. “Ma se dici che non è la tua ragazza allora perché…”

“Perché si arrabbia, è fatta così. Dai a dopo.”

Tom richiuse la porta finestra scorrevole senza farla scattare, in modo da poter rientrare da fuori. Buttò la cicca dal balcone e si passò una mano sui capelli per sistemarli. Avvicinandosi alla porta finestra dell’altra stanza intravide Lory che usciva dal bagno per cercare qualcosa nella valigia. Bussò piano alla vetrata.

La donna si voltò e gli sorrise da dietro il vetro. Aprì cercando di non fare troppo rumore e richiuse dopo che Tom fu entrato. Si salutarono con un timido ciao. Lei sollevò la mano dove teneva un dischetto di cotone sporco di trucco.

“Scusa, avevo iniziato a struccarmi…pensavo che non saresti venuto ormai.”

“Perché no?”

Tom si guardò intorno e notò che anche in quella stanza era appeso un quadro con il nome Magritte. Era un volto femminile con tante nuvole sopra.

“Anche da noi c’è un quadro strano.” Disse,  tentando di darsi un tono. Ma si accorse che l’aveva fatta sorridere, e si chiese se fosse un segno di imbarazzo. Lory prese alcune cose dalla valigia.

“Ti dispiace se finisco in bagno? Torno subito. Intanto ti va di aprire quel vino?”

“Sì, certo.”

La donna sparì in bagno chiudendo la porta. Tom si avvicinò al tavolino e si adoperò per aprire la bottiglia di vino bianco. C’erano già due bicchieri pronti. Notò un mazzo di fiori poggiato sul comò e ne annusò il profumo.

“Fa caldo qui.” Disse, togliendosi il giubbotto e poggiandolo su una sedia. Rimase con la camicia aperta sulla maglietta nera.

“Già. Spogliati pure.” Rispose Lory dal bagno. Poi aggiunse “La giacca, intendo.”

Dopo qualche minuto la donna ricomparve dal bagno. Meno truccata, con i capelli più morbidi. Aveva indossato una vestaglia da camera di raso, che arrivava giusto sopra il ginocchio. Tom pensò che in quel momento avrebbe dovuto dire qualcosa di intelligente per rompere il ghiaccio, invece riuscì solo a stare immobile a guardarla. I suoi occhi scorsero sulle gambe, per poi salire sui fianchi fino a fermarsi sulla linea delle labbra.

Finalmente Lory spense la lampada principale e la stanza fu avvolta dalla sola luce delle abat-jour; poi gli fece un cenno e spostarono il tavolino affianco al letto, così si sedettero sul bordo e riempirono i bicchieri.

“Agli incontri” disse lei sollevando il bicchiere.

Lui sollevò il suo e i vetri tintinnarono nell’aria. Si guardarono negli occhi secondo le regole del brindisi, e per qualche attimo non distolsero lo sguardo. Tom sorrise ai suoi occhi verdi e ai capelli biondi che lei aveva spostato dietro le orecchie mentre diceva “agli incontri”.

“Che non sono mai per caso.” Aggiunse la donna, e bevve un sorso di vino. Tom fece altrettanto, e posò quindi lo sguardo sulle gambe snelle e sull’orlo della vestaglia celeste.

“Mi canti quella canzone?” le chiese, ma solo per prendere tempo e perché la sua voce gli piaceva. Lei si schermì come una star di Hollywood a cui hanno richiesto troppi autografi. Gli rivolse un sorriso stanco.

“Sono quasi senza voce. Solo un pezzetto.”

“Va bene.”

Lory intonò la canzone sottovoce, con una dolcezza che richiamava il suono di una ninna nanna.

Questa di Marinella è la storia vera…che scivolò nel fiume a primavera…

In quel momento la sua voce che cantava, invece di farlo eccitare come avrebbe voluto, gli riportò  alla mente le parole di Vin: “potrebbe essere tua madre”. Fu necessario fare un bel respiro per non scoraggiarsi, e dopo sorrise di nuovo, sapendo di usare una delle sue armi più forti. Bevve ancora qualche sorso e poggiò il bicchiere.

“È un po’ triste.” Osservò quando finì la strofa, e nel frattempo le stuzzicava l’orlo della vestaglia che cadeva morbida sulla sua gamba. Ebbe la sensazione che lei si allontanasse.

“Quanti anni hai, Tom?” C’era una punta di preoccupazione nella sua domanda.

Lui fermò la mano e tenne lo sguardo basso. Nel giro di pochi secondi valutò fino a che punto mentire.

“Venti, perché?”

“Ah, meno male.” Sospirò lei.

“Li compio tra dieci giorni.”

Tom la guardò per trovare conferma di averla tranquillizzata, e allora riprese a muovere la mano con una carezza che sollevava leggermente la vestaglia. Lei avvicinò il ginocchio al suo.

“Dieci giorni?” commentò Lory. “Allora sei Ariete. Ci avrei scommesso.”

“Sì. Perché, cosa sai dell’Ariete?”

“Per ora niente.” Rispose, e poggiò il bicchiere perché fosse chiaro che voleva liberare le mani.

Allora fu lei a muoversi verso di lui, afferrando la stoffa della maglietta per sollevarla e poterlo accarezzare, scivolando poi più in basso con la mano, e mentre lei gli slacciava il cinto lui iniziava a baciarla. Senza fermarsi, fece cadere le scarpe per terra e si tolse i vestiti con il suo aiuto;  poi lei aprì la vestaglia di raso, mostrando di non indossare nient’altro.

I loro respiri divennero sempre più brevi e concitati, le mani più veloci, fino a quando il ragazzo si piegò per farla sdraiare sul letto e lei a un tratto lo bloccò con una mano ferma sul petto. Tom si arrestò così sopra di lei.

“Hai cambiato idea?” le chiese.

“Al contrario.”

E in men che non si dica l’aveva spinto con tale impeto che aveva quasi sbattuto la testa alla ringhiera del letto, e si era ritrovato sdraiato con la donna sopra di lui – una cavallerizza in vena di scorribande – dovendo trattenersi dal ridere perché i suoi lunghi capelli gli sfioravano il petto facendogli il solletico.

Bang Bang” disse lei, mimando una pistola tra le mani.

“Mi arrendo.” Rispose Tom, senza  conoscere i versi di quell’altra canzone.

Sollevò le braccia in segno di resa e sebbene spiazzato da quell’improvvisa intraprendenza, la lasciò fare.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Immagine: Catherine Deneuve (as Lory)

Informazioni su beatrix72

Mi chiamo Francesca Erriu Enrew Sono Master Reiki e Trainer in percorsi olistici In questo blog uso il nome di Beatrix, uno dei miei contatti di esseri senza tempo (di cui parlerò in un articolo). Nata a Cagliari, dopo gli studi si trasferisce a Roma per iniziare il suo percorso di “ricerca interiore”. Qui approda a varie esperienze, frequentando gruppi di pratica Sciamanica e di Neo-paganesimo. Fino all’incontro con il Reiki, che apre le porte al suo futuro come insegnante e formatrice in percorsi olistici. Frequentando i corsi presso l’Università Popolare Olistica Natural-Mente di Roma (diretta dalla Trainer e Master Reiki Lucia Panniglia), acquisisce il titolo di Master Reiki e inizia ad insegnare la disciplina. Tiene inoltre gruppi di meditazione e di serate esperienziali volte alla conoscenza del sé per un percorso di consapevolezza e di guarigione. Nel contempo, inizia il suo percorso con un nuovo tipo di guarigione, il Quantum Healing – o Guarigione Quantica – basato sulle scoperte di studiosi russi (come Grabovoi e Petrov). Dopo il corso suddiviso in tre livelli, arricchita dalle varie esperienze acquisite, diventa Trainer in Quantum Healing. L’interesse dalla Sardegna rispetto questa nuova guarigione è forte, tanto da convincerla – insieme ad altri fattori – a tornare nella sua terra per proseguire il suo percorso di ricerca e insegnamento. Il suo percorso comprende: Master Reiki metodo Usui Trainer in Quantum Healing Percorsi di neo-paganesimo e sciamanesimo Lettura dei Registri Akashici Se vuoi scrivermi fuori dal blog la mia mail è zetazeta72@gmail.com
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