Tempestare e temporale

 

Love2

 

Non essere crudele

È solamente l’amore 

che ti porta a discernere

tra piacere e dolore.

Non essere vorace

trova un po’ di pace

È solamente il dolore

che ti porta a scegliere

tra mangiare e divorare.

Consumare e logorare

Tempestare

di domande, di risposte,

di fulmini e saette.

Per poi restare.

 

(F.Erriu Enrew)

*Immagine Web*

 

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**29*

Come il giorno e la notte – parte 29 –

Il patto

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

Vin black

 

Era uscito dal locale poco prima dell’alba e si era quasi addormentato su una panchina, mezzo ubriaco. Aveva lasciato le ragazze nei bagni, dove l’aveva trascinato Sara dopo aver ballato insieme una specie di lento. Lei e Marika avevano rimediato della roba e insistevano perché la provasse, ma lui non ne voleva sapere e a un certo punto aveva alzato la voce, dando una spinta a Sara. La polvere era caduta per terra, era arrivato uno della sicurezza e l’aveva accompagnato fino alla porta. Se n’era andato in giro così com’era, senza nemmeno cancellarsi il trucco sulla faccia che avevano fatto a tutti all’ingresso. A ognuno disegnavano una stella nera oppure simboli di picche e denari sulla guancia o sulla fronte; era lo stesso make-up della band che cantava sul palco. Seduto sulla panchina, sentendo passare il primo treno sulle rotaie, si era preso la testa fra le mani e aveva deciso che non voleva fare lo sbandato per sempre.

Era andato fino alla villa, e Marzi l’aveva guardato stranito vedendolo arrivare. Forse pensava che non avrebbe più voluto avere a che fare con André, e invece eccolo là. Certo non faceva una bella impressione, spettinato, gli occhi lucidi per l’alcool e quei disegni sulla faccia. Lo fece entrare dopo aver avvisato André, che stava facendo colazione in salotto come d’abitudine. La signora Rosa era in cucina e si era limitata ad affacciarsi sulla porta, lo sguardo impietosito come quello di una madre rattristata.

“Cosa devo fare?” aveva chiesto Tom entrando nella stanza.

André aveva posato la tazza del tè e l’aveva squadrato dalla testa ai piedi. Poi aveva iniziato a dargli istruzioni per il nuovo lavoro, ma non si erano mai guardati in faccia. Marzi gli aveva consegnato una borsa da viaggio con degli abiti per lui, dicendogli che sarebbe passato a prenderlo il giorno dopo.

André non era andato alla finestra per vederlo uscire dal giardino, come faceva sempre. Aveva ripreso la tazza per bere, ma la mano gli tremava talmente forte che l’aveva dovuta riporre sul tavolo.

***

La sera dopo, Vin trovò Tom che si preparava per uscire. Scendendo le scale, lo sentì canticchiare dal bagno, dove stava finendo di sistemarsi i capelli. Era svanita l’aria pesante dei giorni prima, sembrava quasi che nulla fosse accaduto. Ancora non si capacitava di come riuscisse a cambiare umore così rapidamente, e il suo stato d’animo influisse su tutto ciò che lo circondava. Pensò che questa dovesse essere una prerogativa di pochi. Di persone davvero speciali.

Sentendolo arrivare, Tom si era affacciato dalla porta aperta del bagno per chiedergli qualcosa. Indossava una camicia chiara e dei pantaloni neri, vestiti nuovi che sembravano fatti apposta per lui. Vin non poté fare a meno di guardarlo con ammirazione. Se solo si fosse reso conto di quanto gli si erano illuminati gli occhi nel vederlo, la sua timidezza gli avrebbe fatto abbassare subito lo sguardo.

“Stai bene”. Disse, fingendo di prenderlo in giro.

“Sì, ma qual è meglio?” gli domandò Tom. E dal tono si capiva che la domanda era già stata posta senza che Vin rispondesse.

Sul letto erano sparse diverse camicie di vari colori, ma Vin decise di preferire quella che aveva già indosso.

“Sono troppo eleganti per me.” Si lamentò Tom. Ma con il tono di un bambino che finge stupore di fronte ai regali ricevuti a Natale.

“Non so se ci riuscirò, Vin.” Aggiunse, andando a sedersi sul letto per allacciarsi le scarpe – anche quelle nuove come tutto il resto. “Con quella gente…”

“Sarai bravissimo.” Lo rassicurò Vin, andando accanto a lui con la scusa di curiosare tra le camicie nuove. Fece finta di volersene provare una, ma erano evidentemente troppo grandi per lui e questo fece ridere Tom. Il ragazzo tornò serio dopo che finì di sistemare le scarpe.

“Senti, Vin. Riguardo quello che abbiamo detto l’altro giorno…cioè, quello che ti ho detto…”

“Sì.” Vin posò la camicia e lo guardò, serio anche lui.

“Lo sai solo tu. Capito?”

Vin si limitò ad annuire.

“Non ne voglio parlare mai più.”

Entrambi abbassarono lo sguardo sul polsino della camicia che Tom stava abbottonando.

“Ti puoi fidare.” Disse Vin con un filo di voce. E temendo che non si fosse capito, lo ripeté una seconda volta. Allora Tom sollevò lo sguardo.

“Lo so.” Gli disse. E gli pose una mano sul braccio, stringendo leggermente, come a sancire quel patto tra loro. E Vin a sua volta pose una mano su quella di Tom, con una leggera pressione che avrebbe voluto farsi carezza; non sapendo come, né perché, solo gli era venuto di farlo. E così come si erano incontrate, le loro mani si sciolsero, e gli sguardi si distolsero. Ognuno ritornò a se stesso, ai propri pensieri, ma come se l’altro ne facesse ormai parte integrante.

Dal cortile si sentì il clacson suonato da Marzi, che era venuto a prenderlo. Tom si diresse quindi verso le scale, ma non prima di avergli rivolto un complice sorriso.

****

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratti gentilmente realizzati da Agnese Perra.

Ricordo ai lettori che è possibile compilare il questionario per avere vostri riscontri ed eventuali consigli sul romanzo, e spedirlo poi via mail a zetazeta72@gmail.com

https://dallastellaallaterra.com/?s=sondaggio

 

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Talking Tiles (Piastrelle parlanti) * My song*

angel

 

TALKING TILES

Talking tiles
Tell me you’ve gone
Talking walls
Tell me you’ll find
You’ll find your way
To the central ray.

Talking tapestries
Say you’ve been brave
Talking stones
Say don’t be afraid
Just fly your way
To the gentle rain

No dismay
You’re water and snow
My pace is your own.
(F.E.)
(Traduzione)

PIASTRELLE PARLANTI

Le piastrelle parlanti
Dicono che sei andato via
I muri parlanti
Dicono che troverai la strada
La strada verso il raggio centrale

Gli arazzi parlanti
Dicono che hai avuto coraggio
Le pietre parlanti
Dicono di non avere paura
Perché volerai
Fino alla dolce pioggia.

Nessuno sgomento.
Tu sei acqua e neve
Il mio passo è anche il tuo.
(F.E)

***

Immagine: David Bowie

(to Michele)

 

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Song- After – Death ** (my song)

spirit

 

SONG –AFTER-DEATH

No space for hell, dear

Just after-death tears

No place of joy

No time for pain

I’m going to sway

In my little reign

 

Flowers in my room

Wallpapers out of blue

Dreaming of the moon

Got a chance to love too?

Tell me it’s true.

 

You’ve got a fancy dress

What’s your mind trying to guess?

Think to come back

Without any sense

 

My future is here

So terribly real

Future self of myself

Come back with no fear

I’ll love you the same

If you swear to remain.

(F.E.)

 

TRADUZIONE

Non c’è spazio per l’inferno, cari
Solo per le lacrime post mortem
Non è un luogo di gioia
Non c’è tempo per il dolore
Resterò ad oscillare
Nel mio piccolo regno

Fiori nella mia stanza
Carta da parati dal nulla
Sognando la luna
Sarà possibile amare anche per me?
Dimmi che è così.

Indossi un bell’abito
Che cosa cerchi di capire?
Pensi di tornare?
Non ha alcun senso.

Il mio futuro è qui
Terribilmente reale
Il sé futuro di me stesso
Torna senza timore
Ti amerò lo stesso
Se giuri di restare.

(F.E.)

 

(To D.B.)

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Sonetto perfetto (per chi non trova le parole) **

breakfast on pluto fiori

 

Non vedi amore mio che alla frutta sono io.

Tu non ti preoccupare, il dessert potrai saltare

E in tal modo digerire

Elaborare, compensare.

 

Non vedi amore mio che una donna non son io.

Tu non ti preoccupare, il dessert potrai ordinare

E in tal modo ritornare al tuo sesso originale.

 

Non vedi amore mio che una scelta ho fatto io.

Tu non ti preoccupare,  il dessert potrò assaggiare

Quando ne avrò voglia e fame.

E se poi ho sbagliato letto, chiedo scusa ma “nessuno è perfetto”. 

 

(F.E.)

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Sondaggio Lettori!* Come il giorno e la notte*Romanzo in progress*

 

QUADRO

 

A tutti i lettori e le lettrici del blog, in particolare chi sta seguendo il romanzo in progress “Come il giorno e la notte” – sia se lo state leggendo dall’inizio, sia se ne avete letto almeno qualche capitolo – vi chiedo gentilmente, se avete voglia e tempo, di compilare un brevissimo sondaggio con una vostra valutazione finora.

Essendo arrivata più o meno a metà lavoro, sarebbe molto utile per me ricevere dei feedback costruttivi. Sempre considerando che si tratta di una prima stesura che non ha ancora avuto un vero e proprio lavoro di editing.

Per poter partecipare al sondaggio, basterà scaricare il file .doc qui sotto e rimandarmelo compilato via mail a: zetazeta72@gmail.com

Se ci dovesse essere qualche problema tecnico, fatemelo sapere.

Vi ringrazio fin da ora per la partecipazione!

Francesca (Beatrix 72)

SONDAGGIO_dallastellaallaterra

 

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Verranno a chiederti del vostro amore **

Verranno a chiederti del vostro amore

uomodonna1

Ci sono rose che sotto il vento più forte non si piegano neanche un po’. Ci sono robusti alberi che vedono spezzarsi i loro rami al minimo soffio. Allora tu dal tuo tempo mi dirai: forse è questa la differenza tra maschile e femminile? Questa forza non mostrata, quella fragilità apparente? Il coraggio? L’amare?

No, ti direi io. Non cercare differenze o apparenze. Cerca ciò che è.

Perché noi siamo. Siamo un’unica essenza di maschile e femminile, così siamo nati quando intorno altro non c’erano che stelle. Quando esseri incorporei viaggiavano tra i tempi, finché è stato deciso di avere un corpo. E allora non c’è stata scelta. Né maschile né femminile, ma entrambi. Non sapevamo distinzioni e dualità. Luce e buio per noi coesistevano e si amavano. Chi siamo noi per stabilire cosa è meglio? Per decretare una ‘priorità’. Quanto piace questo termine. Ma non ha senso, come molti altri che usate nel vostro tempo.

Questo ti dico perché l’ho provato, e anche tu l’hai provato, e anche tutti gli altri, ma poi man mano avete creato in voi la divisione. Qualcuno ha detto “ognuno uccide la cosa che ama”… ed è vero, perché uccidiamo ciò che più amiamo in noi stessi. Rinunciamo a quella parte di noi, fino a non riconoscerla più. Ed ecco che il maschile non riconosce il femminile e viceversa. Ed ecco che si spiega tutto con l’incompatibilità. Come può essere incompatibile ciò che ti appartiene? Ciò che tu stesso hai conosciuto dentro di te?

E per questo uccidi la cosa che ami. Perché la senti tua fin nella profondo, ma non la riconosci. E cerchi al di fuori ciò che non è fuori. Ed ora prova a guardare un albero in fiore e dimmi: è più forte il ramo o è più bello il fiore?

(di Francesca Enrew Erriu)
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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**28*

Come il giorno e la notte – parte 28 –

Il male minore

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

sara ok

 

I giorni dopo sembrava che Tom non esistesse. La maggior parte del tempo restava chiuso nel seminterrato a tentare di suonare la chitarra, salvo scoraggiarsi e abbandonarla per terra al minimo accordo non riuscito. Aveva portato giù qualche birra e sigarette sufficienti per la sua sopravvivenza. Non saliva nemmeno per mangiare, pur di evitare di incontrare Fausto e Taco. L’unico a cui rivolgeva la parola era Vin, ma anche lui quando lo vedeva così silenzioso, con gli occhiali da sole persino dentro casa, riusciva a malapena a salutarlo. Si capiva che non voleva nessuno in mezzo ai piedi. Sembrava di rivedere il ragazzo di qualche mese prima, quello che in casa famiglia se ne stava in disparte senza toccare cibo e parlare con nessuno. Fino a che l’educatore non lo faceva rientrare in camera sua. E quel ricordo lo riempiva di tristezza, perché sapeva quanta vitalità sapesse mostrare Tom quando reagiva e non si dichiarava sconfitto. Ma nessuno poteva biasimarlo. E tutti loro in qualche modo si sentivano responsabili.

Dopo diversi giorni, inaspettatamente, Tom era comparso in cucina. Era salito verso l’ora di cena, e si era fermato in cima alle scale, catturando subito l’attenzione degli altri. Per un attimo, l’avevano fissato con stupore, notando fra l’altro che aveva abbandonato l’aspetto trasandato di quei giorni. Si era anche rasato il filo di barba che gli era cresciuto nell’ultima settimana, e il suo viso appariva più rilassato anche se privo di sorriso. I ragazzi avevano cercato di comportarsi normalmente: Fausto aveva continuato a cucinare, indaffarato con una padella, Taco stava sistemando i piatti e Vin tirava le freccette contro il bersaglio sul muro.

“Cosa c’è da mangiare?” chiese Tom.

Andò a sedersi al tavolo, come se l’avesse fatto fino al giorno prima, e prese un bicchiere per versarsi da bere. Gli altri, stupiti, erano rimasti per qualche secondo in imbarazzato silenzio.

“Hamburger.” Aveva risposto Fausto. “Ne vuoi uno?”

“Anche due.”

Taco allora aveva subito portato un piatto anche per lui, mentre Fausto si voltava di nuovo verso i fornelli.

Poi era uscito poco prima del tramonto, e Vin l’aveva visto dirigersi a piedi verso la stazione. Prima aveva provato a mettere in moto la Vespa, ma evidentemente era finita la benzina. Appena Tom si era allontanato, Vin era sceso per mettere in ordine la stanza in subbuglio. Sul letto di Tom aveva trovato i fogli con gli accordi di Wish you were here, l’ultima canzone che Vin aveva trascritto sul quaderno. Con vari appunti e sottolineature in penna. Sul tavolino, aveva lasciato tutti i suoi coltellini in mostra, sopra il fazzoletto di stoffa. Come se li avesse puliti e passati in rassegna. A Vin sembrava un buon segno, che prendendo uno dei suoi coltellini volesse tornare in stazione o comunque uscire come faceva sempre la sera. Si chiese se sarebbe tornato tutto come prima o se Tom avesse intenzione di andarsene. Forse sarebbe stato il male minore.

***

Tom era arrivato in stazione verso il tramonto, percorrendo una strada meno frequentata. Non voleva che pensassero che fosse lì a spacciare e lo cercassero per la dose. Gli andava solo di fare un giro e avvisare i tossici che non lo avrebbero più trovato lì, e che sarebbero dovuti andare da Fausto. In un certo senso voleva salutare la stazione, anche se certamente non avrebbe smesso di vederla; era quasi inevitabile passarci. In particolare voleva affacciarsi oltre le reti e guardare i binari al tramonto. Quel proposito però non fece che aumentare la sua malinconia. Pensò che doveva soltanto chiudere con quel posto, e iniziare un nuovo capitolo. Lavorare ancora per André finché non avrebbe trovato altro. Ora non aveva scelta, non avrebbe saputo dove andare. Ma prima o poi sarebbe cambiato tutto, lo sapeva. E di una cosa era certo, che non voleva più fidarsi di nessuno, se non di se stesso.

In compagnia di quei pensieri, era arrivato fino alla piazzetta dove si riunivano di solito le ragazze. Le giostre erano state appena smantellate e dunque c’era meno viavai rispetto alla settimana prima. Come si aspettava, le ragazze lo notarono e qualcuna lo riconobbe subito; lui si fermò soltanto per avvisarle che avrebbe cambiato zona e rispose in maniera vaga alle loro domande.

Da una panchina più in là, vide alzarsi una ragazza all’ombra del lampione e andare verso di lui, chiamandolo. Riconobbe Sara dai capelli sciolti e il trucco pesante sulla faccia da bambina. Si limitò a salutarla riprendendo subito a camminare, per farle capire che non voleva compagnia. Non si erano ancora rivisti dopo lo scontro con Cesare, e ripensandoci aveva capito che era stata proprio lei a tendergli la trappola. Nonostante il suo passo veloce, la ragazzina lo seguì per un vicolo, finché riuscì a raggiungerlo quando lui dovette rallentare al semaforo pedonale. Sentendo il rumore dei suoi tacchi alti avvicinarsi al marciapiede, si scostò e mise le mani in tasca.

“Tom!” lo chiamò, col fiatone. “Sei arrabbiato?”

“E me lo chiedi?”

“Guarda che io nemmeno li conoscevo quelli. Mi hanno solo detto di farti andare nel sottopassaggio che in cambio mi avrebbero dato la dose gratis.”

A quella conferma dei suoi sospetti, Tom non si trattenne dal mandarla a quel paese, e proseguì a camminare con l’intenzione di andare al Mad. Sara lo prese per il braccio, tentando di farlo rallentare. Aveva ancora il respiro affannato.

“Aspetta, voglio farmi perdonare. Conosco il barista della discoteca, se ci vieni con me ti offro da bere, eh?”

Tom rallentò e alla fine si fermarono vicino al muro del cavalcavia, lei continuava a tenergli stretto il braccio come col timore che scappasse. Erano in un punto in penombra, solo i fari delle macchine di passaggio consentivano di vedersi in faccia ogni tanto. Lei prese le gomme da masticare dalla borsetta e gliene offrì una. Lo guardava con gli occhi grandi appesantiti dall’ombretto blu, supplicando attenzione.

“E come l’hai conosciuto il barista? Nei tuoi giri notturni?” le chiese Tom per provocarla. Lei abbassò lo sguardo ma solo per un momento.

“No, è un amico di Marika. Stasera suona un gruppo di Londra, se andiamo entro le undici non si paga. Fanno musica alternativa.”

“L’ho già sentita questa cosa.”

Sara non smetteva di guardarlo, mordendosi nervosamente le labbra ogni tanto, in attesa di una sua decisione. A un tratto il piccolo foulard che aveva al collo si era slacciato, e il vento glielo stava per portare via. Tom lo afferrò al volo e la aiutò a risistemarlo com’era. Lo annodarono insieme, in un incontro di dita. Nel frattempo il ragazzo iniziò a pensare che tutto sommato andare a ballare sarebbe stato un buon modo per distrarsi.

“Non è che vuoi andare lì per cercare droga, vero?” le chiese.

“No. Davvero.”

“Allora andiamo.”

Si avviarono insieme fino ad attraversare lo stradone. A metà strada presero due birre e ricominciarono a camminare mentre bevevano.

Per fare prima, Sara suggerì di passare dalla stradina dietro il Mad, zona che a quel punto Tom avrebbe voluto evitare. Mentre si avvicinavano, calcolò che ci fosse una probabilità su mille che Nina fosse lì fuori esattamente in quell’istante. E invece si trovava proprio lì, a bersi un caffè durante la pausa dal lavoro. E inevitabilmente vide Tom e la ragazza, seppur dall’altra parte della strada. Lui si fermò soltanto un attimo, e si guardarono, per la prima volta dopo la notte in barca.

“Che c’è?” lo distolse Sara, tirandolo per la giacca.

Tom si voltò e riprese a camminare, mentre Sara rideva per qualcosa che aveva raccontato. Nina li seguì con lo sguardo finché non scomparvero in fondo al vicolo.

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Immagine:  Natja Brunckhorst (as Sara)

 

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L’alfabeto delle Stelle * David Bowie *Black Star*

 

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Da tempo volevo rendere il mio (modestissimo) omaggio al grande artista David Bowie (pseudonimo di David Robert Jones) e alle sue varie personalità. Non sapevo però da dove cominciare, talmente vasto è stato il suo contributo in ambito musicale e non solo.

Ora finalmente so da dove cominciare: dalla fine, ovvero dall’ultima opera che ha realizzato prima di andarsene il 10 gennaio 2016:  l’album Black Star – praticamente un saluto, “una profezia”, a detta di Mike Garson – che contiene però oltre la musica anche un’altra idea: un alfabeto fatto di stelle. E con un alfabeto, che ci fa pensare a qualcosa che inizia, Bowie ci lascia, come dicendoci allo stesso tempo addio ma anche che tutto può ricominciare daccapo. Creando questo alfabeto, sceglie di  non vincolarlo a copyright proprio perché i suoi fan lo possano utilizzare senza scopo di lucro. Un generoso testamento per l’umanità. Un modo per lasciare il segno forse – lui che di segni ne avrebbe comunque lasciati tantissimi – a discapito della sua paura di morire senza riuscire a fare cose importanti.

《Be strong and follow your own convictions. You can’t assume there is a lot of time to do what you like. This is what David Bowie is afraid of: that he will die before he gets a chance to make a real strong contribution.》(Marc Bolan)

 

ALFABETO BLACK STAR

 

Sulla sua discografia immensa tanto è stato detto e verrà detto da persone più competenti, così come sulla sua figura trasgressiva e innovativa, l’amicizia con Iggy Pop e Lou Reed, la sensualità mai volgare, l’eleganza nella stravaganza. Il gesto irriverente con il chitarrista e amico Mick Ronson sul palco, l’ambiguità dei ruoli giocata con Tilda Swinton nel pezzo The stars are out tonight.

“Ha aperto la strada della liberazione sessuale”, sostiene il coreografo e ballerino Lindsay Kemp, che conobbe Bowie negli anni settanta. (vedi Nota)

Senza tralasciare la vastità dei suoi interessi, la passione per astrologia e occulto, il desiderio, poi abbandonato, di unirsi ai monaci tibetani. In certi ambiti arrivò all’ossessione, alla controversia tipica di molte figure geniali. Ma questo è stato già approfondito. Ciò che invece mi colpisce maggiormente, è il suo rapporto con altri mondi, il suo legame con le stelle, la ricerca di infinito. E in quest’ottica non sembra affatto un caso che il suo esordio cinematografico (1976) sia stato proprio nel film L’uomo che cadde sulla terra, dove interpretava un alieno in visita sulla Terra.

 

“C’è un uomo delle stelle che aspetta in cielo

Vorrebbe venire e incontrarci

Ma pensa che potrebbe impressionarci

C’è un uomo delle stelle che attende in cielo

Ci ha detto di non distruggerlo

Perché lui sa che ne vale la pena” (Starman)

 

 

Tanti i documentari realizzati sulla sua carriera artistica e sulla sua vita privata. Ultimamente sono rimasta particolarmente colpita da BowieNext – Nascita di una Galassia, una produzione ideata e realizzata dalla giornalista Rai Rita Rocca, frutto di una grande passione. Il documentario, ricco di interviste e opere d’arte, è disponibile online su Raiplay.

Alcune immagini di opere realizzate da artisti di tutto il mondo, presenti nel documentario:

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Quasi impossibile scegliere tra le innumerevoli canzoni indimenticabili, ma qui vorrei omaggiare Wild is the wind (ripresa dalla versione di Nina Simone) che per me lascia un’impronta particolare, nella sua interpretazione quasi attoriale, nel magnetismo della voce unica: è come un ospite non invitato a cui però apri subito la porta di casa tua. Irresistibile, come il vampiro di Miriam si sveglia a mezzanotte.

 

 

My Tribute

You like a Star

River and sun

You like a fire

Flames in your heart.

Everything comes back

Just from the start

Since you played guitar

With the Spiders from Mars.

And we felt like Heroes

Watching the skies

For a Starman to fall

Or a Rock’n’roll suicide.

And if you’re not alone

Boy, remember the Fame

‘cause Wild is the Wind

For lovers no shame

If they’re lost in the Space.

And now like a Star

Very shiny Black Star.  

(F.E.)

 

Nota:

A soli due giorni dalla pubblicazione di questo articolo, il grande artista Lindsay Kemp ci ha improvvisamente lasciato all’età di 80 anni. Andava ancora in scena, e nessuno potrà dimenticare il suo contributo come coreografo e performer; maestro di Bowie e tanti altri artisti. Gli auguro di rincontrarsi tra le stelle.

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**27*

Come il giorno e la notte – parte 27 –

Il danno.

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

children in art

 

Il fuoco si era spento in poco tempo, lasciando per terra un mucchietto di cenere nera e brandelli di jeans. Quando Tom era rientrato, Vin era fermo vicino al frigorifero; si era appena riempito un bicchier d’acqua e stava pensando a cosa dire. O se semplicemente fosse meglio non dirgli niente, lasciarlo solo con la sua rabbia e la sua tristezza. Tom non l’aveva guardato, il suo sguardo era assente, sembrava non notare niente intorno a lui. Andò al tavolo a prendere un pacchetto di sigarette lasciato lì probabilmente da Fausto – Vin notò che il colore era diverso da quelle di Tom. Prese l’unica sigaretta rimasta e per accenderla dovette per forza andare verso i fornelli, per prendere i fiammiferi. Così si era avvicinato a Vin, ma continuava a non guardarlo. Dopo soli due tiri iniziò a tossire – le sigarette di Fausto dovevano essere più forti, o semplicemente, non era quello il momento di fumare. Vin gli porse il bicchier d’acqua da cui aveva bevuto solo un sorso, e Tom lo prese. Mentre beveva si guardarono per un attimo. In quell’attimo Vin decise di dirgli almeno la cosa più importante.

“Io non volevo andarmene.” Mormorò. Sapeva che questo avrebbe cambiato poco, ma voleva che lo sapesse.

Tom fece un altro tiro e poi spense la sigaretta buttandola nel bicchiere, lasciandola annegare nel fondo. Si strinse nell’asciugamano e andò a gettarsi stancamente sul divano, poggiando la testa sul bracciolo e chiudendo gli occhi. Vin pensò che volesse dormire e stava per scendere al piano di sotto, quando a un certo punto lo sentì singhiozzare. Piangeva sommessamente, in un modo che mai avrebbe pensato di sentire piangere uno come Tom. Si avvicinò, mettendosi timidamente in un angolino, per non disturbarlo. Invece inaspettatamente, Tom si spostò un poco per appoggiare la testa sulle sue gambe, accettando in quel modo la sua compagnia, mostrandosi nel suo dolore. Si coprì il volto con le mani continuando a piangere.

“Non ti lascio più solo con André, te lo prometto.” Gli disse Vin, trattenendosi dal piangere con lui. “Non ti lascio più solo.”

***

Quel pianto disperato riportava Tom a memorie lontane, a una parte di sé che aveva voluto dimenticare, o meglio seppellire col tempo. Come se non fosse mai esistita. O avesse riguardato qualcun altro, qualcuno di cui aveva sentito la storia. Invece quella storia era proprio la sua. E aveva sempre luogo nella sua cameretta, la sera, quando lui si era già rannicchiato sotto le coperte e i suoi occhi si stavano chiudendo per entrare nel mondo dove ogni bambino desidera andare nei sogni.

Finché non arrivava suo padre. Prima sentiva i rumori in bagno, l’acqua che scorreva mentre si lavava i denti. Poi i suoi passi verso la porta della sua stanza, per controllare se dormiva, e la sua voce che chiedeva: Dormi, Tom? Quella domanda era solo il preludio, la scusa per entrare e andare a sedersi sul suo letto, senza che lui gliene avesse dato il permesso. La prima volta probabilmente – per quel poco che riusciva a ricordare – doveva avere poco più di tre anni, e tutto si era limitato alle carezze. Poi, quando la madre aveva ricominciato i turni di notte in ospedale, quelle visite diventarono più lunghe. Non ricordava molti dettagli, ma era certo di essersi sentito in colpa già da allora. La sua mente di bambino aveva iniziato a elaborare teorie in base alle quali doveva essere proprio lui ad attirare suo padre in camera, con il suo eccessivo amore, con i suoi sguardi quasi veneranti, con i suoi sorrisi. Lo fa per me, pensava, gli voglio talmente bene che lui vuole dimostrarmi di volermene altrettanto. E la mamma non lo doveva sapere. Nessun altro, lo doveva sapere.

E quando uscivano insieme, a chiunque incontrassero doveva dire che quello era suo figlio: “Non è bello come il sole?” e tutti confermavano “Sì, è bellissimo.”, “Ha gli occhi della madre.” Ma lui non voleva essere bello come il sole. Non voleva che tutti si fermassero ad ammirarlo. Voleva essere un bambino normale, e dormire in pace nella sua cameretta.

Fino a quel maledetto giorno a scuola. Aveva iniziato da poco la prima elementare, doveva disegnare la famiglia al completo per il cartoncino di Natale. Di solito disegnava tutti in maniera normale e molto stilizzata: lui, la mamma, il padre, e il cagnolino. Quella volta non sapeva cosa gli fosse preso, un momento di confusione forse, un impeto di rabbia, per cui aveva dovuto rifare il cartoncino più volte. Non riusciva a disegnare bene suo padre. Finché alla fine, come impazzito, gli aveva fatto una faccia mostruosa. Non sapeva nemmeno dove avesse mai visto una faccia così mostruosa, da dove l’avesse inventata. E quella faccia mostruosa era rivolta proprio verso il bambino, nel suo disegno. In silenzio aveva consegnato il lavoro, senza nemmeno pensare a quello che aveva fatto. Dentro di sé era agitato, ma in un certo senso avvertiva un senso di pace che non aveva mai sentito prima. Come se consegnare quel disegno alla maestra potesse voler dire la fine di tutto quell’incubo.

Il giorno dopo l’avevano accompagnato a scuola tutti e due, la madre e il padre, cosa che non succedeva mai. I genitori erano entrati nell’ufficio del direttore, mentre lui era stato portato da una psicologa che gli aveva fatto un sacco di domande. Non ricordava altro, aveva cancellato tutto di quel terribile giorno. Da quella notte il padre non era tornato a casa. Allora era troppo piccolo, ma in seguito seppe che era stato allontanato temporaneamente, e che stavano preparando un processo. Rimase solo con la madre per diverso tempo, e vedendola così desolata si sentiva terribilmente in colpa, desiderava soltanto di non aver mai fatto quel disegno e non aver risposto alle domande della psicologa.

Sentiva la madre parlare al telefono, dire che la carriera del padre era stroncata, che non si sarebbe mai più ripreso. E lei non si sarebbe mai data pace per ciò che era successo per anni, senza che lei se ne rendesse conto. Spesso diceva di voler tornare in Argentina, la sua terra. Piangeva e si confidava per ore al telefono con un suo collega medico. Iniziò a prendere molte medicine e a ridurre i turni di lavoro per stare con Tom, anche se nel frattempo aveva assunto una baby sitter. L’unica nota in qualche modo positiva, era che avendo più tempo a disposizione, aveva ripreso a suonare il violino, la sua vera passione, in parte abbandonata quando era arrivata in Italia. E così capitava sempre più spesso che Tom, tornando da scuola con la baby sitter, la trovasse a suonare di fronte alla finestra del salotto, e in tal caso sapeva di non doverla disturbare. Si limitava a osservare il suo braccio che si muoveva a volte con grazia, a volte con forza, oppure a cambiare il foglio dello spartito sul leggio. In quel modo aveva iniziato a imparare a leggere la musica.

Una mattina, aspettando la ragazza che doveva portarlo a scuola, Tom si era accorto che la madre non era nemmeno uscita dalla stanza da letto. Lui ormai lui faceva tutto da solo, aveva fatto colazione ed era pronto per uscire; di solito lei si alzava almeno per salutarlo. Decise di andare a bussare alla porta, ma la madre non rispondeva. Aprì la porta lentamente, chiamandola e facendo un passo avanti; restò immobile con la mano sulla maniglia, vedendo la madre per terra. Riversa accanto al letto, con la faccia seminascosta dai capelli, intorno a lei e sul letto flaconi vuoti e pillole sparse. Il cuore del bambino si era quasi fermato. Come se gli avessero tirato una pietra, che si sarebbe soltanto indurita col tempo.

La finestra era aperta, e accanto alla porta erano volati dei fogli di spartito. Il bambino si era chinato a prenderne uno, leggendo parte del titolo, Trio in E flat di Schubert. Prima che potesse muoversi verso la madre, la baby sitter aveva suonato il campanello e non ricevendo risposte era entrata di corsa in casa con la sua copia di chiavi. L’aveva afferrato, spostandolo dalla porta. Lui l’aveva sentita armeggiare nella stanza e poi chiamare i soccorsi con voce agitata. Non avrebbe più rivisto sua madre.

Quasi ogni notte rivedeva quella scena, e quasi ogni notte ripeteva dentro di sé quella richiesta di perdono – perdonami, perdonami – rivolta a lei, alla sua anima, a ciò che poteva essere rimasto di lei.

Tra i singhiozzi, con il volto coperto dalle mani, udì la voce di Vin consolarlo.

“Lei ti ha perdonato, Tom. Perché dopo che si muore si perdona tutto. Altrimenti non si potrebbe andare via. Credimi. È così che funziona.”

Non ricordava altro. Probabilmente si era addormentato subito dopo, mentre Vin gli posava una mano sulla testa, facendolo calmare.

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Opera (dal web) di Odysseas Oikonomou, 1967

 

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Nell’Arte ** You Art

 

 

Nell’arte vivrete
Con l’arte ve ne andrete
E’ tutto ciò che avete
Dentro di voi portate
il più forte segno
del vostro essere umani.
E così restate.

You Art

 

(F.E.)

 

 

Musika: Yann Tiersen – Porz Goret Akrobatak: Tarek Rammo & Kami-Lynne Bruin

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