**Dalla Stella alla Terra** From Star to Earth*

star couple

 

Dalla Stella alla Terra

(from Star to Earth we are missing parts)

 

Rivedendo me in morbida luce

Ti scordavi di te e non avevi pace

Tu che invece anelavi

A tutto ciò che è sacro e non celebrato

E senza veli danzavi

per il sommo suo capo.

 

Ti chinavi al cospetto del tuo dio

Senza sapere che ero soltanto io

Quello a cui credevi

e che veneravi.

 

Così noi siamo i viaggiatori

Dalla Stella alla Terra e poi ritorno

Nella nostra sintonia di cuori

Che sentiremo battere ogni giorno.

(F.E.)

 

*From Star to Earth*

Seeing me again in the soft light

You forgot yourself

And peace could not find.

And you simply craved

All that’s sacred and not displayed

You danced with no veils

For the highest of heads.

 

You bowed in front of your god

But didn’t know that I was

The one you believed in

And that you much esteemed.

 

Then we are the travellers

From Star to Earth and return

In the syntony of our hearts

And each day we’ll hear them

Beat and start.

(F.E.)

 

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Paranoid

paranoid park (2)

 

Paranoid

E adesso cosa fai?
Ti asciughi i capelli, hai scelto un colore
È così che speri di cambiare
E invece rischi di restare
Quella che eri prima di andare.
E se fosse uno sbaglio
Un appiglio a ciò a cui assomiglio
Per non barricarsi nel dolore.

Non c’è fine né inizio al mio supplizio
Solo un sali e scendi in ascensore
Sono la preda e il cacciatore
Volevo togliermi di dosso i rami secchi
Chi la fa l’aspetti
Ma non ero io che volevo un dio
Semmai eri tu che guardavi giù
Dal cavalcavia
Era una mania
Dire agli altri cosa pensare
Come farsi male
Ma io mi voglio bene
E non metterò quelle catene
Lasciatemi pensare.
(F.E.)

(Immagine: Paranoid Park)

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The grey-white wild*Il selvaggio grigio-bianco

 

half wolf

 

The grey-white wild

 

I’m the grey white wild

Looking at you inside

At the door you need to hide

From my gazing eye

But I can be a butterfly

If you help me to come back

From the start I can convert

To my true and only self.

 

I’m the grey white wild

I’m never tired

And like a new Dorian Gray

My portrait should remain

And that will be my ruin

And my reason is to stay

Looking at your face.

(F.E.)

***

Il selvaggio grigio-bianco

 

Sono il selvaggio grigio-bianco

Che guarda dentro di te

E alla tua porta ambisce

Se al mio occhio non la vorrai celare

Io una farfalla posso diventare

Se solo mi vorrai aiutare a ritornare

Indietro, fin dall’inizio

All’unico me stesso che conosco.

 

Sono il selvaggio grigio-bianco

Non sono mai stanco

E come un novello Dorian Gray

Il mio ritratto mutare non vorrei.

Questa sarà la mia rovina

Ma anche il motivo per restare

E il tuo volto osservare.

(F.E.)

 

*my songs*

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**34*

Come il giorno e la notte – parte 34 –

Nella pioggia

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

Vin black

 

Parlava al telefono mal dissimulando un certo imbarazzo e pronunciando poco più che monosillabi, “Sì, certo” – “Va bene, va bene” – “Tra un po’ arrivo” – Vin nel frattempo si era di nuovo avvicinato al cane per farlo tacere dopo che si era messo ad abbaiare allo squillo del telefono. Ma mentre lo accarezzava, con la coda dell’occhio guardava Max, seduto sul divano, che si passava una mano sui capelli. Infine aveva chiuso il telefono, visibilmente infastidito.

“Devo proprio andare, Vin.” Disse, dopo un attimo di esitazione. “Mi dispiace.”

Si alzò dal divano e andò a recuperare la sua felpa.

“Era mia madre, devo andare in ospedale.”

Vin lasciò il cane nel suo angolo. Max gli sembrava improvvisamente preoccupato.

“Okay.” Mormorò. “È successo qualcosa?”

“No, è che…devo prendere la mia ragazza. Oggi non è stata bene.”

Vin era rimasto quasi senza fiato.

“È incinta.” Aggiunse Max. “Sì, ecco, te lo volevo dire appunto.”

Max si spostava per la stanza in cerca di qualcosa, le chiavi della macchina. Vin si teneva alla spalliera del divano perché si sentiva barcollare. Poi respirò profondamente.

“Io…avevo capito male io, scusa.”

“No, non avevi capito male. È che… Ecco le chiavi.”

Max afferrò il mazzo di chiavi trovato sull’asse da stiro e si fermò di fronte a lui.

“Ti accompagno in stazione, va bene? È di passaggio. Così fai in tempo a prendere il treno…”

Lasciarono il cane in casa e Max chiuse a chiave la porta. Scesero velocemente le scale a piedi, ma l’euforia dell’andata aveva lasciato il posto a una sorta di malinconia silenziosa.

Arrivati ai parcheggi, salirono sulla piccola utilitaria di Max. Pioveva ancora e il rumore dei vecchi tergicristalli sembrava produrre una musica adatta al loro umore.

“Non ti devi preoccupare, Max. Davvero.” Disse Vin per primo, non appena si fermarono a un semaforo. Max non distoglieva lo sguardo dalla strada, sembrava davvero mortificato.

“In estate ci sposiamo.” Annunciò, con un tono così neutro che sembrava stesse parlando di qualcun altro. Vin si voltò verso di lui, mentre ripartiva al semaforo verde.

“E tu, sei contento? Eh?” gli chiese, pur sapendo che si trattava di una domanda inutile. Max sorrise amaramente.

“Non pensavo di sposarmi a vent’anni, Vin. E di avere un figlio.”

“Già. E non puoi…non so…”

“No, non posso fare niente. Lei è la figlia del direttore dell’albergo, capisci? E anche di altri alberghi della zona.”

Vin capì che non poteva esserci altro da dire. Max scuoteva la testa mentre guidava e diceva “Colpa mia, colpa mia.”

Fermò la macchina nel piazzale della stazione, non proprio in mezzo ma in un punto più distante, vicino ad alcuni alberi. Ora pioveva così tanto che si vedeva a malapena dai vetri. La gente con gli ombrelli correva, diverse auto si fermavano a prendere qualche passeggero, ma erano solo ombre indistinte.

Max aveva preso una sigaretta dalla tasca e cercava di far funzionare l’accendisigari dell’auto. Vin tentò di aiutarlo e di nuovo le loro mani si stavano toccando. A quel punto si scostò e pose la mano sulla maniglia della portiera, per accennare che era giunto il momento di scendere.

“Mancano dieci minuti.” Disse Max, controllando l’orologio.

Vin lasciò la maniglia e istintivamente sorrise, ricordandosi che anche quella volta dell’incontro alla reception dell’hotel, avevano avuto dieci minuti prima che arrivassero i clienti. E anche quella volta, lui stava per ripartire.

Quelle parole dette così – “mancano dieci minuti” – in qualche modo sancirono la decisione di sfruttare almeno in parte quel tempo rimasto, senza più tenere conto di tutto il resto, perché nessuna scusa ormai poteva valere a frenare il loro desiderio di baciarsi. E in un attimo l’uno stringeva i capelli dell’altro, con un filo di rabbia come volendo in qualche modo vendicarsi di ciò che non gli era concesso di avere. Il rumore dei tergicristalli e della pioggia copriva i loro respiri, i vetri erano così appannati che nessun passante poteva notarli, complice anche l’albero che nascondeva parte della macchina. Max afferrò la maglietta di Vin sollevandola il tanto da poterlo toccare, accarezzandogli il petto e poi scendendo con la mano fino a incontrare la ruvidezza della cicatrice sulla sua pelle su cui si soffermò incuriosito, finché Vin stesso gli prese la mano per non farla indugiare in quel punto e la spinse più in basso.

E dopo un attimo di esitazione, accertandosi con lo sguardo che nessuno potesse vederli – desiderando che la pioggia li avvolgesse in una nuvola di invisibilità o li trasportasse in una stanza immaginaria – la mano di Max arrivò proprio dove Vin voleva e si mosse come lui voleva, e per la prima volta provava un piacere procurato da una mano diversa dalla sua e questo quasi lo commuoveva.

Lo commuoveva soprattutto il pensiero che quel piacere non poteva essere assoluto, perché sapeva di conforto, di consolazione, un ricordo che sarebbe riemerso solo nei momenti di tristezza. Come quando si dice “no, grazie” ma con la fame negli occhi.

Era il dispiacere nel piacere, la gioia nel dolore, la morte nella vita. Nel sapere che tutto sarebbe finito lì, in quella macchina, in quella strada, in quella pioggia.

Poi al rallentare dei respiri, stancamente appoggiando la fronte contro la fronte, per un ultimo contatto, per qualcosa da portarsi per sempre nella vita. E lentamente staccarsi, allontanarsi di nuovo, ognuno tornando a sé come da un sogno, rientrando nel destino che gli spettava, ripulendosi e cancellando ogni cosa.

Nemmeno un ultimo sguardo, solo un rapidissimo saluto – ciao, ciao – che sapevano essere un addio, e Vin scese in fretta dalla macchina e corse fino ai binari, e quando salì sul treno aveva il viso bagnato ma si disse che doveva essere stata la pioggia.

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Disegno realizzato da Agnese Perra (Vin)

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*BowieNext* Il libro

cover

 

Da dicembre 2018 disponibile online e nelle librerie  BowieNext (Arcana Editore), libro unico in quanto raccoglie interviste, testimonianze e ricordi di esperti e fan italiani. Tra i testi, presente anche il mio contributo: “All you can Bowie”, accompagnato dal ritratto realizzato da Agnese Perra.

Questo libro è la continuazione del progetto artistico che ha visto nascere il docu-film BowieNext (disponibile su RaiPlay), ideato e realizzato da Rita Rocca.

Dalla prefazione:

Ma ci ha davvero lasciati David Bowie? Non si direbbe, dando un’occhiata a tutte le iniziative sorte intorno al suo nome e alla sua opera dal 10 gennaio 2016. Anche l’Italia ha dato il suo contributo con il film “Bowienext” di Rita Rocca andato in onda il 13 giugno 2018 su Rai 5, e in versione streaming sul sito di Rai Play. Si è trattato di un labour of love della regista, che usando il web e i social network ha chiesto ai fan di tutto il mondo di mandare dei contributi video (cortometraggi, animazioni, testimonianze di vita, spettacoli teatrali, performance, brani originali dedicati all’artista). Nato come progetto indipendente dal respiro internazionale, nel corso di due anni di lavorazione “Bowienext” si è arricchito anche di interviste a musicisti/artisti che hanno lavorato o che hanno conosciuto David Bowie, e critici musicali che ne hanno approfondito l’opera. Questo volume, oltre a essere un “companion piece” di “Bowienext”, mira a presentare un panorama più completo, includendo spezzoni di interviste, immagini, testi di canzoni, poesie e racconti che per ragioni di tempo e di opportunità non è stato possibile inserire all’interno del film. Il libro è anch’esso, come il suo “compagno”, una sorta di cutup e ci si augura che sia ugualmente – sebbene diversamente godibile.

Gli autori:

Rita Rocca
Giornalista Rai, regista/film-maker. Inviata dei talk show politici Porta a Porta di Bruno Vespa e Ballarò di Giovanni Floris e del quotidiano Vita in diretta con Michele Cucuzza. Autrice di serie di documentari per Rai Educational Pianeta Energia. Documentarista per i programmi Rai 3 C’era una volta e Scala Mercalli. Come film-maker ha realizzato il corto su Chiesa e pedofilia La Valigetta (Premio 60 secondi) e la fiction future Eu-daymonia (Science Fiction Festival di Trieste). Nel 2016 ha vinto il Premio Letterario Alfredino Rampi con il racconto Io posso volare. È attualmente conduttrice radiofonica e giornalista del GRRai.

Francesco Donadio
Ricercatore e scrittore, già autore di testi radiofonici per ADN Kronos e Rai Isoradio, collabora stabilmente da diversi anni con le testate musicali Classic Rock Italia e Vinile ed è caporedattore della testata «Extra! Music Magazine» (www.xtm.it), da lui stesso ideata. Ha pubblicato diversi libri su tematiche musicali, tra cui i saggi Teddy-boys Rockettari e Cyberpunk (Editori Riuniti, 1996), Edoardo Bennato. Venderò la mia rabbia (Arcana, 2011), David Bowie. Fantastic Voyage. Testi commentati (Arcana, 2013) e David Bowie. L’arte di scomparire (Arcana, 2017).

Link sito Arcana:

http://www.arcanaedizioni.com/prodotto/rita-rocca-francesco-donadio-bowienext-interviste-ricordi-testimonianze-sulluomo-delle-stelle/

 

You like a Star

(Di Francesca Erriu Enrew)

 

You, like a Star

River and sun.

You, like a fire

Flames in your heart.

Everything comes back

Just from the start.

When you played guitar

With the Spiders from Mars.

And we felt like Heroes

Watching the skies

For a Starman to fall

Or a Rock’n’roll suicide.

And if you’re not alone

Boy, remember the Fame

‘cause Wild is the Wind,

For lovers no shame

If they’re lost in the Space.

And now like a Star

Very shiny Black Star. 

(F.E.)

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Piangi tra le pietre *Crying among the stones*

boy chains

 

*Piangi tra le pietre*

 

Piangi tra le pietre

E io non so come ho fatto

A prenderti in braccio

Quando tutto è crollato

E il mondo ti ha abbandonato

 

Ti toglievo le catene

E il rumore del mare

Copriva i tuoi respiri.

Ma non mi maledire

Se non ti sei voluto salvare.

 

Io finalmente ho imparato

A restare fuori dai sogni

Ma non ho dimenticato

Le cose stupide che ho fatto

Come rimettere tutto a posto

Quando non c’era niente da spostare.

 

Ho bisogno di andare

Dove nessuno può arrivare.

(F.E.)

 

Crying among the Stones

You’re crying among the stones

I don’t know how I could

Take you in my arms

When everything collapsed

And the world left you alone.

 

I untied your chains

And the sea sound

Covered your breathing

But don’t throw me a curse

If you didn’t want to get free.

 

I finally learned

To stay out of my dreams

But I cannot forget

All the stupid things I did,

Like putting all in order

When there was nothing to be moved.

 

I just need to go

Where nobody else can arrive.

(F.E.)

 

*My songs*

Immagine: Yandere Boy

 

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*Esseri senza tempo* Messaggi novembre 2018

stellare2 donna

 

Siamo tutti esseri senza tempo.

Ognuno di noi è in triplice parte (tre parti fondamentali, e altre minori e più rarefatte):

una parte densa – in corpo fisico o meno –

una parte molto rarefatta  – in galassie superiori –

una parte che è una via di mezzo, cioè presente in una dimensione da cui può essere visibile/percettibile ma non tangibile.

Ognuno di noi vive, agisce, pensa su questi tre livelli.

Per questo vi potete sentire “fuori di voi”.

Si vive perciò costantemente una deframmentazione del corpo fisico in quanto vi dividete sul livello fisico, mentale, emozionale con spostamenti a volte su uno o sull’altro e repentini da una dimensione a un’altra e in vari tempi e luoghi. E frammentate voi stessi per ripercorrere i vostri ricordi (quelli che voi pensate siano passato).

È come se il corpo venisse disintegrato e dissolto. Ognuno di voi deve quindi ristabilizzarsi e riportare questi frammenti, come un mosaico che si ricompone.

Carissimi, vi ricordiamo che i nostri messaggi giungono solo con Amore. Anche quando esprimiamo la più dura verità – perché siete pronti a sentirla – non c’è nelle nostre parole giudizio o risentimento, in quanto questi non fanno parte della nostra vibrazione.

A questo fraintendimento  può portare la modalità di ricezione, come viene da voi codificato il nostro messaggio, soprattutto quando chi riceve è nel piano mentale.

Per questo più che le parole, conta il sentire.

Noi vi sentiamo.

 

(canalizzazione di F.E con M.Z. e AK di novembre 2018 – Fratelli di Sirio)

 

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Timeless Being *Essere senza tempo*

 

woman sea

 

Timeless Being

It wasn’t me

When in broken dreams

You just disappeared

Timeless being

Who decides not to stay here

And not to love

I don’t have more strength for emotions left

If you are the rule

I’ll be the exception.

 

You’ll get what you want to get

You’ll hear what you want to hear

Nothing can take you

Where you don’t want to.

 

Then you’ll put your head on the sea

And let yourself swim.

(F.E.)

 

Essere senza tempo

Non è colpa mia

Se in quei sogni frammentati

Sei venuta via

Essere senza tempo

Che decide di non restare

Di non amare

Non ho più forze per un’emozione

Se tu sei la regola

Io sono l’eccezione.

 

Capirai quello che vorrai capire

Sentirai quello che vorrai sentire

Niente ti può portare

Dove non vuoi andare.

Allora posi la tua testa sul mare

E ti lasci nuotare.

(F.E.)

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress*33

Come il giorno e la notte – parte 33 –

Ritorno in Hotel (Vin e Max)

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

narciso-e-boccadoro

 

 Si era seduto su un muretto proprio fuori dall’albergo. Era arrivato in anticipo, così si era piazzato in modo da poter vedere parte della Reception dalle vetrate, e da lì aveva osservato Max mentre rispondeva al telefono e rideva con due clienti in pelliccia. L’idea di andarsene gli era passata più volte per la mente, prima che Max si infilasse una felpa per uscire, in procinto di dare il cambio a un collega più grande di età. Probabilmente quello che gli aveva risposto al telefono.

Ogni tanto Vin guardava verso il mare, e pensava a quella giornata con Tom come se fosse un ricordo molto lontano. Il mare lo incantava, tanto che quasi non si accorse del momento in cui Max uscì dalla Reception. Il ragazzo si fermò vicino alla porta ad allacciarsi la felpa e lo vide dall’altra parte della strada. Fu lui ad avvicinarsi, mentre Vin balzava giù dal muretto.

“Allora sei tu che hai chiamato?” gli chiese. Sorrideva, e questo sollevò subito Vin dal dubbio che fosse contrariato per la sua visita. “Il signor Luigi aveva capito Jim…quando gli hai detto il nome.”

“Jim?” rise Vin.

“Sì ma è un po’ sordo.” Rise Max.

I lampioni si accendevano sulle loro teste. Iniziava a piovigginare, ed entrambi si coprirono con il cappuccio delle felpe. Max prese un pacchetto di sigarette dalle tasche e ne accese una. Solo dopo averle già riposte ci pensò su e chiese a Vin se voleva fumare. Lui rispose di no, pentendosi però subito dopo, al pensiero che avere una sigaretta tra le dita l’avrebbe magari aiutato a mostrare meno imbarazzo.

“Eri di passaggio?” gli chiese a quel punto Max.

Vin avrebbe voluto dire di sì, sarebbe stato più semplice far sembrare quella visita più o meno casuale. Ma come spesso accadeva, si sentiva in colpa quando stava per dire una bugia.

“Veramente no.” Ammise quindi, come un ladro di fronte a una giuria. Max lo guardò senza dire niente, e gli sfiorò un braccio.

“Senti, devo dare da mangiare al cane.. Abito qui vicino.”

E si incamminò, quasi dando per scontato che Vin dovesse seguirlo e andare con lui. La pioggia diventava più forte.

“Ecco, se hai da fare…” accennò Vin, giusto per accertarsi che davvero non fosse una seccatura per lui.

“No, no, vieni con me.”

Giunsero ad un cortile dove si affacciavano alti palazzi tutti uguali tra loro, con l’unica sfumatura del colore della facciata che variava dal grigio chiaro al grigio scuro. Qualche ragazzino che giocava al riparo nei parcheggi salutò Max al suo passaggio e lui rispose a distanza. Quando la pioggia ormai batteva forte, imboccarono finalmente uno dei portoncini aperti con una miriade di campanelli affianco. Vin si chiese quante famiglie ci potessero mai abitare.

Riprendendosi dalla piccola corsa, abbassarono i cappucci delle felpe e iniziarono a salire le scale. Ancora prima che raggiungessero il quarto piano, dove abitava Max, si udì abbaiare dall’appartamento.

“Ecco, appena sente i passi abbaia.” Gli disse Max, fingendo di lamentarsi ma in realtà divertito.

Vin sorrise e gli chiese il nome del cane.

“Max anche lui. Lo so, fa ridere. Infatti quando mia madre ci chiama è un casino.”

“E tu rispondi abbaiando?”

Risero insieme.

“Sì, ma lei mi riconosce.”

Ridevano ancora mentre entravano in casa, dopo che Max aveva aperto la porta con vari giri di chiave. Il cane non aveva smesso di abbaiare, e appena entrarono corse incontro ad entrambi. A Vin ricordava il cane Bullo, anche se Bullo era più cucciolo ed un bastardino, mentre quello gli sembrava un vero Golden Retriever ed era più grande. Max gli mise subito da mangiare nelle sue ciotole, mentre il cane correva da una parte all’altra del piccolo appartamento e saltava sulle gambe; il ragazzo lo rimproverava, perché indossava i pantaloni della divisa dell’albergo.

Finalmente il cane si mise a mangiare nel suo angolo e Vin gli andò vicino per accarezzarlo mentre era tranquillo. Max si era spostato nella sua stanza e con la coda dell’occhio, vide che si toglieva la felpa per cambiarsi la maglietta rapidamente. Faceva caldo nella casa. Era un appartamento poco arredato, l’ingresso col divano e la cucina tutto nello stesso spazio, e una sola camera. Vin si chiese se dormiva nella stanza con la madre, oppure uno dei due usava il divano. Ma poi si rispose che non aveva senso porsi quelle domande.

Tornato dalla stanza, Max si avviò subito verso l’angolo cucina chiedendogli se voleva un caffè. Passando, sistemò delle magliette messe in disordine sopra un asse da stiro al centro della stanza e Vin notò anche dei camici da infermiera.

Max iniziò a guardare nei mobili alla ricerca del caffè, aprendo e richiudendo le ante, e spostando lo zucchero e altri barattoli.

“Mia madre non si sa mai dove mette le cose” si lamentava ad alta voce, mentre agiva con un leggero nervosismo. “Anche la tua è così?”

“No, la mia è molto ordinata.”

“Beato te. Probabilmente non fa i turni in ospedale.” Commentò Max, continuando a cercare.

“Non importa.” Disse allora Vin, per fargli capire che poteva anche rinunciare al suo caffè. Lasciò il cane e si avvicinò al tavolo. Vide che sul piano cucina c’era una moderna macchina da caffè con i pulsanti.

“È come quella dell’albergo?” gli chiese tanto per chiedere qualcosa.

“Sì, me l’hanno regalata. Lo fa in tutti i modi, come al bar. Espresso, ristretto…tu come lo vuoi?”

“Stretto va bene.”

“Stretto? Non ho mai sentito un caffè stretto.” Rise Max.

Anche Vin rise per nascondere l’imbarazzo. Finalmente Max aveva trovato una bustina con del caffè e si apprestava a prepararlo, ma nel frattempo il cane aveva deciso di andare verso di lui e toccandogli la gamba con la zampa, seppur con buone intenzioni, aveva inevitabilmente causato la caduta del caffè per terra. Max si trattenne dall’andare su tutte le furie e allontanò il cane per poter rimediare al disastro.

“Addio caffè.” disse Max quando Vin si avvicinò per aiutarlo “Mi sa che era l’ultima bustina.”

Il ragazzo si accinse ad aprire di nuovo i mobili per controllare, ma Vin gli sfiorò il braccio per fermarlo.

“Max, non importa.” Disse timidamente, ma lui insisteva nella ricerca. Allora Vin gli toccò il braccio con più fermezza.

“Non me ne importa del caffè.”

Senza quasi rendersene conto gli stava accarezzando il braccio e poi la mano. Max si era finalmente fermato. Indietreggiando leggermente, era finito appoggiato contro il frigo e lo guardava.

“Non posso, Vin.” Disse dopo un po’ che si guardavano. Ma anche lui gli accarezzava la mano.

A Vin sembrò che tremasse, e lo trovò assurdo perché era convinto che sarebbe stato lui a tremare.

“Non puoi…o non vuoi?” gli chiese, e non sapeva da dove gli arrivasse quella sicurezza. Non aveva più paura di sbagliare qualcosa, di agire in maniera impulsiva, era come se la timidezza fosse scomparsa salendo quelle scale e incrociando i suoi occhi chiari e sorridenti.

“Non posso.” Mormorò Max.

In quell’istante squillò il telefono. Lo guardarono, quell’oggetto grigio sopra un mobiletto vicino al divano. Vin gli strinse di più il braccio sperando che non andasse a rispondere, ma Max lasciò la stretta e andò.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Immagine: Narciso e Boccadoro

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Human Stars *Firmamenti Umani*

firmamento

 

*Human Stars*

You were born to take me away

We were born to take us away

Then why are we waiting

-as everybody expected

That someone tells us when time is right?

 

If time tightens

And we also tighten

Will the grasp be stronger?

If time hurries

And we also hurry

Is it a challenge for the quickest?

If time dies

And we also die

Who’ll be the first one to say goodbye?

 

Then we stand by.

In the space floating wild.

Don’t be deceived

By the masters of TV

That go without their make-up on screen.

Would you trust a clone being?

 

Galaxies will not divide us

But really unite us

And mix and mingle us

And outside of that darkest place

I am the pusher of your dream again.

So call me when you wish

And human stars we’ll be at least.

(F.E.)

 

*Firmamenti Umani*

Sei nato per portarmi via

Siamo nati per portarci via

Allora perché attendere

-come da regolamento

che qualcuno ci dica che è tempo?

 

Se il tempo stringe

E noi stringiamo

Sempre più forte sarà la stretta?

Se il tempo corre

E noi corriamo

Sarà una gara a chi ha più fretta?

Se il tempo muore

E noi moriamo

Chi farà prima a dire Ti amo?

 

Allora attendiamo.

Nello spazio fluttuiamo.

Non ti fare abbindolare

Dai maestri della televisione

Che vanno in scena senza cerone.

Ti fideresti di un tuo clone?

 

Le galassie non ci separano

Semmai ci uniscono

E ci mischiano

E fuori da quel luogo buio

Io sono il pusher del tuo sogno.

Tu chiamami anche domani

E saremo firmamenti umani.

(F.E.)

 

*my songs*

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Hero from the Past *Eroe del passato*

hero

 

**Hero from the past**

I’ve deleted myself

My body, my face

I never stopped

Walking in woods

Lighting the fire

Talking to wolves

 

I’ve hidden myself

Building a trench

And going there inside

In a deep trouble trip

 

I’ve cheated myself

A trick, a deceit

And nobody knows

The pain that you felt

Behind those steps

 

I wonder to tell

Things I cannot think

I wonder to do

Things I cannot tell

But don’t aim at me anymore

If you don’t want to say more

I just want to go.

(F.E.)

 

Eroe del passato

Cancellavo me stesso,

Il mio volto, il mio corpo

Non ho mai smesso

Di camminare nei boschi

Accendere fuochi

Parlare coi lupi

 

Ho nascosto me stesso

Costruendo un fosso

E ci sono andato in fondo

Nel più grande tormento

 

Ho truffato me stesso

Un imbroglio, un inganno

E gli altri non sanno

Quanto ti puoi fare male

Sotto quelle scale

 

Mi meraviglio di dire

Cose che non so pensare

Mi meraviglio di fare

Cose che non so dire

Ora basta puntare,

se non hai altro da dire

me ne vorrei andare.

(F.E.)

 

*my songs*

(inspired by D.B.’s The Next Day cover album)

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