Ballata del Carcere di Reading*Oscar Wilde*1896

In occasione della Giornata della Poesia – che per me è comunque tutti i giorni…

La Ballata del Carcere di Reading del poeta, commediografo, autore, Oscar Wilde che ci ha lasciato tra le opere più belle e indimenticabili della letteratura. 

(solo la prima parte, nella traduzione di Clemente Fusero del 1962)

 

Wilde 1

 

Più non portava la scarlatta tunica,

    Poiché il sangue ed il vino erano rossi,

E sangue e vino aveva sulle mani

    Allorché fu sorpreso, con la morta,

Quella povera morta che egli amava

    E uccise nel suo letto.

Camminava frammezzo agli imputati

    In un frusto e meschino abito grigio;

Aveva in capo un berretto da cricket

    E i suoi passi parevan lievi e gai:

Ma io non vidi uomo guardar mai

    Così intensamente la luce.

Uomo non vidi che guardasse mai

    Con sì intensa pupilla

La breve tenda azzurra

     Che i prigionieri chiamano cielo

E la nuvola errante che passava

    Con argentee vele.

   Camminavo con altre anime in pena

    In un altro cerchio,

Pensando se la colpa di quell’uomo

    Fosse grave o leggera,

Quando mi sussurrò dietro una voce:

    “Colui sarà impiccato”.

Ah, Cristo Iddio! Le mura del carcere

    Parvero barcollare bruscamente

E sul mio capo il cielo diventò

    Come un casco d’acciaio incandescente;

Anima in pena pur essendo io stesso,

    Non potei la mia pena sentir più.

Sol seppi quale incalzato pensiero

    Gli accelerasse il passo e perché mai

Egli guardasse il fulgore del giorno

    Con sì intensa pupilla:

Quell’uomo aveva ucciso ciò che amava,

E quindi doveva morire.

Eppure ognuno uccide ciò che ama,

    Lo intendano tutti:

Lo fanno alcuni con un bieco sguardo

    Ed altri con parole carezzevoli,

Il vile con un bacio,

    Il prode con la spada!

Alcuni uccidono il loro amore quando sono giovani,

    Altri quando sono vecchi;

Alcuni strozzano con le mani della Lussuria,

    Altri con le mani dell’Oro:

I migliori si servon d’una lama,

    Perché così i morti più presto diventano freddi.

Troppo poco si ama, o troppo a lungo;

    C’è chi vende l’amore e chi lo compra,

Chi commette il delitto lacrimando

    E chi senza un sospiro:

Poiché ogni uomo uccide ciò che ama,

     Ma non per questo ogni uomo muore.

Non muore d’una morte obbrobriosa

    In un giorno d’infamia tenebrosa,

Non ha un nodo scorsoio intorno al collo

    Ed un panno sul viso,

Né ritto sprofonda traverso l’assito

    In uno spazio vuoto.

Non siede vigilato giorno e notte

   Da uomini silenti

Che lo spiano quando tenta di piangere

   E quando tenta di pregare,

Che lo spiano per tema che sottragga

   Al carcere la sua preda.

Non vede, svegliandosi all’alba,

   Terrificanti figure affollare la sua cella;

Il tremante cappellano in veste bianca,

   Lo sceriffo cupo e severo,

Il governatore tutto in nero,

   Gialla faccia da giorno del Giudizio.

Non si leva con fretta miseranda

   Per indossare i panni del condannato,

Mentre un medico dalla bocca volgare lo guata

   E prende nota d’ogni suo sussulto,

Palpeggiando un orologio in cui i battiti lievi

   Son come orrendi colpi di martello.

Non conosce la sete disgustosa

   Ch’empie di sabbia le fauci,

Prima che il boia con i suoi guanti da giardiniere

   S’insinui dalla porta imbottita

E con tre cinghie di cuoio lo leghi

   Sì che le sue fauci non abbiano sete mai più.

Non reclina la testa ad ascoltare

   La lettura dell’Ufficio dei Morti

Né, mentre il terrore dell’anima

   L’assicura che non è morto ancora,

Sfiora la propria bara inoltrandosi

   Dentro lo spaventoso capannone.

Non fissa i vuoti spazi

   Traverso un piccolo tetto di vetro:

Non prega con labbra di creta

   Perché passi la sua agonia;

Né sente sulla guancia fremente

   Il bacio di Caifa.

 

 

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La voce di Beatrix*Messaggi da Sirio*Interstellar 17.3.18

 

La voce di Beatrix

Messaggi da Sirio su:

Maschile e Femminile

L’Unione

Il progetto nel mondo

I doni di Sirio

Le paure

mother earth

 

Carissimi e carissime presenti, parla Beatrix in questo momento, volendo specificare che quando diversi aspetti giungono a voi da diversi pianeti o stelle o altre forme multidimensionali, esse sono sempre parte di un’unica entità. Ovvero in questo momento, Beatrix, il comandante dell’astronave di Sirio e il rappresentante del Consiglio dei Saggi sono sì tre diverse voci ma di una stessa entità. E così voi presenti ora vi dovete sentire come parti di una stessa entità, ognuno con i suoi aspetti individuali preziosi che però sa di appartenere a un’unica essenza che può essere appunto quella di Sirio nel nostro caso o di altri stellari o addirittura appunto di più stelle e più pianeti. Questo perché una cosa che ho sempre sottolineato e che ho voluto far scrivere a Francesca nel corso del nostro rapporto di comunicazione, è che non esiste divisione, non esiste un maschile e un femminile come voi lo intendete oggi sulla Terra, che ha preso la distorsione della differenza che non unisce.

In quanto essenza femminile Beatrix voglio dire che questo vi porta a non riuscire ad equilibrare le vostre energie e a non riuscire appunto a lavorare in maniera corretta sulla griglia universale che richiede grande equilibrio e soprattutto amore, cioè nell’accettare ciò che è diverso, ciò che voi percepite come diverso, perché ricordate  che ogni creatura è maschile e femminile in sé allo stesso tempo. E non solo questo, ovviamente questa è la divisione per voi più chiara ma esistono altre tipologie che vi saranno più chiare solo quando raggiungerete un altro livello di coscienza. Questo è per farvi capire quanto è importante percepirvi nell’unione. Ma noi non usiamo terminologie ora abusate come “tutto”, “Uno” e così via, perché crediamo che siano diventate prive di significato, utilizzate solo per dare senso a qualcosa che non capite.

Quello che invece vi invitiamo a fare è capire ognuno dentro voi stessi e voi stesse come raggiungere questo equilibrio, lavorando sull’apertura del cuore e lavorando appunto sull’accogliere in voi ciò che definite maschile e ciò che definite femminile ma andando oltre qualsiasi definizione. Sappiamo che nella vostra dimensione questo non è semplice, vi chiediamo questo sforzo perché per noi è uno step fondamentale nel proseguire il lavoro che state già compiendo molto bene sul vostro pianeta, ma dall’alto della nostra astronave noi vi possiamo dire che questa è la maggior ferita che notiamo in questo momento e che non vi consente di andare oltre. E innalzare quindi ancor di più le vostre vibrazioni come esseri universali, unici e amorevoli.

Peraltro vi vogliamo dire che ognuno di voi qui dentro sta compiendo il suo compito – seppur nel suo piccolo – in maniera egregia. Non è un caso che siate qui, e questo lo sapete. Questo è stato progettato come un raduno di tutti gli Starseed che in questo momento sono pronti a percepire questo messaggio, questi messaggi che vi stiamo dando oggi. Per cui ritenete preziosa la vostra partecipazione oggi perché significa semplicemente un inizio. È un inizio di un percorso che ognuno di voi compirà singolarmente sino a quando capirà cosa è venuto a fare. Non esistono mission, compiti come vi viene detto “tu sei qui per guarire, tu sei qui per confortare, consolare”… Sì, è vero, siamo qui tutti per questo. Ognuno invece deve trovare la sua più intima peculiarità, e questo, ve lo assicuro, non ve lo può dire qualcun altro. Siete pronti a comprendere i nostri messaggi e questo che vi stiamo dicendo ora. Ma vogliamo anche farvi percepire la nostra vicinanza e farvi un dono oggi.

Ognuno di voi è appoggiato a un prezioso Menhir della vostra bellissima terra, che noi amiamo in maniera particolare, c’è un legame fortissimo tra noi e la Sardegna, tra noi e altre isole, e altri luoghi del mondo. La connessione più forte è tra voi e l’Irlanda, in questo momento e in questo preciso istante perché in quel paese si sta svolgendo un evento simile a questo. Questo non l’avevamo detto nemmeno alle persone che stanno parlando oggi, ma lo stiamo dicendo a voi.

Ora da ogni Menhir esce una Vestale. Ogni vestale custodisce un menhir, sono delle vestali con degli abiti di colore  bianco e blu. Sono le vestali sciamaniche collegate però a Sirio. Sono le donne stellari che portano anche la conoscenza e la completezza che abbiamo detto prima, del maschile e del femminile ed è quello che vi vogliamo regalare. In primo luogo infatti, esse vi porgono una sfera di colore blu e argento. E aprite la vostra mano sinistra per poter accettare questo dono di questa piccola sfera e la sentite sul palmo della sfera, sempre più pesante, più calda, e inizia anche a roteare di fronte ai vostri occhi come per dirvi che tutto è movimento. Non restate fermi, mai.

Questo è un altro limite che applicate sulla vostra dimensione, di non muovervi di vostra spontanea volontà, di stare fermi ad aspettare. Stare fermi è prezioso e va bene perché è sempre importante riposare quando è il momento. Ma quando noi sentiamo le vostre richieste e le vostre – chiamiamole – preghiere, in cui desiderate un cambiamento, ma vediamo che state fermi: come può questo cambiamento arrivare? È difficile poter realizzare una richiesta se noi stessi non andiamo nell’energia di quell’intento. Allora usate questa sfera del movimento, è la sfera che vi darà appunto l’input a muovervi e a capire verso che direzione dovete andare.  Non abbiate paura di sbagliare direzione, perché spesso le domande che ci arrivano sono “qual è la mia direzione, verso dove devo andare? Questo o quello?” E volete sempre una risposta chiara che deve essere per voi quella giusta, invece non è così, bisogna anche rischiare, andare dove sentite, altrimenti l’avanzamento non arriverà.

E adesso fate un respiro profondo, e alle vostre spalle la vestale vi copre con un mantello di colore blu elettrico e vi avvolge in questo mantello. Sentite lungo la vostra schiena  il calore, la morbidezza, la protezione del mantello di Sirio. Questo è un dono che vogliamo fare a tutti voi perché quello di cui avete bisogno è di sentirvi protetti. Lo potete stringere tra le braccia e pensare che siete al sicuro. Non esistono attacchi esterni a chi si sente protetto. Sono solo delle forme mentali, che prendono forma e esistono solo perché le creiamo noi. Lo so è difficile accettare questo concetto, ma la rabbia e la violenza che ci sono ora sulla Terra le accettate quasi in maniera passiva oppure rispondete con la rabbia, perché vi manca questo senso di protezione e tutti invocano la protezione. Ma da chi la invocate? Dai politici, che sono loro l’attacco? O chi non può proteggervi perché non sa proteggere se stesso?

Ecco, questo che vi regaliamo è un mantello simbolico nel senso che vi vogliamo dire che voi siete protetti; siete voi che vi spogliate di questa protezione e vi create le paure, e queste prendono forma realmente nel mondo perché sono diventate una forma pensiero fortissima. Quindi, soprattutto le donne, non abbiate paura: non avete un nemico da combattere, avete solo voi stesse da amare.

Questo ve lo dicono anche le entità di energia maschile, quale il comandante dell’astronave e il rappresentante del Consiglio di Sirio. Egli benedice questo incontro, promettendo che sarà solo il primo di tanti altri, perché è molto bello per noi incontrarvi e sentire che le vostre anime sono venute qui entusiaste di avere finalmente conferme di ciò che sapevano da tempo. Grazie.

 

(Testo canalizzato di proprietà di Francesca E. –  si può condividere con il link del blog)

Il giorno sabato 17.3.18 si è svolta a Cagliari la Conferenza esperienziale Interstellar coordinata da Momi Zanda e con

Francesca E. (Sirio)

Alessandra R. (Pleiadi)

Roberto S. (Saar)

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**9*

Come il giorno e la notte – parte 9 –

Il giorno e la notte.

André sospirò. Poi poggiò una mano sul ginocchio di Vin.

“E tu sei venuto fin qui perché vuoi essere suo amico, è così?”

Vin annuì. Lo innervosiva che l’uomo sapesse tutte quelle cose, come se gli leggesse nel pensiero, e non solo. Lo innervosiva anche la sua mano sempre più stretta sul suo ginocchio.

“Ma non ci sta cercando nessuno.” Precisò il ragazzo, ricordandosi che quello era un punto importante.

“Mi fido di te, Vin.” Mormorò l’uomo. E gli lasciò il ginocchio, mentre Tom rientrava nella stanza.

***

“Tom, domani porti anche Vin con te.” disse André, appena il ragazzo raggiunse il tavolo. Tom tentò subito di protestare ma l’uomo non  gli consentì di parlare.

“Così impara qualcosa anche lui. Poi è sempre meglio essere in due, no?”

“Ma quanti sono questi qui?” chiese Tom, visibilmente seccato. Andando a sedersi nuovamente sul divano, prese il suo dolce dal vassoio e iniziò a mangiare con un cucchiaino.

“Saranno in quattro… Beh, se per caso sono di più te ne vai, d’accordo? In ogni caso, Marzi ti porterà tutto quanto domani prima di partire. Anche il foglio per guidare.”

“E se mi fermano?”

“Tu cerca di non farti fermare.”

André si diresse verso la libreria in cerca dei libri da mostrare a Vin. Prese Il ritratto di Dorian Gray e si rivolse al ragazzo.

“Ecco, per questo è ancora presto forse, ma è una storia incredibile. Un ragazzo bellissimo che in un certo senso… vende la sua anima al diavolo. Che ne dici, Tom, tu venderesti la tua anima al diavolo?”

Tom era troppo occupato a mangiare il suo dolce per seguire il discorso. Gli rispose mostrandosi annoiato dalla domanda.

“Non lo so. In caso vengo a chiederti consigli.”

“Sei sempre il benvenuto. Dovresti pensarci, visto che tra non molto diventi maggiorenne. ”

Da una lunga fila di libri, André prese la Ballata del carcere di Reading e lo portò fino al tavolo dove era seduto Vin.

“Io dico che Tom potrebbe fare l’attore. Tu che ne pensi, Vin? Ha la capacità di girare intorno alle cose fino a farti perdere la pazienza.”

“Non sono io quello che gira intorno.” Disse Tom,  e quella frase in quel momento ebbe l’effetto di una freccia che andava a conficcarsi esattamente al centro della stanza. Ma André non si fece intimorire.

“Ah beh, è che a volte è difficile prendere bene la mira quando il bersaglio è troppo mobile.”

L’ingresso di Rosa interruppe la conversazione. La donna versò il caffè nelle tazzine. Quando si avvicinò a Tom, il ragazzo le fece i complimenti per il dolce, ma sottovoce perché sapeva che André la riprendeva quando chiacchierava troppo – quindi praticamente sempre. André la fermò mentre si dirigeva verso la porta,  spingendo il carrello da riportare in cucina.

“Rosa, domani andrai al casolare per aggiungere un letto per Vin. Poi ti spiego meglio. Visto che ci sei fai anche un po’ di pulizia.”

“Va bene.” Disse la donna.

“Sì però Rosa… senza buttare i plettri della chitarra come l’altra volta.” Intervenne Tom.

“Ma se tu li lasci in mezzo alle lenzuola…non li avevo mica visti.”

“E non trovavo più nemmeno i coltelli. Almeno i cassetti lasciali stare, io ho un mio disordine preciso.”

“E va bene, Tom. Ringrazia che ti adoro, altrimenti ti manderei a quel paese.” Concluse la donna, uscendo col carrello.

André andò a sedersi sul divano accanto a Tom. Si accese una sigaretta e poggiò un braccio sulla spalliera, rivolto verso il ragazzo.

“Se non sbaglio c’è una brandina nel seminterrato. La sistemeremo lì.”

“In che senso? Non può stare con Fausto e Taco?” protestò Tom.

“No. Dorme con te.”

Senza farsi notare da Tom, André fece l’occhiolino a Vin, che nel frattempo sfogliava il libro sul tavolo, ma solo per fingere di non ascoltarli.

“Ma quella è la mia stanza…eravamo d’accordo.”

“Sì ma ho cambiato idea. Non puoi stare sempre da solo. Lo so che vuoi fare il duro, ma a un certo punto devi uscire dal personaggio.”

“Non è un personaggio.” Protestò il ragazzo. Ma aveva già capito di aver perso la battaglia.

“Mi dispiace per il tuo disappunto, ma è così.”

“Non mi disappunto, figurati.”

“Allora se non ti disappunti – come dici tu – non protestare. Così magari la smetti di portare in casa ragazze strafatte.”

“Solo una volta.” Si difese Tom. “Tanto lo so che te l’ha detto Fausto.”

“Ma perché non la smettete di litigare tu e Fausto?”

All’improvviso Tom si alzò e prese il suo giubbotto, gettando un’occhiata a Vin.

“Andiamocene.” Disse coprendosi gli occhi con gli occhiali da sole, consapevole di compiere un gesto poco educato.

“Quanta fretta.” Disse André.

“Dobbiamo andare da Nina a prendere le cose di Vin.”

Anche Vin indossò il giubbotto e la sciarpa e prese il libro in mano, pronto a seguire Tom. André si alzò per accompagnarli.

“Ah salutami Nina.” Disse l’uomo mentre attraversavano il corridoio. “Non consumarla troppo eh, che poi non rimane niente per gli altri.”

Tom rallentò il passo e lo guardò con aria di sfida.

“Quali altri?”

“Lo sai, Tom. Quella ragazza non è alla tua altezza. Non ti merita più di quanto Sibyl Vane meritasse Dorian.”

“Non so di chi stai parlando.”

Tom aprì da solo la porta principale e uscì dalla casa con Vin.

“Tornate a trovarmi presto eh.” raccomando André dalla porta.

“Certo.” Disse Tom, mostrandogli il dito medio quando era già nel giardino.

Per tutta risposta, André sorrise come se il ragazzo gli avesse mandato un bacio da lontano. Li seguì con lo sguardo finché non svoltarono nel vialetto che portava al cancello.

***

PP

Quanto invidiava l’intesa tra loro. Gli sguardi che si erano scambiati, pensando che lui non li notasse. La devozione di Vin nell’eseguire le istruzioni dell’amico più grande. Erano belli insieme, perché ognuno dava qualcosa all’altro, quasi completandosi a vicenda, seppur certamente distanti e così diversi. Tanto timido l’uno quanto sfacciato l’altro. Simili a un sole che illumina e a un astro nascente. Differenti, come il giorno e la notte. Ma non avresti potuto dire chi dei due fosse giorno e chi notte. Perché in ognuno luce e buio coesistevano in splendida contrastante armonia.

Ma in particolare lo colpiva Tom, la strafottenza dei suoi diciassette anni che a volte sembravano molti di più. Per l’acuta intelligenza e le esperienze di vita. E la sua bellezza fuori dal comune, da fargli immaginare che persino i muri avessero occhi per guardarlo quando passava. Gli ricordava il selvaggio Heathcliff nella brughiera, in grado di trasformarsi in pochi minuti in un dolce Romeo. Così tragicamente teatrale. Sapeva essere duro, cattivo forse, al limite della crudeltà. Se solo l’avesse conosciuto prima, l’avrebbe senz’altro portato sulle scene. Sarebbe stato bravo quanto Paul, forse di più. Da Paul era cominciato tutto, quell’ossessione che non lasciava scampo.

Turbato da quei pensieri, André era andato a sedersi nello studio. Aveva aperto il cassetto dove teneva l’unica foto di Paul, durante le prove dello spettacolo a Berlino. E aveva richiuso il cassetto con uno scatto nervoso, come faceva sempre quando gli veniva la tentazione di guardare quella foto.

Tutto lo tormentava. Lo tormentava il candore dei corpi. I denti bianchi sfiorati dalla lingua. Le dita che spostavano i capelli. E gli occhi a cui avrebbe voluto dire “guardami”.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratto del personaggio TOM E ANDRE’ gentilmente realizzato da Agnese Perra.

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Personaggi*Le Donne* Come il giorno e la notte*

PERSONAGGI * COME IL GIORNO E LA NOTTE ROMANZO IN PROGRESS*

Tom e le donne

NINA la cameriera

Nina ok

Ho visto Nina volare 
tra le corde dell’altalena
un giorno la prenderò 
come fa il vento alla schiena 
e se lo sa mio padre 
dovrò cambiar paese 
se mio padre lo sa 
mi imbarcherò sul mare
(F.De André)

 

 

LORY  la cantante

LORY OK
Tu mi fai girar 
Tu mi fai girar
Come fossi una bambola
Poi mi butti giù
Poi mi butti giù 
Come fossi una bambola
Non ti accorgi quando piango
Quando sono triste e stanca tu
Pensi solo per te
(P.Pravo)

 

 

SILVIA la moglie dell’avvocato

SILVIA OK

 

 

Pensiero stupendo 
Nasce un poco strisciando 
Si potrebbe trattare di bisogno d’amore 
Meglio non dire

(P.Pravo)

 

 

 

SARA l’eroinomane

sara ok

 

Quanti anni hai
Stasera
Quanti me ne dai
Bambina
Quanti non ne vuoi
Più dire
Forse non li vuoi
Capire

(V.Rossi)

 

Romanzo in Progress “Come il giorno e la notte” di Francesca Enrew Erriu

Per leggere:

https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/

 

(Immagini Web:

Jacqueline Bisset /Catherine Deneuve / Silvana Mangano /Natja Brunckhorst)

 

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**8*

Come il giorno e la notte – parte 8 –

André.

Quando Vin si svegliò era sdraiato sul divano, avvolto in una coperta in cui si stringeva in cerca di tepore. Dalle finestre in alto entrava la luce del giorno, e qualcosa di simile a un debole raggio di sole. La pioggia era cessata, lo si capiva anche dai vetri quasi asciutti. Si sedette e si guardò intorno, cercando di fare memoria della sera prima. Non si sentiva molto lucido, anzi la testa era pesante e cercando di alzarsi ebbe la sensazione che il pavimento si muovesse. Doveva aver dormito troppo, pensò. O troppo poco. Sul tavolino di fronte vide la copertina del disco, The Crystal Ship, poi il posacenere, e gli tornò in mente lo spinello e tutto il resto. Della chiacchierata con Tom si ricordava solo a sprazzi. Da fuori si sentivano delle voci e il rumore di una macchina che qualcuno cercava di mettere in moto inutilmente. Le finestre erano troppo in alto, ed essendo nel seminterrato si poteva vedere solo un pezzo del cortile e i piedi di chi trafficava intorno all’automobile. Riconobbe le borchie degli scarponi di Fausto.

Una volta riuscito ad alzarsi dal divano superando la sensazione di stordimento, fece un giro della stanza per curiosare tra le cose di Tom. Guardò i dischi e aprì i cassetti non trovando niente di interessante; andando fino alla porta in fondo scoprì che si trattava di un piccolo bagno di servizio con una finestrella in alto. Su un ripiano c’erano saponi e vari prodotti per il bagno; tra questi notò anche un profumo e lo spruzzò per sentirne la fragranza. Gli ricordò l’odore che aveva sentito quando Tom si era seduto vicino a lui la sera della proiezione del film in casa famiglia. Annusò il profumo finché si disperse completamente nell’aria. Si lavò il viso, sentendo immediato sollievo dal contatto con l’acqua fresca. Poi prese un vasetto di gel e tentò di mettersi in ordine i capelli spettinati.

Nell’armadio c’erano vestiti di Tom e in un cassetto aperto trovò un pezzo di stoffa bianca ben piegato. Lo svolse, cercando di non stropicciarlo troppo, scoprendo una serie di coltelli a serramanico di varia grandezza e fattura. Alcuni erano molto belli, col manico di colore nero lucido o bianco. Rimase a guardarli fin quando gli sembrò di sentire un rumore al piano di sopra e richiuse subito tutto. Si accorse di avere molta sete e fame, così salì le scalette per andare in cucina.

La sala sembrava più bella alla luce del giorno. I mobili non erano certo nuovi, ma nell’insieme l’ambiente trasmetteva un certo calore. Sicuramente anche grazie al legno delle pareti e delle travi del soffitto. Seduto al tavolo al centro della stanza, c’era Taco che mangiava dei biscotti e beveva da una tazza. Il ragazzino rispose a malapena al saluto di Vin, e subito tirò verso di sé la scatola con i biscotti, come temendo che Vin potesse prenderglieli.

“Ok.” Disse Vin. “Tanto non sono quelli che mi piacciono.”

Vin si avvicinò alla finestra che dava sul cortile. Fausto era chino sul motore di una macchina nera con bande laterali arancioni e prendeva degli attrezzi da una cassettina. Tom era al posto di guida e quando Fausto glielo diceva, provava a mettere in moto. Ma dopo qualche giro di chiave, il motore si rispegneva. Da una parte del cortile, sotto una tettoia, erano parcheggiati due scooter.

A un certo punto Tom scese dall’auto e si appoggiò al tetto con un braccio per seguire il lavoro di Fausto. Da quella posizione notò Vin alla finestra e gli fece cenno di avvicinarsi, così il ragazzo uscì in cortile e si salutarono.

“Che macchina è?” chiese Vin.

“Una 127 Sport.” rispose Tom. Indossava degli occhiali con lenti fumé – nonostante il sole fosse assai pallido – e masticava una gomma, cosa che accresceva l’impressione che se ne fregasse un po’ di tutto quello che accadeva intorno a lui. Vin notò che aveva il giubbotto della sera prima e anche una sciarpa intorno al collo.

“Ti piace?” chiese Fausto, e con l’intento di spaventarlo gli avvicinò al volto la pinza che stava usando, aprendola e richiudendola sulla punta del suo naso. Vin fece un passo indietro e Fausto rise. Tom diede un colpetto sulla spalla di Fausto a mo’ di rimprovero.

“Riprova.” Gli ordinò Fausto. Tom tornò al volante, dicendo a Vin di salire in macchina. Vin andò a sedersi al lato passeggero, mentre Tom dava un paio di giri di chiave, finché il motore sembrò reggere.

“Accelera un po’.” Disse Fausto.

Tom premette sull’acceleratore.

“Ho detto un po’, Tom.” Protestò Fausto. Dopo qualche secondo gli disse di spegnere tutto. “Vado a prendere l’olio.”

“Va bene.” Disse Tom. Poi si voltò verso Vin, sollevandosi gli occhiali sulla testa. “Vin, senti, adesso ti devi preparare perché dobbiamo andare a pranzo da André. Ti vuole conoscere, ok?”

“Davvero?”

“Sì. Mi raccomando, eh. Ti ricordi tutto quello che ti ho detto ieri? Che non devi parlare della casa famiglia?”

“Sì.”

“Tu parla dei libri, vedrai che gli sarai simpatico. Poi dopo andiamo da Nina, così riprendi le tue cose. Ah, ti ho lasciato dei vestiti sul divano…non mi stanno più, se te li vuoi provare.”

“Ok.”

“Non dirlo a Fausto però. Dai, vai.”

Vin scese dalla macchina mentre Fausto stava tornando dal retro del casolare.

“Ah, Vin.” Lo chiamò Tom quando Vin era già arrivato alla porta. “Guarda in frigo se vuoi fare colazione. Chiedi a Taco.”

“Ok, grazie.” Rispose Vin. Fausto lo guardò divertito.

“Il biberon non ce l’abbiamo però.” urlò, mettendosi a ridere.

Vin non disse niente ed entrò in casa. Tom si avvicinò a Fausto per aiutarlo.

“E lascialo stare.” Gli disse, seccato dal suo comportamento.

“È un’idea del cazzo, Tom. Farlo restare qui.”

“Facciamo decidere André.”

“Sì, vabbè. Pensi che siccome gli porti Vin poi ti lascia in pace?” disse Fausto mentre rabboccava l’olio motore.

A quelle parole, Tom fu sul punto di afferrare un cacciavite dalla cassetta e intimare a Fausto di stare zitto. Ma si trattenne e non disse niente.

***

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Usciti dal cancello del Casolare, avevano percorso il perimetro del muro di cinta per arrivare all’altro cancello, più grande, che portava alla villetta di André. Questo perché per motivi che loro non conoscevano, legati a questioni familiari di divisioni del terreno, il cortile del Casolare e il giardino della villa erano separati da una rete di media altezza. Il giardino di André era talmente vasto da essere parzialmente trascurato – avrebbe richiesto troppi lavoratori per mantenerlo. Ma una buona parte, quella più adiacente alla casa su due piani, era piena di fiori, piante e anche qualche albero. Se ne occupava Marzi, un uomo sulla sessantina, una sorta di factotum ma soprattutto autista di André. Lo trovarono che potava delle piante mentre percorrevano il sentiero che conduceva alla casa. Lui e Rosa, la moglie, erano gli unici rimasti in quella casa dove ormai era rimasto soltanto André. Tom salutò Marzi e gli presentò Vin da lontano, ottenendo giusto una risposta sufficiente a non risultare scortese. Era un uomo particolarmente taciturno e riservato, tanto da apparire burbero al primo impatto. Tom l’aveva visto sorridere forse una volta.

Vin si soffermò a osservare i fiori, mentre l’amico apprezzava di più le macchine sportive di André parcheggiate in fondo. Prima di suonare il campanello, Tom sistemò meglio la sciarpa di Vin e gli disse che stava bene con i suoi vestiti, soprattutto il giubbotto sportivo rosso. Alla porta aprì Rosa, che in pratica era l’opposto del marito: accogliente, sorridente, molto affettuosa con Tom. Vin si rese subito conto che i due si adoravano. La donna fece strada fino alla sala da pranzo, senza smettere di parlare e fare domande a Vin.

“Da dove vieni, Vincenzo?” – Tom l’aveva presentato col suo vero nome – “Non lo chiedo a Tom perché tanto dice sempre balle questo ragazzo. L’avrai notato anche tu che è un gran bugiardo.”

“Dai Rosa, ho solo molta fantasia.” si difendeva Tom. E avrebbero continuato a battibeccare all’infinito.

Vin era estasiato da tutto ciò che vedeva man mano che attraversavano il corridoio. Quadri, librerie, oggetti di probabili luoghi esotici, candele colorate in tutta la casa. Nella sala dove si fermarono c’era un tavolo tondo apparecchiato per tre, e già si sentiva il buon profumo di quello che Rosa aveva cucinato. Nel caminetto era acceso un fuoco che scaldava tutta la stanza.

“Ho fatto anche il tuo dolce preferito” disse la donna con aria di complicità.

“Il budino? Lo adoro.” Disse Tom. Poi notò sul tavolo una bottiglia di vino bianco appena aperta e la prese osservando l’etichetta. “Questo sembra buono.”

Scelse un bicchiere a caso e ne versò un po’ con l’intenzione di assaggiarlo. Rosa lo rimproverò subito, dicendogli che avrebbe dovuto aspettare André per bere. Il ragazzo non le diede importanza.

“Figurati…tanto lui se ne sarà già bevuto una bottiglia da solo.”

Ma non si era accorto che nel frattempo André era già arrivato sulla porta e si stava avvicinando alle sue spalle. L’uomo gli prese il bicchiere di mano prima che potesse iniziare a bere. Allora Tom si voltò e incrociò il suo sguardo severo.

“Tom…” disse André col tono di chi rimprovera un bambino per una monelleria. “Non si beve prima del padrone di casa. Ti devo insegnare tutto.”

“Beh, ma infatti non stavo bevendo.” Ribatté Tom.

André bevve un sorso e poggiò il bicchiere.

“Ottimo.” Affermò soddisfatto. “Adesso potete bere anche voi.”

I ragazzi si tolsero i giubbotti poggiandoli sulle sedie. Tom si versò il suo vino e andò a sedersi scegliendo uno dei posti. Quindi André si rivolse a Rosa, che si era zittita da quando lui era entrato.

“Lascia tutto qui e vai. Ti chiamiamo per il caffè.”

La donna uscì con passo svelto e chiuse la porta. A quel punto André guardò Vin, che non si era mosso di un millimetro. Il ragazzo aveva osservato tutta la scena piazzandosi dietro una delle sedie, vicino alla finestra in parte nascosta da una tenda color porpora. Sperava di passare quasi inosservato. Ma ora che nella stanza c’erano solo loro tre, si sentiva obbligato a venire allo scoperto.

Lo sguardo indagatore di André si posava su di lui come su un oggetto da analizzare e scrutare, procurandogli una sensazione di imbarazzo e di sfida insieme. Era difficile non sentirsi a disagio in sua presenza. Forse anche per l’altezza e l’atteggiamento, tipico di chi non entra inosservato in una stanza. Si comportava come un conoscitore del mondo, e senz’altro sapeva più cose di chiunque si confrontasse con lui, su qualunque argomento. Di qualsiasi cosa parlasse, lo faceva con voce profonda e adulante. Sebbene si avvicinasse ai cinquant’anni, non rinunciava al suo aspetto giovanile e questo lo mostrava nella cura della sua persona e nell’abbigliamento ricercato. Si ravviava spesso i capelli brizzolati, che teneva un po’ lunghi nel loro mosso naturale, per assumere un aspetto da artista incompreso quale si sentiva.

Vin aveva provato a lanciare un’occhiata a Tom per trovare supporto, ma l’amico guardava il suo bicchiere pieno di vino, cosa che gli faceva intendere che avrebbe dovuto cavarsela da solo. Così aveva retto lo sguardo di André e aveva anche abbozzato un sorriso, pronunciando un timido “salve”. E invece di chissà quali discorsi che si sarebbe aspettato a seguito di quello sguardo, André si accomodò e gli disse semplicemente: “Siediti”. E iniziarono a mangiare le pietanze sistemate su dei vassoi nel carrello lasciato lì da Rosa.

“Allora, Vincenzo, quanti anni hai?” domandò André.

“Sedici.” Gli rispose il ragazzo.

“Allora puoi bere vino anche tu.” decise l’uomo, versandogli il vino nel bicchiere.

“Grazie, signore.”

André sorrise nel sentirsi chiamare con quell’appellativo. Poi tornò serio per riprendere l’interrogatorio.

“Sei pulito?” chiese a bruciapelo.

Vin non era sicuro di aver capito la domanda e guardò Tom.

“Ti sta chiedendo se prendi droghe.” Gli spiegò l’amico. Poi rispose per lui: “Non prende niente.”

“Sei il suo avvocato?” ironizzò André lasciando intendere che Tom non doveva rispondere al posto dell’altro. Poi si rivolse a Vin guardandolo severamente.

“Questa è la regola numero uno, ragazzino. Voi dovete solo venderla, capito? Quella pesante, intendo. Il resto non mi interessa.”

“Capito.” Mormorò Vin.

André si versò ancora da bere e Vin continuò a mangiare, sperando che le domande fossero finite. Ma dopo un minuto l’uomo tornò alla carica.

“Mi ha detto Tom che ti sei perso alla stazione e ti ha trovato Nina, giusto? E come ci sei arrivato lì?”

“Perché mi sono perso.” Rispose Vin spontaneamente. Ogni tanto sollevava lo sguardo verso Tom che era di fronte a lui, ma il ragazzo non lo guardava.

“E con chi eri quando ti sei perso? Con tua madre o…?”

“No, signore. Mia madre sta molto male.” dichiarò Vin con fermezza.

“Ah. E che cos’ha?” chiese André continuando a mangiare.

“È… in coma. In ospedale. Un incidente, molto grave.”

L’aveva detto quasi d’un fiato, meravigliandosi lui stesso di essere stato capace di mentire. Con la coda dell’occhio si accorse che Tom stava cercando di trattenersi dal ridere e teneva lo sguardo chino sul piatto per evitare che André se ne accorgesse.

“Mi dispiace.” Disse André. Poi sollevò lo sguardo e si fece pensieroso. “Ma è vero… o hai imparato a dire bugie dal tuo amico?”

André guardò prima Vin poi Tom, che nel frattempo si era ricomposto tornando serio. Per un attimo nessuno parlò.

“Io non dico mai bugie.” Rispose Vin. “Signore.”

“Puoi chiamarmi André.” Disse l’uomo alzandosi da tavola. “Mettiamo un po’ di musica?”

Andò verso la grande libreria, dove oltre ai libri c’era un impianto con giradischi e numerosi dischi in vinile. I ragazzi si scambiarono delle occhiate mentre André era voltato. A Tom veniva ancora da ridere e Vin gli faceva cenno di smetterla per non rischiare di attirare l’attenzione e insospettire l’uomo.

André sistemò un disco sul piatto del giradischi. Una voce di donna iniziò a cantare in tedesco e l’uomo ripeté le prime parole “Wenn ich mir was wünschen dürfte”.

“Se potessi desiderare qualcosa. Ich liebe Marlene.” declamò, ispirato.

Vin era affascinato dalla voce e dalla canzone triste. Tom invece dava segni di noia mortale, come di fronte a una scena che aveva già visto.

“Lei sa anche il tedesco?” chiese Vin.

“Poco purtroppo.” Rispose l’uomo. Portò sul tavolo i piatti della seconda portata e tornò a sedersi. “Il tour a Berlino finì prima del previsto. Fu subito dopo quello a Parigi. Ah, voi non avete idea di com’erano gli anni sessanta a Parigi!”

“No, noi conosciamo solo gli anni ottanta in questo schifo di posto.” Commentò lapidario Tom, scatenando subito la reazione sarcastica di André.

“Non dire così, Tom. Non è uno schifo di posto, è solo pieno di topi di fogna.”

I ragazzi risero e fecero versi di disapprovazione verso i topi di fogna. André invece continuava a seguire i suoi pensieri.

“Insomma, il tour a Parigi fu un successo! Sai Vin, quando hai vissuto il teatro come l’ho vissuto io…niente lo può sostituire. È qualcosa di viscerale. Come diceva Oscar Wilde…”

“Attento, Vin.” Interruppe Tom “Adesso comincia a parlare di gente che conosce solo lui per fare colpo.”

“Parla per te.” Ribatté l’uomo. “Magari lui lo conosce.”

“Non saprei…io conosco Coleridge…” disse Vin.

“Conosci Coleridge?” si stupì André.

“A Vin piace molto leggere. Si ricorda tutto.” Intervenne Tom.

“Fantastico! Alla tua età poi, non è da tutti…”

“Beh non ho letto ancora molto ma… mi piace la Ballata del vecchio marinaio.

“È bellissima infatti. Sei un vero intenditore, sai. Non come qualcun altro che non apprezza niente.” Disse André lanciando uno sguardo a Tom.

“Non è vero.” Protestò Tom. E per mostrare la sua noia cominciò a battere la forchetta sul bicchiere producendo un ritmato ticchettio.

“Sai Vincenzo,” continuò André “ci sono quelli che apprezzano la bellezza, la ammirano. Altri che invece…la possiedono. E la mostrano anche senza pietà.”

Così dicendo guardò ancora Tom e con fermezza gli bloccò il polso per interrompere il ticchettio sul bicchiere. Vin notò che la sua mano indugiò su quella di Tom per alcuni secondi prima di lasciarla. Tom sembrava innervosito. Lasciò cadere la forchetta e si alzò.

“Posso fumare?”

Senza attendere risposte, prese un pacchetto di sigarette di André da un tavolino e se ne accese una. Andò a sedersi sul divano vicino al caminetto. La canzone di Marlene Dietrich era finita, lasciando in sottofondo il fruscio del disco che finiva di girare.

“Se ti piacciono le ballate” riprese André rivolgendosi nuovamente a Vin “potresti leggere la Ballata del carcere di Reading. Te la posso prestare, se vuoi. È di Oscar Wilde, è lui che ha scritto anche la Salomè…il mio spettacolo.”

André aveva assunto un’aria nostalgica e teatrale, con lo sguardo perso nei ricordi della sua vita artistica. Quando ne parlava era difficile capire quanto ci fosse di vero e quanto facesse parte di una sapiente messinscena.

“Salomè? L’ho sentita nominare…” disse Vin per mostrare interesse.

“La mia Salomè ha fatto il giro del mondo, sai. Ma…”

“Ma non è stata capita fino in fondo.” Gli fece eco Tom dal divano. Come una battuta che sapeva a memoria.

“Proprio così.” confermò André. Poi ritornò al suo ruolo di padrone di casa: “Tom, vai da Rosa e dille di preparare il caffè.”

“In cucina? Perché non vai tu?”

“Perché ci vai tu.”

Tom rinunciò alla sua protesta e si alzò per uscire dalla stanza. Appena furono soli, André guardò Vin, che teneva lo sguardo sul suo piatto anche se non c’era più niente da mangiare.

“Senti, Vincenzo… anzi, Vin…” gli disse “tu e Tom vi conoscevate già, vero?”

Il ragazzo non rispose.

“Eravate insieme da qualche parte? Non aver paura, me lo puoi dire. Non mi arrabbio.”

“Sì.” Rispose Vin in un soffio appena percettibile.

André sospirò. Poi poggiò una mano sul ginocchio di Vin.

“E tu sei venuto fin qui perché vuoi essere suo amico, è così?”

Vin annuì. Lo innervosiva che l’uomo sapesse tutte quelle cose, come se gli leggesse nel pensiero, e non solo. Lo innervosiva anche la sua mano sempre più stretta sul suo ginocchio.

“Ma non ci sta cercando nessuno.” Precisò il ragazzo, ricordandosi che quello era un punto importante.

“Mi fido di te, Vin.” Mormorò l’uomo. E gli lasciò il ginocchio, mentre Tom rientrava nella stanza.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratto del personaggio TOM E ANDRE’ gentilmente realizzato da Agnese Perra.

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Personaggi *Come il giorno e la notte*3

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“Eppure ogni uomo uccide ciò che ama, e tutti lo sappiamo:

gli uni uccidono con uno sguardo di odio, gli altri con delle parole carezzevoli,

il vigliacco con un bacio, l’animoso con una spada!

Gli uni uccidono il loro amore quando sono ancor giovani; gli altri quando sono già vecchi;

certuni lo strangolano con le mani del Desiderio, certi altri con le mani dell’Oro; i più gentili si servono di un coltello, affinché i cadaveri più presto diventino gelidi.

Si ama eccessivamente o troppo poco; l’amore si vende o si compra; certe volte si compie il delitto con infinite lacrime, altre volte senza un sospiro:

perché ogni uomo uccide ciò che ama.”

 

(Oscar Wilde, Ballata del carcere di Reading)

Personaggio ANDRE’ – disegno di AGNESE PERRA

Romanzo in Progress “Come il giorno e la notte” di Francesca Enrew Erriu

Per leggere:

https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/

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Stella Stellina * Racconto Notturno

Stella Stellina

Racconto Notturno di Francesca Enrew Erriu

Racconto pubblicato nella collana Subway-Letteratura edita dall’associazione E-20 di Milano e diffuso come tascabile nelle stazioni metropolitane di Roma, Milano e Napoli (2007).

(n.b. nonostante il titolo non è un racconto per bambini)

 

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Personaggi

NICOLA /STELLA

LA BANDA

Il Pezzo / Chiodo e Martello /Il Piccolo

LORIS

LA MADRE  sapeva fare certe espressioni di dolore che ad Anna Magnani le faceva un baffo

 

Nicola.

La stanza era al buio, leggermente rischiarata soltanto dalla luce di un lampione che filtrava attraverso le tapparelle semichiuse. Alle dieci in punto la sveglia iniziò a suonare, crudele e ostinata come sempre. Nel tentativo di spegnerla, Nicola la colpì facendola cadere per terra. Lanciò cinque o sei anatemi alla sveglia, al mondo e a se stesso. Svegliarsi bestemmiando era il massimo per cominciare bene la giornata. Anzi, la nottata. Riuscì ad alzarsi, trascinandosi controvoglia fino al mobile con le luci e il grande specchio. Accese le lampadine, e l’immagine che vide gli ricordò in qualche modo la “notte dei morti viventi”. Era pallido come uno zombie e la sbronza del giorno prima gli ronzava ancora nella testa. Delle occhiaie simili si sarebbero avvistate persino sul Raccordo Anulare. Cercando di pensare ad altro, andò ad accendere lo stereo, e lasciò che i primi accordi di una canzone rock riempissero la stanza. Prima di andare in bagno, voleva pensare a cosa mettersi, per non perdere tempo dopo. Aprì l’armadio e cominciò a guardare tra abiti femminili; prese una gonna corta e una maglietta bianca scollata.

La  banda

In un garage metropolitano di periferia si era riunita la banda. Il nome farebbe pensare a qualcosa di serio, ma in realtà non si vedeva una banda cosi scalcinata dai tempi dei Soliti Ignoti. Con la differenza che questi non erano così simpatici. Per darvi un’idea, il capo, o quello che si autoproclamava tale, era soprannominato il Pezzo; era il nome ereditato dal padre, un poliziotto morto eroicamente durante una retata antidroga, passata alla storia come Operazione “Borotalco”. Mentre massacrava un ragazzo a colpi di manganello, per sbaglio un colpo di pistola era partito dalla mano tremante di un suo collega, che si era girato a guardare una prostituta che passeggiava. Non gli fecero nemmeno i funerali di Stato, ma comunque niente sarebbe servito a cancellare il soprannome che si era sempre portato appresso: pezzo di merda.

Stella

Nicola aveva indossato la gonna corta e la maglietta. La sua figura apparve ancora più alta e slanciata quando infilò gli stivali neri. Solo le spalle erano un po’ larghe, ma non gli dispiaceva poi tanto. Si mise allo specchio per truccarsi; per fortuna la doccia e i tre caffé l’avevano rimesso un po’ in sesto. Quel giorno non era proprio in forma, sarebbe andato giusto a fare un giro per vedere se riusciva a piazzare quell’orologio che aveva trovato. In realtà, già da un po’ di tempo le cose non andavano per il verso giusto. Era sempre distratto, non gliene importava più niente del lavoro, dei clienti, poteva anche cascargli il mondo addosso che non se ne sarebbe accorto. Prima non era così. Era da quando lui se n’era andato. Lui, non voleva neanche nominarlo! Ma perché ci pensava ancora? Ormai erano sei mesi che era tornato dalla moglie, basta, doveva mettersi l’anima in pace. Se n’era andato così, di punto in bianco. Lasciando un bigliettino: “Mi dispiace, devo tornare da mia moglie”. Devo?! Glielo aveva prescritto il medico? Tutte scuse. La verità era: “voglio tornare da mia moglie”. Vai vai, aveva pensato lui, tanto non ti apro neanche se torni strisciando.

Il Pezzo sapeva di essere il migliore in quel gruppo, gli altri erano quasi tutti degli smidollati, che non valevano niente senza di lui. Ma per fortuna sapeva farsi rispettare, come suo padre. E aveva deciso di continuare la missione del genitore, senza però indossare la divisa: a lui non interessava servire lo Stato, meglio farsi giustizia da soli. Aveva un forte senso della giustizia, lui; a volte si sentiva il Giustiziere della Notte. Certo non era facile gestire una banda composta da individui come quelli che aveva davanti in quel momento. Due erano cugini, Chiodo e Martello: due nomi, due opposte realtà. Martello, noto per le sue qualità amatorie e per l’instancabile devozione alle donne; l’altro invece, non batteva chiodo neppure in quelle serate propizie tipo l’otto marzo. Poi c’era il Piccolo, solo perché era il più piccolo di tutti; quando gli avevano dato il soprannome non erano in un momento creativo. C’erano loro quattro nel garage metropolitano di periferia: per la missione di quella notte, era il numero perfetto. Dovevano recuperare un oggetto prezioso, un orologio che il Pezzo aveva perso durante l’ultimo scontro post-derby, e che per sbaglio era finito nelle mani di un travestito; uno detto Stella, secondo fonti sicure. Al Pezzo faceva schifo solo l’idea che uno di quelli avesse preso il suo orologio, e non aspettava altro che mettergli le mani addosso. Era una di quelle sere in cui si sentiva più che mai Giustiziere. Ma non sapeva che gli altri continuavano a considerarlo il solito Pezzo di.

Dopo essersi passato il rossetto, Nicola si guardò un’ultima volta allo specchio. Ora più che a uno zombie, assomigliava a Frankenstein in pensione: dal bianco era passato al grigio. Si provò almeno dieci tipi di sciarpe e foulard, mentre dalla radio arrivava la voce calda di un D.J.

“Salve gente della notte, che aspettate a cominciare il vostro giorno? Se state andando a lavorare, se una dura giornata sta per finire, o se state vivendo momenti di estasiante piacere, noi siamo qui a farvi compagnia. E ricordatevi amici, stanotte scatta l’ora legale, quindi forse perderemo un’ora di vita, o forse…la recupereremo un’altra volta, chissà.”

Aveva scelto la sciarpa azzurrina. Poi fu la volta della parrucca: non quella blu, avrebbe fatto troppo Fata Turchina; meglio quella semplice, biondo platino. Prese la borsetta, e un prezioso orologio che infilò nella tasca del giubbotto bianco. Spense tutto e uscì.

Loris

Loris accese la radio e restò ad ascoltare la voce di un D.J.

“Ci sono delle notti strane, e questa è una notte così. Ricordiamoci di guardare la luna stanotte. Forse vedremo The dark side of the moon”.

Le note della canzone partirono e Loris poggiò la testa allo schienale della poltrona. Perché si doveva sempre mettere nei casini? Non ne combinava una giusta. Si era anche sposato, pensando di mettere la testa a posto, ma niente da fare. Anzi, peggio che mai. Adesso sarebbe rimasto solo tutta la notte, mentre la moglie faceva il turno in ospedale. E già gli prendeva l’ansia. Un altro si sarebbe seduto tranquillo sul divano, davanti alla sua bella televisione. Al massimo sarebbe andato al bar all’angolo a fare due chiacchiere. La verità era che se ne voleva andare. Ma come faceva a dirglielo? Avrebbe dovuto dirle come stavano le cose, che c’era un’altra persona, una persona che non riusciva a togliersi dalla testa neanche se la sbatteva al muro. E anche in quel caso era stato un vigliacco. Lo era sempre stato, avrebbe mai avuto il coraggio di fare qualcosa che non fosse vigliacco? Di prendere una decisione giusta? Sì, forse stavolta c’era una decisione giusta.

Nicola camminava lungo i muri dello stradone illuminato da pochi lampioni e dai fari delle auto che passavano rallentando un po’. Qua e là erano accesi dei piccoli fuochi, alcune prostitute sedute in cerchio lo salutavano. Tutti lo chiamavano Stella. Lui si fermava ogni tanto per mostrare un orologio bellissimo che aveva in tasca, ma nessuno era interessato. Non gli rimaneva che andare più in là, dove stavano gli spacciatori e i papponi. Sicuramente quelli avrebbero sganciato qualcosa. Aveva appena iniziato a camminare in un vicolo un po’ buio, quando sentì un rumore alle spalle. Non fece neanche in tempo ad accelerare il passo, che qualcuno sbucò dal buio e lo strattonò cercando di colpirlo. Ma lui riuscì a divincolarsi, piantò la punta dello stivale nello stinco dell’aggressore, poi si mise a correre lasciandolo a terra dolorante. Nel trambusto aveva fatto cadere la borsetta, e ormai non poteva più recuperarla. Continuò a correre senza voltarsi, finché trovò un portone aperto. Entrò, e si nascose attaccandosi bene al muro, sotto la rampa di scale. Sentì dei passi scendere i gradini; da quella posizione l’avrebbero notato per forza. Una signora molto robusta comparve negli ultimi scalini, teneva in mano il sacchetto della spazzatura. Nicola fece l’indifferente, e si chinò ad aggiustarsi le calze nello stretto pianerottolo. La donna lo guardò dall’alto in basso, poi uscì scuotendo la testa. Il ragazzo tirò un sospiro di sollievo. Non voleva che la donna vedesse i suoi occhi luccicare per la rabbia. Se non fosse stato vestito così non sarebbe scappato, li avrebbe affrontati faccia a faccia. Ma con quelli era sempre una lotta impari, perché andavano in giro con i coltelli e le loro schifose catene. Con animali così non c’era niente da fare, e se ti acchiappavano era finita. Controllò nella tasca del giaccone, c’era ancora l’orologio. La borsetta ormai era persa, ma poco importava.

La banda si era riunita nel solito garage metropolitano di periferia. Le moto erano parcheggiate ai lati, tutto lì dentro trasudava olio e carburante. Il Pezzo aveva appena sparso la refurtiva per terra, gli altri lo guardavano in attesa della terribile reazione. Il capo cominciò a urlare, le bestemmie risuonarono in tutti i garage della zona.

“Tutto qui? Una stupida borsetta?”

Il Pezzo prese il rossetto, lo specchietto, e altri oggetti e li scagliò contro il muro.

“Lo sapevo che non servite a niente! Io vi chiedo un orologio e voi mi portate un rossetto e cose da femmina!”

“Ma capo” ebbe il coraggio di dire Chiodo, “non c’era nessun orologio, l’abbiamo perquisito…”

“Perquisito? Siete la polizia, forse? Non mi avete portato neanche la parrucca, che prove ho che l’avete fermato? La verità è che ve lo siete fatti scappare!”

Erano tutti mortificati, il Pezzo stavolta non li avrebbe perdonati. Ma c’era un’altra possibilità: beccare l’essere immondo nella piazzetta del quartiere, dove dopo mezzanotte si riunivano tutti i suoi simili. Sarebbero andati lì, a dargli una bella lezione.

Era uscito dal portone, evitando di incrociare lo sguardo della signora col sacchetto. Si era messo a camminare per i vicoli mal illuminati. L’unica cosa a cui doveva pensare adesso era mettersi al sicuro. Con quelli c’era poco da scherzare. Se avevano capito chi era, anche tornare a casa sarebbe stato rischioso. Avrebbe potuto cercare la sua amica Mila, ma non era sicuro di trovarla, e poi meglio evitare quelli dell’ambiente. Aveva sentito pronunciare la parola “orologio”, durante la colluttazione: evidentemente l’oggetto doveva essere prezioso come aveva pensato. Non l’avrebbe ceduto neanche morto.

Loris si alzò dalla poltrona e aprì un cassetto del comodino. La foto era ancora lì, dove l’aveva lasciata. Nascosta bene in mezzo a un libro, in fondo. L’unica che aveva osato tenere. Era solo l’anno scorso, in quell’albergo con Nicola. L’aveva preso alla sprovvista mentre si guardava allo specchio. E nello specchio si vedeva anche lui, che scattava. Restò seduto sul letto a guardarla. Gli vennero in mente quelle parole, “…se per caso avevi ancora quella foto, in cui tu sorridevi e non parlavi…”, una canzone che ascoltavano in quei giorni. Sorrise. Poi si alzò, mise la foto in una tasca della giacca, prese le chiavi della macchina e uscì.

Attraversata la circonvallazione, era arrivato dietro il campo del cimitero. Certo aveva quasi rischiato di morire, ma non poteva mettersi a fare l’autostop vestito così. Non sarebbe passato inosservato. Iniziò a camminare in un campo deserto, e da lontano già vedeva le sagome dei treni abbandonati. Faceva fresco e aveva iniziato a piovere un po’. Affrettò il passo, mentre sotto i suoi piedi la terra diventava fango. Entrò di corsa in uno dei vagoni. Era un posto deserto, silenzioso, buio. Andò a sedersi in un sedile sgualcito, e quasi poteva immaginarsi di viaggiare. Quello era il posto dove rifugiarsi quando ne aveva bisogno. Come quella notte di tanti anni prima. Strano che gli fosse tornata in mente. Pensava di averla dimenticata.

Quella notte era lì, come tutte le notti. Sotto la luce gialla del lampione. Insieme a quelli che come lui si vendevano per niente. Era giovane, aveva ancora i riccioli di capelli lunghi sulla fronte, e questo lo faceva sentire un ribelle. Non si vestiva ancora come adesso, e quell’apparente innocenza lo rendeva già più che desiderabile. Quella notte faceva tanto freddo che non si vedeva un cane per strada, e certo non si sarebbe immaginato di fare quell’incontro. Non si sarebbe aspettato nessun tipo di incontro, figuriamoci sua madre! Eppure era lì, dentro quella macchina dove l’aveva fatto salire a tradimento, facendolo abbordare dall’ultimo arrivato che si autodefiniva suo padre. Ma come aveva fatto a trovarlo? Era seduta nel sedile posteriore, e piangeva come una fontana, avendo finalmente ottenuto conferma che suo figlio era ormai perso, che non c’erano più speranze di recupero, che il suo ‘Nicolino’ si avviava ormai a una vita sbandata eccetera eccetera. Nel buio della macchina vedeva soltanto il vapore uscire dalla sua bocca mentre parlava; e meno male: sua madre sapeva fare certe espressioni di dolore che ad Anna Magnani le faceva un baffo. Insomma, per farla breve, era sceso dalla macchina senza neanche salutarla. Era sceso, e si era messo a camminare sotto il cavalcavia. Indifferente ai compagni che lo chiamavano, con la testa vuota e piena contemporaneamente, guardava dritto e camminava, camminava. A un certo punto la luce dei lampioni si era confusa con le sue lacrime. Non gli aveva dato fastidio tutto quello sproloquio, quanto il fatto che continuasse a chiamarlo ‘Nicolino’! Sì, mamma – pensò – non sono più il tuo Nicolino, sono cresciuto. Forse ho premuto troppo l’acceleratore, e sono caduto. Ma non inseguivo una libellula in un prato.

Le moto si fermarono vicino al muro del cimitero. In quel campo si vedeva appena. I quattro avevano in testa il cappuccio del giubbotto per ripararsi dalla pioggia, sembrava il ritorno del Ku Klux Klan.

“Sicuramente sono nascosti in quella stazione di cui parlavi” disse il Pezzo. Stava implicitamente ammettendo che il Piccolo aveva ragione. Non c’era dubbio, era stato lui ad avere la giusta intuizione: recuperata l’agendina dalla borsetta di Stella, avevano rintracciato l’amica Mila e l’avevano beccata sul posto di lavoro, la famigerata piazzetta. Non erano servite molte minacce per farle dire dove poteva essere nascosto l’amico. Il Piccolo aveva dimostrato di saperci fare, forse gli avrebbero anche cambiato il soprannome per questo. Ma ci avrebbero pensato dopo; ora l’unica cosa che rimaneva da fare era andare in quella maledetta vecchia stazione.

La luce di un tuono lo fece risvegliare. Si era addormentato nel vagone silenzioso, solo il monotono cadere della pioggia gli faceva compagnia. Pensò che forse avrebbe potuto raggiungere Mila e le altre, ormai il pericolo doveva essere passato. Si avvicinò alla porta del vagone e guardò il cielo. Le nuvole si stavano allontanando, e in quel momento si scopriva anche un pezzo di luna. Ebbe come la sensazione di una luce che si avvicinava. Ma non era la luna, erano i fari di due motociclette.

Loris suonò insistentemente il campanello del palazzo di Nicola. Si maledisse per non aver tenuto le chiavi, ora sarebbe stato tutto più semplice. Lo rattristò non trovarlo in casa, probabilmente aveva ricominciato a lavorare di notte. Se si poteva chiamare lavorare! Ma ora non voleva pensare a questo, voleva soltanto incontrarlo, e parlargli. Lo avrebbe aspettato, sicuramente per l’alba sarebbe tornato. Infreddolito, rientrò in macchina e chiuse bene i finestrini e le portiere. Accese lo stereo e appoggiò la testa allo schienale, chiudendo gli occhi.

La luce non c’era più. Era di nuovo buio, non sentiva più nemmeno il rumore della pioggia. Da quanto tempo era lì? Forse da sempre. Non sentiva niente, solo il dolore accecante, come se gli avessero spezzato tutte le ossa. Perché tanto odio? C’è chi vuole essere qualcuno, c’è chi vuole essere migliore…Lui voleva essere, e basta. Non pensava che potesse dare fastidio. A qualcuno, forse sì. A chi l’aveva cercato quella notte, fino a quel posto abbandonato, dove ci si poteva perdere nei sensi di colpa. Forse era stato troppo fragile, troppo distratto, per accorgersi del pericolo. E con il trucco sfatto sulla faccia, dovevano averlo scambiato per un personaggio di qualche musical rock. L’avevano chiamato, mentre si avvicinavano, “Hey, Stella!” – come Marlon Brando in quel film del tram. “Te le facciamo vedere noi le stelle”, facevano anche i simpatici. Alla terza battuta si era reso conto di non riuscire più a muoversi, perché l’avevano già bloccato. Ora non c’era più nessuno, l’avevano lasciato solo, neanche qualcuno che gli cantasse una canzone, che so, com’era quella…Don’t dream it, be it…Non sognatelo, siatelo. Oppure qualcosa di David Bowie, bello come nel poster della sua cameretta. Forse era stato lui a farlo innamorare, il poster galeotto. Quante volte aveva sognato di essere un Rock’n’ roll Suicide… Ma gli era andata molto peggio. Nella canzone almeno c’era la sigaretta, qui nemmeno quella. E nemmeno David Bowie a salvarlo. Aveva in testa troppe cose. Ma non riusciva a parlare, né ad aprire gli occhi. Come quando da piccolo gli cantavano quella filastrocca per addormentarsi, e lui si abbandonava…Com’era? Stella Stellina, la notte si avvicina…

Loris si svegliò dentro l’auto, cullato dalle note di una canzone che amava. Poi dalle casse si udì la voce di un D.J.

“Buongiorno, ben svegliati a tutti. E per chi ha lavorato fino a adesso, buonanotte! Forse stamattina vi sentirete più stanchi del solito, sarà perché avete dormito un’ora in meno? Io ero sveglio, e ho avuto la sensazione che il tempo si sia fermato per un attimo…come se avessi perso…un’ora di vita”.

L’alba colora il cielo sopra la Stazione Vecchia. Il silenzio avvolge il campo, apparentemente deserto. Ma dentro uno di quei vagoni qualcuno giace in una pozza di sangue. Alcuni diranno che si chiamava Nicola, molti altri riconosceranno Stella. Per terra c’è un orologio mezzo rotto, le lancette sono ferme. Segnano ancora le due.

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

(Immagine: Web)

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On the Rocks

Se esiste una macchina del tempo

Voglio una strada senza curve senza senso

Oscillare come in altalena

e trovare un baricentro

dove non sia né mattina né sera.

E un Re con la corona e con la scorta

suonerà tre volte  alla mia porta.

E così riempirò le mie giornate

– metti anche il ghiaccio per favore grazie –

Perché il Rock lo preferisco al liscio

mezzo pieno, mezzo vuoto

in par condition.

j depp

 

 

F.E.

(immagine dal Web – Johnny Depp)

 

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Personaggi *Come il giorno e la notte*2

 

Tom3

 

“Tu, tu eri bello.

Il tuo corpo era una colonna d’avorio su un piedistallo d’argento.

Era un giardino pieno di colombe e di gigli d’argento. 

Era una torre d’argento ornata di scudi d’avorio.

Non c’era nulla al mondo bianco come il tuo corpo. 

Non c’era nulla al mondo nero come i tuoi capelli. 

Nel mondo intero nulla era rosso come la tua bocca. 

La tua voce era un incensiere che spandeva strani profumi,

e quando io ti guardavo udivo una musica strana!”

     

(da Salomé – Oscar Wilde)

 

Personaggio TOM – disegno di AGNESE PERRA

Romanzo in Progress “Come il giorno e la notte” di Francesca Enrew Erriu

Per leggere:

https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/

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Personaggi *Come il giorno e la notte*1

 

Vin 1

 

“Prima che scivoli nell’incoscienza

vorrei avere un altro bacio

un’altra sfavillante occasione di felicità

un altro bacio, un altro bacio.

I giorni sono luminosi e pieni di dolore

avvolgimi nella tua mite pioggia

il tempo che hai trascorso era troppo folle

ci incontreremo ancora, ci incontreremo ancora”

(The Crystal Ship – The Doors)

 

 

Personaggio VIN – disegno di AGNESE PERRA

Romanzo in Progress “Come il giorno e la notte” di Francesca Enrew Erriu

Per leggere:

https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/

 

 

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