Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**24*

Come il giorno e la notte – parte 24 –

“Ogni uomo uccide ciò che ama”

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

Quella sera si ritrovarono tutti al Mad per sentire un nuovo gruppo che suonava e prendere dei panini. Il locale era pieno e quando Tom arrivò, gli altri erano già seduti a uno dei tavoli di legno insieme a due ragazzini del gruppo con cui erano andati in giro il primo giorno delle giostre. Prese posto mentre Vin e Taco raccontavano di come avevano vinto agli autoscontri e gli altri due li accusavano di essere stati solo fortunati.

“Sempre alle giostre voi due?” intervenne Tom, interrompendo la discussione in corso.

“No, siamo andati solo agli autoscontri.” si difese Taco. “Non siamo nemmeno andati nel Tunnel della morte perché non ci bastavano i soldi. Vero, Vin?”

“Ah, sì? E ieri dove eravate? Quando è arrivato Cesare con altri due.”

Così dicendo Tom mostrò la mano bendata e li guardò come in cerca di una spiegazione. Vin e Taco si scambiarono un’occhiata, sapendo di non aver adempiuto al loro compito ma volendo evitare di accusarsi a vicenda.

“Veramente io li ho visti…” rispose infine Vin “Sono passati vicino alle giostre. Ma non ti ho trovato per avvisarti.”

Poi distolse lo sguardo. Non sapeva bene come comportarsi con lui, dato che dalla sera della partita a poker non si rivolgevano la parola. Taco invece non aveva detto altro, e si era avvicinato a Fausto e gli altri per scegliere i panini dal menu.

“La prossima volta state più attenti.” Li ammonì Tom.

Andò a sedersi più vicino a Vin, in modo che gli altri non sentissero la conversazione.  Assunse un tono serio per essere certo di ottenere la sua massima attenzione.

“Vin, ascolta…domani devi andare da André…Ha detto che gli serve quel libro che ti ha prestato.”

“Il libro?” si stupì Vin, mentre anche lui aveva preso un menu e scorreva l’elenco.

“Sì, il libro.” confermò Tom, e prese uno stuzzicadenti dal tavolo anche se non ne aveva bisogno. Ci giocherellò, tenendolo poi fra i denti con fare pensieroso.

Vin iniziò a provare una sensazione che non gli piaceva, un misto di ansia e preoccupazione per quella inaspettata richiesta. Non sollevò lo sguardo dall’elenco del menu, anche se in realtà aveva letto tutto il tempo una solo riga e un solo tipo di panino.

“Okay. Ma da solo?”

“Sì. Ti accompagnerei ma devo andare in stazione, lo sai.”

“Però avevi detto…”

“Lo so, ti avevo detto di non restare solo con lui.” lo interruppe Tom, e con lo stecchino si punzecchiava la mano. “Avevo esagerato, Vin. Puoi stare tranquillo. Vorrà soltanto parlare del libro con te.”

“Non l’ho finito comunque.”

“Beh, tu vacci e basta. D’accordo?”

Vin allora si voltò verso di lui. Aveva bisogno di vederlo in faccia. La sua capacità di percepire qualcosa di distorto nella voce, forse persino di falso, gli dava l’idea di una trappola. E più che paura, provava amarezza e delusione per questo. Come si aspettava, Tom evitò il suo sguardo prendendogli il menu.

“Verso le sei. Poi dopo ci troviamo qui.” E aggiunse, dato che non aveva ricevuto conferma: “Allora ci vai?”

Gli pose una mano sul braccio, un gesto inaspettato che gli dava segno dell’importanza della richiesta. A quel punto Vin gli prese lo stecchino, e usandolo come una matita immaginaria tracciò sulla mano bendata di Tom una esse e una i per rispondere alla sua domanda. Poi scostò il braccio e si voltò verso Marta che era arrivata a prendere le loro ordinazioni. Mai gli avrebbe detto che aveva paura.

***

Trovò la porta della villa socchiusa. Il giardino era deserto, ed entrando dal cancello non aveva visto il signore che lavorava per André né nessun altro. L’aria fresca della sera rendeva il profumo dei fiori ancora più forte, e sentiva le foglie degli alberi frusciare al suo passaggio.

Dal silenzio assoluto, pensò che a quell’ora probabilmente avrebbe trovato soltanto André nella villa. Fino all’ultimo secondo non smise però di sperare che venisse la signora Rosa alla porta, così le avrebbe consegnato il libro e sarebbe corso via.

Quell’uomo gli metteva soggezione, non gli andava affatto di stare faccia a faccia con lui. E certamente era strano che ora di punto in bianco gli servisse il libro, altrimenti non glielo avrebbe nemmeno prestato. Così ragionava nella sua mente confusa, intanto che apriva con cautela la porta socchiusa. Non suonò nemmeno il campanello, sperando che André non si accorgesse di lui e che avrebbe avuto il tempo di poggiare il libro e andare via.

Entrò nel corridoio e si guardò intorno, riconoscendo i vari oggetti che aveva già notato la prima volta, come le tende preziose e i quadri alle pareti; alcune candele erano accese e nell’aria c’era profumo di incensi.

Dalla stanza in fondo, si sentiva la voce di André parlare al telefono. Rideva e diceva qualcosa di lusinghiero che però Vin riusciva a percepire solo in parte, anche se si capiva che si rivolgeva a una donna. L’uomo comparve sulla porta della sala da pranzo, quella dove avevano mangiato insieme a Tom. Teneva il telefono in mano, allungando al massimo il filo intrecciato, e continuava la sua conversazione. Appena lo vide, si appoggiò allo stipite della porta, e  parve quasi stupito di vederlo. Mentre stava in ascolto al telefono, gli fece cenno di chiudere la porta e di avvicinarsi. Vin obbedì, e accelerò il passo lungo il corridoio.

“Ti devo lasciare, mia cara.” disse André al telefono, andando a sedersi sul divano e poggiando nuovamente l’apparecchio al suo posto. Seguirono vari convenevoli e saluti, finché ripose la cornetta nera con un click.

“Sei tu, Vin.” disse quindi guardando il ragazzo, che si era fermato sulla porta con il libro in mano. “Ti ha mandato Tom?”

“Sì. Per il libro.”

Vin mostrò il libro, augurandosi in qualche modo che l’incontro finisse lì. Che l’uomo gli avrebbe soltanto detto grazie, poggialo lì, e  lui se ne sarebbe andato. Ma André non diceva niente, e si portava indietro i capelli con la mano, come faceva spesso. Un gesto abitudinario e a tratti nervoso. Dal giradischi proveniva una canzone tedesca, probabilmente la stessa della volta precedente, ma ad un volume appena percettibile.

“Già, il libro.” disse infine. “Entra, prendiamo un tè. Ne abbiamo uno nuovo direttamente dall’emporio indiano.”

L’uomo si era avvicinato al tavolo dove si trovava già una teiera con delle tazze e mentre armeggiava continuava a parlare del gusto del tè indiano, ma Vin non riusciva a concentrarsi sulle sue parole. Osservandolo, gli sembrò anche più alto della prima volta, i capelli persino un po’ più lunghi e la vestaglia aperta sugli abiti forse era la stessa o forse simile. Si muoveva sempre con eleganza, le mani erano belle con dita lunghe da pianista. Fece quella associazione perché gli era capitato di osservare a lungo le mani di un pianista a un concerto.

Vin si avvicinò molto lentamente al tavolo, quando a un tratto una raffica di vento dalla finestra aperta fece sbattere la porta della stanza con violenza, facendolo sobbalzare.

“Accidenti.” esclamò André senza scomporsi. “Meglio chiudere bene o qui volerà tutto.”

Si affrettò a chiudere la finestra e poi andò alla porta, dando rapidamente due giri di chiave, cosa che fece allarmare Vin il tanto che bastava per pensare di andarsene via all’istante. Ma l’altro stava già tornando verso di lui, con l’elegante vestaglia da camera che svolazzava mentre camminava. Si sedettero e Vin mise lo zucchero nel suo tè, cercando di non tradire il suo disagio.

André prese il libro poggiato sul tavolo e aprì la pagina dove Vin aveva lasciato il segnalibro. Sorrise soddisfatto quando vide i versi scritti sulla pagina e lesse:

Eppure ogni uomo uccide ciò chegli ama, e tutti lo sappiamo: gli uni uccidono con uno sguardo di odio, gli altri con delle parole carezzevoli, il vigliacco con un bacio, leroe con una spada! Che ne pensi di questi versi, Vin?”

“Sono abbastanza d’accordo.” rispose lui, rinunciando a sorseggiare il tè ancora caldo. L’uomo lo guardò incuriosito.

“Perché abbastanza?”

“Beh perché…è vero che ognuno uccide ciò che ama. Ma secondo me spesso è il contrario.”

“E cioè?”

Dopo qualche sorso di tè, l’uomo era andato a prendere il suo portasigari e ne aveva scelto uno molto sottile, senza però accenderlo prima che Vin finisse di rispondergli.

“Nel senso che spesso è la persona che si ama che…che uccide l’altro.”

Vin si pentì subito di aver parlato, pensando che André avrebbe trovato stupide le sue parole. Così si mise a bere sperando che lui non ci facesse tanto caso. Con sua sorpresa invece l’uomo gli prestò attenzione.

“È interessante.” disse. “Se è come dici tu…ci si uccide a vicenda.” E abbozzò una risata, non divertita, ma sarcastica. Vin fece altrettanto, per dargli in qualche modo ragione. Si distrasse a fissare la tovaglia blu con i bordi dorati, che lo faceva pensare al cielo stellato.

“Sei innamorato, Vin?” gli chiese a bruciapelo, dopo aver acceso il sigaro. Il ragazzo sentiva il suo sguardo addosso, e sapeva che mentire a lui sarebbe stato impossibile quanto mentire alla donna con la sfera di cristallo. Inspirò l’odore del fumo del sigaro vicino a lui e trattenne il respiro per tre secondi.

“Non dirò niente a Tom.” continuò André non avendo ricevuto risposte. Fece due tiri prima di continuare, e Vin sentiva che non smetteva di guardarlo, o meglio di scrutarlo. “Fa un po’ paura quando si arrabbia, vero?”

“Un po’ sì.” disse Vin, e si accorse che le mani gli stavano leggermente tremando, da quando era stato nominato Tom. Si chiedeva perché gli altri riuscissero a entrare così bene nei suoi segreti. Forse avevano visto anche loro il suo diario?

“Ma è così bello che non ne puoi avere paura. Non è così?”

Vin abbozzò un sorriso imbarazzato, non riuscendo a dire niente. A un tratto sentì le dita dell’uomo sul suo viso. Gli teneva il mento e osservava il suo occhio ormai sgonfio ma ancora violaceo intorno alla palpebra. Gli chiese se fosse caduto, e lui annuì.

“Anche tu sei bello, Vin. Hai bellissimi occhi. Beh, uno un po’ rovinato ma si riprenderà.” Le sue dita erano quindi arrivate sull’orecchio, e lo accarezzavano spostandogli i capelli. “In giro senti dire che la bellezza non è tutto. Tu che ne pensi? Sai perché Salomé vuole baciare Iokanaan? Vuole soltanto questo, più di ogni cosa. Tanto che gli fa tagliare la testa. Sai perché?”

“No.” mormorò Vin.

“Perché lui è bello, bello come il sole. Ecco perché.”

Ora le dita gli sfioravano la nuca, in un dolce movimento. Vin si sforzò di pensare al teorema di Pitagora, come faceva nelle situazioni di emergenza, e quando si rese conto di non ricordarselo, scattò in piedi con un brusco movimento, rischiando di rovesciare la sua tazza di tè. La mano di André scese rapida a stringergli il braccio. Si accorse che il ragazzo tremava.

“Calmo. Non aver paura.” E la sua mano si muoveva su e giù lungo il suo braccio. “Non farò niente che tu non vuoi, caro Vin.”

Vin si calmò facendo un respiro profondo.

“Devo andare…” disse, sperando che lo lasciasse stare. “Ho appuntamento in stazione.”

Ma fu come se non avesse parlato. André gli strinse forte il braccio per rendere chiaro che non poteva muoversi senza il suo consenso. Nonostante la stretta, la sua voce era stranamente dolce e aveva parole gentili per lui.

“Anche se non ti conosco mi sei caro e sai perché? Perché tu non sei come gli altri ragazzini. I tuoi coetanei stanno tutto il tempo a giocare o anche peggio, a guardare la televisione. Tu pensi ad altro. Tu pensi all’amore. Quelli come noi pensano all’amore, Vin. Perché sanno che prima o poi resteranno soli. Gli altri si sposano, magari hanno figli…Noi non abbiamo vincoli. Lo so come ti senti. Ti senti come un frutto maturo che cade dall’albero e nessuno osa raccogliere.”

Vin era ormai come immobilizzato. Stava in piedi di fronte a lui ad ascoltare i suoi discorsi, ipnotizzato dalla sua voce nelle sue sfumature da attore. E nella scena teatrale di cui André era il regista, ora gli accarezzava il collo e il petto senza che lui reagisse. In una mano teneva ancora il sigaro e tutto era impregnato del suo odore.

Nella sua immaginazione André l’aveva già spinto sul divano e lui aveva afferrato il primo oggetto che aveva trovato – il telefono – sferrandogli un colpo in testa. Lasciandolo a terra dolorante, era scappato fuori dalla finestra e in giardino aveva trovato Tom, vestito da cowboy alla guida di una bellissima moto carenata. Vin saliva con un solo salto e a gran velocità scappavano per le campagne circostanti, mentre sulle loro teste si sentivano volare elicotteri della polizia al loro inseguimento.

“È per questo che siamo soli.” la voce di André continuava il suo monologo, che sembrava improvvisato ma di cui aveva già in mente il finale. “La gente non vuole sentire le tue stronzate. Si spappolano il cervello con ore di televisione, e tu sei l’ultimo degli idioti. La gente non ha più tempo. Uno al giorno d’oggi deve controllare l’agenda anche per fare sesso, per dire. Tu cosa sai del sesso, Vin? Sei mai stato con qualcuno?”

Ora tremava di nuovo. L’uomo gli aveva sollevato la maglietta, e le sue mani sfioravano i suoi jeans all’altezza dei bottoni.

“Il sesso può essere una guerra, Vin. Oppure, darsi pace a vicenda.”

“E se uno dei due non vuole?” fece Vin, non sapendo da dove gli fosse uscita la voce. E André si fermò. Lo guardò come se a un tratto si fosse risvegliato da un sogno. Rendendosi conto che al suo monologo interrotto non sarebbe più servito un suggeritore.

“Allora non avrà pace. Nessuno dei due.” mormorò. E lo guardò negli occhi, sconfitto. Vin sostenne il suo sguardo, e si allontanò di un passo. André lasciò scivolare le mani, come liberandolo.

“Vai via.” gli disse. Vin fece un altro passo indietro, incerto sul da farsi e ricordandosi che la porta era chiusa a chiave.

“Aspetta. Tieni il libro se non l’hai finito.”

André riprese il libro tra le mani e girò il segnalibro di cartoncino, scrivendoci qualcosa con una penna che era sul tavolo.

“Fallo leggere a Tom. E adesso vattene.” Ordinò l’uomo. Afferrato il libro, Vin andò verso la porta, mentre André prendeva la chiave dalla tasca lanciandola sul pavimento fino a lui.

Il ragazzo la raccolse, aprì e corse per il corridoio, uscendo dalla casa e dal giardino.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratti gentilmente realizzati da Agnese Perra.

Informazioni su beatrix72

Mi chiamo Francesca Erriu Enrew Sono Master Reiki e Trainer in percorsi olistici In questo blog uso il nome di Beatrix, uno dei miei contatti di esseri senza tempo (di cui parlerò in un articolo). Nata a Cagliari, dopo gli studi si trasferisce a Roma per iniziare il suo percorso di “ricerca interiore”. Qui approda a varie esperienze, frequentando gruppi di pratica Sciamanica e di Neo-paganesimo. Fino all’incontro con il Reiki, che apre le porte al suo futuro come insegnante e formatrice in percorsi olistici. Frequentando i corsi presso l’Università Popolare Olistica Natural-Mente di Roma (diretta dalla Trainer e Master Reiki Lucia Panniglia), acquisisce il titolo di Master Reiki e inizia ad insegnare la disciplina. Tiene inoltre gruppi di meditazione e di serate esperienziali volte alla conoscenza del sé per un percorso di consapevolezza e di guarigione. Nel contempo, inizia il suo percorso con un nuovo tipo di guarigione, il Quantum Healing – o Guarigione Quantica – basato sulle scoperte di studiosi russi (come Grabovoi e Petrov). Dopo il corso suddiviso in tre livelli, arricchita dalle varie esperienze acquisite, diventa Trainer in Quantum Healing. L’interesse dalla Sardegna rispetto questa nuova guarigione è forte, tanto da convincerla – insieme ad altri fattori – a tornare nella sua terra per proseguire il suo percorso di ricerca e insegnamento. Il suo percorso comprende: Master Reiki metodo Usui Trainer in Quantum Healing Percorsi di neo-paganesimo e sciamanesimo Lettura dei Registri Akashici Se vuoi scrivermi fuori dal blog la mia mail è zetazeta72@gmail.com
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