
Si tratta di quattro racconti noir che virano verso il distopico e tratti horror. Sono tutti accomunati da una sottesa ansia da catastrofe, dall’incertezza del futuro, da personaggi come intrappolati nel loro destino. Le storie sono tutte ambientate negli Usa, l’autore dimostra conoscenza di ciò che scrive, non sempre risulta semplice seguire gli eventi ma la scrittura ti trasporta in quei luoghi dark e c’è poesia anche nel macabro:
“La spalla è stata la seconda cosa che è spuntata fuori sotto lo scatto di un lampo. Il viso riposava tra le zolle e una ciocca di capelli le rammendava le labbra. Un bavaglio di fango. A me però sembrava sterco. La ragazza era terra, fanghiglia e fogliame, la fronte pezzata dai sospiri fradici del terreno. Pioggia.”
Brano tratta dal primo racconto Il buio di notte in cui un uomo riceve l’incarico di disseppellire e spostare il cadavere di una ragazza assassinata. L’agitazione sale nel buio grazie a dialoghi concitati tra i due protagonisti.
Nel secondo racconto, Sangue dal bosco, il giovane Danny si rivolge al padre per analizzare i cambiamenti avvenuti nel mondo a seguito di una brutta epidemia. Nel frattempo, si odono delle urla provenire dal bosco.
In La stella a propulsione Una cittadina americana si spopola per sfuggire a una catastrofe in arrivo. Il giovane Wayne Gunner e la sua famiglia restano, convinti che sia tutto frutto di una psicosi collettiva.
La natura diventa una minaccia, gli animali impazziscono, uccelli migratori piombano dal cielo e si schiantano contro i vetri. Gli esseri umani cercano rifugio e in quella situazione – come accade nei disaster movies – la violenza più profonda viene fuori e la paura degli altri prende il sopravvento:
“Ora il varco è stato violato. Sono tra noi. Vestono come noi. Sorridono, come noi.” La donna si fece il segno della croce. “Parlo dei divoratori di anime, Wayne. Demoni scesi in terra con lo scopo di demolire il regno di Dio. Strappano lingue dalla bocca dei nascituri per impedire il futuro della parola. Sono qui per sopraffarci e renderci schiavi della depravazione.”
Le scene tra i ragazzini ricordano i racconti di Stephen King, verso il finale tra padre e figlio gli scenari richiamano “La strada” di McCarthy.
L’ultimo racconto Il ponte dell’arcobaleno (tratto dal romanzo “Il gusto amaro della neve”), chiude con malinconia ma con un messaggio di pace e serenità.
Un uomo accompagna il nipote a dare l’ultimo saluto a un amico scomparso. Cessato il temporale, cavalcheranno verso l’arcobaleno.
Dice il nonno, a proposito delle tribù Creek:
“La storia della nostra contea celebra il destino funesto del popolo delle terre umide e paludose. Perché la fine di un popolo può segnare il parto illegittimo di una civiltà intera. La nostra venuta al mondo è un colpo di tosse del destino. Morire, fa parte del destino. Procedere a un genocidio significa caricare a pallettoni un pessimo destino. Ma Dio ci lascia in sorte di manovrarlo, il destino.”
Un libro che non lascia indifferenti, da leggere soprattutto se amate il genere ma comunque per riflettere sul destino dell’uomo. Complimenti all’autore per la scrittura che trasporta in un mondo apocalittico in maniera molto efficace – cosa non comune per un autore emergente.
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Recensione di: Francesca Erriu Di Tucci
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*Come l’alba e il tramonto*