Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**27*

Come il giorno e la notte – parte 27 –

Il danno.

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

children in art

 

Il fuoco si era spento in poco tempo, lasciando per terra un mucchietto di cenere nera e brandelli di jeans. Quando Tom era rientrato, Vin era fermo vicino al frigorifero; si era appena riempito un bicchier d’acqua e stava pensando a cosa dire. O se semplicemente fosse meglio non dirgli niente, lasciarlo solo con la sua rabbia e la sua tristezza. Tom non l’aveva guardato, il suo sguardo era assente, sembrava non notare niente intorno a lui. Andò al tavolo a prendere un pacchetto di sigarette lasciato lì probabilmente da Fausto – Vin notò che il colore era diverso da quelle di Tom. Prese l’unica sigaretta rimasta e per accenderla dovette per forza andare verso i fornelli, per prendere i fiammiferi. Così si era avvicinato a Vin, ma continuava a non guardarlo. Dopo soli due tiri iniziò a tossire – le sigarette di Fausto dovevano essere più forti, o semplicemente, non era quello il momento di fumare. Vin gli porse il bicchier d’acqua da cui aveva bevuto solo un sorso, e Tom lo prese. Mentre beveva si guardarono per un attimo. In quell’attimo Vin decise di dirgli almeno la cosa più importante.

“Io non volevo andarmene.” Mormorò. Sapeva che questo avrebbe cambiato poco, ma voleva che lo sapesse.

Tom fece un altro tiro e poi spense la sigaretta buttandola nel bicchiere, lasciandola annegare nel fondo. Si strinse nell’asciugamano e andò a gettarsi stancamente sul divano, poggiando la testa sul bracciolo e chiudendo gli occhi. Vin pensò che volesse dormire e stava per scendere al piano di sotto, quando a un certo punto lo sentì singhiozzare. Piangeva sommessamente, in un modo che mai avrebbe pensato di sentire piangere uno come Tom. Si avvicinò, mettendosi timidamente in un angolino, per non disturbarlo. Invece inaspettatamente, Tom si spostò un poco per appoggiare la testa sulle sue gambe, accettando in quel modo la sua compagnia, mostrandosi nel suo dolore. Si coprì il volto con le mani continuando a piangere.

“Non ti lascio più solo con André, te lo prometto.” Gli disse Vin, trattenendosi dal piangere con lui. “Non ti lascio più solo.”

***

Quel pianto disperato riportava Tom a memorie lontane, a una parte di sé che aveva voluto dimenticare, o meglio seppellire col tempo. Come se non fosse mai esistita. O avesse riguardato qualcun altro, qualcuno di cui aveva sentito la storia. Invece quella storia era proprio la sua. E aveva sempre luogo nella sua cameretta, la sera, quando lui si era già rannicchiato sotto le coperte e i suoi occhi si stavano chiudendo per entrare nel mondo dove ogni bambino desidera andare nei sogni.

Finché non arrivava suo padre. Prima sentiva i rumori in bagno, l’acqua che scorreva mentre si lavava i denti. Poi i suoi passi verso la porta della sua stanza, per controllare se dormiva, e la sua voce che chiedeva: Dormi, Tom? Quella domanda era solo il preludio, la scusa per entrare e andare a sedersi sul suo letto, senza che lui gliene avesse dato il permesso. La prima volta probabilmente – per quel poco che riusciva a ricordare – doveva avere poco più di tre anni, e tutto si era limitato alle carezze. Poi, quando la madre aveva ricominciato i turni di notte in ospedale, quelle visite diventarono più lunghe. Non ricordava molti dettagli, ma era certo di essersi sentito in colpa già da allora. La sua mente di bambino aveva iniziato a elaborare teorie in base alle quali doveva essere proprio lui ad attirare suo padre in camera, con il suo eccessivo amore, con i suoi sguardi quasi veneranti, con i suoi sorrisi. Lo fa per me, pensava, gli voglio talmente bene che lui vuole dimostrarmi di volermene altrettanto. E la mamma non lo doveva sapere. Nessun altro, lo doveva sapere.

E quando uscivano insieme, a chiunque incontrassero doveva dire che quello era suo figlio: “Non è bello come il sole?” e tutti confermavano “Sì, è bellissimo.”, “Ha gli occhi della madre.” Ma lui non voleva essere bello come il sole. Non voleva che tutti si fermassero ad ammirarlo. Voleva essere un bambino normale, e dormire in pace nella sua cameretta.

Fino a quel maledetto giorno a scuola. Aveva iniziato da poco la prima elementare, doveva disegnare la famiglia al completo per il cartoncino di Natale. Di solito disegnava tutti in maniera normale e molto stilizzata: lui, la mamma, il padre, e il cagnolino. Quella volta non sapeva cosa gli fosse preso, un momento di confusione forse, un impeto di rabbia, per cui aveva dovuto rifare il cartoncino più volte. Non riusciva a disegnare bene suo padre. Finché alla fine, come impazzito, gli aveva fatto una faccia mostruosa. Non sapeva nemmeno dove avesse mai visto una faccia così mostruosa, da dove l’avesse inventata. E quella faccia mostruosa era rivolta proprio verso il bambino, nel suo disegno. In silenzio aveva consegnato il lavoro, senza nemmeno pensare a quello che aveva fatto. Dentro di sé era agitato, ma in un certo senso avvertiva un senso di pace che non aveva mai sentito prima. Come se consegnare quel disegno alla maestra potesse voler dire la fine di tutto quell’incubo.

Il giorno dopo l’avevano accompagnato a scuola tutti e due, la madre e il padre, cosa che non succedeva mai. I genitori erano entrati nell’ufficio del direttore, mentre lui era stato portato da una psicologa che gli aveva fatto un sacco di domande. Non ricordava altro, aveva cancellato tutto di quel terribile giorno. Da quella notte il padre non era tornato a casa. Allora era troppo piccolo, ma in seguito seppe che era stato allontanato temporaneamente, e che stavano preparando un processo. Rimase solo con la madre per diverso tempo, e vedendola così desolata si sentiva terribilmente in colpa, desiderava soltanto di non aver mai fatto quel disegno e non aver risposto alle domande della psicologa.

Sentiva la madre parlare al telefono, dire che la carriera del padre era stroncata, che non si sarebbe mai più ripreso. E lei non si sarebbe mai data pace per ciò che era successo per anni, senza che lei se ne rendesse conto. Spesso diceva di voler tornare in Argentina, la sua terra. Piangeva e si confidava per ore al telefono con un suo collega medico. Iniziò a prendere molte medicine e a ridurre i turni di lavoro per stare con Tom, anche se nel frattempo aveva assunto una baby sitter. L’unica nota in qualche modo positiva, era che avendo più tempo a disposizione, aveva ripreso a suonare il violino, la sua vera passione, in parte abbandonata quando era arrivata in Italia. E così capitava sempre più spesso che Tom, tornando da scuola con la baby sitter, la trovasse a suonare di fronte alla finestra del salotto, e in tal caso sapeva di non doverla disturbare. Si limitava a osservare il suo braccio che si muoveva a volte con grazia, a volte con forza, oppure a cambiare il foglio dello spartito sul leggio. In quel modo aveva iniziato a imparare a leggere la musica.

Una mattina, aspettando la ragazza che doveva portarlo a scuola, Tom si era accorto che la madre non era nemmeno uscita dalla stanza da letto. Lui ormai lui faceva tutto da solo, aveva fatto colazione ed era pronto per uscire; di solito lei si alzava almeno per salutarlo. Decise di andare a bussare alla porta, ma la madre non rispondeva. Aprì la porta lentamente, chiamandola e facendo un passo avanti; restò immobile con la mano sulla maniglia, vedendo la madre per terra. Riversa accanto al letto, con la faccia seminascosta dai capelli, intorno a lei e sul letto flaconi vuoti e pillole sparse. Il cuore del bambino si era quasi fermato. Come se gli avessero tirato una pietra, che si sarebbe soltanto indurita col tempo.

La finestra era aperta, e accanto alla porta erano volati dei fogli di spartito. Il bambino si era chinato a prenderne uno, leggendo parte del titolo, Trio in E flat di Schubert. Prima che potesse muoversi verso la madre, la baby sitter aveva suonato il campanello e non ricevendo risposte era entrata di corsa in casa con la sua copia di chiavi. L’aveva afferrato, spostandolo dalla porta. Lui l’aveva sentita armeggiare nella stanza e poi chiamare i soccorsi con voce agitata. Non avrebbe più rivisto sua madre.

Quasi ogni notte rivedeva quella scena, e quasi ogni notte ripeteva dentro di sé quella richiesta di perdono – perdonami, perdonami – rivolta a lei, alla sua anima, a ciò che poteva essere rimasto di lei.

Tra i singhiozzi, con il volto coperto dalle mani, udì la voce di Vin consolarlo.

“Lei ti ha perdonato, Tom. Perché dopo che si muore si perdona tutto. Altrimenti non si potrebbe andare via. Credimi. È così che funziona.”

Non ricordava altro. Probabilmente si era addormentato subito dopo, mentre Vin gli posava una mano sulla testa, facendolo calmare.

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Opera (dal web) di Odysseas Oikonomou, 1967

 

Informazioni su beatrix72

Come tutte le anime in viaggio, a un certo punto ho sentito di dover mettere insieme tutto ciò che scrivevo o percepivo da tempo. Così è nato questo blog, dove in particolare trascrivo i messaggi dei miei contatti con le Stelle (Beatrix di Sirio). Questi sono raccolti nella categoria “Esseri senza tempo“. Nelle altre categorie troverete: i miei scritti narrativi – come racconti, poesie e canzoni (“Stories“) articoli sull’arte, musica e consigli su libri o film (“Cinema e libri“) progetti in corso come ad esempio il romanzo “Come il giorno e la notte” (in “Romanzo“) articoli sulle pratiche olistiche del mio lavoro, come il Reiki e i Registri Akashici (“Guarigione/Healing“) Mi chiamo Francesca Erriu Enrew Sono Master Reiki e Trainer in percorsi olistici In questo blog uso il nome di Beatrix, uno dei miei contatti di Esseri senza tempo (di cui parlerò in un articolo). Se vuoi scrivermi fuori dal blog la mia mail è zetazeta72@gmail.com Ti invito a visitare anche la mia pagina Facebook https://www.facebook.com/ALTernativa-Reiki-Quantum-1380445245610719/
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