Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**20*

Come il giorno e la notte – parte 20 –

Partita a Poker

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

Vin black

 

La sera dopo si era scatenato un temporale che li aveva fatti desistere dall’idea di andare in stazione. Sarebbe stato inutile, con quella pioggia non avrebbero venduto niente – aveva detto Fausto mentre cercava qualcosa tra i cassetti e Taco gli faceva luce con una torcia. Dopo un tuono molto forte, seguito da un boato che aveva quasi fatto tremare i muri, era saltata la corrente e si erano ritrovati al buio. Era successo altre volte, per cui tenevano delle candele e una torcia da campeggio nei mobili della cucina. Fausto passò qualche candela agli altri, che le accesero sistemandole nella stanza. Nel rovistare tra i cassetti, trovò anche un mazzo di carte e lo prese.

“Giochiamo a drink poker?” propose, e si era già seduto per contare le carte e togliere quelle che non servivano.

Nel frattempo, si erano sistemati tutti intorno al tavolo, Tom e Taco, e anche Nina e Marta che quella sera non lavoravano.

“Sarebbe?” domandò Nina.

“Quando si perde si beve.” Spiegò Tom. Poggiò un posacenere sul tavolo, preparando le sue cartine.

“No, così mi ubriaco subito.” protestò Marta, e gli altri risero.

“O bevi o ti spogli.” Stabilì Fausto.

“Ci sto.” E rise mentre masticava la gomma colorata.

“Solo che non abbiamo portato molti soldi.” Disse Nina. Frugò nella borsetta e mise sul tavolo una banconota e delle monete.

“Nel caso ve li presto io.” si offrì Tom. E in men che non si dica era sceso al piano di sotto a prendere la sua busta con i contanti, al sicuro nel cassetto accanto ai suoi coltellini. Trovò Vin che leggeva alla luce di una candela, i dischi sparsi per terra con le traduzioni di André, così gli chiese se voleva giocare. Lui declinò l’invito, dicendo che aveva altro da fare, ma in realtà non gli andava che perdessero tempo a spiegare le regole a lui che non sapeva giocare a carte. Senza insistere oltre, Tom corse su e tornò al tavolo con i suoi soldi.

“Sei ricco, Tom.” osservò Marta quando vide la busta bianca.

Fausto gliela prese di mano per provocarlo.

“Mmh, sembra una di quelle buste profumate.”

“In che senso profumata?” si insospettì Nina. Afferrò a sua volta la busta per annusarla, poi Tom riuscì a riappropriarsene e Fausto iniziò a distribuire le carte come un esperto giocatore.

Dopo un paio di mani, Taco era già così brillo che dovette sedersi per terra appoggiandosi alla parete e finirono tutti seduti sul pavimento per poter continuare la partita. Durante il gioco stavano in totale silenzio, poi a tratti scoppiavano a ridere o urlavano se qualcuno doveva bere o se Marta si doveva spogliare perché aveva perso. Per togliersi la maglietta si era alzata in piedi e aveva improvvisato una sorta di striptease. Dopo un po’ le ragazze decisero che per parità anche i ragazzi dovevano spogliarsi e così Fausto e Tom restarono a torso nudo. Taco invece a metà partita era già fuori gioco e aveva perso tutto.

Dal piano di sotto Vin sentiva le loro voci a tratti, mentre cercava di trascrivere una nuova canzone che aveva trovato tra i dischi, il titolo tradotto era ‘Vorrei che tu fossi qui‘. Il suono della pioggia in sottofondo si era fatto più tenue e i tuoni si erano allontanati. Di solito aveva paura dei temporali ma ora si sentiva al sicuro, con la candela vicino e le voci degli altri al piano di sopra.

A volte li sentiva discutere, ogni tanto qualcuno diceva “piatto piange” e stavano di nuovo in silenzio. Spesso Tom esultava e si capiva che stava vincendo. A un tratto però tutti avevano alzato la voce, in particolare Fausto che accusava Tom di barare. Seguì una breve discussione ma alla fine l’accusato smise di proclamarsi innocente. Fausto decise che per punizione avrebbe perso tutti i soldi, a meno che non avesse accettato di fare una penitenza decisa da loro. Ognuno voleva dire la sua, persino Taco che si era risvegliato all’improvviso dal torpore.

“Vediamo…potrebbe andare a piedi sotto la pioggia fino alla stazione e regalare droga a tutti i tossici che trova.” Fu la proposta di Marta.

“No, troppo facile.” Disse Fausto. Tom fece un verso di disgusto e aprì un’altra birra in attesa della loro decisione. Poi intervenne Taco.

“Devi andare da André e dirgli che lo ami da morire.”

Gli altri risero, mentre Taco rafforzava la sua proposta abbracciando Tom per farlo arrabbiare. Per tutta risposta, il ragazzo lo colpì con uno schiaffetto sulla nuca intimandogli di tacere.

“No, ne ho io una migliore.” Disse infine Fausto, spegnendo la sigaretta nel posacenere per creare un momento di suspense. “Devi dare un bacio a… uno di noi.”

“Potevi dirlo prima che volevi un bacio da me!” Lo provocò Tom, avvicinandosi con fare minaccioso. Fausto lo respinse contro il muro.

“No, sto parlando di Vin.”

“Cosa? Sei matto.”

Tom guardò gli altri in cerca di collaborazione ma dopo un attimo di esitazione si mostrarono tutti favorevoli alla penitenza.

“Un bacio vero, ovviamente.” Precisò Fausto.

“Certo, un bacio vero.” Intervenne Nina rincarando la dose.

“Nina, pure tu? Dai, lo sai che si incazza.”

“Secondo me non si arrabbia.” Disse Fausto.

“Nemmeno secondo me.” Concordò Nina.

“Anzi.” Soggiunse Taco, rischiando un secondo colpo da parte di Tom.

Ogni tentativo di protesta di Tom fu vano, non avevano nessuna intenzione di cambiare la penitenza.

“O lo fai o ti prendiamo tutti i soldi.” Ribadì Fausto. “Tu scendi e noi contiamo fino a venti. Ti controlliamo dalle finestre.”

Tom si alzò da terra con l’aria sconfitta di chi non aveva scelta. Indossò di nuovo la camicia lasciandola aperta, mentre gli altri lo guardavano in silenzio, fremendo nell’attesa della penitenza.

“Questa me la pagate.” protestò, e scese le scale sostenendosi con una mano perché c’era poca luce e gli girava leggermente la testa.

Vin aveva sentito quasi tutto. A un certo punto aveva capito che parlavano di lui così si era messo ad ascoltare, sperando fino all’ultimo che Tom si rifiutasse di fare la penitenza. Stranamente non era sembrato particolarmente agitato per la cosa, finché non aveva sentito i passi arrivare alle sue spalle. Aveva continuato a scrivere la canzone facendo finta di niente, fino a quando Tom aveva pronunciato il suo nome sottovoce.

“Scordatelo.” Tagliò corto lui, senza mezzi termini.

“Hai sentito allora? Vin…perdo tutti quei soldi se…”

“Non sono affari miei. Sono quelli che dovevi tenere per André, immagino.”

Tom si era avvicinato al divano, ma lui non aveva sollevato lo sguardo dal quaderno e fissava le parole che aveva scritto in rosso: ‘pensi di poter distinguere il paradiso dall’inferno? Cieli azzurri dal dolore?’

“Sì.” Ammise Tom. “Senti, è solo per finta.”

Era andato a sedersi sul divano accanto a lui. Vin lo guardò di sbieco.

“Almeno potresti dire per favore.”

Tom sospirò, cercava di superare l’imbarazzo e pensava agli altri che contavano fino a venti.

“Per favore.” Si mosse verso di lui, tanto che Vin poté sentire il misto di odori di fumo, dell’alcool e della sua pelle. E non sapeva come, ma tutti e tre insieme erano un bellissimo odore.

Si sforzò di non guardarlo, sentiva che avrebbe potuto cedere a quel suo “per favore”, anche se sapeva che era falso, terribilmente falso. Fu risoluto.

“No. Non mi piacciono le cose per finta.”

“Neanche a me.” disse Tom. E si avvicinò ancora. Così alla luce debole della candela poteva vedere il suo torace scoperto sotto la camicia leggera.

“Per te è una cosa come un’altra.” gli disse come ultima provocazione, per vedere come se la sarebbe cavata. Era una frase che aveva detto lui stesso, non avrebbe potuto negarlo.

“No, non è vero… Senti, sai cosa facciamo?” Il suo tono era complice ora, e Vin aveva smesso di scrivere, rapito dalle sue parole, seppur continuando a non voltarsi verso di lui. “Li imbrogliamo e non lo facciamo per finta. Cioè, loro penseranno che ci baciamo per finta…invece no. Che ne dici?”

Vin non rispose. Allora Tom gli tolse la penna di mano e la poggiò sul quaderno. A quel punto Vin si voltò, ogni resistenza lo stava abbandonando. Tom pose una mano sulla sua guancia fino a premere leggermente con le dita per portarlo verso di sé e a Vin sembrò di non respirare. Il tempo era sospeso, più immobile della fiamma della candela, nessun rumore, nessuna parola, solo quella piccola luce che consentiva di guardarsi negli occhi. E forse grazie a quella complice penombra trovò il coraggio di posare la sua mano sopra quella di Tom sulla sua guancia, stringendola dolcemente. Quel tempo che sembrava infinito durò solo una manciata di secondi.

All’improvviso dalla finestra si udì il rumore di un bidone di latta che cadeva per terra e poi Nina che rideva.

“Tom! Abbiamo contato fino a venti!” urlò.

“Scordati i soldi!” aggiunse Fausto.

E poi i loro passi di corsa sul vialetto.

Tom era subito balzato in piedi, con varie esclamazioni di disappunto, per poi correre di sopra e infine andargli dietro sul vialetto, non trovando i suoi soldi sul tavolo. Vin aveva sentito le loro voci sempre più lontane.

I soldi, i soldi gli importavano più di tutto. Ripeteva tra sé, nel tentativo di farsene una ragione. Appoggiò la testa sul divano, tenendo la mano premuta sulla guancia, come una carezza da cui non si voleva staccare. Pensò che sarebbe rimasto così tutta la notte, con quella sensazione di incompiuto, in bilico tra rinuncia e attesa.

 

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratti gentilmente realizzati da Agnese Perra.

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**19*

Come il giorno e la notte – parte 19 –

Le giostre

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

QUADRO

 

Vin osservava i treni passare sporgendosi dalla ringhiera del cavalcavia. Taco, poco più avanti, faceva lo stesso, e appena sentiva il rumore del treno in arrivo, urlava “bianco!” oppure “verde!”, giocando ad indovinare il colore del treno che sarebbe sbucato dalla galleria. Se azzeccava, si segnava un punto sul muro con un gessetto e Vin applaudiva. Alla stazione si sentivano nel loro regno.

Da quell’altezza, Vin riusciva a vedere Tom che si spostava da un punto a un altro della sua postazione di lavoro, dove ogni tanto si avvicinava qualcuno che voleva comprare da lui. Taco invece era in corrispondenza della postazione di Fausto, così i due facevano “la guardia”, come gli avevano indicato i ragazzi più grandi.

Erano partiti poco prima del tramonto, lasciandosi il casolare alle spalle sfrecciando sugli scooter. Fausto e Tom alla guida, lui e Taco seduti dietro si dovevano tenere molto forte al sedile se non volevano rischiare di cadere ogni volta che i due guidatori acceleravano all’improvviso per gareggiare nei tratti di strada liberi. Percorso lo sterrato che costeggiava il piazzale delle roulotte, si attraversava un tratto di provinciale per poi arrivare alla stazione nel giro di pochi minuti. All’altezza del piazzale delle roulotte, avevano sentito Bullo abbaiare e subito il cane era comparso all’inseguimento degli scooter.

“Ce l’ha con te questo cane!” aveva detto Tom, rivolgendosi a Vin seduto dietro di lui.

Rallentando la corsa, aveva raccolto al volo un rametto da terra e l’aveva lanciato in direzione di Bullo per costringerlo a tornare indietro e non seguirli fino allo stradone, dove avrebbe rischiato di essere investito. Avevano lasciato gli scooter in un punto sicuro dietro la stazione, per poterli tenere d’occhio. Vin aveva riconosciuto il muretto che aveva scavalcato la sera in cui era arrivato col treno, poco prima di perdere conoscenza sotto la pioggia.

Poi Tom gli aveva mostrato le strade in cui lavoravano lui e Fausto; “questa è la mia zona”, aveva detto indicando una via dietro le rotaie, fino a un punto in corrispondenza di un negozio di ferramenta. Vin e Taco dovevano stare in giro e semplicemente fare “la guardia”, cioè avvisarli se vedevano polizia o carabinieri avvicinarsi oppure altre persone sospette. Tom gli aveva descritto alcuni ragazzi che facevano parte di altri gruppi di spacciatori e a volte venivano a disturbare, in quel caso lo doveva avvisare subito. Ma soprattutto gli aveva parlato di Cesare, l’ex ragazzo di Nina, perché ogni volta che si incontravano rischiavano di picchiarsi. Cesare ce l’aveva con lui per partito preso, e dato che faceva il buttafuori in un locale, Tom ne usciva quasi sempre con qualche osso rotto.

In particolare, Tom gli aveva indicato alcuni angoli di strade dove lui e Taco potevano osservare la situazione indisturbati. Più avanti c’era una piazzetta dove a quell’ora alcuni ragazzi iniziavano a trafficare con le siringhe. Tom gli aveva raccomandato di non andarci, e comunque di non avventurarsi in altre zone che non conosceva.

Vin e Taco erano rimasti per un po’ di tempo nei punti indicati, ma non si era visto arrivare nessuno, c’era poco movimento. A un certo punto, Taco gli aveva fatto cenno di seguirlo sopra il cavalcavia per guardare i treni dall’alto e aveva iniziato il suo gioco. Ormai il sole era tramontato con una striscia di rosso sopra tutta la stazione per poi cedere il posto alle tinte blu dell’imbrunire. Quando stavano scendendo le scalette del cavalcavia per tornare verso la piazzetta, incontrarono alcuni gruppi di ragazzini che camminavano tutti nella stessa direzione. Uno di questi conosceva Taco di vista e gli fece un cenno di saluto, senza fermarsi.

“Venite anche voi?” disse il ragazzino “Stanno montando le giostre.”

Superarono la piazzetta e li seguirono fino ad un piazzale più ampio, dove trovarono diversi operai ad ultimare il montaggio delle giostre. Se ne andarono in giro a curiosare. La piattaforma più grande era un autoscontro dove stavano sistemando l’illuminazione. Poi videro la cosiddetta “ballerina”, il tagadà dove si scivolava uno addosso all’altro. C’era un tendone con scritto “tunnel della paura” e tutti si prenotarono per entrarci appena sarebbe stato pronto, scommettendo su chi avrebbe avuto più paura. Un ambulante vendeva zucchero filato e due dei ragazzi che avevano qualche moneta in tasca lo comprarono, usandone poi la maggior parte per fare una battaglia di palline di zucchero filato che rimasero attaccate su tutti i vestiti.

Mentre gli altri schiamazzavano per il piazzale, Vin si era avvicinato ad una piccola tenda rossa, incuriosito dal cartello con la scritta “Indovina Marina”. Sbirciando dentro, notò una donna dagli abiti molto colorati che sistemava delle scatole. Si scostò subito temendo di essere visto, ma non fece in tempo a nascondersi allo sguardo della donna, che subito gli rivolse la parola, pensando che fosse interessato alle carte.

“Puoi entrare.” Gli disse. “Apriamo domani, ma non importa. Non ti faccio pagare niente.”

Vin tentò di farle capire che stava solo curiosando, ma allo stesso tempo, attratto non sapeva nemmeno lui da cosa, entrò timidamente nella tenda.

La cartomante aveva sistemato tra le scatole un tavolino rotondo con sopra una sfera apparentemente di cristallo e due mazzi di carte. Gli sorrise rendendo ancora più evidente l’eccessivo trucco sul volto e i denti gialli in contrasto con il rossetto acceso. I capelli così impiastricciati di brillantini tanto che non si capiva di che colore fossero. Le braccia e le mani più da uomo che da donna, con unghie lunghe e colorate. Si era seduta su uno sgabello di fronte al tavolino e aveva iniziato a mischiare le carte passandole tra le mani, assorta nel suo rituale.

“Vieni, vieni.” Lo invitò. “Scommetto che hai molte domande, ragazzino. Come ti chiami?”

Vin le rispose avvicinandosi, per poi fermarsi in piedi di fronte al tavolino. Posò lo sguardo sulla sfera argentata, mentre la donna continuava a muovere le carte. E mischiando, ripeteva il suo nome “Vincenzo, Vincenzo.” Posò il mazzo e gli chiese di smezzare con la mano destra. Sistemò i due mazzi uno a destra, uno a sinistra, e prese da ognuno la prima carta, girandole una alla volta. Vin si avvicinò per guardare meglio e non riuscì a trattenere un piccolo verso di stupore: in una carta c’era disegnata una barca a vela sopra le onde del mare; sull’altra carta un disegno meno chiaro, che gli dava l’idea di una scacchiera. Due immagini che gli fecero venire subito in mente la Ballata del vecchio marinaio: la barca e la partita con la vita-in-morte, dopo la quale il marinaio sarà condannato a raccontare per sempre la sua storia.

La donna aveva sollevato un poco lo sguardo, per poi fissare la sua sfera. Sembrava non voler parlare. A Vin avevano iniziato a tremare le gambe, e nella sua mente si vedeva sulla barca in mezzo al mare, giocare la sua partita con la vita-in-morte. La voce della cartomante lo riportò alla realtà.

“Tu ti stupisci, perché conosci questa storia, ragazzino. Hai già giocato una partita con il mare, vero?”

Vin deglutì, pensando all’incidente da bambino, alle onde che lo avevano trascinato fino allo scoglio.

“Stai attento all’acqua, perché ci sarà un’altra partita per te…” continuò la donna. E non disse altro, ma prese la sfera tra le mani. Vin fissava la sfera come stregato.

“Sei innamorato?” gli chiese a bruciapelo.

Lui trasalì. Era sul punto di negare, ma qualcosa gli diceva che non era possibile mentire a una donna con la sfera di cristallo. Allora la cartomante sollevò la sfera perché lui la guardasse. Vin si perse nelle sfumature che si potevano intravedere all’interno, come piccoli cristalli che incontrandosi tra loro creavano riflessi arcobaleno.

“Se desideri tanto qualcosa…o qualcuno…” gli spiegò l’indovina “devi soltanto chiederlo intensamente alla sfera.” Ripose la sfera al suo posto, e aggiunse, a mo’ di conclusione: “Ci devi credere, però.”

“Io non ho nessuna sfera…” disse Vin timidamente.

“Basta un oggetto a forma di sfera. E tu lo userai come sfera.”

“E se non ci riesco?”

“Ci riuscirai.” Lo rassicurò lei. “Perché hai un cuore di cristallo.”

La donna gli sorrise e Vin ricambiò il sorriso, pur senza capire il senso delle sue parole. Uscendo dalla tenda, minimizzò tra sé e sé l’accaduto convincendosi che la donna fosse soltanto un po’ svitata. Ripensandoci però, si rendeva conto di aver creduto ad ogni sua parola dal momento in cui era entrato nella tenda. Aveva sentito un’atmosfera strana, la sensazione che la cartomante lo conoscesse. Forse per quello che gli aveva detto, anche se poteva essere una coincidenza.

Fatto sta, che mentre si avviava da solo verso la piazzetta, avendo perso di vista gli altri ragazzi, casualmente notò un cane giocare con una pallina vicino ad un albero. Il padrone che gliela aveva lanciata, un signore in tenuta da jogging, chiacchierava con un amico davanti a un bar, e così, prima che si voltasse, Vin raccolse la pallina di gomma mentre il cane era distratto da una lucertola che faceva muovere le foglie. Si allontanò velocemente tenendo stretta la pallina, e quando sentì il cane abbaiare era già quasi arrivato alla via di Tom. Ad una fontanella approfittò per bere dell’acqua e lavare la pallina, poi si mise a sedere su una panchina da un punto in cui poteva vedere Tom incontrare i suoi clienti. Era fermo ad un angolo, vicino a un lampione, e parlava con un ragazzo dai capelli corti colorati. Sembravano conoscersi.

Vin prese la pallina trasparente tra le mani e iniziò a fissarla come aveva fatto con la sfera della cartomante. Guardando attraverso, aveva l’impressione di osservare dall’oblò di una nave. Le immagini del lampione e di Tom con l’altro ragazzo apparivano sfocate e quasi irreali, il che aumentava la sua idea di magia associata al rito che stava compiendo. Allora iniziò a dire sottovoce “guardami, guardami”, come parlando con qualcuno dentro la sfera. E poi lo ripeté la terza volta, più intensamente. In quel preciso istante, dopo aver passato la bustina al ragazzo e aver preso i soldi, Tom si era voltato proprio in quella direzione, verso la panchina dove era seduto, come quando ci si sente chiamare all’improvviso. E aveva guardato verso di lui, riconoscendolo da lontano. Preso alla sprovvista, Vin aveva lasciato cadere la pallina ed era balzato in piedi, nemmeno fosse stato colto in flagranza di reato. Intanto Tom gli andò incontro per dirgli che sarebbero andati in un certo locale, il Mad,  dove lavorava Nina, a mangiare qualcosa, e lui nemmeno sentiva cosa stava dicendo, perché la sua mente era ancora confusa e stupita dal fatto che la magia avesse funzionato.

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Disegno gentilmente realizzato da Stefania Faedda.

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Antidoto Acca *Teatro*

Antidoto Acca è un testo teatrale nato da un soggetto del 2008 e scritto nel marzo 2018, a breve disponibile online.

Pubblico qui di seguito una sinossi con personaggi come anteprima.

Se operate nel settore teatrale e siete interessati a visionare il testo, potete scrivermi via mail: zetazeta72@gmail.com

 

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Antidoto Acca 

Sinossi e personaggi 

 

In un prossimo futuro, di fronte all’emergenza mondiale del calo delle nascite, in ogni nazione vengono creati dei Centri di Recupero per Omosessuali (CRO) allo scopo di far “guarire” gli omosessuali rendendoli eterosessuali con una cura basata sull’Antidoto Acca (creata dal medico italiano Dottor Acca). Con l’appoggio di diversi premi Nobel, le autorità scientifiche in collaborazione con i governi dei vari Paesi principali, riescono a diffondere la convinzione che l’omosessualità sia una malattia curabile e che la soluzione per il calo delle nascite sia la guarigione appunto degli omosessuali. Contemporaneamente, fare figli in provetta o con altri metodi prima consentiti, viene vietato dalla legge tanto da dare origine a un vero e proprio contrabbando.

Di conseguenza, i locali sospettati di frequentazioni gay vengono banditi, e tutti gli uomini sospettati di essere omosessuali, rinchiusi nei Centri di recupero come pazienti. Ogni paziente è contrassegnato da un numero.

In particolare, sotto le cure del DOTTOR ACCA e delle sue ASSISTENTI, si trovano:

GEORDIE – PAZIENTE 301

Ragazzo di 23 anni – fisico magro e lineamenti delicati

DENNIS – PAZIENTE 302

Uomo sui 30 anni – prestante

MICHAEL/STELLA – PAZIENTE 303

Uomo sui 35 anni – alto, fisico asciutto

****

Brani dal testo:

MICHAEL

Chi può dire davvero chi deve guarire da cosa?

ASSISTENTE 1

(riflette un attimo) Seguirete il programma di recupero. Anche fuori di qui. Vi diranno dove andare, cosa fare, cosa mangiare. Tutto. Non dovrete pensare a niente.

MICHAEL

È uguale a morire. Io non voglio vivere senza amare e scoprire di non poter rimediare più.

ASSISTENTE 1

(cambia tono, diventando quasi affettuosa) Supererai quell’attimo di smarrimento. Come quando fuori la temperatura è così bassa che non avresti voglia di uscire, ti è mai successo? Ma una volta fuori, dopo pochi minuti inizi a sentire meno freddo. Anzi, stai quasi bene. Perché ci si abitua. Ci si abitua a tutto.

****

DOTTOR ACCA

Nell’incontrastata bellezza del mare, noi siederemo ancora vicini, come in un’epoca senza tempo. Come la prima volta, quando le mani si sfioravano e le ginocchia si avvicinavano, simili a magneti che inevitabilmente si attraggono. Soltanto allora rivedremo noi stessi in uno specchio dorato, che non manderà alcun riflesso, se non quello dei nostri occhi. Abbandonati, illusi, estraniati. Ma comunque, innamorati.

***

 

(Testo di proprietà di Francesca Erriu Enrew)

Immagine: Pina Bausch

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Riposati Guerriero

RED

 

Riposati guerriero

Col cappello sulla fronte

La benda sugli occhi

Per non ferirti il sole.

Ricordati guerriero

Esiste anche l’amore

Nelle terre lontane

Che sogni di esplorare

Con le ciglia che tremano

se piangere non puoi

E quelle visioni che capire non sai.

Riposati guerriero

Ancora per un poco

Perché al tuo risveglio

Ricomincerà il gioco.

(F.E.)

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**18*

Come il giorno e la notte – parte 18 –

Il sogno

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

 

Trovarono Fausto e Taco seduti a tavola, avevano già iniziato a mangiare la loro pizza. Non appena vide Vin, Fausto poggiò il bicchiere da cui stava bevendo e gli lanciò un’occhiata per niente tranquillizzante. Vin andò a sedersi, facendo finta di non averlo notato, pur sapendo che il suo occhio ancora pesto non poteva essere nascosto più di tanto.

“Che cos’ha?” chiese infatti il ragazzo, rivolgendosi però a Tom che intanto si era seduto dall’altra parte del tavolo.

“Niente.” Rispose Tom, e aveva iniziato a tagliare a spicchi la sua pizza.

“Come niente? Che hai fatto all’occhio, Vin?”

Vin ricambiò lo sguardo senza timore, e si toccò i ciuffi di capelli vicino all’occhio per darsi un tono. Bevve anche un sorso di birra, come se questa avesse potuto infondergli il coraggio che di solito gli mancava di fronte a tipi grandi e grossi come Fausto.

“Ho sbattuto in macchina mentre Tom frenava.”

“Già, è vero, quella frenata…” Si affrettò a confermare Tom, ma Fausto non gli diede neanche il tempo di parlare.

“Non è che hai preso qualcosa? Lo sai che André non vuole, vero?”

“Sì, lo so.”

Tom intervenne, stavolta alzando il tono della voce.

“Non ha preso niente, Fausto, nessuno si sta drogando qui. E poi chi se ne frega di André. Quello si droga più di noi.”

“Non te ne frega se si incazza, eh? Perché tu sai dove andare se ci manda via, vero? Noi invece no.”

“Senti, si è solo sentito male.” Tagliò corto Tom, iniziando a mangiare.

Fausto si sforzava di restare calmo, ma non intendeva darsi per vinto. Ogni volta Tom voleva avere ragione su tutto. Vin li osservava preoccupato che la discussione potesse degenerare. Anche Taco osservava la scena ma senza smettere di mangiare.

“Se deve prendere medicine o altro bisogna dirglielo, Tom, lo sai.” Riprese Fausto. “E se poi si sente male sul serio, che cazzo facciamo?”

“E allora perché non vai a dirglielo tu, se ci tieni tanto? Eh? Perché non ti dà retta?”

“Smettila, Tom.”

“Perché non ti dà retta.” Ripeté Tom per irritarlo ancora di più. E le sue parole sortirono effetto immediato, scatenando la cattiveria di Fausto.

“No, infatti, dà retta solo a te, perché gli fai i pompini meglio di tutti.”

A quel punto la situazione poteva solo peggiorare. Tom si alzò dalla sedia, impugnando il coltello che stava usando per tagliare la pizza, gli occhi accesi di collera.

“Cos’hai detto?”

Con uno scatto puntò il coltello alla gola di Fausto e rimase fermo così per qualche secondo, solo per fargli sentire il freddo dell’acciaio. Il ragazzo non si mosse di un millimetro, poi afferrò il polso di Tom con mano salda e allontanò il coltello dalla gola.

“E calmati, Tom.” disse con grande calma.

Gli altri due, che erano rimasti a guardare con gli occhi sbarrati, ripresero fiato. Tom abbassò il braccio. Ma era solo una tregua.

“Io non faccio pompini a nessuno. E se qualcuno ripete questa parola, si troverà il coltello dove dico io.”

E con fare deciso, prese la sua pizza e la sua birra e sparì giù per le scale. Fausto si risistemò il colletto della maglietta, senza scomporsi tanto, mentre scuoteva la testa in segno di disapprovazione e sconcerto.

“Non ce l’ho con te, Vin.” Gli disse con voce sincera.

Vin stava per rispondergli, quando inaspettatamente intervenne Taco. Raramente faceva sentire la sua voce, soprattutto quando era il momento di mangiare.

“Ce l’ha con Tom.”

“Perché?” gli chiese Vin.

“Per Nina. Perché da quando è arrivato Tom, lei non lo fa più entrare nella roulotte.”

Tutti e due guardarono Fausto e poi continuarono a mangiare come se non fosse successo niente. Fausto incassò il colpo e sospirò, decidendo di lasciar perdere.

“Mangia e stai zitto.” Disse al cugino, nel tentativo di un rimprovero da adulto.

E la stanza cadde nel più assoluto silenzio. Finché dal piano di sotto giunsero le note del disco dei Doors a tutto volume, e a Vin venne da sorridere.

***

Passata qualche ora, Vin scese al piano di sotto. Dopo aver mangiato, Fausto era uscito di nuovo, e lui si era trattenuto a giocare a freccette con Taco. Alla fine aveva pensato che anche se era un ragazzino molto introverso, si trovava a suo agio con lui e non erano poi così diversi. Parlavano poco tutti e due. Poi a un certo punto, Taco era crollato all’improvviso vinto dal sonno, come gli accadeva spesso.

Per tutto il tempo in cui aveva giocato a freccette, Vin non aveva distolto il pensiero dalla stanza al piano di sotto e da Tom. Ne sentiva la mancanza anche quando era lì vicino. Dopo l’episodio del quaderno, aveva deciso di mettere a tacere il suo cuore. Pur di restare suo amico, era disposto a rinunciare alle sue assurde fantasie. Gli bastava avere un piccolo spazio accanto a lui. E immaginava di essere suo fratello, in modo da riuscire a guardarlo soltanto con ammirazione.

Dalle finestre del seminterrato entrava la fioca luce giallastra dei lampioncini. Scendendo le scale, scorse la sua sagoma sdraiata sul divano, con il cappello da cowboy che gli copriva parte del viso. Sul tavolino c’era ancora l’album da disegno aperto sul foglio bianco, ma il resto della pasticca che aveva preso nel pomeriggio era sparito. C’era il cartone aperto della pizza di Tom e la bottiglia di birra vuota.

Tom era immobile e respirava pesantemente, una mano penzolava dal divano fino a sfiorare il pavimento. Vin si avvicinò e, pensando che stesse dormendo, prese il cappello con mano leggera per scoprirgli il volto e poi soffiargli sulla fronte. Era una cosa che aveva letto in un libro da bambino, ma non si ricordava che libro. Qualcosa che si faceva per scacciare i brutti sogni mentre uno dormiva.

“Grazie per avermi salvato dal drago.” Bisbigliò.

Al suo soffio, Tom aveva reagito con un piccolo movimento infastidito, spostando la testa. Poi aveva parlato, con gli occhi chiusi, come nel sonno o in uno stato di dormiveglia.

“Di niente.”

Vin si mise in ginocchio, rannicchiandosi ai piedi del divano, con l’idea di ascoltarlo parlare nel sonno.

“Stai sognando?” gli chiese.

Tom non rispose subito. Respirò profondamente, strinse le braccia, apparentemente infreddolito.

“È un sogno che poi non mi fa più dormire.”

“Capita anche a me.” Disse Vin.

“Ho nove anni…c’è mio padre… viene a dirmi che devo andare a scuola. Bussa alla porta del bagno…Devi andare a scuola, Tom…Ma io chiudo a chiave. Chiudo la porta a chiave.”

Girò la faccia, dando l’idea di non voler continuare. Sembrava pentito di aver parlato del sogno, e di sentirsi quasi costretto a proseguire. Poi fece un respiro e continuò, sempre con la voce di chi si trova tra sonno e veglia.

“Prendo il suo rasoio per la barba…e mi faccio quei tagli.”

Non disse altro. Tirò su col naso e Vin ebbe l’impressione che stesse piangendo; si avvicinò al suo viso, ma non scorse nessuna lacrima sulle guance. Le ciglia dei suoi occhi chiusi avevano tremato però per un attimo.

“Eri un bambino.” Gli mormorò Vin.

“Non lo so…non so se sono mai stato davvero un bambino.”

Tom strinse ancora di più le braccia sul petto.

“E tua madre? Non c’era?”

“Non lo so. L’ultima volta, mi aveva accarezzato i capelli prima di dormire”.

Vin abbassò lo sguardo. Era la stessa sensazione di tristezza che aveva provato alla casa famiglia, quando Tom si era seduto accanto a lui nella saletta e avevano guardato insieme il film in bianco e nero. Solo che stavolta era più palpabile, resa più viva dalle parole di Tom.

Distese la mano sulla sua testa, fermandosi quando le dita quasi sfioravano la fronte. Avrebbe voluto accarezzargli anche lui i capelli, come sua madre. Ma non lo fece, e gli risistemò il cappello fino a coprirgli metà viso, come i veri cowboy quando vogliono riposare.

 

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratti gentilmente realizzati da Agnese Perra.

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Stella Oscura

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Che me ne faccio di te? 
Delle ingombranti lamentele
E fuorvianti parole. 
Di un cielo incolore
Che non trova bagliore. 
Che me ne faccio di te
Mia parte oscura
Che mi rendi la vita più dura.
Eppure sei tu
Che rendi la mia luce più vera.

 

(F.Erriu Enrew)

*Immagine Web*

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Potere e Libertà * Parole per la Terra *

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In questo momento c’è molta confusione negli ambiti del potere sul vostro pianeta, soprattutto in seguito all’ascesa al potere di personaggi dediti ad azioni che non vanno ad aiutare l’elevazione del pianeta – processo iniziato soprattutto con l’elezione del presidente Trump, da lì si è creato un influsso di onda energetica su tutto il pianeta.

Siete totalmente non liberi da questi condizionamenti che nascono dai vertici di potere che voi stessi avete in qualche modo autorizzato negli anni a comportarsi come si stanno comportando adesso. Per cui vi sentite poco saldi dal punto di vista del controllo e la tutela del governo viene completamente a mancare dando quindi sfogo alla rabbia, creando delle divisioni sempre maggiori tra di voi – anche tra coloro che hanno una reale consapevolezza di quello che sta accadendo, perché anch’essi cadono nella divisione, pensando che vi sia da una parte il bene da una parte il male mentre così non è perché è in atto una lotta ai vertici del potere in cui voi non siete coinvolti direttamente ma siete ovviamente coinvolti a livello di coscienza e per questo motivo persone sensibili come voi si sentono destabilizzate.

Il controllo e Internet

Il controllo è molto forte su di voi dal momento in cui siete schedati, riconosciuti in qualsiasi azione voi facciate, e in particolare nel momento in cui utilizzate lo strumento internet di cui vi abbiamo già parlato diverse volte. Ribadiamo che lo strumento internet non deve essere condannato né sospeso, in quanto la sua funzione è fondamentale quando persone come voi ne capiscono il reale utilizzo scrivendo o utilizzandolo come strumento per inviare e trasferire consapevolezza – ma non come imposizione o come dittatura, perché al momento attuale molti di coloro che si professano operatori di luce stanno usando essi stessi parole di imposizione, di controllo e di dittatura. 

Questo non dovrete fare, ma solo far comprendere nel modo che sentirete sarà quello giusto – scrivere delle storie, un articolo, mettere immagini  a cui voi date l’intento di  essere il canale per arrivare a più persone possibili, per questo spesso vi invitiamo a scrivere e condividere le nostre parole perché chi sarà in grado di comprendere le comprenderà. Non abbiate timore di essere fraintesi o giudicati per quello che pubblicate,  perché voi lo trasmetterete con le parole delle vostre guide o anche dei disegni e immagini che vi possono arrivare. Tutto deve essere nell’impronta di equilibrio,  pace e amore. Diversamente, sarà veramente difficile per voi uscire da questo momento, perché  vi è come una sorta di vortice sul vostro pianeta ora, come delle sabbie mobili che stanno risucchiando molte persone. Si può uscire solamente con la consapevolezza, prendendo in mano la situazione – ma ognuno la propria situazione – perché quello che sta avvenendo adesso è che ognuno vorrebbe avere il potere di convincere gli altri di ciò che è giusto; ognuno pensi a sé, ognuno pensi alla sua situazione.

Dittatura?

Pensate di essere in dittatura ma per uscirne acclamate altre dittature. Ciò che cerchiamo di portarvi come esempio – dalle esperienze già provate negli anni –  che dovrebbe portare alla vostra unità, vi sta invece conducendo ancora di più alla divisione. A non accettare e accogliere gli altri.

Questa è la vera dittatura – come voi la chiamate – quella che ognuno di voi attua su se stesso, nella sua vita e in quella degli altri. Quindi se non vi liberate voi, chi potrà liberarvi? Uscite dai vostri schemi, perché ora più che mai non siete liberi nei codici e algoritmi che seguite quando utilizzate gli strumenti tecnologici, spesso soltanto ripetendo ciò che altri vogliono farvi ripetere. È una catena che non si spezza anzi come catena di montaggio in continuo ritmo, aumenta le vostre divisioni.

Nel dialogo collettivo la vostra coscienza si perde, concentratevi invece nel dialogo individuale che poi – successivamente – diverrà universale.

Voi pensate che ci sia da una parte il bene e dall’altra il male ma non vi è nulla di più illusorio di questo. 

Per farvi un esempio, anche il no logo è un logo.

Infine, vi diciamo che i fratelli e sorelle di Sirio sono quelli più vicini al vostro pianeta in questo momento e quindi più informati sulle situazioni reali.

Inoltre vorremmo sottolineare che i nostri messaggi non sono mai veicolati da rabbia o giudizio, sentimenti che noi non conosciamo se non come manifestazioni sulla Terra. 

Noi ci siamo. 

 

*** Canalizzazioni e Registri Akashici dei giorni 28/29 maggio 2018

Messaggi della portavoce del Consiglio dei Saggi di Sirio e di Beatrix 

 

(Immagine: dal fim 2001 Odissea nello Spazio)

 

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Anime Vive

giostre

 

Anime vive

In splendide rive

Di acque sorgive

Quand’ecco, sorrise.

Anima solitaria

Hai perduto il tuo castello in aria

È ora di uscire

Insieme, in divenire.

Nell’alba o all’imbrunire

Le luci da gestire

Di giostre abbandonate

E ruote mai girate.

Tira i dadi e vedrai il tuo avvenire.

E se anche mi si aprissero altri mondi

Questo non basterebbe

per entrare nel tuo.

***

 

(F.Erriu Enrew)

*Immagine Web*

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**17*

Come il giorno e la notte – parte 17 –

Il drago

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

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Lentamente stava riprendendo conoscenza e percepiva voci e rumori confusi. Si ritrovò seduto per terra, vicino al lavandino. Sentiva la superficie fredda delle piastrelle contro la schiena, era impossibile provare a muoversi o ad alzarsi. Le braccia e le gambe erano come bloccate.

Respirò profondamente per calmarsi, mentre le mani continuavano a tremare. La nausea era ancora forte, ma almeno aveva smesso di sudare. La stanza e il bagno erano quasi in penombra, intuì che fuori doveva essere il tramonto. Dal piano di sopra finalmente sentì delle voci più distinte, e la porta che si chiudeva. I ragazzi erano appena rientrati.

“Dov’è Vin?” stava chiedendo Fausto.

“Prima era qui.” Disse Tom.

“Allora chiamalo che si raffredda.”

Dalle scale giunsero i passi e la voce di Tom che lo chiamava. Non aveva le forze per rispondergli. Tom corse subito in bagno, vedendo l’ombra di Vin dietro la porta.

“Cos’hai, Vin?”

Senza attendere risposte, aprì il rubinetto e con le mani a coppa prese più acqua fredda che poteva, gettandogliela sul viso e sulla testa. Poi gli bagnò anche i polsi. Mise un asciugamano sotto il rubinetto fino a inumidirlo, e si inginocchiò di fronte a lui, premendogli l’asciugamano in testa e sulla fronte. Vin sembrava farneticare e pronunciava solo il nome di Tom.

“Vin, calmati. Cos’hai?”

“Niente.” Rispose Vin. L’agitazione era diminuita, ma lo sguardo era ancora molto spaventato.

“Come niente? Stavi tremando…Quando succede così devi metterti sotto l’acqua fredda.”

“Non è niente… un attacco di panico…un attacco epilettico…credo.”

“Soffri di attacchi epilettici?”

“Epilessia temporale…poi non mi ricordo mai niente…”

“Sei un disastro, Vin…” sospirò Tom.

“È perché non ho preso la medicina…Ce l’ho nello zaino.”

“Vado a prendertela?” Tom si sollevò, ma Vin gli intimò subito di fermarsi, con lo sguardo di nuovo terrorizzato.

“No, non andare. Non puoi passare dalla porta…c’è il drago. Prima volevo uscire ma lui aveva bloccato tutto. L’hai visto anche tu?”

“No…non ho visto nessun drago…”

“L’hai mandato via tu, vero?”

A quel punto Tom si rese conto che contraddirlo non sarebbe servito a niente.

“Sì…sì, l’ho mandato via.”

“Lo immaginavo…ha capito che sei un vero cavaliere.”

“Sì, infatti…adesso prova ad alzarti, dai.”

Tom allungò le braccia e Vin si aggrappò per sollevarsi. Con grande sforzo riuscì a mettersi in piedi di fronte a lui, stringendo i denti per la fitta che tornava a dilaniare il torace. Sentì lo sguardo di Tom proprio sulla sua ferita; quella lunga cicatrice che non voleva mai mostrare a nessuno, ora lui la vedeva nuda e cruda con i suoi occhi. In altri frangenti questo l’avrebbe fatto vergognare, scappare o quantomeno tentare di dissimulare. In quel momento invece non provò vergogna, anzi ebbe come l’impressione di svelare a Tom una parte di sé quale segno del suo coraggio, della forza nel sopportare il dolore, ed ora più che mai lo voleva condividere con lui.

E mentre stringeva le sue braccia forti, erano talmente vicini che poteva osservare la linea delle vene sotto la pelle, finché il suo sguardo era caduto sui polsi di Tom, scoperti quando si era sollevato le maniche appena entrato in bagno, e in quel momento non indossava il suo orologio ma solo quei bracciali che apposta non toglieva mai per non esporre agli altri le sue cicatrici. Erano vecchi tagli profondi, in entrambi i polsi, che Tom si affrettò a nascondere abbassando nuovamente le maniche della camicia. Quello era un capitolo della sua vita che non voleva mostrare a nessuno.

Ognuno tentava di nascondere all’altro le proprie ferite, salvo rendersi subito conto che il tentativo era vano. Come un velo si era sollevato tra i due, rendendo i loro occhi specchi in cui si riflettevano le anime.

Allora Vin gli aveva rivolto uno sguardo colmo di preoccupazione, come se in quel momento avesse visto sgorgare il sangue fresco da quei tagli.

“È stato lui a farti questi?” gli domandò “Il drago?”

Tom era talmente spiazzato che non riuscì a fare altro che indietreggiare di un passo.

“Sì…ma sono guariti, vedi? Non mi fanno male.”

Si accorse che Vin era sul punto di scoppiare a piangere, come un bambino che ha appena visto qualcuno farsi male ed è incapace di aiutarlo. La sua mente fu attraversata da un flash di quando una moto aveva investito il suo cane, e lui aveva forse quattro anni, e guardava il suo cane come Vin ora guardava lui. La voce di Vin giunse come una supplica, ed era quasi la voce di quel bambino disperato.

“Non voglio tornare a casa.”

Tom abbassò lo sguardo. Sentiva la stretta di Vin sulle braccia e si chiedeva da dove togliesse fuori quella forza. Era la forza della disperazione, si rispose.

“Ti prometto che strappo quelle pagine e non scrivo più il tuo nome…Starò più attento, ma…Non mandarmi via.”

Restarono così, in attesa di una risposta che doveva arrivare ma che consideravano implicita. Fu la voce di Fausto che li chiamava dalle scale a riportarli alla realtà.

“Siete vivi laggiù?”

“Quasi.” fece Tom. La risposta riuscì a far sorridere Vin.

“Beh, noi siamo vivi e abbiamo fame.” Ribatté Fausto, allontanandosi dalle scale.

Si guardarono e nonostante tutto sorrisero.

“Vivi per miracolo.” disse Tom.

Ecco cosa avevano in comune. E non era poco.

Tom liberò le braccia dalla sua presa, Vin lo lasciò, ora si reggeva in piedi da solo.

“Andiamo”.

Quell’andiamo, quel plurale, equivaleva per Vin alla risposta che aspettava da lui: non ti mando via, resta qui, restiamo.

E la tenerezza nella voce, a volte faceva più male di qualsiasi altra cosa. Perché la rabbia te l’aspettavi da uno come Tom, ma la tenerezza, quella no.

Vin si asciugò la faccia e i capelli con un asciugamano, poi si infilò una maglietta a caso. Tom lo aspettò vicino alle scale.

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratto gentilmente realizzato da Agnese Perra.

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** Infinito in me **

Guerrieri

 

Finita è la guerra.

Posate le spade

Noi due per terra

le luci ormai rade

Sarà giorno o notte

non importa che accade.

Ho bisogno di te

e non cerco un perché

Ho bisogno di me

e lo so il perché.

Se le anime si lanciano,

non insistere, non rincorrerle.

Se le braccia si abbracciano,

non scioglierle, lascia correrle. 

Infinito in me. 

(F.Erriu Enrew)

*Immagine Web*

 

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