Flowers **

river flowers

 

Flowers

Del profumo dei fiori 
Non ne voglio sapere
Se li hai portati
Per un funerale

Ti posso soltanto il cuore lasciare
Ma non lacerare 
L’anima, gli occhi
Se solo li tocchi
La scossa è più forte
Ma non è ancora la morte. 

Posa quei fiori
Se proprio vuoi dire
Parole che no, 
Non pensavi di avere. 

(F.E.)

 

(Ph. River Phoenix in My own private Idaho)

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress*30

Come il giorno e la notte – parte 30 –

Silvia

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

2018-03-13 20.00.18

 

Guardava dal finestrino quasi che nel paesaggio circostante potesse trovare delle risposte. No, nemmeno lui sapeva cosa stesse facendo. Quella era l’unica certezza che aveva. Sempre in qualche modo deragliato dalla vita, trasportato a compiere gesti e azioni di cui poi si ritrovava a chiedersi un senso. Prima, questo non accadeva che di rado, invece negli ultimi mesi era quasi un pensiero fisso. La tormentata ricerca di una via di fuga che per ora non c’era.

Aveva ascoltato con attenzione le indicazioni di Marzi che guidava, mentre lui era seduto nel sedile posteriore. Gli aveva spiegato che durante la serata sarebbe dovuto andare da tre famiglie, André non aveva voluto dargli troppo lavoro all’inizio. Ad ognuna avrebbe portato la merce che era stata accuratamente preparata prima e custodita da Marzi stesso. La cosa a cui teneva di più, e che gli aveva ripetuto più volte, era l’importanza del cercapersone. Per qualunque cosa, qualsiasi emergenza o imprevisto fosse capitato, da un telefono fisso in casa poteva fare uno squillo sull’apparecchietto che Marzi teneva con sé in auto. E lui si sarebbe avvicinato subito.

Poi l’uomo l’aveva guardato dallo specchietto retrovisore, e se n’era uscito con un commento che non si aspettava proprio.

“Ti stanno bene. Hai la stessa taglia di Marco.” Si riferiva ai vestiti nuovi che indossava. Non era solito fare esternazioni di quel genere, almeno non con i ragazzi.

“Chi è Marco?” aveva chiesto Tom, pensando potesse essere persino l’inizio di una conversazione.

“Mio figlio.” Aveva mormorato Marzi. E aveva distolto subito lo sguardo, ripartendo al semaforo verde.

Davanti alla villa dell’avvocato si era subito sentito in soggezione. Soltanto il giardino era il doppio di quello di André. Aveva avuto la tentazione di andarsene, dopo che Marzi si era allontanato con l’auto, dicendogli che l’avrebbe aspettato nel viottolo adiacente al muro della villa. Dopo essersi guardato intorno, aveva quindi trovato il coraggio di avanzare verso il portone, pensando che sarebbe andato via una volta fatto quello per cui era venuto.

Una giovane cameriera dall’aria smarrita aprì la porta e lo accompagnò in una piccola anticamera. Lo guardò incuriosita, con gli occhi chiari quasi trasparenti, dicendogli che avrebbe avvisato la signora, che al momento si stava preparando per la cena.

“Di chi devo dire?” gli chiese la ragazza.

Tom non rispose, finse di osservare i quadri appesi alla parete, trovandoli per altro terribili.

“Dovrebbe saperlo.” Disse. E si mise a far oscillare una specie di pendolo, producendo così un suono più forte di quello che si sarebbe aspettato. La ragazza si trattenne dal ridere, notando che lui si sarebbe voluto nascondere da qualche parte per non ricevere rimproveri dai padroni di casa. Ma il suono cessò dopo pochi rintocchi, e la cameriera tornò seria.

“Ah, ho capito. Sei quello che le porta le medicine…”

Tom si limitò a un leggero movimento del capo, e si appoggiò al bracciolo di uno dei divani dal colore indefinito. La ragazza non si era ancora mossa dalla porta.

“E come si chiama?” le chiese.

“La signora? Silvia.”

Tom guardò l’orologio, per farle capire che il tempo passava e lei non aveva ancora avvisato la signora Silvia. Ma la ragazza restava come in attesa di altre domande, e infatti parlò nuovamente dopo pochi secondi.

“Vuoi sapere anche il mio nome?”

Tom annuì, ma solo per mostrare interesse.

“Clara.” Disse la cameriera. “Cioè sarebbe Claretta ma preferisco Clara.”

“Claretta.” Ripeté Tom, e pronunciandolo pensava a un nome da bambina.

“È un nome orribile, lo so.”

“No, è bello.”

“Beh, sai chi era Claretta? Claretta Petacci, l’amante del duce. I miei si erano ispirati a lei…per quello non mi piace.”

“Ah, ecco. Io invece mi chiamo Tomas. Ma preferisco Tom.”

La ragazza rise, come se avesse fatto una battuta. Tom si fece quasi contagiare dalla sua risata, finché dalle scale si udirono dei passi e subito dopo la voce austera della signora Silvia che chiamava la cameriera.

“Clara! Non mi avvisi che è arrivato qualcuno?”

“Sì signora Silvia, stavo giusto per…” disse la ragazza, ricomponendosi. Anche Tom balzò dal bracciolo del divano e cercò di assumere un tono.

“Giusto cosa? Stavi straparlando come tuo solito.”

Così dicendo, la donna si fermò sulla porta, vedendo Tom. Evidentemente colta alla sprovvista, si sistemò la stola che teneva al collo in maniera disordinata, nel tentativo di coprire la scollatura dell’elegante vestito.

“Scusami” disse, con improvviso cambio del tono di voce “pensavo fossero gli ospiti per la cena.”

“Mi dispiace…” cercò di scusarsi Tom.

“No, figurati, non è colpa tua.”

Bastò uno sguardo della donna perché Clara uscisse svelta dalla stanza, per andare a svolgere qualche altro compito.

“Devi essere Tom.” proseguì, avvicinandosi al ragazzo. Lo guardò compiaciuta, al pari di chi osserva un quadro di cui gli è stata decantata la bellezza e non ne rimane deluso.

Con disinvoltura gli porse la mano ma non per stringere la sua, come lui avrebbe pensato, ma perché la aiutasse ad agganciare un braccialetto che aspettava solo di essere indossato. Così la aiutò, per non essere scortese, mentre lei gli ripeteva le scuse per la cameriera chiacchierona, dando a Tom l’impressione di essere più chiacchierona lei della ragazza. La donna si sistemò un’ultima volta i capelli e gli orecchini guardandosi a un vecchio specchio appeso nella stanza, e il ragazzo notò le rughe intorno agli occhi molto truccati, uno sguardo fiero che sembrava riuscire a celare molto bene ciò che non voleva far trasparire – ma non con tutti.

Tom approfittò di quel momento per tirare fuori dalla tasca della giacca ciò che aveva portato per lei, e Silvia lo nascose per bene in un cassetto del comò. Sempre da quel cassetto prese i soldi per lui, e lo scambio avvenne rapidamente. Quando lui fece per salutare e andarsene, la donna lo trattenne prima che uscisse dalla stanza.

“La prossima volta…” disse, facendo una pausa come riflettendo. “Che ne pensi di restare a cena? Io e mio marito volevamo parlarti di una cosa.”

Tom si era fermato sulla porta e quella proposta gli suonava più che mai inaspettata.

“Una proposta di lavoro…per un’attività.” Aveva proseguito Silvia notando la sua perplessità.

“Io non credo che…” aveva risposto Tom. Sapeva che in quel momento loro erano solo clienti di André, e lui non doveva fare altro che le sue consegne. La donna sembrò percepire i suoi dubbi senza che lui parlasse, infatti sorrise e andò verso un telefono in un angolo della stanza.

“Ah, capisco, non ti devi preoccupare per André. Lo avviso io, tranquillo.”

Con grande sicurezza, la donna andò a sedersi sul divano e sollevò la cornetta, componendo subito un numero. Tom non poté fare a meno di notare che Silvia sapeva il numero a memoria. Restò ad ascoltare mentre salutava André all’altro capo del telefono e scambiava dei convenevoli con lui.

“Sì, è appena passato.” Disse a un certo punto. “L’ho invitato a cena la prossima volta, ti avviso così lo sai e non gli fai problemi.”

Mentre parlava, Silvia gli lanciava ogni tanto qualche occhiata per rassicurarlo.

“Volevamo parlargli dell’attività, mi sembra sveglio.”

La donna rimase in silenzio per qualche secondo, lasciando parlare André e commentando solo con qualche mh-mh. Infine prese fiato, per interromperlo e pronunciare l’ultima frase prima terminare la telefonata.

“Ma no che non te lo rubo. E poi ricordati che hai un debito con noi, mon cher.”

Quando chiuse la cornetta con decisione, anche a Tom venne da sorridere per la soddisfazione. Una che poteva parlare così ad André doveva essere importante, pensò.

Uscì dalla villa con mille domande in testa, ma in un certo senso più allegro di quando era arrivato. Non vedeva l’ora di sapere quale fosse la loro proposta. Durante il viaggio in macchina, si ritrovò a fantasticare su una sua nuova vita. E di quel fantasticare faceva parte anche Vin.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Immagine: Silvana Mangano (as Silvia)

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Underwater Revival

 

mermaid underwater piano

 

Lo sapevo. Che sarebbe finita lo sapevo. Un colpo troppo forte. Immersi nell’acqua ci muovevamo in silenzio. Corpi alla ricerca di un appiglio che non c’era. Poi uno ad uno si fermavano, e smettevano di cercare. Qualcuno si abbracciava, prima, o si prendeva la mano, come se servisse. Fluttuanti incertezze intorno a noi, dubbi e domande, che man mano svanivano. A un certo punto eravamo certi.

Che fosse finita per tutti, per la nostra terra, per la nostra misera nave che ci accompagnava giù. Poi le acque ci riportavano su e poi di nuovo l’abisso. Sirene e delfini in lontananza. La salvezza? O il miraggio di una vita passata? Ed ecco l’oblio, nell’acqua senza tempo. Nell’infinito-eternità del cuore. E dopo, il viaggio.
Lo sapevo. Che tutto ricomincia, lo sapevo.

 

(F.E.)

 

ph. The musician – Atlas Obscura

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Immortals * Nosferatu e altri immortali

nosferatu 1

 

“Io ora al sole non attribuisco più nessuna importanza, né alle scintillanti fontane che alla gioventù piacciono tanto. Io adoro solo l’oscurità e le ombre, dove posso essere solo con i miei pensieri. (…) Il tempo è un abisso, profondo come lunghe e infinite notti, i secoli vengono e vanno. Non avere la capacità di invecchiare è terribile. La morte non è il peggio: ci sono cose molto più orribili della morte. Riesce a immaginarlo? Durare attraverso i secoli, sperimentando ogni giorno le stesse futili cose”

(Nosferatu, Herzog, 1978)

Ecco qual è la sorte di chi nasce “condannato senza nessuna colpa ad una vita perenne su questo mondo”. Anche Gulliver, quando è portato al cospetto degli esseri immortali, rimane a dir poco sorpreso nel notare che essi non mostrano interesse per nulla, e il fatto di sapere che il visitatore ha visto tanti luoghi non suscita in loro la benché minima curiosità. La loro visione non è piacevole, infatti “un che di spettrale, veramente indescrivibile, si impossessa di loro aumentando con gli anni” . Come dei non morti, si aggirano spettrali desiderando la morte, portandosi appresso tutto il peso e la bruttura della vecchiaia alle sue estreme conseguenze.

Il desiderio di immortalità è un’ansia di potere, è un voler sbeffeggiare la morte e contrastare il destino umano. È andare contro il volere divino. Ma ribellarsi contro il volere divino, come dimostra il mito di Prometeo , implica tragiche conseguenze. Se per combattere la morte lo scienziato Victor Frankenstein infonderà la vita ad una creatura forgiata da ciò che rimane di vari cadaveri umani, troppo tardi egli si renderà conto di aver fatto nascere un essere mostruoso, infelice perché consapevole della propria condizione; un mostro fin troppo umano che chiede soltanto di non essere lasciato solo; un Narciso al rovescio che si strugge nella scoperta della propria immagine riflessa: “how I was terrified when I viewed myself in a transparent pool!” (“rimasi terrorizzato nel vedere me stesso nell’acqua trasparente”).

 

nosferatu isabelle

 

(testo di Francesca E.)

Immagini: Nosferatu di Herzog

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*ORIOS* (my song)

love blu

 

*ORIOS*

When sun’s going down

You stumble across me

From an old town

With scars on your hands

Words ready to steal

“Don’t forget here your wings”.

At the turning-point, you just started to live.

 

You know the opposite of me

In a mirror I’ll see

All the spiritual greed

That doesn’t belong to me.

Then we tried to be equals and tied

Did not want to be said

What to do, where to stay

We learned to go and to ride.

 

And then we left

For the Berlin unrest

Those days strange enough

Didn’t seem to be tough

We just missed the point

and forgot our fate,

Our only disgrace.

 

I didn’t want to, didn’t look for

But it’s too high to be told.

We were just writing the spleen

For the future to be.

I like that part of me

That I don’t really know

That I keep in the dark

To show the other parts

But you can see that instead

It’s a shock in the head.

(F.E.)

(traduzione)

Quando il sole scende

Ti incontro per caso

Da un vecchio paese

Hai segni sulle mani

Sei pronto a rubare parole

“Non scordare qui le tue ali”.

Al punto di non-ritorno, hai cominciato a vivere.

 

Conosci il contrario di me

In uno specchio vedrò

Tutta l’avidità spirituale

Che non mi appartiene.

 

Poi abbiamo cercato di essere uguali e uniti

Non volevamo farci dire

Cosa fare, dove stare

Abbiamo imparato ad andare

E cavalcare.

 

E quindi siamo partiti

Nel trambusto di Berlino

Quei giorni così strani

Non ci sembravano tanto duri

Abbiamo solo perso di vista

E scordato il nostro destino.

Nostra sola sfortuna.

 

Questo io non volevo

Questo io non cercavo

Ma è troppo alto per spiegarlo.

Stavamo scrivendo lo spleen

Per quello che doveva essere il futuro.

 

Mi piace quella parte di me

Che un po’ ignoro

Che tengo all’oscuro

Per mostrare altri lati di me.

Ma tu invece sì che la vedi…

Ed è un colpo alla testa.

(F.E.)

 

 

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A golden being (A-dorata presenza) ** (my song)

 

eyes

 

A golden being (A-dorata presenza)

 

When I saw you first time

Like the grass and the flowers

Or the wind going by

In a marvelous place

Not a place, but a state

A state full of stars

Forgot all your scars

A vortex, a gathering, of nothing, of everything

That’s why I saw you

And didn’t see you at all

Maybe I felt you, and heard you

Even in your silence shelter

Then I understood:

That empty you feel, in others’ words seem to fill

It’s some kind of food.

 

When I saw you first time

My Soul, everything had already gone.

My blindness I know

Like Tiresias in the Waste Land show

Then I’ll see you first time,

It will be my goodbye.

(F.E.)

 

(traduzione)

Quando ti ho vista la prima volta

Come l’erba e i fiori

O il vento che passa

In un luogo stupendo

Non un luogo, uno stato

Uno stato pieno di stelle

Che ti fa scordare le ferite

Un vortice, un insieme, di tutto, di niente

E infatti ti ho vista ma non ti ho vista

Forse ti ho sentita e udita

Persino nel tuo rifugio di silenzio

E allora ho compreso:

quel vuoto che sentiamo, con le parole degli altri

in apparenza lo riempiamo

È come un nutrimento.

 

Quando ti ho vista la prima volta

mia Anima, tutto era già finito

So di essere cieco

Come Tiresia nella sua Terra desolata

E così ti vedrò la prima volta

E quello sarà il mio addio.

(F.E.)

 

 

 

*immagine dal film Apri gli occhi*

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People outside (La gente fuori) *** (my song)

 

planets girl

 

People outside

And finally the doors are closed

And the curtains too

World is a just a TV show

We don’t want to watch anymore

And the walls sometimes

Much better than people outside

And music so often

The only comfort we crave.

 

Don’t throw your loneliness on you

Or your past behind

Of what we’ve been,

Won’t regret anything

What we didn’t want to live

Even if we could have done it.

 

I love everything about you

And the tears you don’t show too

I grant you that, when you open that door

The world will be better than before.

(F.E.)

***

(traduzione)

La gente fuori

E finalmente le porte abbiamo chiuso

E poi anche le tende

Il mondo è un programma TV

Che non vogliamo più vedere.

Le pareti della stanza a volte

Molto meglio della gente lì fuori

E la musica spesso

L’unico conforto che cerchiamo.

 

Non gettarti addosso la tua solitudine

O il passato alle spalle

Di ciò che è stato di noi,

Non rimpiangeremo nulla

Ciò che non abbiamo voluto vivere

Anche se sarebbe stato possibile.

 

Io amo tutto di te

Anche le lacrime che non fai vedere

Ti assicuro che quando riaprirai quella porta

Il mondo sarà migliore di prima.

(F.E.)

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Love Letters ***

La mia prima pubblicazione (Einaudi) in seguito al primo premio al concorso Grinzane Cavour del 1995 (sezione Giovani).

einaudi concorso

 

“Caro amore ti scrivo”

Articolo della Repubblica, 22/6/1995

Non si può davvero dire che l’ amore sia in ribasso: al concorso indetto da la Repubblica (insieme al Grinzane Cavour, all’ editore Einaudi, e alla Città di Torino) hanno partecipato oltre ottomila persone. Con lettere (il tema era: “Scrivi una lettera al tuo primo amore”) che venivano da molto lontano, da ricordi talvolta remoti eppure vivissimi, mai cancellati, o da molto vicino: dall’ altro ieri dei giovanissimi. Ha scritto un chirurgo che non vive più in Italia per ricordare quella bambina che vedeva sul tram, ha scritto un signore piuttosto colto che non ha potuto allegare l’ indirizzo: ora sono un “barbone”, ha dichiarato in calce. Il suo strano primo amore era addirittura un Gesuita. Ma si può dire che la giuria (composta da Natalia Aspesi, Vittorio Bo, Anna Galiena, Paolo Mauri, Ugo Perone, Gianni Rocca, Giuliano Soria e Giuseppe Tornatore) non ha avuto modo di annoiarsi. Avvicinarsi al cuore della gente, essere messi a parte di tante storie private, reali o immaginarie che fossero, è comunque una avventura interessante. Lo si può verificare leggendo le lettere vincitrici e ancor meglio lo si potrà fare quando uscirà il tascabile Einaudi con una più vasta antologia. Il concorso prevedeva due sezioni con due vincitori per ciascuna sezione. La prima, dedicata agli adulti (nati prima del l5 aprile ‘ 72) assegna un premio in danaro di lire due milioni e mezzo: sono risultati vincitori Paola Balzarro e Luigi Ferla. La Giuria ha inoltre segnalato le lettere di Rabie Barakat, Silvia Borzacchini e Francesca Mazzantini. La seconda sezione, dedicata ai giovani, prevede come premio un viaggio-soggiorno di studio in Irlanda offerto da Aer Lingus, Centre of English Studies, Trinity College e University College Dublin. I vincitori sono Nicoletta Di Vincenzo e Francesca Erriu. La Giuria ha inoltre segnalato le lettere di Marta Castano, Mariarosaria Lattari e Andrea Puglisi. La premiazione avrà luogo questa sera alle 2l alla Cavallerizza di Torino (viale delle Carrozze). IL CALORE E IL PROFUMO DELLE TUE BRACCIA Cara Francesca, da quasi dieci anni sono scomparsa dalla tua vita. Me lo hai chiesto tu, ed io ho accettato subito. Non mi pareva di avere alcun diritto di insistere. Mi è capitato molte volte, specie in questi ultimi tempi, di provare – fortissimo – il desiderio di chiamarti, ma mi sono trattenuta. Come sai, reprimermi è una delle cose che mi riescono meglio. Oggi è un bel giorno caldo, sembra già quasi estate. Io sono nel giardino davanti allo studio, con il mio panino. Si sente l’ odore del mare. E’ una delle cose che preferisco di questa città che tu tanto odi e che non hai mai voluto conoscere. Non so come ti immagini le mie giornate qui, se mai ti capita di farlo; probabilmente mi vedi soprattutto alle prese con i miei figli, sommersa da questa scelta di vita familiare, che ci ha separate. Non è così. Dedico a loro solo una piccola parte del mio tempo, e questo mi provoca un senso di colpa profondo e costante, che si somma agli altri. Come sempre, il lavoro mi assorbe quasi del tutto. Sono contenta della specializzazione che ho scelto. So che cosa pensi; faccio la cavadenti in una città di provincia, nello studio di mio suocero: ho tradito i nostri grandi ideali, i nostri progetti quasi missionari di lotta contro la malattia e la morte, possibilmente in qualche paese ancora più disgraziato del nostro. Sinceramente, non mi ci sono mai vista, in quei panni, se non per gioco, come una fantasia affascinante quanto campata per aria. Forse la sciocchezza più grande sta proprio nel non averti detto dall’ inizio che i tuoi sogni erano lontani come pochi altri dalla mia realtà. Ti ammiravo profondamente e mi pareva impossibile che, fra tanti, tu avessi scelto proprio me come oggetto del tuo amore assoluto e appassionato. Sapevi che avevo un ragazzo, questo è chiaro. Anche tu, del resto, non escludevi gli uomini. Ma c’ era, fra noi due, un patto originario, per il quale nulla doveva avere la precedenza sulla nostra amicizia. Quando provavo a parlarti di Riccardo, tu ti rabbuiavi. A un certo punto è diventato molto più facile, per me, non nominarlo proprio. Del resto, la mia vita era strutturata in modo da favorire questa separazione: l’ inverno a Milano, insieme a te e ai nostri amici. L’ estate, al mare, con lui. Non voglio raccontarti adesso quello che Riccardo ha significato – e in parte ancora significa – per me. Vorrei solo spiegarti il fatto che vivevo due vite parallele, che non comunicavano fra loro. Ciascuna era a suo modo completa, ed escludeva l’ altra. Così, nel corso del tempo, ho maturato il desiderio di vivere con lui e di sposarmi, senza riuscire a parlartene. Lo so. Il mio silenzio è stato una vigliaccheria che tu non puoi perdonare. So che è stato terribile, per te, scoprire tutto da mio cugino, per caso, pochi giorni prima che succedesse. Avevo pregato i nostri amici di non dirti nulla, credendo che avrei trovato il modo per parlarti, per spiegarti io. Mi rendo conto ora che non ce l’ avrei comunque mai fatta, che avrei continuato a sperare, fino all’ ultimo, nell’ intervento di qualche angelo. C’ è un’ altra cosa però, della quale mi sento ancora più colpevole e che vorrei dirti adesso, anche se è tardi. Quando mi hai affrontata, chiedendomi che cosa fosse allora, per me, il nostro rapporto, io ho negato tutto. Ti ho detto di non aver provato mai altro che amicizia, di aver subìto i tuoi baci per non contrariarti, di essermi adeguata ad un desiderio che non era il mio. Non è vero, Francesca: sono stata innamorata di te, questo mi è diventato sempre più chiaro, in questi anni. Il tempo trascorso con te è stato importante, lo sono state le notti passate insieme a parlare, fino all’ alba, così come il calore delle tue braccia e il tuo profumo. Anche quando ti ho detto il contrario, sapevo già di mentire. Ma cosa avresti preteso allora, in nome della coerenza? Che buttassi tutto per aria? Non avresti capito le mie contraddizioni, certamente non le avresti accettate. Non so se anche tu pensi a me come al primo amore. Probabilmente sono piuttosto la prima grande delusione, il primo segno che il mondo può fare degli scherzi terribili. Mi dicono che sei diventata più cauta e diffidente. Questo mi dispiace ma, nello stesso tempo, spero che ti aiuti a proteggerti un po’ , a valutare meglio, prima di abbandonarti a qualche cosa o a qualcuno, anima e corpo. Abbi cura di te. Non penso che tu abbia voglia di rivedermi, per ora; ti sembrerà strano, ma credo di sentire ancora le tue emozioni e i tuoi pensieri, nonostante tutto questo tempo e la distanza. So che non ti basterà questa lettera tardiva, per perdonarmi. Però, la vita è lunga, e forse prima o poi succederà. Ciao. Paola Balzarro QUEL GIORNO DEL 1944 SOTTO LA NEVE Una lettera al mio primo amore è purtroppo una lettera alla memoria e la scrivo come se lei mi ascoltasse, come se gradisse il ricordo di quei giorni tanto lontani, indimenticabili e felici pur nel travaglio inesorabile della guerra senza fine. Amore mio, quanto tempo è passato da quel 25 marzo 1945 quando ti ho abbracciata per l’ ultima volta, ignaro che il giorno dopo non ti avrei più rivista? Cinquant’ anni, un secolo, una vita. Eravamo allegri quel giorno: sentivamo nell’ aria non solo la primavera, ma la sensazione sempre più viva che la fine dell’ immane tragedia era ormai vicina. Avevi messo il cappottino azzurro, quello della festa, e un nastro bianco che ti raccoglieva i lunghi capelli. Abbiamo passeggiato a lungo nei giardini della tua cittadina, tenendoci per mano, rinnovando sogni e progetti per un avvenire sereno ormai prossimo. “A domani” ci siamo poi detto, come ogni giorno, da oltre un anno, ma il domani non c’ è stato: qualcuno ti cercava, ti spiava da tempo. Qualcuno sapeva che a sera correvi in montagna da tuo padre, dai tuoi fratelli e portavi loro cibo, notizie, tutta la solidarietà di chi, come loro, aspettava la libertà. E ti hanno seguita ma te ne sei accorta e li hai portati fuori strada, finché ti sei consegnata, volontariamente, per salvare chi ti aspettava; e non hai parlato, neanche con le torture, l’ ultimo atto infame della belva ferita che sta per morire. Ti hanno abbandonata il mattino dopo davanti a casa, senza vita, sfigurata, ignobilmente offesa nella tua intimità. Abbiamo circondato di fiori il tuo corpo e ti abbiamo portata al cimitero e tutti piangevamo, ti chiamavamo e invocavamo da Dio il castigo per gli assassini. Ricordi, Ada, il nostro primo incontro quel giorno di gennaio 1944? Nevicava: tu avevi un fazzoletto in testa e trascinavi un pacco voluminoso. Io, sfollato nella tua cittadina da Milano, girovagavo senza meta e mi accorsi di seguirti. Ci siamo guardati e ci siamo sorrisi: ti ho chiesto se ti potevo aiutare e tu, visibilmente felice, hai detto subito di sì. Sotto la neve, caricati da un peso sempre più greve, ci siamo parlati a lungo: dal fazzoletto ormai fradicio spuntavano i riccioli neri ad incorniciare l’ ovale perfetto del tuo viso; i tuoi occhi azzurri mi circondavano di tanta curiosità, quasi volessero scoprire chi fossi, cosa volessi, cosa facessi. Ci dicemmo tutto: avevi sedici anni, io ventitré. Bastarono pochi minuti per capire che avevamo gli stessi dubbi, le stesse paure, le stesse speranze. Entrambi avevamo qualcosa di cui temere, anche se il tuo segreto non mi riusciva di immaginarlo. Da quel giorno ci siamo visti sempre, ogni pomeriggio: facevamo il solito giro, dalla fermata delle corriere alla chiesa, ai giardini dove in qualsiasi stagione e con qualsiasi tempo, ci sedevamo sulla panchina, mani nella mano e tanto, tanto amore. A volte mi guardavi come se mi volessi dire qualcosa e non potevi farlo: ero certo che cercavi aiuto ma non potevi chiederlo. Ti stringevo vicino e sommessamente ti dicevo: “Ada, cos’ è che ti tieni dentro?”. Ma tu non rispondevi o, mentendo, dicevi che ti preoccupava tua madre. E avrei dovuto capirlo dalla tua espressione di terrore quel giorno che, lungo la statale, transitò quella colonna di mezzi corazzati diretta verso i monti e tu fuggisti a casa motivando un impegno inesistente. Quanto amore, Ada, quante promesse, quanti ricordi e quanti rimpianti. Da cinquant’ anni, ogni anno, il 25 marzo abbandono tutto e tutti e corro da te, sulla tua tomba, che io ho voluto bella, unica, e coi fiori freschi ogni giorno. E ho voluto che fosse ingrandita la tua fotografia migliore, a colori, quella dove sorridi col cappottino azzurro e il nastro bianco. E da cinquant’ anni, Ada, mi tormenta il rimorso e la vergogna al pensiero che mentre tu rischiavi la vita per un ideale e per aiutare chi combatteva per la libertà, io, senza arte né parte, bighellonavo vigliaccamente al comodo riparo di una agiatezza immeritata. Vengo ogni anno, Ada, e continuerò a farlo fino a quando ti raggiungerò per sempre e rivedrò i tuoi riccioli neri, i tuoi occhi azzurri, l’ ovale perfetto del tuo viso e ti potrò dire finalmente che quell’ anno passato vicino a te è stato il più bello della mia vita. Luigi Ferla IO GUFO, TU PIPISTRELLO NELL’ INFINITO Scende la notte; come ogni giorno, anche quando io non voglio, e sono lì, il pipistrello e il gufo. Non so se siano più chiari il flusso, che partendo dalla tua mente, unisce i tuoi ai miei occhi, o le ombre che la Luna proietta su di noi. Scende la notte e il gufo e il pipistrello sono ancora lì, in silenzio. I nostri più bei ricordi sono sposati con le notti e il mare. Camminiamo su isole di quadrati equivalenti, scalfite, scolpite dai nostri silenzi. Su lastre consumate dallo spazio, cospargo la tua vita di pinocchi e tartarughe e tu, su freddi cilindri di piombo fuso blu, riempi i miei avidi occhi di note, parole, poesie, grotte gelide e pietre colorate. I tronchi sono immobili nonostante la loro vita, e noi vaghiamo come creature dell’ Inferno, trascinate dal vento, sbattute sotto vecchie case diroccate, in vicoli ripidi e su pietre arse di mare. Sarò un’ anima condannata a cercarti per sempre, a non trovarti mai, la segreta geometria della scelta, la consapevolezza che per due punti si può tracciare una ed una sola retta. Perché tu non sei reale, sei l’ immagine di uno specchio. Noi non esistiamo, e vorrei incontrarti, senza limiti da porre ai miei pensieri nel punto buio del mio specchio per dirti sempre, sempre. Guardo le mie mani, e vorrei trovare un segno che mi facesse riassaporare le tue camicie a quadri, il rosso della tua stanza, l’ essenza dei tuoi fumetti di ombre, la tua linfa di tenebra e notte, il sapore della pioggia secca di settembre. Conosco i tuoi limiti, le tue bugie blu che galleggiano nell’ aria, i tuoi scritti silenzi invernali, le tue estive debolezze bionde, che tieni per mano, ragionevolmente giustificate, razionalmente accettate ma che mi feriscono ugualmente come piramidi aguzze, conosco le tue segrete verità, o parti di esse, è per questo che credo in te e nulla, neanche una perfetta ed armoniosa ellisse riuscirà a cambiare i miei pensieri. Dentro di me scorre sangue antico. Ciò che ci lega non è definito, è evanescente, è come un etereo anello senza inizio e senza fine, “un tenero fiore pallido”, che ci permette di andare, di volare senza ali. Non importa comunque se siamo al buio o sotto il ramo di una palma all’ ombra, noi possediamo, brilliamo di luce nostra come le stelle siamo lontani anni luce da terra e siamo schegge di ghiaccio e vertici di triangoli. E non importa dove siamo o che distanza ci separa, siamo gruppi di esagoni, e prima o poi c’ incontreremo, e tra noi non ci sarà più nessun tempo. E siamo ancora qui, io il gufo, tu il pipistrello, io nel mare, tu nel cielo, prima o poi ci incontreremo, in un punto infinito dell’ orizzonte, e forse finalmente avremo lo stesso colore. Nicoletta Di Vincenzo VOLEVO ESSERE IL TUO ANGELO CUSTODE Stavo lì da un tempo indefinito, seduta su una roccia, e guardavo. Guardavo te, che correvi senza sosta sulla spiaggia, rincorrendo quel cane che era quasi parte di te, della tua vita. Era strana la tua vita… insoddisfatta, vuota e piena di emozioni allo stesso tempo, solitaria, poi assurdamente caotica. A volte ti sentivi perso, senza un appiglio, qualcuno su cui contare… A volte volevi morire. Ma in quel momento, in quell’ ultimo attimo che mi resta di te, correvi e ridevi come un pazzo, senza pensare a niente. Eppure, quando ti avevo visto per la prima volta, piangevi. Appoggiato alla ringhiera, con il volto seminascosto chino ad osservare l’ acqua lenta del fiume, pensavi se valeva la pena andare avanti così, se volevi ancora soffrire oppure mollare tutto. Andare via… Avrei voluto gridarti qualcosa, ma non riuscivo più a sentire il mio corpo e le mia labbra erano rigide. Non sapevo chi eri, non ti avevo mai visto, eppure soffrivo per te, con te… Chi eri? Avrei voluto parlarti, sfiorarti anche solo con un dito, ma eri troppo lontano, troppo incolmabile era la tua sofferenza. Trovai il coraggio di seguirti, di osservarti, di starti sempre vicino per proteggerti. Volevo essere il tuo angelo custode, volevo ripararti con le mie ali e riportarti alla vita, io che della vita non avevo capito niente. Non avevo vissuto, non avevo amato né odiato, provato mai nulla che mi facesse sentire l’ esistenza. Tu mi hai fatto capire che cos’ è la vita. Tu sapevi quanto fossi importante per me, ti accorgevi dei miei occhi su di te, delle mie lacrime. Eppure, non mi hai mai parlato. Non una parola, un sorriso, un gesto qualunque. Non ho ricevuto mai niente da te, se non un unico, profondo sguardo col quale mi chiedesti aiuto facendomi nello stesso tempo allontanare da te; e fu proprio quel giorno, quando ti vidi disperato sul ponte, il giorno che mi accorsi di non poter fare a meno di te per poter tornare alla vita, quella vita che volevo abbandonare. Ci amavamo così, come di tacito accordo: io un angelo che ti seguiva con l’ idea di salvarti per poi poterti amare; tu, il perseguitato, che si nascondeva per non farsi trovare ma che poi mi cercava. Troppo tardi ho capito che il tuo amore era più grande del mio, e per questo lo nascondevi agli occhi indiscreti del mondo: tu amavi di un amore puro e vero nella sua integrità, eri capace di catturare l’ immenso con uno sguardo, di afferrare il cielo con una mano. Ma la tua natura ti impediva di amare; la tua natura mi impediva di amarti. E così, senza una parola, né un sorriso né un gesto, mi hai fatto capire, mi hai fatto sentire l’ amore. Un amore neanche cominciato, già finito. Un’ ambulanza arrivata troppo tardi. Io, dietro la finestra, non avevo avuto il coraggio di guardare. Il cane aveva seguito la tua scia, riconoscendo il tuo odore anche in mezzo a quelli insoliti, acri, improvvisi della morte. Un raggio di luce mi mozzò il respiro. Per te non c’ era più tempo; io potevo ancora amare, anche senza di te. Ma, come allora, non ci sono più riuscita. Le tue non-parole, i tuoi non-gesti, non li ho più ritrovati; anzi ora le parole e i gesti sono troppi, eccedono fino ad annullare l’ amore. Avrei voluto fermarmi per sempre su quella roccia, fissare il ricordo di te che correvi. Guardare te. La spiaggia, e tu. Il mare, e tu. La luce e il buio, la gioia e il pianto: tu. Il primo e ultimo, per sempre solo, impossibile amore. Francesca Erriu

***

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*Heroes* Berlino, 41 anni fa

 

 

Siamo nel maggio del 1977, le strade di Berlino sono ancora un po’ fredde. L’album capolavoro “Lust For Life” dell’amico Iggy Pop è completato. Bowie richiama agli studi Hansa i vecchi compagni di delirio (Brian Eno e Tony Visconti) a cui si aggiunge Robert Fripp dei King Crimson. Berlino era il centro di tutto quello che stava succedendo e succederà in Europa nei successivi anni. Ma questo avverrà poco dopo ma Bowie già lo sa e lì ci trascorre degli anni. E così girovagando e camuffandosi fra le strade di Berlino Ovest, la rockstar e celebrity mondiale David Bowie vive uno stato euforico totale per cercare quell’ispirazione e verve che solo i quartieri neri, devastati, isolati, turchi, freddi e sbarrati di Berlino potevano regalargli. Erano gli anni della Guerra Fredda, del Muro, era il desiderio dell’unione, della libertà, era il sogno di un uomo in cerca di sé stesso.
Bowie è ancora malato, ruba il tempo con il bere e la droga, dimentica la sua realtà vivendo nel sogno, rinchiuso in quello zoo che è il suo rifugio. A Berlino scrive ed incide probabilmente la più bella canzone rock di tutti i tempi.

“Heroes”
(pubblicata 41 anni fa)

Video OnYouTube

 

(di Marco Russo Bowie-ism)

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Not more than this,just b.a.p. (Non più di così) ** (my song)

 

eyes fire

Not more than this, just b.a.p. (beyond any pleasure)

Not more than this

just b.a.p. between you and me.

Beyond any pleasure

Don’t think, there’s no reason

The secret to hide

Of your most inner tide

 

You can tell it’s me

When I come, you see

Like a sort of steam

In a special dream

When you let me in

No disguise, no mask

It’s not our task.

 

Then I’ll fix my eyes

On some unknown place

And I’ll dig my hands

Where I find my way

No more than this, I say.

 

From nature strength we’ll steal

Flames from the fire

Waves from the sea

Earth from the mire

In the air we’ll live.

 

Take martyrdom from martyrs

Ecstasy from saints

Great pictures will re-paint.

 

We’ll touch wuthering heights

Not yours, not mine

We’ll take our time

To be the same rhyme.

(F.E.)

****

(traduzione)

Non più di così

È proprio oltre tra me e te

Oltre ogni piacere.

Non pensarci, non c’è motivo

di nascondere il segreto

dell’alta marea dentro di te.

Sai che sono io

Quando arrivo, mi vedi

In una specie di vapore

Dentro un sogno speciale

Se mi fai entrare,

nessuna finzione né maschera

a noi non servono.

Poi pianterò gli occhi

Su qualche punto sconosciuto

E affonderò le mani

Dove riuscirò ad arrivare

Non più di così, ti dico

Ruberemo la forza alla natura

Fiamme al fuoco

Onde al mare

Terra al fango

Nell’aria vivremo.

Prenderemo il martirio ai martiri

L’estasi ai santi

Ridipingeremo grandi quadri.

Toccheremo Cime Tempestose

Non sono tuo, non sei mia

Ci prenderemo solo il tempo

Per diventare un’unica rima.

(F.E.)

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