Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**15*

Come il giorno e la notte – parte 15 –

Vin e Max

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

narciso-e-boccadoro

 

Le prime luci dell’alba sulle pareti della stanza creavano uno strano riflesso rosa dorato che Vin restò a fissare non appena aprì gli occhi. Il rumore della porta del bagno chiusa con forza l’aveva fatto svegliare e ora sentiva i passi di Tom e ogni tanto lo scorrere dell’acqua. Voltandosi di fianco vide la sveglia che segnava le cinque e un quarto e poi notò il suo zaino sul letto intatto di Tom. Avrebbe avuto voglia di rimettersi a dormire ancora un po’, ma prima di richiudere gli occhi, si accorse di un oggetto scuro poggiato accanto allo zaino. Si mise subito a sedere, come risvegliandosi da un sogno che ti costringe a riprendere fiato. Restò incredulo per qualche secondo, sperando che quello non fosse il suo quaderno, e che la luce della stanza lo stesse ingannando. Ma guardando meglio, doveva ammettere che non c’era nessun inganno: quello era il suo quaderno, con scritto “segretissimo” sulla copertina, e se era lì voleva dire che Tom l’aveva visto.

Scese in fretta dal letto, prese il quaderno per sfogliarlo velocemente, e la conferma più dura giunse proprio allora, quando si accorse che le pagine dove aveva scritto il nome di Tom erano sbarrate con segni di matita. Lo infilò subito nello zaino, si mise le scarpe, afferrò zaino e giubbotto e senza pensarci due volte uscì dalla stanza. Scese in fretta le scale che portavano alla reception, sentendo il respiro che accelerava sempre più – Devo calmarmi – pensava mentre scendeva. Doveva andare via. Tutto avrebbe voluto fuorché vedere Tom. Tutto fuorché sentire le sue domande, vederlo contrariato come era già successo altre volte, perché quando si arrabbiava scardinava tutte le sue certezze, persino il teorema di Pitagora in quei momenti vacillava, e tutti i quadrati costruiti sull’ipotenusa se ne andavano per conto loro. Un’esplosione di quadrati.

Arrivò alla reception, con la mente affollata di “no, non doveva succedere” e altre frasi sconnesse. La Hall era in penombra, dalle vetrate iniziava a intromettersi la luce del giorno sui divani e sul bancone di legno chiaro. Vide un televisore acceso in fondo alla sala, nella zona ristoro, e in un angolo con alcuni divani il giovane portiere semisdraiato, si rilassava con la testa appoggiata alla spalliera, gli occhi socchiusi nel tentativo di restare vigile. Si sentiva la musica in sottofondo dal canale di videoclip musicali. Sul tavolino una sigaretta fumava su un portacenere, vicino a un bicchiere mezzo pieno. Vin si avvicinò al ragazzo di spalle.

“Ehi. Max.” Chiamò sottovoce.

Quello quasi sobbalzò, per poi rilassarsi riconoscendo Vin. Spense subito la sigaretta nel portacenere.

“Ah, sei tu. Non potrei fumare qui.”

“Scusa, non volevo disturbarti…”

“Che c’è?” Max si passò una mano sugli occhi per scacciare via il sonno.

“Mi serve un pullman per tornare in città… Verso stazione M.”

Max si mise a sedere e guardò l’orologio che aveva al polso.

“C’è una corriera.” Gli disse “La prima è alle sei, fa capolinea al bar all’angolo, non è lontano.”

“Okay.” Disse Vin, e fece per avviarsi verso la porta.

“Aspetta…è ancora presto.” Lo fermò Max. “Perché non ti siedi un po’ qui?”

Il ragazzo si scostò facendogli posto sul divano e prese ad abbottonarsi la giacca della divisa che aveva aperta. Vin poggiò lo zaino da una parte e andò a sedersi, attratto dalle immagini dei videoclip che passavano sullo schermo della tv. Sua madre non gli permetteva di vedere quel canale. Intanto Max prese il bicchiere e bevve un sorso, facendo poi un verso che indicava che il contenuto doveva essere troppo forte per quell’ora del mattino.

“Tra un quarto d’ora scendono i primi clienti in partenza.” Disse Max, finendo di sistemarsi. Poi gli venne in mente una cosa. “Ma ce li hai i soldi per il biglietto? Non puoi salire senza.”

Vin scosse la testa. Max frugò nelle tasche della giacca e tirò fuori qualche moneta.

“Prendi questi. Tanto li metto nel conto della cantante.”

Gli sorrise con aria complice. Poi si avvicinò, guardandogli l’occhio pesto.

“Va meglio l’occhio?” gli chiese, e con quella scusa lo sfiorò con le dita vicino al sopracciglio. Poi gli toccò i capelli, il ciuffo che Vin teneva un po’ sollevato con il gel.

“Come fai a farteli così?” gli chiese. “Io non ci riesco.”

“Con il gel.” Rispose lui. “Ma ti stanno bene.” aggiunse, stupendosi subito di avergli fatto un complimento.

“Ti stanno bene.” Aveva detto Max quasi contemporaneamente. Risero accorgendosi di aver detto la stessa cosa.

Vin si rese conto che lo stava fissando, attratto dagli occhi chiari di Max e dal suo sorriso gentile. Erano molto vicini ora, e si meravigliò di non aver ancora pensato alla distanza di sicurezza e alle solite cose.

“Mi piacciono molto.” Ribadì Max.

“I capelli?” chiese Vin. E si spostò leggermente indietro, come temendo che le sue mani potessero raggiungere altri punti del suo corpo.

“Sì anche.” ammise Max con un sorriso. “Ma ti avevo notato già da prima.”

“Mi hai notato? Per l’occhio viola?”

Max non poté fare a meno di ridere.

“No, non per quello…  Allora non ci credi se ti dico che sei carino?”

“Non lo so, mi dicono sempre che sono piccolo.”

“Piccolo? Non mi pare. E per che cosa? Voglio dire…non così piccolo da non poter baciare qualcuno per esempio…O no?”

Vin restò in silenzio. Stavolta non gli veniva in mente nessuna risposta, e intanto Max si era avvicinato di nuovo.

“Perché me lo chiedi?” riuscì a dire Vin. Ma nemmeno aveva finito la frase che il ragazzo l’aveva baciato premendo le labbra sulle sue. Poi si era allontanato, guardandolo come in attesa di un rimprovero da parte sua. Ma Vin non riusciva a dire niente, lo fissava e basta, stupito e lusingato allo stesso tempo.

“Perché lo volevo fare.” Disse allora Max. “E magari se te lo chiedevo mi dicevi di no.”

Imbambolato, Vin non pensava più a tutte quelle cose di prima, al quaderno e a Tom, ma sentiva la testa leggera, come in un sogno dove si sogna di correre o volare, e l’unica risposta che voleva dire era sì. Sì e sì. Qualunque cosa gli avesse chiesto.

“Mi dicevi di no?” ripeté Max, in attesa di qualche reazione. E finalmente Vin riuscì a parlare.

“Io? No, ti dicevo di sì. Su tutte le ruote.”

“Su tutte le ruote?”

“È un modo per dire assolutamente sì. È stupido, lo so. Non so perché l’ho detto…”

Abbassò lo sguardo pensando di aver sbagliato, ma l’altro sembrava divertito.

“Assolutamente sì? Beh allora…Su tutte le ruote anche per me.”

Gli sollevò il mento con la mano per poi baciarlo di nuovo. Stavolta anche Vin si mosse avvicinandosi a lui, e gli sfiorò il viso e i capelli. Le labbra si dischiusero finché le loro bocche si unirono con più trasporto. Solo il rumore dei passi e delle valigie dal piano di sopra li distrasse, impedendo che le loro mani continuassero a percorrere altri tragitti.

A malincuore si divisero, e in silenzio si sistemarono i capelli a vicenda, come se ognuno fosse la mano dell’altro.

Nel frattempo Tom, uscendo dal bagno, non aveva trovato Vin in camera. Con un asciugamano legato in vita, si era subito affacciato dalla porta finestra per controllare in balcone e per strada, ma non aveva visto nessuno. Si era vestito velocemente e senza nemmeno mettersi le scarpe era sceso alla reception per chiedere se lo avessero visto. Arrivato all’altezza del bar, aveva visto i due ragazzi sul divano di spalle, da lì non si erano accorti del suo arrivo. Si era fermato ad osservarli con stupore, mentre Max diceva qualcosa che non riusciva a sentire, poi sollevava il mento di Vin con la mano e lo baciava. A un certo punto si erano sentiti i rumori dalle stanze al piano di sopra e Tom si era mosso di qualche passo.

“Stanno arrivando…” disse Max, schiarendosi la voce.

Il ragazzo si alzò dal divano dando un’ultima sistemata alla giacca e alla targhetta col nome. Prese al volo il posacenere e il bicchiere per andare a nasconderli dietro la reception.

“Ma perché te ne vai da solo?” gli chiese “Il tuo amico ti ha mollato? Io non gli starei tanto dietro, sai.”

“Ma io non gli sto dietro.” protestò Vin.

“Dai, e chi non lo farebbe? Con quel fondoschiena…nice ass.”

A quel punto Tom si schiarì la gola per far notare la sua presenza. Andò a sedersi su uno sgabello del bar, così Max lo vide mentre si avvicinava al banco della reception.

“Oh oh.” Esclamò stupito. “Qualcuno ci stava spiando…”

“Non volevo interrompere il festino.” Lo provocò Tom. Lanciò un’occhiata in direzione di Vin, che si voltò dall’altra parte.

“Non c’è nessun festino.” Ribatté prontamente Max.

“Si può avere almeno un caffè qui? O sei troppo impegnato con i tuoi clienti?”

“Veramente il bar apre alle sette, cowboy. Ma per un cliente come te potrei fare un’eccezione.”

Max andò dietro il bancone del bar per preparargli il caffè.

Intanto Vin, afferrato lo zaino e infilato il giubbotto, si era diretto verso la porta, evitando di incrociare lo sguardo di Tom.

“Vin…aspetta.” Lo chiamò lui, senza spostarsi dal bar.

“Non posso…” tagliò corto Vin. “Devo andare.”

Scambiò un cenno di saluto con Max e corse per strada. Tom si fece scuro in volto, realmente dispiaciuto.

“Ma dove va?” chiese a Max.

“A prendere la corriera. Dai, vedrai che fate pace.”

“Pensa al caffè tu.”

Dal piano di sopra iniziarono ad arrivare diverse persone che dovevano partire, così Max si spostò alla reception parlando in inglese con i clienti.

***

Vin camminava veloce, riconoscendo la strada della sera prima. Da lontano vide la corriera già ferma al capolinea vicino al bar. Ora non sapeva più in quale ordine mettere i pensieri. Ma la cosa che gli premeva in quel momento era mantenere sulle labbra il sapore di quel bacio, almeno per un po’. Voleva fermare solo quell’attimo, quando niente sembrava importare se non accarezzarsi e guardarsi negli occhi. Se solo fosse stato sempre così semplice.

Strada facendo, fu irresistibilmente attratto da una cabina telefonica sul marciapiede, proprio vicino al muretto dove si erano fermarti la sera prima. Si ricordò di avere in tasca dei gettoni, Tom li aveva portati dal bar e dato che lui faceva collezione ne aveva preso un paio. Si avvicinò incerto alla cabina, finché non resistendo alla tentazione sollevò la cornetta e infilò il gettone, poi compose il numero di casa sua. Solo dopo che sentì il primo squillo, gli venne in mente che forse era troppo presto per chiamare, anche se ultimamente sua madre soffriva un po’ di insonnia e di solito alle cinque era già in piedi. Mentre il telefono squillava, si voltò a guardare il mare calmo e sentì una sorta di nostalgia.

Dopo alcuni squilli, quando stava per rinunciare e chiudere, finalmente la voce assonnata della madre rispose dall’altra parte. Lui restò in silenzio, trattenendo anche il respiro, così la donna ripeté più volte “Pronto, chi è?” e lui rimase ad ascoltare per intercettare qualche inflessione nella sua voce. Per capire se fosse disperata oppure no. Triste, o allegra. Allegra era una parola grossa per lei.

“Pronto, sei Vin?” chiese a un certo punto la donna. Allora gli sembrò di percepire un pizzico di disperazione. “Chi sei? Per favore, se sei un amico di Vin parla. Digli che lo stiamo cercando. Di tornare, che non gli faremo niente. Mi senti??”

Vin riappese la cornetta. Sentiva il cuore pesante ma nessun’altra reazione, non gli veniva da piangere come aveva immaginato. Il motore della corriera si accese con gran rumore e gli ultimi passeggeri salirono salutando gli amici o spegnendo le sigarette. Corse fuori dalla cabina e salì sul mezzo; fatto il biglietto, andò subito a sedersi in fondo. Prese il walkman dallo zaino, attaccò le cuffie con la sua cassetta preferita.

Guardò la cabina telefonica mentre la corriera si allontanava dallo stradone. Perché non si poteva entrare in una cabina e cambiare tutto? – pensava – Uscirne trasformati in Superman, per esempio, o qualcosa di simile? Come per magia, cambiare tutto: avere una vita normale, andare a scuola, ridere per le stupidaggini, non essere innamorati senza speranza.

Gli tornò in mente quella volta che aveva passato tutta la notte in una cabina. Era entrato per ripararsi dalla pioggia, ma poi non si era sentito bene e si era seduto lì dentro, dove nessuno lo poteva vedere da fuori. Ma anche se l’avessero visto, avrebbero pensato a qualche drogato in crisi di astinenza e l’avrebbero lasciato lì. Tremava tutto dalla testa ai piedi. Verso l’alba l’avevano trovato, sua madre e quell’uomo, il dottor Spina. E da lì, tutte le visite e gli esami con quei macchinari strani. E poi a un certo punto gliel’avevano detto: “abbiamo trovato una struttura dove starai benissimo, con altri ragazzi della tua età. Si tratta soltanto di un mese.” Ma senza specificare che si trattava di un mese di prova, per poi restare lì chissà quanto.

Se ci fosse stato suo padre non l’avrebbe permesso, ne era convinto.  Se suo padre non se ne fosse andato di casa, molte cose non sarebbero andate in quel modo. Il dottor Spina per esempio, non sarebbe andato a vivere con loro. Lui lo sapeva che il padre gli voleva bene, se era andato via così a un tratto, doveva averlo costretto la madre. Non poteva esserci altra spiegazione.

Certo, dopo l’incidente al mare era cambiato. Si sentiva così in colpa, e sua madre lo faceva sentire in colpa ancora di più. Non si fidava di lasciarlo andare solo con lui da nessuna parte, né al mare né in altri posti secondo lei pericolosi. Allora il padre era diventato molto silenzioso, e si chiudeva sempre più spesso nel garage a fare i modellini di navi. Gliel’aveva insegnato lui a farli. Ma poi aveva smesso, usciva sempre per andare al bar e giocare a quel gioco su tutte le ruote. Ci giocava da sempre, ma aveva iniziato ad andarci tutti i giorni, e quindi la madre si lamentava perché buttava troppi soldi. Eppure lui se lo ricordava quando era diverso, quando da piccolo gli chiedeva se poteva fare il bagno e lui rispondeva “Sì, su tutte le ruote!”

E fu a quel punto che gli venne da piangere.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Immagine: Narciso e Boccadoro (as Vin e Max)

Informazioni su beatrix72

Mi chiamo Francesca Erriu Enrew Sono Master Reiki e Trainer in percorsi olistici In questo blog uso il nome di Beatrix, uno dei miei contatti di esseri senza tempo (di cui parlerò in un articolo). Nata a Cagliari, dopo gli studi si trasferisce a Roma per iniziare il suo percorso di “ricerca interiore”. Qui approda a varie esperienze, frequentando gruppi di pratica Sciamanica e di Neo-paganesimo. Fino all’incontro con il Reiki, che apre le porte al suo futuro come insegnante e formatrice in percorsi olistici. Frequentando i corsi presso l’Università Popolare Olistica Natural-Mente di Roma (diretta dalla Trainer e Master Reiki Lucia Panniglia), acquisisce il titolo di Master Reiki e inizia ad insegnare la disciplina. Tiene inoltre gruppi di meditazione e di serate esperienziali volte alla conoscenza del sé per un percorso di consapevolezza e di guarigione. Nel contempo, inizia il suo percorso con un nuovo tipo di guarigione, il Quantum Healing – o Guarigione Quantica – basato sulle scoperte di studiosi russi (come Grabovoi e Petrov). Dopo il corso suddiviso in tre livelli, arricchita dalle varie esperienze acquisite, diventa Trainer in Quantum Healing. L’interesse dalla Sardegna rispetto questa nuova guarigione è forte, tanto da convincerla – insieme ad altri fattori – a tornare nella sua terra per proseguire il suo percorso di ricerca e insegnamento. Il suo percorso comprende: Master Reiki metodo Usui Trainer in Quantum Healing Percorsi di neo-paganesimo e sciamanesimo Lettura dei Registri Akashici Se vuoi scrivermi fuori dal blog la mia mail è zetazeta72@gmail.com
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