Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**15*

Come il giorno e la notte – parte 15 –

Vin e Max

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

narciso-e-boccadoro

 

Le prime luci dell’alba sulle pareti della stanza creavano uno strano riflesso rosa dorato che Vin restò a fissare non appena aprì gli occhi. Il rumore della porta del bagno chiusa con forza l’aveva fatto svegliare e ora sentiva i passi di Tom e ogni tanto lo scorrere dell’acqua. Voltandosi di fianco vide la sveglia che segnava le cinque e un quarto e poi notò il suo zaino sul letto intatto di Tom. Avrebbe avuto voglia di rimettersi a dormire ancora un po’, ma prima di richiudere gli occhi, si accorse di un oggetto scuro poggiato accanto allo zaino. Si mise subito a sedere, come risvegliandosi da un sogno che ti costringe a riprendere fiato. Restò incredulo per qualche secondo, sperando che quello non fosse il suo quaderno, e che la luce della stanza lo stesse ingannando. Ma guardando meglio, doveva ammettere che non c’era nessun inganno: quello era il suo quaderno, con scritto “segretissimo” sulla copertina, e se era lì voleva dire che Tom l’aveva visto.

Scese in fretta dal letto, prese il quaderno per sfogliarlo velocemente, e la conferma più dura giunse proprio allora, quando si accorse che le pagine dove aveva scritto il nome di Tom erano sbarrate con segni di matita. Lo infilò subito nello zaino, si mise le scarpe, afferrò zaino e giubbotto e senza pensarci due volte uscì dalla stanza. Scese in fretta le scale che portavano alla reception, sentendo il respiro che accelerava sempre più – Devo calmarmi – pensava mentre scendeva. Doveva andare via. Tutto avrebbe voluto fuorché vedere Tom. Tutto fuorché sentire le sue domande, vederlo contrariato come era già successo altre volte, perché quando si arrabbiava scardinava tutte le sue certezze, persino il teorema di Pitagora in quei momenti vacillava, e tutti i quadrati costruiti sull’ipotenusa se ne andavano per conto loro. Un’esplosione di quadrati.

Arrivò alla reception, con la mente affollata di “no, non doveva succedere” e altre frasi sconnesse. La Hall era in penombra, dalle vetrate iniziava a intromettersi la luce del giorno sui divani e sul bancone di legno chiaro. Vide un televisore acceso in fondo alla sala, nella zona ristoro, e in un angolo con alcuni divani il giovane portiere semisdraiato, si rilassava con la testa appoggiata alla spalliera, gli occhi socchiusi nel tentativo di restare vigile. Si sentiva la musica in sottofondo dal canale di videoclip musicali. Sul tavolino una sigaretta fumava su un portacenere, vicino a un bicchiere mezzo pieno. Vin si avvicinò al ragazzo di spalle.

“Ehi. Max.” Chiamò sottovoce.

Quello quasi sobbalzò, per poi rilassarsi riconoscendo Vin. Spense subito la sigaretta nel portacenere.

“Ah, sei tu. Non potrei fumare qui.”

“Scusa, non volevo disturbarti…”

“Che c’è?” Max si passò una mano sugli occhi per scacciare via il sonno.

“Mi serve un pullman per tornare in città… Verso stazione M.”

Max si mise a sedere e guardò l’orologio che aveva al polso.

“C’è una corriera.” Gli disse “La prima è alle sei, fa capolinea al bar all’angolo, non è lontano.”

“Okay.” Disse Vin, e fece per avviarsi verso la porta.

“Aspetta…è ancora presto.” Lo fermò Max. “Perché non ti siedi un po’ qui?”

Il ragazzo si scostò facendogli posto sul divano e prese ad abbottonarsi la giacca della divisa che aveva aperta. Vin poggiò lo zaino da una parte e andò a sedersi, attratto dalle immagini dei videoclip che passavano sullo schermo della tv. Sua madre non gli permetteva di vedere quel canale. Intanto Max prese il bicchiere e bevve un sorso, facendo poi un verso che indicava che il contenuto doveva essere troppo forte per quell’ora del mattino.

“Tra un quarto d’ora scendono i primi clienti in partenza.” Disse Max, finendo di sistemarsi. Poi gli venne in mente una cosa. “Ma ce li hai i soldi per il biglietto? Non puoi salire senza.”

Vin scosse la testa. Max frugò nelle tasche della giacca e tirò fuori qualche moneta.

“Prendi questi. Tanto li metto nel conto della cantante.”

Gli sorrise con aria complice. Poi si avvicinò, guardandogli l’occhio pesto.

“Va meglio l’occhio?” gli chiese, e con quella scusa lo sfiorò con le dita vicino al sopracciglio. Poi gli toccò i capelli, il ciuffo che Vin teneva un po’ sollevato con il gel.

“Come fai a farteli così?” gli chiese. “Io non ci riesco.”

“Con il gel.” Rispose lui. “Ma ti stanno bene.” aggiunse, stupendosi subito di avergli fatto un complimento.

“Ti stanno bene.” Aveva detto Max quasi contemporaneamente. Risero accorgendosi di aver detto la stessa cosa.

Vin si rese conto che lo stava fissando, attratto dagli occhi chiari di Max e dal suo sorriso gentile. Erano molto vicini ora, e si meravigliò di non aver ancora pensato alla distanza di sicurezza e alle solite cose.

“Mi piacciono molto.” Ribadì Max.

“I capelli?” chiese Vin. E si spostò leggermente indietro, come temendo che le sue mani potessero raggiungere altri punti del suo corpo.

“Sì anche.” ammise Max con un sorriso. “Ma ti avevo notato già da prima.”

“Mi hai notato? Per l’occhio viola?”

Max non poté fare a meno di ridere.

“No, non per quello…  Allora non ci credi se ti dico che sei carino?”

“Non lo so, mi dicono sempre che sono piccolo.”

“Piccolo? Non mi pare. E per che cosa? Voglio dire…non così piccolo da non poter baciare qualcuno per esempio…O no?”

Vin restò in silenzio. Stavolta non gli veniva in mente nessuna risposta, e intanto Max si era avvicinato di nuovo.

“Perché me lo chiedi?” riuscì a dire Vin. Ma nemmeno aveva finito la frase che il ragazzo l’aveva baciato premendo le labbra sulle sue. Poi si era allontanato, guardandolo come in attesa di un rimprovero da parte sua. Ma Vin non riusciva a dire niente, lo fissava e basta, stupito e lusingato allo stesso tempo.

“Perché lo volevo fare.” Disse allora Max. “E magari se te lo chiedevo mi dicevi di no.”

Imbambolato, Vin non pensava più a tutte quelle cose di prima, al quaderno e a Tom, ma sentiva la testa leggera, come in un sogno dove si sogna di correre o volare, e l’unica risposta che voleva dire era sì. Sì e sì. Qualunque cosa gli avesse chiesto.

“Mi dicevi di no?” ripeté Max, in attesa di qualche reazione. E finalmente Vin riuscì a parlare.

“Io? No, ti dicevo di sì. Su tutte le ruote.”

“Su tutte le ruote?”

“È un modo per dire assolutamente sì. È stupido, lo so. Non so perché l’ho detto…”

Abbassò lo sguardo pensando di aver sbagliato, ma l’altro sembrava divertito.

“Assolutamente sì? Beh allora…Su tutte le ruote anche per me.”

Gli sollevò il mento con la mano per poi baciarlo di nuovo. Stavolta anche Vin si mosse avvicinandosi a lui, e gli sfiorò il viso e i capelli. Le labbra si dischiusero finché le loro bocche si unirono con più trasporto. Solo il rumore dei passi e delle valigie dal piano di sopra li distrasse, impedendo che le loro mani continuassero a percorrere altri tragitti.

A malincuore si divisero, e in silenzio si sistemarono i capelli a vicenda, come se ognuno fosse la mano dell’altro.

Nel frattempo Tom, uscendo dal bagno, non aveva trovato Vin in camera. Con un asciugamano legato in vita, si era subito affacciato dalla porta finestra per controllare in balcone e per strada, ma non aveva visto nessuno. Si era vestito velocemente e senza nemmeno mettersi le scarpe era sceso alla reception per chiedere se lo avessero visto. Arrivato all’altezza del bar, aveva visto i due ragazzi sul divano di spalle, da lì non si erano accorti del suo arrivo. Si era fermato ad osservarli con stupore, mentre Max diceva qualcosa che non riusciva a sentire, poi sollevava il mento di Vin con la mano e lo baciava. A un certo punto si erano sentiti i rumori dalle stanze al piano di sopra e Tom si era mosso di qualche passo.

“Stanno arrivando…” disse Max, schiarendosi la voce.

Il ragazzo si alzò dal divano dando un’ultima sistemata alla giacca e alla targhetta col nome. Prese al volo il posacenere e il bicchiere per andare a nasconderli dietro la reception.

“Ma perché te ne vai da solo?” gli chiese “Il tuo amico ti ha mollato? Io non gli starei tanto dietro, sai.”

“Ma io non gli sto dietro.” protestò Vin.

“Dai, e chi non lo farebbe? Con quel fondoschiena…nice ass.”

A quel punto Tom si schiarì la gola per far notare la sua presenza. Andò a sedersi su uno sgabello del bar, così Max lo vide mentre si avvicinava al banco della reception.

“Oh oh.” Esclamò stupito. “Qualcuno ci stava spiando…”

“Non volevo interrompere il festino.” Lo provocò Tom. Lanciò un’occhiata in direzione di Vin, che si voltò dall’altra parte.

“Non c’è nessun festino.” Ribatté prontamente Max.

“Si può avere almeno un caffè qui? O sei troppo impegnato con i tuoi clienti?”

“Veramente il bar apre alle sette, cowboy. Ma per un cliente come te potrei fare un’eccezione.”

Max andò dietro il bancone del bar per preparargli il caffè.

Intanto Vin, afferrato lo zaino e infilato il giubbotto, si era diretto verso la porta, evitando di incrociare lo sguardo di Tom.

“Vin…aspetta.” Lo chiamò lui, senza spostarsi dal bar.

“Non posso…” tagliò corto Vin. “Devo andare.”

Scambiò un cenno di saluto con Max e corse per strada. Tom si fece scuro in volto, realmente dispiaciuto.

“Ma dove va?” chiese a Max.

“A prendere la corriera. Dai, vedrai che fate pace.”

“Pensa al caffè tu.”

Dal piano di sopra iniziarono ad arrivare diverse persone che dovevano partire, così Max si spostò alla reception parlando in inglese con i clienti.

***

Vin camminava veloce, riconoscendo la strada della sera prima. Da lontano vide la corriera già ferma al capolinea vicino al bar. Ora non sapeva più in quale ordine mettere i pensieri. Ma la cosa che gli premeva in quel momento era mantenere sulle labbra il sapore di quel bacio, almeno per un po’. Voleva fermare solo quell’attimo, quando niente sembrava importare se non accarezzarsi e guardarsi negli occhi. Se solo fosse stato sempre così semplice.

Strada facendo, fu irresistibilmente attratto da una cabina telefonica sul marciapiede, proprio vicino al muretto dove si erano fermarti la sera prima. Si ricordò di avere in tasca dei gettoni, Tom li aveva portati dal bar e dato che lui faceva collezione ne aveva preso un paio. Si avvicinò incerto alla cabina, finché non resistendo alla tentazione sollevò la cornetta e infilò il gettone, poi compose il numero di casa sua. Solo dopo che sentì il primo squillo, gli venne in mente che forse era troppo presto per chiamare, anche se ultimamente sua madre soffriva un po’ di insonnia e di solito alle cinque era già in piedi. Mentre il telefono squillava, si voltò a guardare il mare calmo e sentì una sorta di nostalgia.

Dopo alcuni squilli, quando stava per rinunciare e chiudere, finalmente la voce assonnata della madre rispose dall’altra parte. Lui restò in silenzio, trattenendo anche il respiro, così la donna ripeté più volte “Pronto, chi è?” e lui rimase ad ascoltare per intercettare qualche inflessione nella sua voce. Per capire se fosse disperata oppure no. Triste, o allegra. Allegra era una parola grossa per lei.

“Pronto, sei Vin?” chiese a un certo punto la donna. Allora gli sembrò di percepire un pizzico di disperazione. “Chi sei? Per favore, se sei un amico di Vin parla. Digli che lo stiamo cercando. Di tornare, che non gli faremo niente. Mi senti??”

Vin riappese la cornetta. Sentiva il cuore pesante ma nessun’altra reazione, non gli veniva da piangere come aveva immaginato. Il motore della corriera si accese con gran rumore e gli ultimi passeggeri salirono salutando gli amici o spegnendo le sigarette. Corse fuori dalla cabina e salì sul mezzo; fatto il biglietto, andò subito a sedersi in fondo. Prese il walkman dallo zaino, attaccò le cuffie con la sua cassetta preferita.

Guardò la cabina telefonica mentre la corriera si allontanava dallo stradone. Perché non si poteva entrare in una cabina e cambiare tutto? – pensava – Uscirne trasformati in Superman, per esempio, o qualcosa di simile? Come per magia, cambiare tutto: avere una vita normale, andare a scuola, ridere per le stupidaggini, non essere innamorati senza speranza.

Gli tornò in mente quella volta che aveva passato tutta la notte in una cabina. Era entrato per ripararsi dalla pioggia, ma poi non si era sentito bene e si era seduto lì dentro, dove nessuno lo poteva vedere da fuori. Ma anche se l’avessero visto, avrebbero pensato a qualche drogato in crisi di astinenza e l’avrebbero lasciato lì. Tremava tutto dalla testa ai piedi. Verso l’alba l’avevano trovato, sua madre e quell’uomo, il dottor Spina. E da lì, tutte le visite e gli esami con quei macchinari strani. E poi a un certo punto gliel’avevano detto: “abbiamo trovato una struttura dove starai benissimo, con altri ragazzi della tua età. Si tratta soltanto di un mese.” Ma senza specificare che si trattava di un mese di prova, per poi restare lì chissà quanto.

Se ci fosse stato suo padre non l’avrebbe permesso, ne era convinto.  Se suo padre non se ne fosse andato di casa, molte cose non sarebbero andate in quel modo. Il dottor Spina per esempio, non sarebbe andato a vivere con loro. Lui lo sapeva che il padre gli voleva bene, se era andato via così a un tratto, doveva averlo costretto la madre. Non poteva esserci altra spiegazione.

Certo, dopo l’incidente al mare era cambiato. Si sentiva così in colpa, e sua madre lo faceva sentire in colpa ancora di più. Non si fidava di lasciarlo andare solo con lui da nessuna parte, né al mare né in altri posti secondo lei pericolosi. Allora il padre era diventato molto silenzioso, e si chiudeva sempre più spesso nel garage a fare i modellini di navi. Gliel’aveva insegnato lui a farli. Ma poi aveva smesso, usciva sempre per andare al bar e giocare a quel gioco su tutte le ruote. Ci giocava da sempre, ma aveva iniziato ad andarci tutti i giorni, e quindi la madre si lamentava perché buttava troppi soldi. Eppure lui se lo ricordava quando era diverso, quando da piccolo gli chiedeva se poteva fare il bagno e lui rispondeva “Sì, su tutte le ruote!”

E fu a quel punto che gli venne da piangere.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Immagine: Narciso e Boccadoro (as Vin e Max)

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**14*

Come il giorno e la notte – parte 14 –

Sara

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
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sara ok

 

Quando aprì gli occhi all’improvviso, la sveglia sul comodino segnava quasi le quattro, e dai vetri della porta finestra non giungeva alcuna luce. È ancora notte, pensò, come temendo che potessero essere passati dei giorni senza che se ne fosse reso conto.  Fece mente locale per riconoscere la stanza dell’albergo, si sentiva stordito e la testa era pesante. Si era svegliato da un sogno che l’aveva agitato, bruscamente interrotto dal rumore dell’ascensore e di alcuni passi nel corridoio.

Si girò nel letto mettendosi supino, e scorse Lory nella penombra dell’unica abat-jour rimasta accesa. La donna dormiva profondamente accanto a lui, con la vestaglia di raso indosso e semicoperta dalle lenzuola, i capelli sparsi sul cuscino. Tom cercò di muoversi senza fare rumore; non aveva previsto di addormentarsi, sarebbe voluto andare subito a controllare la macchina.

Scese dal letto misurando ogni movimento, per evitare di svegliarla. Si rivestì recuperando gli indumenti per la stanza, poi andò in bagno a rinfrescarsi il viso per riprendersi dal quel torpore, rimandando la doccia ad un secondo momento. Per fortuna si accorse del sapone per terra prima di scivolarci inavvertitamente, e lo raccolse. Dovevano averlo fatto cadere quando erano entrati in bagno, e quello era stato il secondo round, prima di finire sul tappeto ai piedi del letto. Si ricordò che a un certo punto non riuscivano a smettere di ridere, dopo che lui l’aveva spinta con troppa forza contro l’armadio e una delle ante superiori si era spalancata facendoli sobbalzare. “Piano, o ci cacceranno dall’albergo” aveva detto Lory iniziando a ridere.

Solo quando lei era andata a gettarsi sul letto accompagnando il suo gesto con un teatrale “oh mio Dio”, Tom ebbe la certezza che la maratona fosse giunta al termine e che finalmente si sarebbe addormentata. Non prima però di avergli chiesto, mentre socchiudeva gli occhi, “Ma da quale pianeta vieni?”. Domanda a cui lui rispose con il primo posto che gli venne in mente “Marte” e lei di rimando: “Allora deve esserci vita su Marte.” Dopo aver bevuto qualche altro sorso di vino era crollata, e lui non aspettava altro per andar via ma la stanchezza l’aveva tradito.

Infilò le scarpe e il giubbotto e uscì dalla porta finestra, richiudendola silenziosamente. Aveva notato prima le scalette antincendio proprio adiacenti al loro balcone, da lì si ritrovò in strada sentendosi subito più leggero e grato all’aria della notte che lo rinfrescava con il suo soffio rigenerante. Cercava qualsiasi cosa che lo distraesse da quel sogno, perché quando si trattava di suo padre non era mai niente di buono. E ultimamente gli capitava troppo spesso, a partire dalle notti in casa famiglia.

Prese lo stradone del lungomare in direzione del piccolo bar all’angolo dove aveva lasciato la macchina. Controllò di avere le chiavi nella tasca del giubbotto, i soldi e tutto il resto. Prese il pacchetto di sigarette e ne accese una. Il vento era notevolmente calato, il suono delle onde più dolce in quell’ora di quiete.

Gli piaceva percorrere strade poco conosciute, dove nessuno sapeva chi era e così poteva essere chiunque. Di solito camminava a testa alta, guardandosi intorno, sicuro che avrebbe incontrato una ragazza interessante, o al limite qualcuno che gli avrebbe offerto dell’erba, o con cui suonare qualche canzone. In quel momento invece avrebbe preferito passare inosservato. Era consapevole della seduzione del suo sguardo, a cui era difficile dire di no, e a volte ne sentiva il peso. Non temeva il buio delle strade, perché vi era ben altro buio nel suo cuore.

Quando stava per arrivare alla macchina, notò in una strada laterale un gruppo di ragazzi fermi a bivaccare. Alcuni chiacchieravano e fumavano, altri camminavano avanti e indietro; c’era un piccolo fuoco acceso in fondo alla via. Di tanto in tanto una macchina rallentava e svoltava proprio in quella traversa. Sapeva che anche alla stazione dove andava a spacciare, c’erano dei ragazzi che si facevano rimorchiare la notte, ma non si era mai addentrato nelle loro zone.

Stava passando proprio lì vicino, quando un’auto aveva rallentato e il guidatore aveva abbassato il finestrino per sporgersi leggermente e guardarlo con interesse. Era un uomo distinto, con gli occhiali. Gli aveva chiesto se era libero. Lui rispose di no e affrettò il passo. “Peccato” disse quello, e proseguì imboccando la stradina.

Raggiunse il piccolo bar ancora chiuso e poi la macchina. Era tutto a posto, per fortuna si trovava in un punto appartato ma raggiunto dalla luce di un paio di lampioni sulla strada. Nei pressi c’era qualche altra auto, ne notò una di traverso, in direzione del mare con le luci di posizione accese, e immaginò che ci fosse qualcuno dentro.

Per scrupolo voleva riprovare a mettere in moto. Ma niente, lo stesso rumore di prima. Mentre faceva l’ultimo tentativo, vide movimento dentro la macchina di traverso e la luce interna accendersi. Subito dopo, era scesa una persona che aveva richiuso la portiera. Nella penombra, poteva distinguere una ragazza che finiva di sistemarsi i vestiti con rapidi gesti, e infine sollevava la cerniera della giacca in pelle. Il guidatore della macchina intanto aveva messo in moto ed era partito accelerando sullo stradone.

La ragazza si era quindi incamminata verso il marciapiede e voltandosi aveva notato Tom che fumava dentro l’auto, con la portiera aperta mentre tentava di mettere in moto per poi rinunciare. Si avvicinò chiedendogli una sigaretta. Da vicino, Tom si accorse che era poco più di una ragazzina, anche se il trucco sugli occhi poteva farla sembrare più grande. Aveva i capelli lunghi raccolti in una coda e una fascetta bianca per tenerli all’indietro, gli occhi grandi e le labbra carnose. I tacchi la facevano apparire più alta ma guardandola bene non le avrebbe dato più di quattordici anni. Ogni tanto stringeva le braccia come se sentisse freddo, ma Tom pensò che fosse un gesto nervoso e che non stesse tanto bene perché spesso rabbrividiva. Le diede una sigaretta e lei la accese da quella di Tom.

“Non ti parte la macchina?” gli chiese. Anche la voce era quasi da bambina.

“No. Domani la porto dal meccanico.”

“Ah. Se vuoi chiamo mio fratello che è bravo…tanto sta là.” Disse lei indicando la stradina con i ragazzi.

“No, lascia stare.” Tom scese dalla macchina e richiuse finestrini e portiera. “Senti, conosci qualcuno che ha erba o fumo qui?”

“Erba no…altra roba se vuoi.”

“No, non mi interessa.”

La ragazza lo guardò meglio ora che era sceso dalla macchina.

“Aspetta. Ma tu non sei quello di stazione M.? Quello che spaccia.”

“Sì.” Tom non si stupì più di tanto, dato che in quella zona lo conoscevano tutti i tossici, anche quelli di passaggio. Lui però non ricordava di averla vista.

“Ah ho capito chi sei. Tom, giusto? Sono venuta una volta con una mia amica e c’erano delle ragazze che parlavano di te…infatti ho pensato, oh lo voglio conoscere pure io questo Tom.”

La ragazza gli sorrise con malizia mentre gli occhi tradivano imbarazzo.

“Adesso mi conosci.” Disse lui abbozzando un sorriso.

Lei rimase a guardarlo come aspettandosi che lui facesse qualcosa. Si avvicinò alla portiera della macchina.

“Ma…perché non entriamo in macchina che fa freddo?”

La ragazzina allungò la mano verso la maniglia, ma Tom le strinse il braccio per fermarla, senza farle male.

“No, no.” Disse gentilmente. “Un’altra volta, eh?”

“Perché?”

“Ne riparliamo quando sei più grande. E smetti di drogarti.”

“E perché?” ripeté lei. Si appoggiò alla macchina con le braccia conserte, manifestando nell’espressione del viso la sua delusione.

“Perché non mi piacciono le tossiche. Stanno sempre lì a pensare alla droga.”

“E allora Marika?”

“E qual è Marika?”

“Quella coi capelli un po’ mossi…sul biondo…ha sempre la fascetta come me.”

“Ah ho capito…La conosco di vista.”

“Come di vista? Allora non è vero che siete rimasti un’ora dentro i bagni? E che una signora vi voleva denunciare?”

“No, non è vero. Fidati.”

“Brutta troia.”

“Dille di non andare in giro a sparare stronzate su di me.” Si seccò Tom.

Avevano finito di fumare la seconda sigaretta. Tom stava per dirle che doveva andare, quando all’improvviso la ragazzina gli afferrò un lembo del giubbotto aperto tirandolo verso di sé.

“Mio padre, merda!” esclamò spaventata. “Stai fermo, per favore.”

Lo teneva stretto in modo che Tom, dando le spalle al marciapiede, potesse coprire lei che era molto minuta. In effetti un’auto stava percorrendo la strada a bassa velocità, come per controllare le macchine in sosta. Poi aveva proseguito nel lungomare. Erano talmente vicini che Tom poteva sentire il battito accelerato del suo cuore.

“Calmati. È passato.” Sussurrò per tranquillizzarla e liberarsi dalla sua stretta.

“Meno male.” Sospirò lei, calmandosi.

Tom andò ad aprire il portabagagli per prendere lo zaino di Vin e tornare in albergo. La ragazzina frugò nelle tasche della giacca e tirò fuori un pezzettino di stagnola mostrandogli una pasticca.

“Tieni, te la regalo, visto che mi hai aiutato. È anfetamina, è buona.”

Tom la mise in tasca, pensando di guadagnarci qualcosa appena tornato in stazione. Dalla strada si avvicinò un ragazzo urlando nella loro direzione.

“Sara! Sara, dove cazzo eri? Dai andiamo.”

“Arrivo!” rispose lei. Mentre si incamminava si rivolse ancora a Tom. “Allora ti cerco se vengo alla stazione.”

“Okay.”

I due si allontanarono, il ragazzo che continuava a dirle qualcosa con toni accesi. Tom afferrò lo zaino di Vin dal bagagliaio. Non si accorse che non era chiuso bene, così alcune cose caddero per terra. Sentì anche rumore di vetro, e temette che potessero essere le gocce di Vin. Ma non vide alcuna boccetta per terra, così pensò che l’avrebbe cercata alla luce del giorno.

Sfruttando la debole luce del lampione, riuscì a recuperare il walkman e una matita. Poco più in là c’era il quaderno, si era aperto cadendo e il vento soffiava sui fogli. Raccogliendolo, vide una pagina con disegni di Vin, delle barche e stelle sul mare. Sorrise ricordandosi della sua fissa per le barche e la storia di quel marinaio, provando quasi tenerezza perché gli sembrava di avere tra le mani il quaderno di un bambino delle elementari. Per curiosità sfogliò altre pagine, e ne trovò una dove Vin aveva scritto l’elenco di quello che non doveva fare, per esempio “non nominare la casa famiglia”, “non restare solo con André” e altre cose che gli aveva raccomandato Tom in quei giorni. Scuoteva la testa pensando a quanto fosse strano quel ragazzino.

Poi andando indietro, si fermò su una pagina diversa dalle altre, perché era riempita solamente dal suo nome scritto in vari modi e diversi cuori e cuoricini intorno, e c’era sempre il suo nome anche in altre pagine: Tom, Tom, e cuori o fiori o altri disegni. Almeno tre o quattro pagine. Dalle date si capiva che risalivano al periodo della casa famiglia, una a Natale. In altre pagine non c’erano più date. Lo colse una strana sensazione. Da una parte gli veniva da sorridere per l’incredulità, dall’altra provava rabbia. Non sapeva se per il fatto in sé o per non essersi accorto di nulla. Trovava la cosa assurda. Sospirando, si appoggiò alla macchina rivolgendosi verso il mare, il bianco delle onde luccicava nel buio. Chiuse il quaderno, e vide che sulla copertina c’era scritto in grande: “segretissimo”.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Immagine:  Natja Brunckhorst (as Sara)

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**13*

Come il giorno e la notte – parte 13 –

Tom e Lory

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
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LORY OK

 

Saliti in camera, i ragazzi si gettarono subito sui letti, sentendo il bisogno di un posto morbido su cui stendersi. Tom si sfilò le scarpe al suo solito modo, senza usare le mani e lasciandole cadere rumorosamente per terra; poi si distese al rovescio sul letto, poggiando i piedi sul muro. Da lì vedeva la stanza sottosopra, il soffitto e le pareti di colore rosa antico, grandi tende bianche alle finestre, due abat-jour dalla luce bassa e rilassante, e alla parete la riproduzione di un dipinto con scritto in piccolo Magritte.

“Guarda questi omini che piovono dal cielo.” Disse a Vin, che si voltò verso il quadro.

“Già. Strano questo posto.” Osservò Vin. “Ma almeno non dobbiamo dormire in macchina…A proposito, come hai fatto a convincerla?”

A Tom venne da ridere.

“Non l’ho dovuta convincere. Sai che ho capito, Vin? Che il modo migliore per ottenere qualcosa è non chiedere niente.”

Vin rimase quasi senza parole, incantato dalla sicurezza dell’amico.

“Sai tante cose tu.”

Tom sbadigliò e si sistemò un cuscino sotto la testa.

“Dormirei adesso.”

“Pure io.”

Non fecero in tempo a chiudere gli occhi che bussarono alla porta. Vin scese controvoglia dal letto e andò ad aprire, era il ragazzo della reception che portava un carrellino con la cena.

“Ecco il nostro amico del bar.” Tom saltò giù dal letto ricomponendosi.

“In realtà io sono il portiere. Quando c’è bisogno lavoro anche al bar.” Specificò il ragazzo.

“Ah scusaci, portiere.” Lo prese in giro Tom. “Com’è che ti chiami?”

“Max. Non era rimasto molto da mangiare a quest’ora…vi ho portato quello che c’era. Ah, ho trovato questo.”

Così dicendo prese dal carrellino un blocchetto di ghiaccio sintetico e si rivolse a Vin indicando il suo occhio gonfio.

“Ti fa ancora male? Vedrai che con questo va meglio.”

Vin lo ringraziò e lo poggiò da una parte per mettersi a mangiare. Anche Tom si avvicinò al tavolino al centro della stanza e curiosò nel carrellino. Max indugiava ancora vicino alla porta.

“Beh se vi serve qualcosa, io faccio il turno di notte per cui mi trovate lì…” Poi abbassò la voce in tono confidenziale. “Peccato che non posso partecipare al vostro festino.”

Tom sollevò lo sguardo dei piatti e tagliò corto.

“Guarda che non c’è nessun festino.”

“Non me la contate giusta con la cantante…” ridacchiò il ragazzo.

“Vai Max, hanno bisogno di te al bar.”

“Non te la prendere, nice ass.”

Max guardò Vin con complicità, facendogli l’occhiolino. Vin sorrise;  anche se non capiva bene di cosa stessero parlando,  lo trovava divertente.

Tom intanto gli indicava la porta perché fosse chiaro che non volevano essere disturbati.

“Che hai detto? Guarda che l’inglese lo capiamo anche noi.”

Max continuava a ridacchiare.

“È un complimento, non fare il permaloso.”

Bye bye.” disse Tom prendendolo in giro per l’inglese.

“Ciao ragazzi.” Salutò infine Max uscendo dalla stanza. Tom chiuse la porta.

“Ma che hanno in questo posto? Ci provano tutti?”

Vin sorrideva tra sé divertito dalla scena, quel ragazzo gli era simpatico ed era riuscito in qualche modo a spiazzare Tom, cosa che non riusciva a molti.

Mentre mangiavano, Vin si ricordò che doveva recuperare lo zaino dalla macchina. Non voleva lasciarlo lì e inoltre preferiva avere con sé le sue gocce, in caso gli fossero servite di notte.

“Va bene Vin,  tu dormi. Ci vado io più tardi.” lo tranquillizzò Tom. “Prima devo passare dalla cantante…”

Vin si fermò con il bicchiere d’acqua a mezz’aria, col dubbio di non aver sentito bene.

“Dalla cantante? E perché?”

“Perché? Secondo te?”

“No, è che…potrebbe essere tua madre.”

“Sì è vero…una bella madre, no?”

“Contento tu.” Tagliò corto Vin.

“Non è quello il punto, Vin. Ci sta anche pagando una stanza, ricordati che nessuno dà niente per niente.”

Vin continuò a mangiare decidendo di non dire più nulla; sapeva che quando l’amico era convinto di avere ragione non c’era molto da fare. Intanto Tom era andato ad aprire il frigo bar per cercare qualcosa da bere, tradendo un leggero nervosismo mentre continuava a parlare come per giustificarsi.

“E poi ha i soldi…ti pare poco. E cosa ci serve adesso, Vin?”

“Soldi.” Rispose Vin tra il seccato e il triste. “Sempre i soldi…”

“Sì, sempre i soldi.” Ribadì Tom. Prese una piccola bottiglia di vodka e tornò al tavolo, cambiando discorso. “Guarda qua, hanno tutti i mini alcolici. Ne vuoi uno?”

Vin rifiutò schioccando la lingua, e posò la forchetta senza finire di mangiare. Tom svitò il tappo della bottiglietta poi si fermò con aria seria.

“Guarda che non mi serve un ragazzino che mi dice quello che devo fare. Non me ne importa se sei d’accordo o no. È una cosa come un’altra, Vin.”

“Per te.”

Vin andò a sedersi sul letto, con la schiena contro la parete. Scelse un volantino dell’hotel dal comodino per fingere di leggere qualcosa, con l’espressione di un bambino messo in punizione dai genitori e mandato a letto senza cena. Tom bevve un sorso di Vodka, quindi poggiò rumorosamente la bottiglietta sul tavolo, tanto da far sobbalzare Vin. Allora si alzò e andò a sedersi sul bordo del letto, rivolgendogli uno sguardo che Vin non gli aveva mai visto prima.

“Ascoltami. Se io non porto i soldi ad André…ogni giorno…lui mi chiede di fare delle cose…che io non voglio fare. È chiaro adesso?”

Vin riuscì soltanto ad annuire col capo, gli mancava il fiato per parlare. Tom sospirò, come se facesse fatica a dirlo.

“Non lo sopporto, Vin, mi sta sempre addosso…Se mi tocca lo ammazzo.”

Poi di punto in bianco se ne andò in bagno, chiudendo la porta come a voler chiudere un discorso. Solo in quel momento Vin si accorse di essere quasi in apnea e respirò prendendo più aria che poteva.

***

Passate le undici, Vin si era quasi addormentato, con il ghiaccio posato sull’occhio, e la musica dal piano di sotto aveva smesso di suonare. Si sentì il rumore degli ascensori, passi e voci nei corridoi che si auguravano la buonanotte. Trascorsa un’altra mezz’ora si udirono dei tacchi percorrere il corridoio fino alla stanza accanto alla loro, poi la porta che si apriva e richiudeva.

Tom era già al balcone da qualche minuto, era uscito per fumare. Vide accendersi la luce dell’altra stanza e, dietro le tende bianche, l’ombra di Lory che andava avanti e indietro per poi entrare in bagno. Si affacciò alla porta finestra per avvisare Vin.

“Vin…” aggiunse prima di andar via “Nina non lo deve sapere, capito? Sennò si arrabbia da morire.”

“Okay, non le dico niente.” Lo rassicurò Vin schiudendo l’occhio sano. “Ma se dici che non è la tua ragazza allora perché…”

“Perché si arrabbia, è fatta così. Dai a dopo.”

Tom richiuse la porta finestra scorrevole senza farla scattare, in modo da poter rientrare da fuori. Buttò la cicca dal balcone e si passò una mano sui capelli per sistemarli. Avvicinandosi alla porta finestra dell’altra stanza intravide Lory che usciva dal bagno per cercare qualcosa nella valigia. Bussò piano alla vetrata.

La donna si voltò e gli sorrise da dietro il vetro. Aprì cercando di non fare troppo rumore e richiuse dopo che Tom fu entrato. Si salutarono con un timido ciao. Lei sollevò la mano dove teneva un dischetto di cotone sporco di trucco.

“Scusa, avevo iniziato a struccarmi…pensavo che non saresti venuto ormai.”

“Perché no?”

Tom si guardò intorno e notò che anche in quella stanza era appeso un quadro con il nome Magritte. Era un volto femminile con tante nuvole sopra.

“Anche da noi c’è un quadro strano.” Disse,  tentando di darsi un tono. Ma si accorse che l’aveva fatta sorridere, e si chiese se fosse un segno di imbarazzo. Lory prese alcune cose dalla valigia.

“Ti dispiace se finisco in bagno? Torno subito. Intanto ti va di aprire quel vino?”

“Sì, certo.”

La donna sparì in bagno chiudendo la porta. Tom si avvicinò al tavolino e si adoperò per aprire la bottiglia di vino bianco. C’erano già due bicchieri pronti. Notò un mazzo di fiori poggiato sul comò e ne annusò il profumo.

“Fa caldo qui.” Disse, togliendosi il giubbotto e poggiandolo su una sedia. Rimase con la camicia aperta sulla maglietta nera.

“Già. Spogliati pure.” Rispose Lory dal bagno. Poi aggiunse “La giacca, intendo.”

Dopo qualche minuto la donna ricomparve dal bagno. Meno truccata, con i capelli più morbidi. Aveva indossato una vestaglia da camera di raso, che arrivava giusto sopra il ginocchio. Tom pensò che in quel momento avrebbe dovuto dire qualcosa di intelligente per rompere il ghiaccio, invece riuscì solo a stare immobile a guardarla. I suoi occhi scorsero sulle gambe, per poi salire sui fianchi fino a fermarsi sulla linea delle labbra.

Finalmente Lory spense la lampada principale e la stanza fu avvolta dalla sola luce delle abat-jour; poi gli fece un cenno e spostarono il tavolino affianco al letto, così si sedettero sul bordo e riempirono i bicchieri.

“Agli incontri” disse lei sollevando il bicchiere.

Lui sollevò il suo e i vetri tintinnarono nell’aria. Si guardarono negli occhi secondo le regole del brindisi, e per qualche attimo non distolsero lo sguardo. Tom sorrise ai suoi occhi verdi e ai capelli biondi che lei aveva spostato dietro le orecchie mentre diceva “agli incontri”.

“Che non sono mai per caso.” Aggiunse la donna, e bevve un sorso di vino. Tom fece altrettanto, e posò quindi lo sguardo sulle gambe snelle e sull’orlo della vestaglia celeste.

“Mi canti quella canzone?” le chiese, ma solo per prendere tempo e perché la sua voce gli piaceva. Lei si schermì come una star di Hollywood a cui hanno richiesto troppi autografi. Gli rivolse un sorriso stanco.

“Sono quasi senza voce. Solo un pezzetto.”

“Va bene.”

Lory intonò la canzone sottovoce, con una dolcezza che richiamava il suono di una ninna nanna.

Questa di Marinella è la storia vera…che scivolò nel fiume a primavera…

In quel momento la sua voce che cantava, invece di farlo eccitare come avrebbe voluto, gli riportò  alla mente le parole di Vin: “potrebbe essere tua madre”. Fu necessario fare un bel respiro per non scoraggiarsi, e dopo sorrise di nuovo, sapendo di usare una delle sue armi più forti. Bevve ancora qualche sorso e poggiò il bicchiere.

“È un po’ triste.” Osservò quando finì la strofa, e nel mentre le stuzzicava l’orlo della vestaglia che cadeva morbida sulla sua gamba. Ebbe la sensazione che lei si allontanasse.

“Quanti anni hai, Tom?” C’era una punta di preoccupazione nella sua domanda.

Lui fermò la mano e tenne lo sguardo basso. Nel giro di pochi secondi valutò fino a che punto mentire.

“Venti, perché?”

“Ah, meno male.” Sospirò lei.

“Li compio tra dieci giorni.”

Tom la guardò per trovare conferma di averla tranquillizzata, e allora riprese a muovere la mano con una carezza che sollevava leggermente la vestaglia. Lei avvicinò il ginocchio al suo.

“Dieci giorni?” commentò Lory. “Allora sei Ariete. Ci avrei scommesso.”

“Sì. Perché, cosa sai dell’Ariete?”

“Per ora niente.” Rispose, e poggiò il bicchiere perché fosse chiaro che voleva liberare le mani.

Allora fu lei a muoversi verso di lui, afferrando la stoffa della maglietta per sollevarla e poterlo accarezzare, scivolando poi più in basso con la mano, e mentre lei gli slacciava il cinto lui iniziava a baciarla. Senza fermarsi, fece cadere le scarpe per terra e si tolse i vestiti con il suo aiuto;  poi lei aprì la vestaglia di raso, mostrando di non indossare nient’altro.

I loro respiri divennero sempre più brevi e concitati, le mani più veloci, fino a quando il ragazzo si piegò per farla sdraiare sul letto e lei a un tratto lo bloccò con una mano ferma sul petto. Tom si arrestò così sopra di lei.

“Hai cambiato idea?” le chiese.

“Al contrario.”

E in men che non si dica l’aveva spinto con tale impeto che aveva quasi sbattuto la testa alla ringhiera del letto, e si era ritrovato sdraiato con la donna sopra di lui – una cavallerizza in vena di scorribande – dovendo trattenersi dal ridere perché i suoi lunghi capelli gli sfioravano il petto facendogli il solletico.

Bang Bang” disse lei, mimando una pistola tra le mani.

“Mi arrendo.” Rispose Tom, senza  conoscere i versi di quell’altra canzone.

Sollevò le braccia in segno di resa e sebbene spiazzato da quell’improvvisa intraprendenza, la lasciò fare.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Immagine: Catherine Deneuve (as Lory)

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**12*

Come il giorno e la notte – parte 12 –

L’albergo sul mare

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

****

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Camminarono riprendendo la strada del lungomare da dove erano arrivati, vedendo una serie di insegne di vari locali ancora chiusi in quella stagione. Il vento si era calmato dopo aver liberato il cielo dalle nuvole, e il rumore delle onde che proveniva dal mare era più rilassante a quell’ora della sera, quando non era né giorno né notte. Procedevano un po’ distanti, come due che vogliono fingere di non conoscersi. Vin iniziava a guardare le stelle man mano che spuntavano mentre si faceva buio; Tom pensieroso con le mani in tasca, rifletteva su come procurarsi i soldi per André.

Quando i lampioni iniziarono ad accendersi al loro passaggio, intravidero le insegne di un albergo da cui giungeva della musica. Rallentarono, e dalle vetrate che davano sulla strada videro la reception e parte del ristorante dove alcune persone stavano cenando. Tra la reception e i tavolini c’era un bancone da bar dove un ragazzo in divisa trafficava preparando dei caffè. Tom si avviò verso la porta.

“Proviamo a chiedere qui.”

Entrarono nella hall. Al banco della reception non c’era nessuno, così Tom si diresse verso il bar, mentre il ragazzo in divisa si spostava per portare i caffè ai tavoli. Vin andò a sedersi in uno dei divanetti vicino alla reception. Da lì vedevano l’intera sala del ristorante, con una cinquantina di tavoli di cui era occupata circa la metà. In fondo c’era un piccolo palco, era da lì che proveniva la musica che avevano sentito dalla strada. Suonava un piccolo gruppo di due musicisti e una cantante, che aveva appena iniziato a intonare una nuova canzone:

“Questa di Marinella è la storia vera…che scivolò nel fiume a primavera…e il vento che la vide così bella…dal fiume la portò sopra una stella…”

Tom si accomodò su uno degli sgabelli del bar ad ascoltare. Gli piaceva molto osservare gli strumenti, in particolare la chitarra. Ed era molto catturato dalla cantante e dalla sua voce, anche se non conosceva quella canzone. Era una donna appariscente, indossava un bell’abito con degli strass e stivali con il tacco alto; i capelli biondi erano tutti tirati all’indietro con la lacca e il viso molto truccato. Sia lui che Vin restarono come estasiati ad ascoltare la canzone. A Vin venne anche da piangere ma non lo diede a vedere. Quando la canzone finì, la cantante annunciò una breve pausa e i musicisti posarono gli strumenti.

Nel frattempo il ragazzo del bar era tornato, e Tom gli aveva chiesto subito il ghiaccio.

“Siamo di passaggio…il mio amico si è fatto male.” Spiegò, vedendolo indeciso.

Il ragazzo, sembrava avere circa vent’anni, aveva gettato uno sguardo verso Vin che era rimasto seduto sul divano e si premeva la mano sull’occhio dolorante. Disse che avrebbe controllato e scomparve da una porticina che dava sul retro.

Intanto la cantante dal palco si era avvicinata al bar, andando a sedersi su uno sgabello a poca distanza da Tom, sospirando per la stanchezza. Fu inevitabile scambiarsi uno sguardo dato che in quel momento non c’era nessun altro. Da vicino, Tom notò che doveva essere una donna matura, ma l’età in quel momento non aveva importanza; la trovava comunque molto bella, sia per le gambe slanciate che per gli occhi verdi. Entrambi abbozzarono un sorriso.

“Bella la canzone.” Disse Tom.

“Grazie.” Sorrise lei.

In quel momento apparve di nuovo il ragazzo del bar con in mano una bottiglia d’acqua.

“Ecco,” disse porgendola a Tom “questa è la cosa più ghiacciata che ho trovato.”

Tom prese la bottiglia e notò la piccola targhetta con il nome sulla giacca del ragazzo.

“Grazie, Massimo. Però visto che c’eri potevi portarmi una birra, invece dell’acqua.”

Con la coda dell’occhio, Tom vide che la cantante aveva sorriso divertita, per poi rivolgersi al ragazzo.

“Max, fammi un bel cocktail dei tuoi. E poi una birra per questo ragazzo.”

“Va bene, signorina Lory.”

Tom si avvicinò a Vin per dargli la bottiglia; soltanto adagiandola sul punto dolorante provò molto sollievo. Rimase a rilassarsi sul divano, sentendo sprazzi della conversazione al bar.

Tornato al bancone, Tom trovò un bicchiere di birra per lui. Si sedette sullo sgabello vicino alla donna, mentre Max finiva di prepararle il cocktail, per poi spostarsi quando squillò il telefono della reception.

“Grazie… ma non si doveva disturbare.” Disse Tom.

“Nessun disturbo…Stai qui in albergo?”

“No, siamo solo di passaggio.”

“Cosa gli è successo?” chiese la donna, voltandosi un attimo in direzione di Vin.

“Dei tizi hanno cercato di picchiarlo e…” rispose Tom dopo averci pensato un attimo. “Purtroppo ci hanno rubato anche i portafogli.”

“Accidenti. Questa non mi sembra una bella zona in effetti.”

“Già. Solo che…non parte la macchina e quindi…fino a domani…”

“Come fate fino a domani?”

“Beh…dormiremo in macchina. E domani cerchiamo un meccanico. Ci arrangiamo.”

Tom distolse lo sguardo e bevve alcuni sorsi di birra. La donna si era fatta pensierosa, quasi preoccupata.

“Non mi sembra il caso. Non avete nessuno da chiamare?”

“No, nessuno…sono tutti fuori città per il fine settimana.”

“Allora restate qui in albergo, no?”

“No, no, no, non ce lo possiamo permettere…e poi, davvero, non si preoccupi per noi, ce la caviamo.”

“No, non se ne parla. Non posso lasciarvi dormire così in giro, mi sentirei in colpa. Ci penso io.”

A quel punto la donna era così determinata che Tom non poté più avanzare finte proteste. Come sempre stava ottenendo ciò che aveva in mente, persino più di quanto potesse prevedere. Sapeva bene che se l’avesse implorata di pagargli una stanza, non avrebbe ottenuto lo stesso effetto.

Facendogli cenno di aspettare, la donna si spostò quindi alla reception per parlare con Max della stanza. Il ragazzo dell’albergo si mostrò indeciso per il fatto che i due imprevisti ospiti non avevano i documenti, ma Lory gli spiegò che gli avevano rubato tutto e che garantiva lei per loro. Allora Max le raccomandò che lasciassero la stanza prima delle 7, ora in cui arrivava il collega dopo il suo turno di notte.

Lory si avvicinò a Tom porgendogli le chiavi della stanza.

“Queste sono le chiavi. Gli ho chiesto di portarvi anche qualcosa da mangiare, va bene?”

“Okay.” Tom prese le chiavi e in quel passaggio le loro dita si sfiorarono non casualmente. Anche gli occhi si incontrarono di nuovo.

“Senti…” disse lei.

“Tom.” suggerì lui, dato che lei stava cercando un nome da dire.

“Tom.” ripeté la donna, e abbassò la voce. “Visto che ti servono soldi, immagino…Ecco, su in camera mia devo avere dei contanti…Se vuoi passare…più tardi.”

“In camera sua?”

“Sì, la mia stanza è proprio attaccata alla vostra…abbiamo il balcone in comune”

“Capito.”

“Salirò verso mezzanotte…Se ti va, ovviamente…Beh, pensaci.”

“Ci penso.” sussurrò Tom, anche se aveva già deciso.

Lory si voltò e velocemente tornò verso il palco, dove i musicisti stavano riprendendo a suonare in sua attesa. Tom la guardò mentre andava via, poi si avvicinò a Vin mostrandogli le chiavi con aria vittoriosa.

 

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Immagine da web.

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**11*

Come il giorno e la notte – parte 11 –

Il viaggio

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

****

Quando Vin sentì il fischio di Tom che lo chiamava dal cortile, aveva appena finito di prepararsi e di mangiare qualcosa. Infilò il giubbotto per uscire di casa e salì sulla 127 sport mentre Tom sistemava alcuni oggetti nel bagagliaio.

“A che ti serve lo zaino, Vin?” gli chiese, notando l’immancabile zaino sulla sua spalla.

“Non si sa mai.”

“Mettiamolo qui dietro” disse Tom. Vin glielo passò e lui lo gettò da una parte nel portabagagli. “Ha ragione tua madre, a dire che sei strano.”

“Particolare. Non strano.” Precisò Vin.

“Beh, adesso che è in coma non può dirti più niente.”

Tom ridacchiò contagiando anche Vin al ricordo della scena del giorno prima da André, quando avevano nominato sua madre.

Voltandosi dal sedile, Vin intravide Marzi all’angolo della strada, di ritorno verso la villa di André. Tom stava sistemando una scatola di metallo che doveva avergli lasciato proprio Marzi, e la nascondeva bene sotto una coperta. Indossava i suoi occhiali scuri e con l’aria distratta di chi non ha dormito molto teneva in una mano la sigaretta che veniva consumata dal vento. A Vin dava l’idea di una specie di animale notturno, uno di quei gatti che se ne vanno in giro di notte per poi fare rientro il giorno dopo pieni di graffi e altri segni sul muso. Si ricordò a un tratto delle notti in casa famiglia, quando lo sentiva urlare dalla sua stanza. Ma fu solo un flash che cacciò subito via dalla testa.

Tra le nuvole sospinte dal vento ogni tanto spuntava un raggio di sole a mandare un leggero tepore, ma l’aria era quella frizzante di marzo quando ancora la primavera non accenna ad arrivare. Di quel fresco pomeriggio a Vin piaceva ogni cosa. Soprattutto, essere lì.

“Ti serve aiuto?” gli chiese Vin dal sedile.

“No, ho fatto.” Rispose lui chiudendo il bagagliaio.

Quella secca risposta gli fece ricordare la conversazione del giorno prima con André, quando Tom aveva dato ad intendere che avrebbe dovuto fare quel viaggio da solo e non in compagnia. Pensò di dirgli qualcosa in proposito, ma non fece in tempo a decidersi che Tom sedendosi al volante gli rivolse la parola.

“Allora, tu mi aiuti con le strade, okay? Così io penso a guidare.”

Tom gli consegnò un foglio spiegazzato con una serie di indicazioni scritte da Marzi.

“Okay.” Rispose Vin, con un impeto di orgoglio che non avrebbe avuto nemmeno se il presidente degli Stati Uniti gli avesse chiesto di dargli una mano alla Casa Bianca. “Ma tu sai guidare, giusto?”

“Certo. Cioè, mi devo solo ricordare.” Ammise Tom mettendo in moto.

La macchina era parcheggiata di fronte al muro del casolare, per cui sarebbero dovuti uscire in retromarcia.

“Devi andare indietro.” Suggerì Vin indicando la R sulla leva del cambio.

“Giusto.” Disse Tom. “Sì le marce le so. Togli la mano, Vin.”

Dopo qualche tentativo, Tom riuscì a inserire la retromarcia e a uscire dal cortile del casolare. Quando furono sulla strada, si sentì abbaiare da lontano e affacciandosi al finestrino Vin scorse Bullo correre verso l’auto.

“Guarda chi c’è” disse divertito.

“Cosa ci fa Bullo? Di solito non viene fin qui.”

“Ieri mi ha seguito per un pezzetto.”

“Non è che hai detto a quei ragazzini dove abitiamo?”

“No, no. Guarda, vuole venire con noi.”

Bullo saltellava cercando di raggiungere Vin con la zampa.

“No, sei matto? Se poi vomita in macchina chi glielo dice a André?”

Tom inserì la prima e partirono lasciando Bullo ad abbaiare. Dopo diverse frenate brusche e un paio di stop saltati nonostante le indicazioni di Vin, arrivati sulla strada principale Tom aveva finalmente preso confidenza con la macchina. Il vento dai finestrini aperti scompigliava i loro capelli, e ogni tanto ridevano di nuovo ricordandosi di uno stop saltato o del signore che avevano costretto a fermarsi bruscamente sulle strisce. Tom per salutarlo aveva suonato forte il clacson, correndo via. Adesso che si erano immessi sulla statale, l’unica cosa da fare era seguire le indicazioni per il mare.

“La direzione è giusta.” Confermò Vin appena superarono una serie di cartelli. Stava prendendo molto sul serio il suo ruolo di navigatore, con l’entusiasmo di un bambino che va in gita per la prima volta.

“Okay.” Disse Tom. Poi indicò il vano portaoggetti. “Ci dev’essere la radio qui dentro.”

Aprendo lo sportellino, Vin trovò l’autoradio e la inserì nello scomparto. Provò a cercare una stazione ma nessuna musica era di loro gradimento. A un certo punto Vin si fermò su una canzone che diceva “e vola vola con me, sarà perché ti amo” e per far arrabbiare Tom invece di cambiare, aumentò il volume quasi al massimo. Solo quando Tom minacciò di sbandare con la macchina, Vin si decise a girare la manopola delle stazioni. Poi finalmente trovarono delle musicassette lasciate da André.

“Saranno quelle canzoni in tedesco.” Commentò Tom, ormai scoraggiato.

“No guarda, è lo stesso cantante della nave di cristallo.” Disse Vin, mostrandogli la custodia. Infilò la cassetta e quando partì la voce di Jim Morrison avevano finalmente trovato la musica per il loro viaggio. Con Love her madly Vin si scatenò suonando batteria e tastiere sul cruscotto e salutando i passeggeri delle altre auto dal finestrino. Presi dall’entusiasmo del mini concerto, non si accorsero dell’indicazione che avrebbero dovuto seguire per poi svoltare a destra; così Tom senza neanche pensarci frenò bruscamente e fece retromarcia in un punto con poca visuale, tanto che una macchina che sopraggiungeva per poco non gli andò addosso. Poi rapidamente si immisero nella strada giusta e via accelerando.

“Cazzo!” esclamarono praticamente insieme quando realizzarono di aver rischiato un incidente. E giù a ridere di nuovo.

***

Vin 1

 

Al mare soffiava più forte il vento. Il rumore delle onde si sentiva già dal piazzale prima di arrivare alla spiaggia. Percorsero quasi tutto il lungomare fino alla fine, dov’era l’appuntamento, e Tom lasciò la macchina nei pressi di un piccolo bar, tanto sarebbero rimasti lì intorno. Non potendo resistere a quel richiamo, Vin corse subito in spiaggia per vedere il mare da vicino e giocare come un bambino ad evitare che le onde arrivassero a bagnargli le scarpe. Tom lo osservava divertito, appoggiato a un parapetto da cui gettava anche uno sguardo sulla strada e sulle auto che arrivavano.

L’acqua con la forte corrente trasportava a riva piccoli oggetti di vario tipo, conchiglie e pietre. Vin ne raccolse qualcuna, e andò poi a posarle accanto a una specie di lapide con una croce di legno su cui non si leggeva bene il nome, creando una sorta di corona floreale tutt’intorno. Poi Tom gli fece cenno di avvicinarsi perché aveva comprato al bar delle patatine e coca cola. Vin lo raggiunse con un bottino di conchiglie e pietre e le dispose sul muretto. Era quasi il tramonto, e la luce variopinta del cielo annuvolato si specchiava sul mare agitato.

“Quella croce sarà per uno che è annegato?” chiese Vin.

“Non lo so.” Rispose Tom mentre lottava con il vento per accendere una sigaretta.

Con alcune pietre scure dalla superficie lucida e liscia, Vin compose i loro due nomi uno accanto all’altro; Tom sorrise ma poi per dispetto spostò le pietre scombinando la composizione. Vin si ricordò di quando da bambino giocava a Domino e qualche suo compagno di scuola arrivava e buttava giù tutte le tessere. Niente lo infastidiva di più di quelli che scompigliavano le cose ordinate, così decise di sistemare le pietre e le conchiglie per grandezza. A un tratto Tom gli diede un colpetto sul braccio, interrompendo il suo lavoro.

“Vin, vai in macchina e aspetta lì. Queste le prendi dopo.”

Si sentirono i rombi di motore di due motociclette che si avvicinavano, andando a fermarsi poi nei pressi del bar. Vin andò a sedersi in macchina lasciando a malincuore le sue pietre e conchiglie sul muretto. Intanto Tom aprì il portabagagli e prese la scatola che aveva nascosto prima, tenendola attentamente sotto il braccio. Chiuso il bagagliaio, andò verso le motociclette, da dove erano scesi quattro ragazzi. Anzi guardando meglio, Vin vide che erano tre ragazzi e una ragazza, tutti vestiti di scuro e con le borchie, nello stile di Fausto insomma. La ragazza e uno dei tre si spostarono insieme a Tom qualche metro più avanti, in un angolo nascosto oltre il perimetro del baretto; gli altri due rimasero vicino alle moto, poco distanti dalla macchina. Uno era molto alto e piazzato, l’altro aveva i capelli lunghi fino alle spalle.

Non sapendo che fare, Vin aveva acceso di nuovo la radio per ascoltare la cassetta di prima. Ogni tanto aveva la sensazione che i due motociclisti guardassero verso di lui; pensò fosse meglio fare finta di niente. Finché a un certo punto li vide muoversi per avvicinarsi alla macchina. Istintivamente, Vin tentò di chiudere dall’interno, ma i bottoncini delle sicure non funzionavano. Senza alcun preavviso, uno dei due ragazzi aprì la portiera e si piazzò lì davanti intimandogli di dargli la radio se non voleva farsi male. Vin non si fece intimorire.

“No. E se non ve ne andate chiamo Tom.” replicò.

“Che paura.” Disse quello alto. “E chi è, Superman? Arriva subito quando lo chiami?”

Si girò verso l’amico, che ridacchiava e masticava rumorosamente una gomma.

“Certo, è il suo amichetto.” Commentò quello.

Vin non reagì, e cercò di mettere la radio al sicuro. Ma il ragazzo alto nel frattempo gli aveva afferrato la manica del giubbotto, portandolo fuori dalla macchina con la forza. Quello con i capelli lunghi lo tirò verso di sé e gli strinse un braccio per tenerlo fermo, mentre l’altro si dava fare per prendere la radio dalla macchina. Vin si era messo a urlare e cercava di dare gomitate al ragazzo con i capelli lunghi che lo teneva stretto, ma quello era riuscito a trascinarlo in spiaggia in un punto poco visibile dalla strada e nella colluttazione aveva colpito lo zigomo di Vin con uno dei bracciali borchiati che portava al braccio.

“E stai fermo!” gli gridava il motociclista. Poi cercò di togliergli il giubbotto.

Dall’angolo in cui si era appartato con gli altri due motociclisti, Tom si voltava ogni tanto per dare uno sguardo alla zona dove aveva lasciato l’auto. Si accorse del movimento sulla spiaggia, poi guardando meglio riconobbe Vin e il motociclista che gli toglieva il giubbotto e lo colpiva. Seguendo l’istinto sarebbe corso subito lì, ma il momento era delicato: i due ragazzi stavano finendo di controllare le bustine che gli aveva consegnato, e si stavano accordando sulla cifra. Spostarsi poteva significare perdere la merce e i soldi. Cercò di velocizzare le operazioni, ma i due prendevano tempo dicendo di avere il portafogli nel portaoggetti della moto.

A quel punto si sentì il rombo di una delle moto, e la voce di quello alto che chiamava gli altri per andare via. In quel momento di confusione, la ragazza afferrò tutta la scatola con le bustine e corse via. Il ragazzo la seguì fino all’altra moto, Tom gli andò dietro ma loro fecero in tempo a partire. Allora vide quello alto con l’autoradio in mano e gli urlò di fermarsi, quando ormai era già partito. Il ragazzo con i capelli lunghi finalmente lasciò Vin per andare di corsa a raggiungere la moto; Tom riuscì quasi ad afferrarlo e tirando fuori il suo coltello dalla tasca dei jeans gli intimò di farsi restituire la radio dall’amico. Ma quello fece in tempo a salire sulla moto e sfrecciarono via.

Tom gli urlò dietro tutte le imprecazioni che conosceva e ne inventò anche altre sul momento. Con un paio di calci fece volare al vento tanta sabbia quanta poteva, nell’inutile tentativo di sfogare la sua rabbia. Raccolse il giubbotto di Vin abbandonato per terra e si diresse verso la macchina, dove Vin nel frattempo era riuscito molto lentamente a tornare. Lo trovò dolorante sul sedile passeggero, una mano premuta sull’occhio destro. Tom andò a sedersi alla guida e chiuse la portiera con un forte scatto di rabbia. Gli gettò il giubbotto sulle gambe.

“Cazzo, Vin! Non potevi chiudere la sicura quando li hai visti?”

Così dicendo Tom provò a chiudere da dentro rendendosi conto che i pulsanti non funzionavano. Cosa che non fece altro che aumentare la sua collera.

“Merda.” Commentò. “Vin, devi imparare a difenderti…Non ci posso essere sempre io, capito?”

Vin non rispose. Gli veniva da piangere ma si tratteneva. Tom poggiò le mani sul volante per calmarsi e riflettere. Prese le chiavi dalla tasca del giubbotto.

“Andiamo via di qui.”

Fece girare le chiavi, ma la macchina non mise in moto. Riprovò due volte ma niente, solo un rumore iniziale che moriva dopo due secondi. Si appoggiò al sedile passandosi le mani sul volto, sperando di farsi venire qualche idea.

“Assurdo.” Fu l’unica cosa che riuscì a dire.

Vin intanto si stava riprendendo, aveva iniziato a respirare come gli avevano insegnato a fare quando sentiva arrivare le fitte o altri dolori. Cominciava a ragionare di nuovo. Voleva trovare un modo per rendersi utile in quel casino.

“Non hai un numero di André? Quel signore…come si chiama, Marzi, non ti ha dato niente? Così ci facciamo venire a prendere.”

“Lascia stare, Vin. Non me lo ricordo adesso.”

“Se lo dicevi a me, me lo ricordavo. So tutti i numeri di…”

“Lo so, Vin. Tu ti ricordi tutti i cazzo di numeri, lo so!” sbottò Tom, appoggiando di nuovo le mani sul volante e poi sospirando. “E se lo chiamo, secondo te cosa gli dico? Che ci hanno fregato l’autoradio, che la macchina non parte, e che quelli se ne sono andati con tutta la roba senza pagarmi? Lascia perdere.”

Restarono in silenzio. Vin raccolse da terra la cassetta dei Doors che doveva essere caduta quando quello alto aveva preso la radio. Il nastro si era sfilato e pendeva aggrovigliato dalla cassetta. Vin si mise a sistemarlo con le dita. Tom gliela prese di mano e la poggiò sul cruscotto. Vin abbassò lo sguardo. Sentiva di averlo deluso.

“ È colpa mia.” Mormorò Vin.

Tom non gli dava retta. Cercò le sigarette in tasca e ne accese una. Sembrava la calma dopo la tempesta. Si voltò per la prima volta verso di lui.

“Ormai non importa. Vuol dire che dormiremo in macchina. E domani cerchiamo un meccanico.”

“Hai soldi?” chiese Vin.

Tom controllò nelle tasche. Gli mostrò un biglietto da diecimila lire.

Nessuno commentò. Come spesso accadeva, da un momento di rabbia Tom passava alla più serafica tranquillità. Dal tono della sua voce sembrava che non ci fosse niente di più normale che dormire in macchina. Sollevò il mento di Vin con un dito per osservargli l’occhio. Notò che in effetti il livido era violaceo e sembrava gonfiarsi.

“Ti serve ghiaccio.” Disse, con la sicurezza di un medico che consegnava una ricetta. “Andiamo a cercarlo. Così ci beviamo anche qualcosa.”

Ormai erano quasi le nove. Si resero conto che nel frattempo anche il bar aveva chiuso. Avrebbero dovuto trovare un ristorante o qualche altro locale.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratto gentilmente realizzato da Agnese Perra.

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**10*

Come il giorno e la notte – parte 10 –

Il cavaliere.

(Episodio precedente)

https://dallastellaallaterra.com/2018/03/16/come-il-giorno-e-la-notte-romanzo-in-progress9/

 

Nina ok

 

Mentre si avvicinavano alla roulotte, Tom fece un lungo fischio per avvisare del suo arrivo. Un fischio simile a quello della notte prima, quando aveva chiamato Nina al Casolare. Dato il segnale, bussò comunque alla piccola finestra, scrutando dai vetri coperti dalle tendine azzurre.

“Di solito c’è a quest’ora”, disse.

Provò ad aprire la porta ma era chiusa a chiave, quindi bussò chiamando Nina. Finché dall’interno della roulotte si udì la debole voce della ragazza che gli diceva di entrare. A quel punto Tom prese la piccola lanterna appesa vicino a una delle finestre e sfilò una piccola chiave dall’interno, per poi aprire la porta della roulotte. Spense la sigaretta che aveva appena finito di fumare e gettò la cicca prima di entrare.

Vin lo seguì e poi richiuse la porta. La stanza era in penombra e come si aspettavano, trovarono Nina rannicchiata nel letto avvolta dalle coperte. Spuntavano soltanto i lunghi capelli in disordine e parte del viso. Guardò i ragazzi con occhi assonnati, segnati dai residui di trucco.

“Dormi ancora?” le chiese Tom con tono canzonatorio. “Hai bevuto troppo, eh?”

“No…” protestò lei, facendo non poco sforzo per riuscire a parlare. “Ho la febbre.”

“Ah. Siamo venuti a prendere le cose di Vin.”

Tom poggiò le chiavi da una parte e poi si mise a bighellonare curiosando fra gli oggetti del comodino di Nina. La ragazza si sollevò un poco, poggiando la schiena sul cuscino e cercando di sistemarsi i capelli spettinati. Si rivolse a Vin, che intanto era andato a recuperare il suo zaino.

“Te ne vai, Vin? Vai a stare con questi delinquenti?”

“Non ti offendi, vero Nina?”

“Sì che mi offendo” rispose la ragazza, e per rimarcare gettò la testa sul cuscino, sbuffando.

Vin continuò a raccogliere le sue cose, sistemò bene il taccuino e il libro del Vecchio marinaio. Prese i suoi vestiti che nel frattempo erano asciugati.

“Verrò a trovarti, promesso. Non siamo lontani.”

Tom aveva afferrato un pennello per il trucco e giocava a passarlo su tutti gli oggetti e infine spolverò il naso di Vin semplicemente per disturbarlo. Per tutta risposta, Vin prese un rossetto e tracciò una striscia rossa sulla guancia di Tom. La battaglia sarebbe durata a lungo se Nina non li avesse interrotti rimproverandoli.

Mentre finiva di chiudere lo zaino, Vin notò da una parte la barchetta che aveva costruito il giorno prima.

“Guarda Nina, ti lascio questa per farmi perdonare, okay?” disse posandola sul comodino vicino al letto.

Nina accettò il regalo. Vin si avvicinò per salutarla e darle un bacio sulla guancia ma prendendolo alla sprovvista lei lo baciò sulla labbra. Vin si scostò con leggero imbarazzo, ancor di più perché Tom aveva sorriso accorgendosi della cosa.

“Allora noi andiamo” disse Vin avviandosi verso la porta.

“No,” disse Tom “tu vai, che io devo parlare con Nina. Ti raggiungo dopo.”

Tom aprì la porta facendogli cenno di uscire in fretta e poi richiuse appena Vin fu fuori.

Vin si stava ormai rendendo conto che stargli dietro era un’impresa: “aspettami là” e spariva, “rimani qua” e se ne andava, “andiamo” e partiva. Sembrava che gli piacesse solo dare ordini.

Andando in direzione del casolare, seguendo la fila di alberi lungo il fiume, vide alcuni ragazzini che giocavano con degli skateboard. Uno era molto bravo e saltava su una sorta di trampolino costruito con una tavola di legno. Una bambina più piccola gli andava dietro sui pattini a rotelle. Un cagnolino inseguiva tutti e due abbaiando, fino a che vide Vin che si avvicinava e rivolse a lui le sue attenzioni, andandogli incontro. Vin si mise a giocare col cane e con quella scusa scambiò due chiacchiere con i ragazzini. Gli dissero che abitavano in una di quelle roulotte – gliene indicarono una in fondo, colorata – e che il cane era di tutti quelli delle roulotte e si chiamava Bullo.

Quando Vin si avviò verso il casolare, il cane lo seguì per buona parte della strada, tanto che dovette più volte fargli cenno di tornare indietro. Non voleva che poi quelli delle roulotte lo andassero a cercare fino al casolare. A un certo punto Bullo si fermò attratto da un uccellino vicino a un albero, e Vin riuscì a voltare l’angolo senza essere visto.

***

Tom era andato a sedersi sul bordo del letto e stuzzicava Nina con il pennello per il trucco, finché la ragazza riuscì a toglierglielo dalle mani.

“Lasciami dormire, Tom.”

“La damigella non ha perdonato il cavaliere?” chiese Tom sottovoce. E si accostò di più sul letto, buttando le scarpe per terra.

“Tu non sei un cavaliere, sei il buffone di corte.”

“Ah, allora ti faccio ridere.”

“No. Puoi tornartene al tuo cavallo perché tanto oggi è tutto chiuso.” Affermò perentoria, e nascose la faccia nel cuscino.

“Il castello è in sciopero?”

“Pausa mensile.” Rispose lei da sotto il cuscino.

“Che peccato. Allora ti meriti tante cuscinate.”

Così dicendo Tom prese il cuscino per gioco scoprendole il viso; fu in quel momento che scostandole i capelli, si accorse che aveva un livido sulla fronte, di lato, vicino all’attaccatura dei capelli. E gli occhi di Nina avevano iniziato a lacrimare.

“Ho visto Cesare ieri.” Disse, prima che Tom facesse domande.

Il ragazzo sospirò e si mise seduto sistemandosi il cuscino dietro la testa. Sapeva che quel nome non era mai preludio di buone notizie.

“L’ho trovato fuori dal locale. Sempre per la storia dei soldi della casa.” Continuò lei. Tom cercava di trattenere la rabbia.

“Beh, è lui che ti ha mandato via, o no? Eppure lo sa che vivi in una roulotte.”

“Sì. E sai cosa mi ha detto? Che sono stata io a voler abortire…”

“Che stronzo. Se lo vedo lo picchio, ti avviso.”

“No che ti rovina la faccia.”

“Non me ne importa.”

“A me sì però.”

Nina si voltò verso di lui e con un dito gli accarezzò il naso e le labbra. Tom si calmò e contraccambiò facendo lo stesso sul suo viso.

“Non ci pensare, piccola Nina.”

Lei finalmente riuscì a sorridere.

“Mi fa ridere che mi chiami piccola, anche se sono più grande di te.”

“Hai ragione. Non ci pensare, vecchia Nina.”

La ragazza finse di offendersi e alzò le mani come per colpirlo, ma la lotta fu solo una scusa per finire abbracciati. Tra le risate, sentirono un rumore fuori dalla roulotte, qualche oggetto che cadeva.

“Cos’era?” chiese Nina fermandosi.

“Non lo so. Sarà stato Vin..” rispose Tom e la guardò malizioso. “Magari ti sta spiando.”

“O magari sta spiando te.” Suggerì lei.

Tom la pizzicò sui fianchi per infliggerle una punizione e lei ridendo non riuscì più a parlare. Poi si fermarono riprendendo fiato e lui lasciò andare la testa sul suo petto, chiudendo gli occhi.

“Tom.” disse lei, accarezzandogli i capelli. “Non trattarlo male. È solo un ragazzino.”

“Mh.” Fu la risposta di Tom mentre la stringeva più forte.

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Immagine: Jacqueline Bisset (as Nina)

Trama e personaggi – episodi precedenti:

https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/

 

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La Via dell’Artista di Julia Cameron

via artista

 

Desidero parlare di questo libro per consigliarlo a tutti coloro che pensano di avere una parte creativa che non riescono in qualche modo ad esprimere.

Il testo si focalizza soprattutto sulla scrittura, ma può essere utilizzato in maniera proficua da chi voglia o senta di mettersi in gioco in tutte le arti, dalla pittura alla musica alla recitazione. Perché è un manuale veramente prezioso, che ti accompagna passo passo in un percorso con il tuo artista interiore. Questo richiede un certo lavoro su se stessi, e bisogna essere pronti a farlo. Mettersi in gioco veramente.

“La via dell’artista” incomincia dall’idea che l’espressione artistica non sia qualcosa di artificiale o d’innato, bensì la naturale direzione della vita di ognuno. Una direzione che va scoperta al di là delle paure, seguita amorevolmente, abbracciata con tutti noi stessi. Non c’è bisogno di lunghi tirocini né di sofferenze inaudite per “creare”: basta capire come mettersi in ascolto di se stessi. Nel percorso tracciato da Julia Cameron è possibile imparare come diventare artisti, superando quei blocchi psicologici e pratici. Il percorso si articola in dodici settimane iniziando con alcuni esercizi semplicissimi, che daranno risultati sorprendenti indipendentemente dalla propria abilità.

Applicandosi e seguendo i consigli dell’autrice, sbloccherete tante parti di voi che non vi consentono di esprimere il vostro lato creativo. Vedrete che sarà un bellissimo gioco in cui scoprirete voi stessi.

Be brave!

 

L’autrice

 

 

(Francesca E.)

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Less is more

 

Io mi sottraggo

A chi mi aggiunge io mi sottraggo

Chi mi raggiunge io lo sottraggo

Di sottrazione in sottrazione

fino a diventare un’addizione

Anzi un’addiction – dipendenza dall’amore

E se non sei da meno non sei nemmeno

Ci sottraiamo, chi più chi meno (tu, io, gli altri).

E se poi vivessi sottraendo?

per poi scoprire di non poter aggiunger niente più

Più o meno? – me lo chiedi tu

Allora sottraiti alla mia vista

e non farti vedere mai più

– No, non di più – di – meno.

 

 

(F. Erriu Enrew)

 

*Immagini Pina Bausch – Falling Dance*

 

 

 

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La Sfinge Cinematografica

Indovinelli scalcinati per appassionati di cinema – Guess the movie

(Soluzioni in fondo alla pagina come nelle migliori famiglie)

 

1.

Un fiore molto profumato

in un paese quasi fatato

Tu che vai al cinema ma poi è il cinema che va da te!

E la vita più la stessa non è.

 

2.

Fanciulla dal nome un po’ strano

Accetta suo malgrado un patto

per cercare di salvarsi il deretano.

Ma la sua scelta ahimè,

non sarà certo senza alcun impatto!

 

3.

Faccio colazione su un bel pianeta,

Non sono proprio donna dalla A alla zeta

Però mi trucco e molto bene canto…

Quel che mi importa è raggiungere mia madre

che, frutto del peccato, m’avea lasciato nella porta accanto.

 

Alfred_Hitchcock

 

 

 

 

  1. La Rosa Purpurea del Cairo (W.Allen)
  2. Nikita (L.Besson)
  3. Breakfast on Pluto (N.Jordan)

 

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Case di nessuno * Stories

Dalla Stella alla Terra

Quante cose rivivono in una casa vuota.. Tutto fa pensare al tempo passato, alle persone arrivate e andate via, a chi si è perso lungo la strada, chi non è più tornato.. Io sono tornata solo adesso, troppo tardi forse, ma ricordo ogni mobile e ogni oggetto di questa casa, i passi delle persone da una stanza all’altra, i pianti sul letto e le sere di Natale..Tutto così nitido e sfocato insieme…Ogni casa ci lascia un segno, è impossibile restare indifferenti, c’è sempre qualcosa che ci  colpisce: una stanza, uno specchio, un letto… E poi le persone che ci abitano, le loro parole e i loro gesti. Una casa è una storia, un frammento di vita che  rimane scolpito nella mente. Un frammento di te.

Avrei voluto più memorie di te

di quanto tutti insieme costruivamo l’amore

di te che correvi e ti sentivi felice.

Mia essenza, mia anima, di…

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