Each man kills the thing he loves

 

Ogni uomo uccide ciò che egli ama

Eppure ogni uomo uccide ciò che egli ama , e tutti lo sappiamo: gli uni uccidono con uno sguardo di odio, gli altri con delle parole carezzevoli, il vigliacco con un bacio, l’eroe con una spada! Gli uni uccidono il loro amore, quando sono ancora giovani, gli altri quando sono già vecchi, certuni lo strangolano con le mani del desiderio, certi altri con le mani dell’oro, i migliori si servono d’un coltello, affinché i cadaveri più presto si gelino. Si ama eccessivamente o troppo poco, l’amore si vende o si compra, talvolta si compie il delitto con infinite lacrime, tal’altra senza un sospiro, perchè ognuno di noi uccide ciò che ama eppure non è costretto a morirne.

 

da “The Ballad Of Reading Gaol” di Oscar Wilde

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Resurrection **

las vegas

 

Sulla vetrina il cartello “cercasi ragazza full time”. La ragazza dell’hotel cammina di fronte a lui ancheggiando sui tacchi, cosa che gli crea un impercettibile tumulto ormonale. Tra la gente in tumulto, un bambino cerca di bere da una bottiglietta, ma l’autobus lo distrae. La bottiglietta di plastica cade per terra, il vento non ci pensa due volte e l’oggetto, ignaro del suo potere inquinante, si ritrova a rotolare fino a cadere inesorabilmente nel fiume. Le acque del fiume sono gialle ormai, non se ne vede più il fondo, e foglie morte vi galleggiano da secoli. Anche quel giorno una foglia d’autunno era andata a posarsi sul davanzale della sua finestra – era stato secoli prima. E da quella finestra aveva scorto la madre uscire di casa urlando “Non chiamate Chi l’ha visto!” In quell’istante la postina si era fermata davanti alla porta di casa, e lui avrebbe voluto dirle “Portami via con te e non riconsegnarmi al mittente”. Ma la postina aveva preferito la madre, ed era partita, lasciando dietro di sé una scia di fumo nero. Il fumo era diventato sempre più denso, fino ad avvolgere la sua visione romantica della vita. Vita o morte che importanza aveva, il mondo non lo meritava. Questo pensava del mondo, finché un giorno non aveva oltrepassato la linea gialla e lì il Controllore gli aveva parlato: allora aveva capito che si poteva credere in qualcosa, persino negli esseri umani. Per questo si era chiuso in quel bagno pubblico e ora si ritrovava a leggere le scritte sulle piastrelle umide, tracce di umanità dimenticata. E l’oggetto cadeva nel pozzo profondo – o almeno gli sembrava un pozzo – cancellando l’unica traccia di una vita spesa a cercare l’infinito: una siringa che aveva svolto il suo ultimo, ultimissimo compito. Schiacciando il pulsante come per magia tutto nel pozzo si era messo a ondeggiare in un turbine d’acqua, uno tsunami di ricordi. E prima di voltare le spalle al pulsante, aveva letto una scritta: “Domani risorgo – firmato Gesù”. Parole sante.

 

(di Francesca Enrew Erriu)

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**24*

Come il giorno e la notte – parte 24 –

“Ogni uomo uccide ciò che ama”

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

Quella sera si ritrovarono tutti al Mad per sentire un nuovo gruppo che suonava e prendere dei panini. Il locale era pieno e quando Tom arrivò, gli altri erano già seduti a uno dei tavoli di legno insieme a due ragazzini del gruppo con cui erano andati in giro il primo giorno delle giostre. Prese posto mentre Vin e Taco raccontavano di come avevano vinto agli autoscontri e gli altri due li accusavano di essere stati solo fortunati.

“Sempre alle giostre voi due?” intervenne Tom, interrompendo la discussione in corso.

“No, siamo andati solo agli autoscontri.” si difese Taco. “Non siamo nemmeno andati nel Tunnel della morte perché non ci bastavano i soldi. Vero, Vin?”

“Ah, sì? E ieri dove eravate? Quando è arrivato Cesare con altri due.”

Così dicendo Tom mostrò la mano bendata e li guardò come in cerca di una spiegazione. Vin e Taco si scambiarono un’occhiata, sapendo di non aver adempiuto al loro compito ma volendo evitare di accusarsi a vicenda.

“Veramente io li ho visti…” rispose infine Vin “Sono passati vicino alle giostre. Ma non ti ho trovato per avvisarti.”

Poi distolse lo sguardo. Non sapeva bene come comportarsi con lui, dato che dalla sera della partita a poker non si rivolgevano la parola. Taco invece non aveva detto altro, e si era avvicinato a Fausto e gli altri per scegliere i panini dal menu.

“La prossima volta state più attenti.” Li ammonì Tom.

Andò a sedersi più vicino a Vin, in modo che gli altri non sentissero la conversazione.  Assunse un tono serio per essere certo di ottenere la sua massima attenzione.

“Vin, ascolta…domani devi andare da André…Ha detto che gli serve quel libro che ti ha prestato.”

“Il libro?” si stupì Vin, mentre anche lui aveva preso un menu e scorreva l’elenco.

“Sì, il libro.” confermò Tom, e prese uno stuzzicadenti dal tavolo anche se non ne aveva bisogno. Ci giocherellò, tenendolo poi fra i denti con fare pensieroso.

Vin iniziò a provare una sensazione che non gli piaceva, un misto di ansia e preoccupazione per quella inaspettata richiesta. Non sollevò lo sguardo dall’elenco del menu, anche se in realtà aveva letto tutto il tempo una solo riga e un solo tipo di panino.

“Okay. Ma da solo?”

“Sì. Ti accompagnerei ma devo andare in stazione, lo sai.”

“Però avevi detto…”

“Lo so, ti avevo detto di non restare solo con lui.” lo interruppe Tom, e con lo stecchino si punzecchiava la mano. “Avevo esagerato, Vin. Puoi stare tranquillo. Vorrà soltanto parlare del libro con te.”

“Non l’ho finito comunque.”

“Beh, tu vacci e basta. D’accordo?”

Vin allora si voltò verso di lui. Aveva bisogno di vederlo in faccia. La sua capacità di percepire qualcosa di distorto nella voce, forse persino di falso, gli dava l’idea di una trappola. E più che paura, provava amarezza e delusione per questo. Come si aspettava, Tom evitò il suo sguardo prendendogli il menu.

“Verso le sei. Poi dopo ci troviamo qui.” E aggiunse, dato che non aveva ricevuto conferma: “Allora ci vai?”

Gli pose una mano sul braccio, un gesto inaspettato che gli dava segno dell’importanza della richiesta. A quel punto Vin gli prese lo stecchino, e usandolo come una matita immaginaria tracciò sulla mano bendata di Tom una esse e una i per rispondere alla sua domanda. Poi scostò il braccio e si voltò verso Marta che era arrivata a prendere le loro ordinazioni. Mai gli avrebbe detto che aveva paura.

***

Trovò la porta della villa socchiusa. Il giardino era deserto, ed entrando dal cancello non aveva visto il signore che lavorava per André né nessun altro. L’aria fresca della sera rendeva il profumo dei fiori ancora più forte, e sentiva le foglie degli alberi frusciare al suo passaggio.

Dal silenzio assoluto, pensò che a quell’ora probabilmente avrebbe trovato soltanto André nella villa. Fino all’ultimo secondo non smise però di sperare che venisse la signora Rosa alla porta, così le avrebbe consegnato il libro e sarebbe corso via.

Quell’uomo gli metteva soggezione, non gli andava affatto di stare faccia a faccia con lui. E certamente era strano che ora di punto in bianco gli servisse il libro, altrimenti non glielo avrebbe nemmeno prestato. Così ragionava nella sua mente confusa, intanto che apriva con cautela la porta socchiusa. Non suonò nemmeno il campanello, sperando che André non si accorgesse di lui e che avrebbe avuto il tempo di poggiare il libro e andare via.

Entrò nel corridoio e si guardò intorno, riconoscendo i vari oggetti che aveva già notato la prima volta, come le tende preziose e i quadri alle pareti; alcune candele erano accese e nell’aria c’era profumo di incensi.

Dalla stanza in fondo, si sentiva la voce di André parlare al telefono. Rideva e diceva qualcosa di lusinghiero che però Vin riusciva a percepire solo in parte, anche se si capiva che si rivolgeva a una donna. L’uomo comparve sulla porta della sala da pranzo, quella dove avevano mangiato insieme a Tom. Teneva il telefono in mano, allungando al massimo il filo intrecciato, e continuava la sua conversazione. Appena lo vide, si appoggiò allo stipite della porta, e  parve quasi stupito di vederlo. Mentre stava in ascolto al telefono, gli fece cenno di chiudere la porta e di avvicinarsi. Vin obbedì, e accelerò il passo lungo il corridoio.

“Ti devo lasciare, mia cara.” disse André al telefono, andando a sedersi sul divano e poggiando nuovamente l’apparecchio al suo posto. Seguirono vari convenevoli e saluti, finché ripose la cornetta nera con un click.

“Sei tu, Vin.” disse quindi guardando il ragazzo, che si era fermato sulla porta con il libro in mano. “Ti ha mandato Tom?”

“Sì. Per il libro.”

Vin mostrò il libro, augurandosi in qualche modo che l’incontro finisse lì. Che l’uomo gli avrebbe soltanto detto grazie, poggialo lì, e  lui se ne sarebbe andato. Ma André non diceva niente, e si portava indietro i capelli con la mano, come faceva spesso. Un gesto abitudinario e a tratti nervoso. Dal giradischi proveniva una canzone tedesca, probabilmente la stessa della volta precedente, ma ad un volume appena percettibile.

“Già, il libro.” disse infine. “Entra, prendiamo un tè. Ne abbiamo uno nuovo direttamente dall’emporio indiano.”

L’uomo si era avvicinato al tavolo dove si trovava già una teiera con delle tazze e mentre armeggiava continuava a parlare del gusto del tè indiano, ma Vin non riusciva a concentrarsi sulle sue parole. Osservandolo, gli sembrò anche più alto della prima volta, i capelli persino un po’ più lunghi e la vestaglia aperta sugli abiti forse era la stessa o forse simile. Si muoveva sempre con eleganza, le mani erano belle con dita lunghe da pianista. Fece quella associazione perché gli era capitato di osservare a lungo le mani di un pianista a un concerto.

Vin si avvicinò molto lentamente al tavolo, quando a un tratto una raffica di vento dalla finestra aperta fece sbattere la porta della stanza con violenza, facendolo sobbalzare.

“Accidenti.” esclamò André senza scomporsi. “Meglio chiudere bene o qui volerà tutto.”

Si affrettò a chiudere la finestra e poi andò alla porta, dando rapidamente due giri di chiave, cosa che fece allarmare Vin il tanto che bastava per pensare di andarsene via all’istante. Ma l’altro stava già tornando verso di lui, con l’elegante vestaglia da camera che svolazzava mentre camminava. Si sedettero e Vin mise lo zucchero nel suo tè, cercando di non tradire il suo disagio.

André prese il libro poggiato sul tavolo e aprì la pagina dove Vin aveva lasciato il segnalibro. Sorrise soddisfatto quando vide i versi scritti sulla pagina e lesse:

Eppure ogni uomo uccide ciò chegli ama, e tutti lo sappiamo: gli uni uccidono con uno sguardo di odio, gli altri con delle parole carezzevoli, il vigliacco con un bacio, leroe con una spada! Che ne pensi di questi versi, Vin?”

“Sono abbastanza d’accordo.” rispose lui, rinunciando a sorseggiare il tè ancora caldo. L’uomo lo guardò incuriosito.

“Perché abbastanza?”

“Beh perché…è vero che ognuno uccide ciò che ama. Ma secondo me spesso è il contrario.”

“E cioè?”

Dopo qualche sorso di tè, l’uomo era andato a prendere il suo portasigari e ne aveva scelto uno molto sottile, senza però accenderlo prima che Vin finisse di rispondergli.

“Nel senso che spesso è la persona che si ama che…che uccide l’altro.”

Vin si pentì subito di aver parlato, pensando che André avrebbe trovato stupide le sue parole. Così si mise a bere sperando che lui non ci facesse tanto caso. Con sua sorpresa invece l’uomo gli prestò attenzione.

“È interessante.” disse. “Se è come dici tu…ci si uccide a vicenda.” E abbozzò una risata, non divertita, ma sarcastica. Vin fece altrettanto, per dargli in qualche modo ragione. Si distrasse a fissare la tovaglia blu con i bordi dorati, che lo faceva pensare al cielo stellato.

“Sei innamorato, Vin?” gli chiese a bruciapelo, dopo aver acceso il sigaro. Il ragazzo sentiva il suo sguardo addosso, e sapeva che mentire a lui sarebbe stato impossibile quanto mentire alla donna con la sfera di cristallo. Inspirò l’odore del fumo del sigaro vicino a lui e trattenne il respiro per tre secondi.

“Non dirò niente a Tom.” continuò André non avendo ricevuto risposte. Fece due tiri prima di continuare, e Vin sentiva che non smetteva di guardarlo, o meglio di scrutarlo. “Fa un po’ paura quando si arrabbia, vero?”

“Un po’ sì.” disse Vin, e si accorse che le mani gli stavano leggermente tremando, da quando era stato nominato Tom. Si chiedeva perché gli altri riuscissero a entrare così bene nei suoi segreti. Forse avevano visto anche loro il suo diario?

“Ma è così bello che non ne puoi avere paura. Non è così?”

Vin abbozzò un sorriso imbarazzato, non riuscendo a dire niente. A un tratto sentì le dita dell’uomo sul suo viso. Gli teneva il mento e osservava il suo occhio ormai sgonfio ma ancora violaceo intorno alla palpebra. Gli chiese se fosse caduto, e lui annuì.

“Anche tu sei bello, Vin. Hai bellissimi occhi. Beh, uno un po’ rovinato ma si riprenderà.” Le sue dita erano quindi arrivate sull’orecchio, e lo accarezzavano spostandogli i capelli. “In giro senti dire che la bellezza non è tutto. Tu che ne pensi? Sai perché Salomé vuole baciare Iokanaan? Vuole soltanto questo, più di ogni cosa. Tanto che gli fa tagliare la testa. Sai perché?”

“No.” mormorò Vin.

“Perché lui è bello, bello come il sole. Ecco perché.”

Ora le dita gli sfioravano la nuca, in un dolce movimento. Vin si sforzò di pensare al teorema di Pitagora, come faceva nelle situazioni di emergenza, e quando si rese conto di non ricordarselo, scattò in piedi con un brusco movimento, rischiando di rovesciare la sua tazza di tè. La mano di André scese rapida a stringergli il braccio. Si accorse che il ragazzo tremava.

“Calmo. Non aver paura.” E la sua mano si muoveva su e giù lungo il suo braccio. “Non farò niente che tu non vuoi, caro Vin.”

Vin si calmò facendo un respiro profondo.

“Devo andare…” disse, sperando che lo lasciasse stare. “Ho appuntamento in stazione.”

Ma fu come se non avesse parlato. André gli strinse forte il braccio per rendere chiaro che non poteva muoversi senza il suo consenso. Nonostante la stretta, la sua voce era stranamente dolce e aveva parole gentili per lui.

“Anche se non ti conosco mi sei caro e sai perché? Perché tu non sei come gli altri ragazzini. I tuoi coetanei stanno tutto il tempo a giocare o anche peggio, a guardare la televisione. Tu pensi ad altro. Tu pensi all’amore. Quelli come noi pensano all’amore, Vin. Perché sanno che prima o poi resteranno soli. Gli altri si sposano, magari hanno figli…Noi non abbiamo vincoli. Lo so come ti senti. Ti senti come un frutto maturo che cade dall’albero e nessuno osa raccogliere.”

Vin era ormai come immobilizzato. Stava in piedi di fronte a lui ad ascoltare i suoi discorsi, ipnotizzato dalla sua voce nelle sue sfumature da attore. E nella scena teatrale di cui André era il regista, ora gli accarezzava il collo e il petto senza che lui reagisse. In una mano teneva ancora il sigaro e tutto era impregnato del suo odore.

Nella sua immaginazione André l’aveva già spinto sul divano e lui aveva afferrato il primo oggetto che aveva trovato – il telefono – sferrandogli un colpo in testa. Lasciandolo a terra dolorante, era scappato fuori dalla finestra e in giardino aveva trovato Tom, vestito da cowboy alla guida di una bellissima moto carenata. Vin saliva con un solo salto e a gran velocità scappavano per le campagne circostanti, mentre sulle loro teste si sentivano volare elicotteri della polizia al loro inseguimento.

“È per questo che siamo soli.” la voce di André continuava il suo monologo, che sembrava improvvisato ma di cui aveva già in mente il finale. “La gente non vuole sentire le tue stronzate. Si spappolano il cervello con ore di televisione, e tu sei l’ultimo degli idioti. La gente non ha più tempo. Uno al giorno d’oggi deve controllare l’agenda anche per fare sesso, per dire. Tu cosa sai del sesso, Vin? Sei mai stato con qualcuno?”

Ora tremava di nuovo. L’uomo gli aveva sollevato la maglietta, e le sue mani sfioravano i suoi jeans all’altezza dei bottoni.

“Il sesso può essere una guerra, Vin. Oppure, darsi pace a vicenda.”

“E se uno dei due non vuole?” fece Vin, non sapendo da dove gli fosse uscita la voce. E André si fermò. Lo guardò come se a un tratto si fosse risvegliato da un sogno. Rendendosi conto che al suo monologo interrotto non sarebbe più servito un suggeritore.

“Allora non avrà pace. Nessuno dei due.” mormorò. E lo guardò negli occhi, sconfitto. Vin sostenne il suo sguardo, e si allontanò di un passo. André lasciò scivolare le mani, come liberandolo.

“Vai via.” gli disse. Vin fece un altro passo indietro, incerto sul da farsi e ricordandosi che la porta era chiusa a chiave.

“Aspetta. Tieni il libro se non l’hai finito.”

André riprese il libro tra le mani e girò il segnalibro di cartoncino, scrivendoci qualcosa con una penna che era sul tavolo.

“Fallo leggere a Tom. E adesso vattene.” Ordinò l’uomo. Afferrato il libro, Vin andò verso la porta, mentre André prendeva la chiave dalla tasca lanciandola sul pavimento fino a lui.

Il ragazzo la raccolse, aprì e corse per il corridoio, uscendo dalla casa e dal giardino.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratti gentilmente realizzati da Agnese Perra.

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**23*

Come il giorno e la notte – parte 23 –

Il ricatto

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

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André aveva guardato la banconota senza battere ciglio. Era rimasto qualche secondo in silenzio, come aspettando il resto. Ma Tom non accennò minimamente a cercare qualcosa nelle tasche. Anzi, una volta prese le bustine da vendere quella sera, si diresse verso la porta. Allora bastò uno sguardo di André perché si fermasse.

“Solo questi?”

Oltre al rimprovero, Tom percepì nella sua voce una punta di soddisfazione. Non avere l’intera somma infatti lo rendeva ricattabile, e questo non doveva dispiacergli affatto.

“Me li hanno presi.” rispose il ragazzo. E si sistemò i capelli sollevando la mano fasciata, in modo che André la vedesse. L’uomo la notò, ma prima di credere alla sua versione dei fatti doveva interrogarlo.

“E chi erano?” gli chiese.

Senza spostarsi dalla scrivania, prese una sigaretta sottile dal suo prezioso portasigari. Tom fece un passo verso la finestra socchiusa. Le tende si muovevano morbidamente, accarezzate dal vento fresco.

“Uno si chiama Cesare. Fa il buttafuori della discoteca.”

“Quella vicino al Mad? Ho capito. Ci manderò Marzi.”

Tom fece per andare di nuovo verso la porta, sperando che le domande fossero finite. Quando André era così serio, intimoriva persino lui. Ma le domande non erano affatto finite.

“Come mai gli altri non ti hanno avvisato?”

André si era acceso la sigaretta e si accarezzava nervosamente un sopracciglio. Tom sentiva che l’avrebbe messo alle strette.

“Non lo so…Ero nel sottopassaggio e…”

“E cosa ci facevi lì?”

Tom si era morso la lingua subito dopo aver parlato. Sapeva che era una mossa falsa andare in punti poco sicuri come il sottopassaggio. Soprattutto perché gli altri non avrebbero potuto avvisarlo di un pericolo.

“Niente…stavo parlando con una e poi…”

“Parlando?” lo interruppe André. E lo guardò in un modo eloquente, che non ammetteva scuse. Si alzò dalla poltrona dietro la scrivania, dopo aver poggiato la sigaretta iniziata. Non capendo che intenzioni avesse, Tom non trovò di meglio da fare che scappare.

“Tanto non mi credi.” disse, e posò una mano sulla maniglia della porta per andar via.

André lo raggiunse e gli bloccò la mano. Gli fece male, premendo inavvertitamente proprio sulla ferita non ancora rimarginata. Accorgendosene, allentò la presa e gli accarezzò la fasciatura. Stretto contro la porta, Tom sentiva il suo respiro addosso. Cercò di stare calmo, mentre André lo guardava smarrito, tanto da dargli l’impressione di essere brillo o forse drogato. Non era in ordine, contrariamente al suo solito. I capelli un po’ spettinati, la vestaglia da camera aperta sul petto.

“Anche quando dici balle non posso fare a meno di crederti. E sai perché?”

“Ti ho detto la verità.”

“Perché mi ubriachi con la tua voce.”

Capì che André non lo ascoltava, seguiva soltanto il filo dei suoi  pensieri. E nel frattempo la sua mano era salita ad accarezzargli il braccio, per arrivare al collo. Tom si mostrò più deciso, non voleva altro che troncare quella situazione.

“Lasciami andare o ti denuncio.”

A quelle parole l’uomo si mise a ridere come per scherno. Lo lasciò e riprese la sigaretta sulla scrivania.

“Denunciarmi? E perché dovrebbero crederti? Non ti hanno già creduto una volta…”

Lo guardò con aria di sfida, e questo non fece che far salire la rabbia che Tom aveva trattenuto fino a quel momento.

“Non ne sai niente.” si difese il ragazzo.

“Certo che lo so. Quello che c’era scritto nei giornali, almeno. Carriera politica stroncata se non ricordo male…per le accuse mosse dal figlio.”

“Non lo sai.” ripeté Tom, e stringeva i pugni nonostante il dolore provocato dalla ferita.

“Ma risultarono infondate.” continuò André, come in un delirio di onnipotenza che in qualche modo gli faceva tenere in scacco il ragazzo. “Già. Probabilmente quel bambino era un bugiardo. Il piccolo Tom.”

“Odio più te di lui.” sbottò Tom.

Restarono in silenzio. Tom si riavvicinò alla finestra per respirare aria fresca. Non voleva piangere di fronte a lui. L’avrebbe picchiato in quel momento, per quanto gli ricordava suo padre.

André si era appoggiato al bordo della scrivania ritrovando la calma e guardando verso di lui.

“Sono onorato.” fu il suo pacato commento “Nessuno odia qualcuno più del padre.”

“Ti sto solo chiedendo di lasciarmi in pace.” disse Tom quando si fu ripreso.

“E io ti sto chiedendo una cosa sola, una notte sola. E in cambio non dovrai più lavorare in quello schifo di posto. Andrai nelle case di persone per bene, ricche, avvocati, politici…Una bella differenza. E anche più guadagno, capisci?”

“Questo è un ricatto.”

“Voglio mandare te perché ci sai fare.”

“La risposta è no.”

Tom si rivolse verso la finestra, evitando il suo sguardo. André spense nervosamente la sigaretta.

“Non c’è una risposta no.” disse risoluto. “Non costringermi a usare la forza perché lo detesto.”

“Tanto non sei più forte di me.”

Si guardarono. Per quanto André fosse alto e prestante, Tom era comunque più giovane e muscoloso.

“La mia pazienza è finita, Tom.”

Il ragazzo interpretò le sue parole come la decisione definitiva di mandarlo via dal Casolare se non avesse accettato. Si diresse quindi verso la porta, stavolta sicuro di uscire.

“Non ti ho detto di andare.” lo fermò André. “Ho deciso di darti un’alternativa. Puoi mandare il tuo amico al tuo posto.”

Tom sentì come un colpo alla schiena mentre si accingeva ad aprire la porta. Si soffermò a pensare se avesse sentito bene, e come per dargli la certezza, André lo ripeté.

“Mi va bene anche Vin.”

Tom cercava la forza di dire qualcosa. La sola idea di quella proposta gli procurava un senso di nausea e fastidio intollerabile.

“Lui… è ancora piccolo…” protestò debolmente.

“Perché tu, non eri piccolo?”

Quella cattiveria lo colpì ancora più in profondità.

“O tu o lui, decidi. Domani, diciamo verso le sei.” fece una pausa attendendo una sua reazione, che non arrivò. “Sono stato chiaro, Tom?”

“Mi fai schifo.” fu la risposta di Tom.

E finalmente uscì dalla stanza senza che André tentasse ancora di fermarlo.

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratti gentilmente realizzati da Agnese Perra.

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Blue

 

love blu

 

Non ho bastoni
Per salire la collina
Né scarpe per resistere
Alla brina 
Non ho briglie
Per fermare il mio cavallo
Né parole degne
Del tuo appello.
Ho amato da morire
E ora sto morendo.

 

(F.E.)

***

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Naufragi

Qualcuno diceva
Era dolce il naufragare
Ora soltanto barche da salvare
Nel mio nome,
Niente che contenga quel dolore
Lo slogan più appropriato
Per fermare il nostro cuore.
Hai costruito un alibi perfetto
Che renderà quel luogo un eterno letto.

Lontano dagli occhi 
Lontano dal mare.

 

(F.E.)

 

naufragio

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Da Marlene a Charlotte * Wenn ich mir was wünschen dürfte *

Wenn ich mir was wünschen dürfte

è una canzone cantata da Marlene Dietrich nel 1930 e poi ripresa nel film Il portiere di notte in una indimenticabile scena interpretata da Charlotte Rampling.

 

marlene3

Man hat uns nicht gefragt,

als wir noch kein Gesicht,

ob wir leben wollen,

oder lieber nicht.

Jetzt gehe ich ganz allein,

durch eine große Stadt,

 

und ich weiß nicht einmal,

ob diese Stadt mich lieb hat?

 

Dann schau ich in die Stuben,

durch Tür und Fensterglas,

und ich höre, warte,

auf etwas, (aber was)

 

Wenn ich mir was wünschen dürfte,

käm ich in Verlegenheit,

was ich mir denn wünschen sollte,

eine schlimme, oder gute Zeit?

 

Wenn ich mir was wünschen dürfte,

möchte ich etwas glücklich sein,

denn sobald ich gar zu glücklich wär,

hät ich Heimweh nach dem Traurigsein.

 

Menschenskind,

warum glaubst du bloß,

gerade dein Leid, dein Schmerz,

währen riesengroß,

Wünsch dir nichts!

Dummes Menschenkind,

Wünsche sind nur schön,

solang sie unerfüllbar sind.

 

TRADUZIONE

Nessuno ci chiese, quando ancora non avevamo alcun volto,

se ci fosse piaciuto vivere o meno

ora vago da sola in una enorme città

e non so se essa è innamorata di me

guardo per le stanze, attraverso porte, finestre

ed aspetto ed aspetto qualcosa

se potessi desiderare qualcosa

mi sentirei in imbarazzo

cosa dovrei desiderare,

un cattivo od un buon momento?

se potessi desiderare qualcosa

vorrei esser soltanto un poco felice

perché se fossi troppo felice,

avrei nostalgia della tristezza

se potessi desiderare qualcosa

mi sentirei in imbarazzo

cosa dovrei desiderare,

un cattivo od un buon momento?

se potessi desiderare qualcosa

vorrei esser soltanto un poco felice

perché se fossi troppo felice,

avrei nostalgia della tristezza.

 

*****

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**22*

Come il giorno e la notte – parte 22 –

La banda di Cesare

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
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Tom black

 

Il giorno successivo aveva ripreso a piovere ma una pioggia leggera che dopo il tramonto lasciò soltanto l’odore della terra bagnata, così Tom decise di fare comunque un giro in stazione per conto suo, senza nemmeno avvisare gli altri. Scorse Vin e Taco andare verso le giostre ma non gli rivolse la parola. Dopo la partita a poker non voleva parlare con nessuno di loro, in particolare con Fausto che non gli aveva voluto restituire nemmeno un soldo. Per colpa sua quella sera doveva per forza guadagnare qualcosa, se non voleva essere in debito con André. Malediceva se stesso per essersi giocato i soldi e gli altri per averlo fregato. In quanto a Vin, immaginava che ci fosse rimasto male ma non sapeva che farci. Quella stupida scommessa non era stata un’idea sua. Gli sarebbe passata.

Il giro gli era andato bene. A fine serata aveva venduto quasi tutto quello che aveva con sé, così fece un ultimo giro vicino alla piazzetta dove di solito a quell’ora si incontravano le ragazze che compravano da lui, ma non trovò nessuno. Dovevano essere tutte a quelle cavolo di giostre, pensò. Svoltando l’angolo però sentì una voce che lo chiamava alle sue spalle, e una ragazza si dirigeva verso di lui a passo svelto. Quando riuscì a vederla meglio, riconobbe la ragazzina che aveva conosciuto la notte al parcheggio del mare, non ricordava il nome.

“Sara.” disse lei appena gli fu vicina, immaginando che fosse il caso di rinfrescargli la memoria. “Te l’avevo detto che venivo a trovarti.”

“Già.” disse Tom. Lei sorrise e questa volta gli sembrò meno piccola di quando l’aveva vista al parcheggio. Come quella notte, era molto truccata e portava la fascetta sui capelli lunghi. Gli occhi erano molto vivaci e lo scrutavano a volte con pudore a volte con sfrontatezza. Una delle due cose doveva essere finta, si disse Tom.

“Stavo per andare via.” mentì, e si accostò al muro accendendosi una sigaretta.

“Okay. Ti è rimasto qualcosa?” gli chiese lei avendo cura di non alzare la voce.

Lui rispose di sì, che era stata fortunata perché era l’ultima, e mise una mano in tasca. Ma Sara lo fermò.

“No, non qui, magari mi vedono le mie amiche. Vieni.”

Lui protestò che non si poteva spostare e Sara lo tirò per la manica insistendo perché la seguisse. Scesero delle scale, si ritrovarono nel sottopassaggio deserto, dove bisognava camminare piano per evitare le bottiglie e le siringhe per terra. L’odore era poco sopportabile. Tom le porse la bustina pensando soltanto di andarsene subito da lì, ma quando Sara aprì la borsetta a tracolla invece dei soldi tirò fuori una piccola siringa. Le tremava la mano ed era nervosa.

“Mi aiuti?” gli chiese. Tom aveva già messo una mano sulla sua per farle rimettere a posto la siringa.

“No. Io ti do questa e basta, poi tu fai quello che ti pare. Dammi i soldi piuttosto.”

Sara mise la bustina nella borsetta e mentre cercava i soldi sentirono qualcuno scendere nel sottopassaggio; Tom la guardò e le fece cenno di muoversi, ma due ragazzi intanto erano spuntati all’altro lato del sottopassaggio. I loro passi erano accompagnati dal suono delle catene che avevano legate agli stivali. Sara e Tom si voltarono allora verso le scale da dove erano scesi, ma da quel lato ne spuntò un altro, uno molto robusto, vestito di scuro, che ordinò subito a Sara di andarsene. Dopo che la ragazzina corse su per le scale guadagnando l’uscita, il ragazzo si piazzò sul primo scalino bloccando il passaggio. Trovandoselo di fronte, Tom riconobbe Cesare, con i capelli rasati ai lati e il tatuaggio sul braccio. Allora fece un passo indietro e si accorse di avere gli altri due quasi attaccati alle spalle. Erano tutti e tre vestiti di nero e con i capelli simili, potevano sembrare fratelli.

Approfittando di quel momento, uno dei due gli afferrò le braccia da dietro per poi girarci intorno una catena di ferro, stringendogli le mani dietro la schiena fino a fargli male. Un punto tagliente del ferro si conficcava sul palmo della mano destra e Tom si lamento’ inutilmente del dolore.

“Ciao Tom. Non ci vediamo da molto tempo.” fece Cesare con aria strafottente. Lo spinse fino a farlo sbattere al muro e premendogli la mano in pieno volto. “Ti vorrei rovinare la faccia ma stavolta lascio perdere.”

“Cosa vuoi?” chiese Tom appena Cesare lasciò la presa.

“Ti ricordi il debito? Dovete pagare per lavorare in questa zona.”

“No.” A questa risposta, quello che lo teneva legato strinse ancora di più la catena facendogli sanguinare il palmo della mano. Tom urlò e il secondo tipo gli fece “Adesso te lo ricordi?”.

A un cenno di Cesare, il secondo ragazzo si avvicinò a Tom frugandogli nelle tasche della giacca in pelle e dei jeans.

“Lo sappiamo che hai soldi. Ti abbiamo visto.” disse Cesare. E intanto l’altro gli prendeva tutto quello che trovava: i soldi, il coltellino, le sigarette. Tom tentava di divincolarsi, ma il primo lo teneva fermo e premeva più forte la catena sulle mani.

Stringendo i denti per non urlare, Tom chiese di restituirgli il coltellino. Era proprio uno di quelli a cui teneva di più. Per tutta risposta, Cesare lo lanciò tra le grate di un tombino vicino, e il coltello precipitò con un tonfo sordo.

“Andiamo?” disse quello che stringeva la catena, allentando la presa.

Si sentivano delle voci animate fuori dal sottopassaggio, qualcuno stava per scendere le scale. Dai discorsi sembravano essere i tossici che di solito si nascondevano lì per iniettarsi la droga. Non ancora soddisfatto, Cesare si avvicinò di nuovo a Tom afferrandolo per il colletto, e spingendolo di nuovo al muro con più forza di prima.

“Secondo voi cosa ci troverà Nina in uno come lui?” chiese agli altri.

Gli amici non risposero, rimasero a guardare mentre Cesare sferrava un pugno a Tom in pieno stomaco e poi un altro più in basso. Se ne andarono tutti velocemente, sparendo dal sottopassaggio. Tom si era piegato in due e teneva le braccia serrate dove era stato colpito. Per non pensare al dolore fissava il graffito di un mostro gigante sul muro che aveva di fronte. I tossici nel frattempo erano scesi e si erano fermati poco distanti da lui, iniziando le loro operazioni nonostante l’avessero visto.

Tom si fece forza e andò verso le scale per uscire. Solo quando cercò di appoggiarsi per salire, notò di avere un taglio profondo sul palmo della mano ricoperta di sangue.

***

Tornato in strada, diede un’occhiata nella zona dove lavorava Fausto ma non riuscì a trovarlo. Immaginò che fosse già andato al locale così si avviò verso il Mad, dove a quell’ora Nina e Marta dovevano avere già iniziato il loro turno. D’altronde era il posto più vicino dove andare. Dal punto in cui si trovava, prese una stradina vicina al retro del locale, dove altre volte si era incontrato con Nina.

Da lontano vide Marta che sistemava alcune casse vuote vicino a un bidone e la chiamò. La ragazza notò subito la mano insanguinata che Tom teneva stretta nella stoffa della maglietta nel tentativo di avvolgere la ferita. Lo guardò sbarrando gli occhi.

“Mi serve una benda.” disse subito lui. “Puoi chiamare Nina?”

Tom la seguì mentre rientrava nel magazzino alla ricerca della benda, ma lei lo fermò sulla porta.

“Non puoi entrare, Tom.”

Il ragazzo  attese fuori. Passando dal magazzino Marta rientrò nella sala bar, dove l’amica stava servendo ai tavoli. Le fece cenno di avvicinarsi e Nina si affrettò a terminare un’ordinazione per spostarsi.

“Dov’è la cassetta del pronto soccorso?” le chiese con urgenza.

Tornarono insieme nel magazzino; Nina sapeva che doveva essere in uno degli scaffali e infatti la trovò subito.

“C’è Tom, si è fatto male a una mano.” le disse Marta. Aprì la cassetta cercando la benda, con una certa agitazione.

“Cosa? E dov’è?” si allarmò Nina.

“Sta aspettando fuori. Certo che si mette sempre nei guai.”

“Non sarà stata colpa sua. Dai chiamalo, fallo entrare.”

“Sei matta? Oggi deve passare il capo. Non hai sentito?”

“Non importa, fallo entrare.”

Marta si fermò e la guardò negli occhi.

“Io non c’entro niente però…se poi vi vede non ci voglio passare.”

“Se arriva, tu digli che non sto bene e che sto qui dietro cinque minuti.”

“Sei proprio cotta stavolta.”

Nina abbassò lo sguardo. Era quasi impossibile fingere con una che la conosceva bene come Marta.

“Non ci posso fare niente.” ammise.

Marta scosse la testa, ma allo stesso tempo sorrise all’amica per mostrarle la sua comprensione. Fece entrare Tom e chiuse la porta che dava all’esterno.

“Grazie Marta.” le disse Tom prima che lei li lasciasse soli. Quella parola gentile da parte sua la stupì, ma preferì non darlo a vedere.

Si erano messi seduti su una pedana di legno, vicino ai carrelli da trasporto in fondo al magazzino, dove erano impilate casse di bibite e bottiglie d’acqua. Tom si era appoggiato stancamente, ogni tanto sentiva bruciare lo stomaco e aveva nausea. Restarono in silenzio per qualche secondo, lì dietro la musica del locale rimbombava con un suono indistinto in sottofondo.

Tom prese una bottiglia e Nina lo aiutò a versarsi dell’acqua sulla ferita per ripulirla prima di bendare la mano. Quando vide bene il taglio la ragazza strinse i denti con un brivido. Una goccia di sangue cadde sul suo grembiule da cameriera e Tom passandoci il dito sopra peggiorò la situazione. Nina ci versò sopra la polverina bianca della valigetta del pronto soccorso ottenendo così una vistosa macchia bianca sul grembiule e sulla gonna. Iniziarono a ridere per tornare subito seri. Lei si tolse il grembiule dicendo che per fortuna ne aveva uno di ricambio.

Allora sparse la polverina bianca sopra la ferita e poi si mise a fasciare con cura la mano di Tom.

“Non sarà meglio andare al pronto soccorso?” gli disse preoccupata. “Con questi tagli si possono prendere infezioni…”

“Diglielo tu al tuo amico. Facile aggredire in tre con catene di ferro.”

Nina sospirò. Strinse la benda facendo un piccolo nodo, usando troppa forza nella rabbia del momento.

“Ora è incazzato perché gli ho detto di no.”

“Cosa?”

“No, niente.”

Nina chiuse la valigetta e andò a riporla negli scaffali.

“Gli hai detto di no per cosa?” ripeté Tom.

“Niente. Mi aveva chiesto di tornare insieme.”

Anche se aveva già messo a posto la valigetta, Nina restò voltata verso gli scaffali come se dovesse fare altro. Tom vide del sangue ricomparire sotto la benda e premette con il pollice.

“Beh, questo non lo sapevo.”

“Non te l’ho detto perché non era importante.”

La ragazza si voltò e rimase ferma con le braccia conserte.

“Sei arrabbiato?”

“No.” rispose lui, continuando a premere sulla mano. “Sto pensando a domani, che devo portare i soldi ad André. È meglio se vado.”

Fece per alzarsi, ma si fermò vedendo che Nina stava prendendo la sua borsetta da uno degli scaffali. Si avvicinò a lui e la aprì per cercare il borsellino.

“Quanto ti serve? Fausto ci ha dato cinquanta…il resto se l’è tenuto lui. Dice che aveva un debito con uno.”

“Sì figurati.”

Nina tirò fuori la banconota e mise la borsetta da una parte.

Tom la guardò scoraggiato.

“Non bastano. Non puoi prenderne dalla cassa?”

“Mi vuoi fare licenziare?”

“E le mance?”

Nina scosse la testa.

“Scusa ma non gli puoi dire che ti hanno picchiato? Cosa vuole da te quel pervertito?”

“Non lo so. Dipende come gli gira.”

“E tu mordiglielo.”

“Cosa? Bel consiglio.”

Gli veniva da ridere ma lo sforzo gli procurò nuove fitte all’addome. Con un gemito si appoggiò alla pila di casse sulla pedana. Nina andò a sedersi accanto a lui, guardandolo preoccupata.

“Forse è meglio se resti un po’ qui a riposarti.” suggerì.

“No, non voglio metterti nei casini.”

Lentamente si mise di nuovo dritto sulla schiena per farle vedere che stava meglio. Nina gli accarezzò il volto ed i capelli.

“Meno male che non ti ha ferito in faccia.”

Tom le sorrise, e come sempre accadeva quando erano così vicini, nessuno dei due poteva resistere all’altro. Si baciarono, poi Nina lo guardò tristemente.

“È da un po’ che non vieni a trovarmi.”

“Lo so…ho avuto da fare.”

“Non è che vai con qualcuna di quelle tossiche?”

“No. Te l’ho già detto che non mi interessano quelle.”

“È un brutto giro. Molti finiscono per bucarsi e manco se ne accorgono.”

Tom la guardò e le prese il viso tra le mani.

“Mi fanno schifo le braccia piene di buchi. Capito? Basta con questa storia.”

La baciò ancora una volta. Qualcuno colpì tre volte sulla porta che dava al locale; doveva essere il segnale di Marta per rientrare, disse Nina.

“Meglio se vai.” Suggerì Tom. Ma lei non si decideva a lasciarlo andare.

Quando Tom fece per prendere i soldi che Nina teneva stretti  in pugno, lei ridendo ritrasse la mano e con un rapido gesto infilò la banconota nel reggiseno. Si sbottonò la camicetta per rendergli più facile l’accesso.

“E se arriva qualcuno?” si preoccupò Tom, mentre le sfiorava la bretella del reggiseno.

“Facciamo in fretta.” Suonava più come una supplica che un suggerimento.

Lo fece appoggiare alle casse perché non facesse troppi sforzi, e andò sopra di lui sollevandosi la gonna.  Come spesso accadeva quando erano insieme, lasciavano che fossero i loro corpi a parlare. Dovevano rispondere al richiamo come animali che si destano al solo fruscio delle foglie. Sensibili al minimo movimento, al più leggero respiro. Chimica di fame e sete tra chi prendeva e chi dava. Era quasi un gioco. Dove nessuno usciva vincitore.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratti gentilmente realizzati da Agnese Perra.

 

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**21*

Come il giorno e la notte – parte 21 –

Alle stelle

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

Vin black

 

L’attesa finì non appena cominciarono i suoi sogni.

Tom rientrava nella notte. La casa era ancora al buio, senza corrente. Lo sentiva scendere le scale alle sue spalle, illuminava i suoi passi con una candela, guardingo come un nobile in un castello poco abitato. Vin si era addormentato dopo aver finito di scrivere la canzone, lasciando la penna poggiata sul verso sottolineato ‘Siamo come due anime perse che nuotano in una vaschetta per pesci’. Aprendo un poco gli occhi, lo vedeva accendere diverse candele intorno alla stanza, che pian piano gli appariva nella sua bellezza quasi antica. C’erano quadri alle pareti, candelabri e tende vermiglie alle finestre. Ricordava più la villa di André che il loro seminterrato. Addirittura gli sembrò di notare un caminetto, ma era spento. Fermandosi al mobile con i dischi sparsi alla rinfusa, Tom aveva scelto proprio quello della canzone scritta da Vin, Wish you were here, e l’aveva messo sul giradischi. Il disco aveva iniziato a suonare nonostante non ci fosse corrente, ma a loro era sembrato normale. Attaccava con la musica della chitarra, ma era già come se parlasse.

Finalmente Tom raggiungeva il divano e andava a sedersi accanto a lui, poggiando sul tavolo la candela che teneva su un piattino. Non diceva niente, solo un leggero sorriso si disegnava sulle sue labbra mentre lo guardava. Non l’aveva mai guardato così. Solo allora notava che era vestito in maniera elegante, con una fine camicia bianca da cavaliere di altri tempi. I capelli erano un po’ lunghi e mossi come i suoi, ma tirati più indietro. Gli sembrava persino più bello, tutto gli sembrava più bello. E muovendosi verso di lui, notava di essere vestito anche lui in modo simile, e pensava che forse avevano fatto un salto indietro fino all’ottocento o qualcosa di simile senza rendersene conto.

Ma non gli importava in che periodo fossero. Se erano ricchi, poveri, orfani o che altro. Importava solo che erano loro due soli, e sempre più vicini, tanto che ora sentiva di nuovo quel profumo che l’aveva stordito alla casa famiglia, lo stesso della boccetta che aveva trovato in  bagno.

Non si era accorto nemmeno del preciso istante in cui le loro labbra si erano unite, e poi di quando le mani avevano iniziato ad accarezzare, perché aveva perso la cognizione di tutto. Il soffitto era diventato un cielo stellato in cui aveva potuto ben distinguere la costellazione di Orione – non sapeva perché proprio quella, ma la conosceva dai libri di astronomia – e le stelle sopra di loro avevano iniziato a girare, e poi tutta la stanza, girava come una giostra. Aveva visto altre due sagome staccarsi dai loro corpi e danzare in quella giostra di stelle. Lo avrebbe giurato.

Durante la danza si erano di colpo liberati dei vestiti. Poi Vin si era sdraiato, e aveva lasciato fare alle sue mani esperte, stupendosi di non provare alcun fastidio quando avevano sfiorato la ferita sul suo fianco e Tom non aveva nemmeno mostrato ribrezzo.

Quindi la bocca di Tom percorreva un tragitto sul suo corpo, fermandosi infine in quel punto che già per conto suo aveva reagito a tutte quelle carezze. E proprio quando le sue dita si erano infilate tra i capelli di Tom stringendoli, il sogno era svanito.

Si svegliò cascando per terra, talmente doveva essere finito in bilico sul bordo del divano. Si risollevò mettendosi a sedere, stordito inizialmente ma poi ridendo tra sé, incredulo. Per fortuna era solo. Era completamente sudato, il respiro ancora affannato, con la sensazione di un orgasmo appena cominciato e le mani che cercavano qualcuno che non c’era.

Non aveva forze. Calmò il suo respiro e restò abbandonato sul pavimento come ubriaco, inebetito. Di nuovo gli sembrò che la stanza girasse. Un movimento ondulatorio, una corrente che lo trasportava dolcemente. E sentiva le voci che aveva già sentito altre volte, quelle femminili delle sirene e quelle maschili dei cavallucci marini, ripetevano “ti aspettiamo”. E come in una visione gli ricomparivano dinanzi agli occhi le carte dell’indovina. Era strano, sentirsi naufragare, nella perdita dei sensi, per poi riprendersi, svegliarsi, e non ricordarsi.

Aprì gli occhi per capire se era sveglio. Vide la stanza come la ricordava, con i mobili al loro posto, il letto e gli oggetti di Tom. Gli giunse l’odore della candela consumata. Non era più buio. Una luce tenue colorava le pareti e il soffitto. E l’alba non era mai stata così splendida.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratti gentilmente realizzati da Agnese Perra.

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**20*

Come il giorno e la notte – parte 20 –

Partita a Poker

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

Vin black

 

La sera dopo si era scatenato un temporale che li aveva fatti desistere dall’idea di andare in stazione. Sarebbe stato inutile, con quella pioggia non avrebbero venduto niente – aveva detto Fausto mentre cercava qualcosa tra i cassetti e Taco gli faceva luce con una torcia. Dopo un tuono molto forte, seguito da un boato che aveva quasi fatto tremare i muri, era saltata la corrente e si erano ritrovati al buio. Era successo altre volte, per cui tenevano delle candele e una torcia da campeggio nei mobili della cucina. Fausto passò qualche candela agli altri, che le accesero sistemandole nella stanza. Nel rovistare tra i cassetti, trovò anche un mazzo di carte e lo prese.

“Giochiamo a drink poker?” propose, e si era già seduto per contare le carte e togliere quelle che non servivano.

Nel frattempo, si erano sistemati tutti intorno al tavolo, Tom e Taco, e anche Nina e Marta che quella sera non lavoravano.

“Sarebbe?” domandò Nina.

“Quando si perde si beve.” Spiegò Tom. Poggiò un posacenere sul tavolo, preparando le sue cartine.

“No, così mi ubriaco subito.” protestò Marta, e gli altri risero.

“O bevi o ti spogli.” Stabilì Fausto.

“Ci sto.” E rise mentre masticava la gomma colorata.

“Solo che non abbiamo portato molti soldi.” Disse Nina. Frugò nella borsetta e mise sul tavolo una banconota e delle monete.

“Nel caso ve li presto io.” si offrì Tom. E in men che non si dica era sceso al piano di sotto a prendere la sua busta con i contanti, al sicuro nel cassetto accanto ai suoi coltellini. Trovò Vin che leggeva alla luce di una candela, i dischi sparsi per terra con le traduzioni di André, così gli chiese se voleva giocare. Lui declinò l’invito, dicendo che aveva altro da fare, ma in realtà non gli andava che perdessero tempo a spiegare le regole a lui che non sapeva giocare a carte. Senza insistere oltre, Tom corse su e tornò al tavolo con i suoi soldi.

“Sei ricco, Tom.” osservò Marta quando vide la busta bianca.

Fausto gliela prese di mano per provocarlo.

“Mmh, sembra una di quelle buste profumate.”

“In che senso profumata?” si insospettì Nina. Afferrò a sua volta la busta per annusarla, poi Tom riuscì a riappropriarsene e Fausto iniziò a distribuire le carte come un esperto giocatore.

Dopo un paio di mani, Taco era già così brillo che dovette sedersi per terra appoggiandosi alla parete e finirono tutti seduti sul pavimento per poter continuare la partita. Durante il gioco stavano in totale silenzio, poi a tratti scoppiavano a ridere o urlavano se qualcuno doveva bere o se Marta si doveva spogliare perché aveva perso. Per togliersi la maglietta si era alzata in piedi e aveva improvvisato una sorta di striptease. Dopo un po’ le ragazze decisero che per parità anche i ragazzi dovevano spogliarsi e così Fausto e Tom restarono a torso nudo. Taco invece a metà partita era già fuori gioco e aveva perso tutto.

Dal piano di sotto Vin sentiva le loro voci a tratti, mentre cercava di trascrivere una nuova canzone che aveva trovato tra i dischi, il titolo tradotto era ‘Vorrei che tu fossi qui‘. Il suono della pioggia in sottofondo si era fatto più tenue e i tuoni si erano allontanati. Di solito aveva paura dei temporali ma ora si sentiva al sicuro, con la candela vicino e le voci degli altri al piano di sopra.

A volte li sentiva discutere, ogni tanto qualcuno diceva “piatto piange” e stavano di nuovo in silenzio. Spesso Tom esultava e si capiva che stava vincendo. A un tratto però tutti avevano alzato la voce, in particolare Fausto che accusava Tom di barare. Seguì una breve discussione ma alla fine l’accusato smise di proclamarsi innocente. Fausto decise che per punizione avrebbe perso tutti i soldi, a meno che non avesse accettato di fare una penitenza decisa da loro. Ognuno voleva dire la sua, persino Taco che si era risvegliato all’improvviso dal torpore.

“Vediamo…potrebbe andare a piedi sotto la pioggia fino alla stazione e regalare droga a tutti i tossici che trova.” Fu la proposta di Marta.

“No, troppo facile.” Disse Fausto. Tom fece un verso di disgusto e aprì un’altra birra in attesa della loro decisione. Poi intervenne Taco.

“Devi andare da André e dirgli che lo ami da morire.”

Gli altri risero, mentre Taco rafforzava la sua proposta abbracciando Tom per farlo arrabbiare. Per tutta risposta, il ragazzo lo colpì con uno schiaffetto sulla nuca intimandogli di tacere.

“No, ne ho io una migliore.” Disse infine Fausto, spegnendo la sigaretta nel posacenere per creare un momento di suspense. “Devi dare un bacio a… uno di noi.”

“Potevi dirlo prima che volevi un bacio da me!” Lo provocò Tom, avvicinandosi con fare minaccioso. Fausto lo respinse contro il muro.

“No, sto parlando di Vin.”

“Cosa? Sei matto.”

Tom guardò gli altri in cerca di collaborazione ma dopo un attimo di esitazione si mostrarono tutti favorevoli alla penitenza.

“Un bacio vero, ovviamente.” Precisò Fausto.

“Certo, un bacio vero.” Intervenne Nina rincarando la dose.

“Nina, pure tu? Dai, lo sai che si incazza.”

“Secondo me non si arrabbia.” Disse Fausto.

“Nemmeno secondo me.” Concordò Nina.

“Anzi.” Soggiunse Taco, rischiando un secondo colpo da parte di Tom.

Ogni tentativo di protesta di Tom fu vano, non avevano nessuna intenzione di cambiare la penitenza.

“O lo fai o ti prendiamo tutti i soldi.” Ribadì Fausto. “Tu scendi e noi contiamo fino a venti. Ti controlliamo dalle finestre.”

Tom si alzò da terra con l’aria sconfitta di chi non aveva scelta. Indossò di nuovo la camicia lasciandola aperta, mentre gli altri lo guardavano in silenzio, fremendo nell’attesa della penitenza.

“Questa me la pagate.” protestò, e scese le scale sostenendosi con una mano perché c’era poca luce e gli girava leggermente la testa.

Vin aveva sentito quasi tutto. A un certo punto aveva capito che parlavano di lui così si era messo ad ascoltare, sperando fino all’ultimo che Tom si rifiutasse di fare la penitenza. Stranamente non era sembrato particolarmente agitato per la cosa, finché non aveva sentito i passi arrivare alle sue spalle. Aveva continuato a scrivere la canzone facendo finta di niente, fino a quando Tom aveva pronunciato il suo nome sottovoce.

“Scordatelo.” Tagliò corto lui, senza mezzi termini.

“Hai sentito allora? Vin…perdo tutti quei soldi se…”

“Non sono affari miei. Sono quelli che dovevi tenere per André, immagino.”

Tom si era avvicinato al divano, ma lui non aveva sollevato lo sguardo dal quaderno e fissava le parole che aveva scritto in rosso: ‘pensi di poter distinguere il paradiso dall’inferno? Cieli azzurri dal dolore?’

“Sì.” Ammise Tom. “Senti, è solo per finta.”

Era andato a sedersi sul divano accanto a lui. Vin lo guardò di sbieco.

“Almeno potresti dire per favore.”

Tom sospirò, cercava di superare l’imbarazzo e pensava agli altri che contavano fino a venti.

“Per favore.” Si mosse verso di lui, tanto che Vin poté sentire il misto di odori di fumo, dell’alcool e della sua pelle. E non sapeva come, ma tutti e tre insieme erano un bellissimo odore.

Si sforzò di non guardarlo, sentiva che avrebbe potuto cedere a quel suo “per favore”, anche se sapeva che era falso, terribilmente falso. Fu risoluto.

“No. Non mi piacciono le cose per finta.”

“Neanche a me.” disse Tom. E si avvicinò ancora. Così alla luce debole della candela poteva vedere il suo torace scoperto sotto la camicia leggera.

“Per te è una cosa come un’altra.” gli disse come ultima provocazione, per vedere come se la sarebbe cavata. Era una frase che aveva detto lui stesso, non avrebbe potuto negarlo.

“No, non è vero… Senti, sai cosa facciamo?” Il suo tono era complice ora, e Vin aveva smesso di scrivere, rapito dalle sue parole, seppur continuando a non voltarsi verso di lui. “Li imbrogliamo e non lo facciamo per finta. Cioè, loro penseranno che ci baciamo per finta…invece no. Che ne dici?”

Vin non rispose. Allora Tom gli tolse la penna di mano e la poggiò sul quaderno. A quel punto Vin si voltò, ogni resistenza lo stava abbandonando. Tom pose una mano sulla sua guancia fino a premere leggermente con le dita per portarlo verso di sé e a Vin sembrò di non respirare. Il tempo era sospeso, più immobile della fiamma della candela, nessun rumore, nessuna parola, solo quella piccola luce che consentiva di guardarsi negli occhi. E forse grazie a quella complice penombra trovò il coraggio di posare la sua mano sopra quella di Tom sulla sua guancia, stringendola dolcemente. Quel tempo che sembrava infinito durò solo una manciata di secondi.

All’improvviso dalla finestra si udì il rumore di un bidone di latta che cadeva per terra e poi Nina che rideva.

“Tom! Abbiamo contato fino a venti!” urlò.

“Scordati i soldi!” aggiunse Fausto.

E poi i loro passi di corsa sul vialetto.

Tom era subito balzato in piedi, con varie esclamazioni di disappunto, per poi correre di sopra e infine andargli dietro sul vialetto, non trovando i suoi soldi sul tavolo. Vin aveva sentito le loro voci sempre più lontane.

I soldi, i soldi gli importavano più di tutto. Ripeteva tra sé, nel tentativo di farsene una ragione. Appoggiò la testa sul divano, tenendo la mano premuta sulla guancia, come una carezza da cui non si voleva staccare. Pensò che sarebbe rimasto così tutta la notte, con quella sensazione di incompiuto, in bilico tra rinuncia e attesa.

 

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratti gentilmente realizzati da Agnese Perra.

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