Grazie!

 

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Voglio semplicemente ringraziare i quasi 100 iscritti a questo Blog. Chi lo segue, e chi lo seguirà.

Creato circa un anno fa, nato quasi come un tentativo, è cresciuto tanto anche grazie a voi e ai vostri bellissimi blog 🙂

Voglio chiudere l’anno con un augurio di tanta scrittura e lettura per tutt*, perché è l’ arte la più vera espressione dell’essere umano.

Grazie di cuore!

Francesca E.

p.s. se il blog vi piace, condividetelo o suggeritelo grazie! io lo faccio quando un autore mi piace, credo sia il modo migliore per aiutarci tra di noi, e perché si continui a scrivere e a leggere!

****

 

 

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress*35

Come il giorno e la notte – parte 35 –

La scelta

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

2018-03-13 20.00.18

 

“Allora cosa ne pensi del lavoro, Tom?” gli chiese la donna all’improvviso.

Aveva bevuto diversi bicchieri di vino dopo che il marito e gli altri erano usciti, ora parlava con voce leggermente stonata dall’alcool e il corpo si muoveva con meno rigidità di come Tom l’aveva vista fare fino a quel momento.

“Non saprei.” Rispose il ragazzo. Non voleva ancora sbilanciarsi.

“E di me? Cosa ne pensi?”

Lo guardava mettendolo in imbarazzo, tanto che Tom preferì non dire niente. Lei guardò il bicchiere.

“Secondo te sembro una moglie triste?”

“No. Non lo so…non ci conosciamo.” Voleva dire “non ti conosco”, ma gli sembrava troppo informale. Ed era ancora indeciso se darle del tu. Lei finì di bere dal bicchiere.

“Quanto tempo credi che ci voglia per conoscersi? A volte non basta una vita.”

Le uscì una risata forzata. A un tratto, decise di andare in bagno a rinfrescarsi, barcollando un pochino quando si alzò dalla sedia. Tom fece per aiutarla, ma lei riuscì a reggersi da sola. Andò ad aprire il cassetto dove come al solito aveva sistemato la bustina portata da Tom e la prese con sé. Il ragazzo le fece notare che per lui si era fatto tardi, e fu a quel punto che Silvia gli chiese di restare a farle compagnia, almeno finché non provava il contenuto della nuova bustina. Dal cassetto prese anche delle banconote, declamando:

“Ecco, Tom, questi sono per il tempo che ti sto facendo perdere. Ci mancherebbe Tom, voglio che li accetti.”

Silvia riusciva a mettere a malapena insieme le parole, così Tom non protestò, sapendo che sarebbe stato inutile, e semplicemente la aiutò a reggersi per salire le scale. Al piano di sopra c’erano le camere da letto e il bagno. Ormai la cameriera e gli altri che lavoravano nella casa si erano spostati da un’altra parte, e rimanevano soltanto loro due.

Nell’anticamera c’erano un piccolo divano e un tavolino, dove Silvia posò le banconote per poi dirigersi in bagno, promettendo che sarebbe tornata subito. L’occhio di Tom cadde su alcune foto, dove tra Silvia e il marito c’era spesso un giovane in divisa, che ricordava le scuole all’estero. Poi si guardò allo specchio appeso sopra il tavolino, e nonostante fosse vestito bene e con i capelli in ordine, qualcosa lo faceva sentire trasandato. Notò persino un’ombra di occhiaie che non aveva mai notato prima sotto i suoi occhi.

Trascorsi dieci minuti, cominciò a spazientirsi e a guardare l’orologio: sapeva che Marzi lo stava aspettando e oltretutto aveva appuntamento con Nina e rischiava di arrivare in ritardo. Guardò i soldi poggiati sul tavolino, era una bella somma. In cambio della sua compagnia, pensò.

Ancora una volta aveva la sensazione che qualcuno lo volesse comprare. André una volta aveva detto che il corpo è sacro, qualcosa che dobbiamo sempre rispettare. Certo, dette da lui erano parole strane, ma probabilmente l’aveva letto in qualche libro. Lui si rese conto che non solo non rispettava il suo corpo, ma tantomeno se stesso. Così l’unico risultato era che si faceva del male. E guardandosi di nuovo allo specchio, non vedeva un ragazzo di diciott’anni, ma quasi un estraneo, tanto da pensare che se fosse rimasto lì, così lontano dal suo mondo, non gli sarebbe restato altro che una grande tristezza. Che ne sarebbe stato, della struggente bellezza di quegli anni?

Andò deciso verso la porta del bagno e bussò, chiamando la padrona di casa.

“Silvia! Silvia? Scusami, ma devo proprio andare.”

Dal bagno non giungeva nessuna risposta, nemmeno un piccolo rumore che gli potesse dare un segno della presenza della donna. Un silenzio assoluto che non faceva che aumentare la sua agitazione. La chiamò ancora, e poi senza pensarci aprì con forza la porta, ritrovandosi bruscamente nella stanza.

Silvia era stesa sul pavimento di piastrelle bianche, con i capelli in disordine e il vestito scomposto. Aveva gli occhi aperti – e quella fu la cosa che lo colpì di più – erano aperti ma lo sguardo era vuoto, fisso verso il soffitto, e dalla bocca e dal naso Tom vedeva uscire sangue o schiuma, o un misto di tutto questo. Le toccò solamente il braccio e lei non ebbe alcuna reazione; non volle restare lì un minuto di più, e farneticando parole tra sé, corse ad afferrare il telefono che aveva visto all’ingresso. Cercò il numero del cercapersone nel foglietto spiegazzato in tasca e subito fece diversi squilli a Marzi, all’infinito, finché non udì il motore dell’auto avvicinarsi nel cortile.

***

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Immagine: Silvana Mangano (as Silvia)

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I ragazzi delle mosche

lord of flies

 

Siamo stati anche noi
quei ragazzi trasandati
inutili e spiantati
Siamo stati anche noi
piccoli selvaggi spettinati
fanciulli senza pace
Siamo stati anche noi
esseri divini
nell’amore senza confini


E poi ci ritroviamo
nei dettagli dei nostri occhi
nella luce degli specchi
in pezzi rotti
Vediamo cosa siamo stati
e per sempre diventati.

(F.E.)
*I ragazzi delle mosche*

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I Racconti di Tara *(2) Il villaggio di Tara

I Racconti di Tara raccolgono le memorie della giovane Tara, sciamana del popolo Sar’d (antico nome dei sardi). In epoca presumibilmente pre-nuragica, Tara fu tra le prime abitanti di quella terra a partecipare all’incontro tra i Sar’d e gli Stellari, in particolare i fratelli e sorelle di Sir (antico nome di Sirio) e di Haar (antico nome di Arturo).

L’incontro con il compagno stellare Orios, la porta a comprendere il suo compito, nella consapevolezza di poter aiutare i propri simili con le sue capacità di guarigione e non solo. 

Il nome Tara significa Stella.

Tara 1

 

Quel giorno c’era la festa del villaggio. Tutte le ragazze della sua età erano state vestite di bianco e avrebbero partecipato a una cerimonia condotta dalla nonna di Tara, considerata la più saggia ed esperta del villaggio. Sarebbero entrate nella cosiddetta “Tenda Rossa” dove avrebbero compiuto un rito. Era una sorta di iniziazione di passaggio, ma ancora non le era chiaro che cosa avrebbero dovuto fare lei e le sue compagne.

Mentre molti danzavano in cerchio in attesa della cerimonia, una donna del villaggio era corsa verso di loro urlando e piangendo, perché non trovava più il figlio più piccolo, Kylia. Tutti si allarmarono, gli uomini si organizzarono subito per cercare nel bosco. Questo allarme sarebbe sembrato eccessivo in altri tempi, ma soltanto il mese prima un bambino del villaggio vicino al loro era stato trovato ucciso vicino al fiume. Ed erano girate voci su qualche sacrificio di bambini da parte di stranieri di altri villaggi del nord. Per questo l’allarme venne preso subito sul serio.

La nonna chiamò le ragazze per entrare nella Tenda Rossa, perché comunque si portasse a termine la cerimonia. Ma Tara si era nascosta. Conosceva bene il piccolo Kylia, e non avrebbe mai rinunciato ad andare a cercarlo prima che gli potesse accadere qualcosa. Ci giocava spesso, e sapeva che gli piaceva particolarmente la grotta vicino al fiume. Così andò verso quella zona, senza che nessuno si accorgesse di lei nella confusione. La nonna iniziò in ogni caso la sua cerimonia per non perdere altro tempo. D’altronde non si era stupita, dato che considerava Tara “strana” fin da tenera età. E anche il fatto che a un certo punto la ragazza avesse smesso all’improvviso di parlare, non era parso insolito né a lei né agli altri del villaggio.

Di corsa, Tara raggiunse il punto del bosco dove Kylia andava spesso a giocare, e si inoltrò tra gli alberi seguendo il fiume fino alla grotta. Non fu facile evitare gli sterpi, con il vestito che andava ad impigliarsi di tanto in tanto, finendo per strapparsi in qualche punto. Ma lei continuò a camminare. E fu così che vide Kylia. O meglio, il suo corpo senza vita. Era riverso accanto al fiume, quasi completamente nudo, ferito e insanguinato. Disperata e tremante, Tara si era avvicinata, nella speranza di poter fare ancora qualcosa. Ma niente era più possibile. Accanto a lui c’era un coltello insanguinato, Tara lo prese.

Fu in quel momento che arrivarono gli altri. Il primo era proprio il capo villaggio, seguito da alcuni uomini, e mentre cercavano nel bosco erano arrivati fin lì. La videro con il coltello in mano, accanto al bambino. Tara non fece in tempo a dire niente, o meglio ad esprimersi in gesti, come faceva lei che a malapena parlava.

“Ha ucciso lei il bambino!” aveva urlato il capo villaggio.

“È una strega!” aveva detto un altro.

La afferrarono per i capelli lunghi e per la braccia, mentre altri due recuperavano il corpo del bambino. La portarono fino al villaggio dove erano di nuovo radunati tutti, nel cortile dove fino a poco prima tutti danzavano. Deposero il corpo del bambino e la dichiararono colpevole. Le tirarono delle pietre con tale forza che per poco rischiava di morire. La nonna uscì dalla capanna della cerimonia e la maledisse.

“Vattene! Vai via di qui! Che tu non possa mai avere figli! Mai!”

Arrivò di corsa suo fratello maggiore a cavallo. Tutti si zittirono e smisero di colpirla. Suo fratello per fortuna era un’autorità nel villaggio. Senza dire niente, la aiutò a salire sul cavallo e corse via al galoppo.

Dopo diversi chilometri, la lasciò in una radura desolata, con solo qualche albero e pianta. Le disse di non farsi vedere mai più, e corse via per ritornare al villaggio.

Restò lì da sola a piangere, era il tramonto. Camminò seguendo un sentiero, finché si trovò in un’altra radura più ampia, verde, con alberi e fiori. Vide una capanna che sembrava abbandonata, i resti di un fuoco, ed entrò. (1)

***

(1) Tara si trova ora nella pianura dov’è attualmente situato il Nuraghe Piscu di Suelli. Il suo villaggio era situato nella zona che adesso corrisponde a Senorbì, Suelli e dintorni. (Questa scena è un flashback rispetto all’episodio 1)

 

(Testo di Francesca Enrew Erriu)

(Immagine: Maiden with a laurel, Henry Ryland)

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Teenager

christiane f zoo 2

 

*Teenager*

Cresci nel disagio – non va bene
Cresci nella bambagia – non va bene
Cresci lontano da casa – non va bene
Cresci e rimani a casa – non va bene

Cresci ma resti piccolo – non va bene
Cresci ma sembri vecchio – non va bene
Cresci e ti vuoi divertire – non va bene
Cresci e ti vuoi annoiare – non va bene

Allora come Peter Pan
Io prendo il volo
Non cresco, vi aspetto
Nell’isola che non c’è
Con più rispetto.

(F. E.)

 

(Immagine dal film Noi i ragazzi dello zoo di Berlino)

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I Racconti di Tara *(1) Orios e Tara

I Racconti di Tara raccolgono le memorie della giovane Tara, sciamana del popolo Sar’d (antico nome dei sardi). In epoca presumibilmente pre-nuragica, Tara fu tra le prime abitanti di quella terra a partecipare all’incontro tra i Sar’d e gli Stellari, in particolare i fratelli e sorelle di Sir (antico nome di Sirio) e di Haar (antico nome di Arturo).

L’incontro con il compagno stellare Orios, la porta a comprendere il suo compito, nella consapevolezza di poter aiutare i propri simili con le sue capacità di guarigione e non solo. 

Il nome Tara significa Stella.

 

Tara 1

Ogni sera fuori dalla capanna accendeva il fuoco. Per tenere lontani gli animali durante la notte e per avere un’idea di compagnia in quella radura deserta a cui si era ormai abituata.

Quando non c’era la luna, il posto era molto scuro e solo le stelle illuminavano debolmente gli spazi aperti. Il silenzio era assoluto, se non per qualche verso di rapaci e fruscii tra gli alberi.

Da qualche notte, le era sembrato di vedere degli occhi, dietro i cespugli, proprio vicino all’albero principale posto di fronte alla sua capanna come un guardiano. Ma non erano i soliti occhi di animali che già conosceva. Sembrava un essere diverso. E quando una notte era uscito dall’oscurità, le aveva fatto fare un balzo quasi fino alla soglia della capanna.

Allora si era rannicchiata dietro il fuoco, come chiedendo protezione alle fiamme. Aveva afferrato un piccolo tronco, muovendolo verso di lui, per non farlo avvicinare. Lo faceva sempre sua nonna con gli animali selvatici, accompagnando il gesto ad un sibilo simile a soffio. Si ripeté questa scena per qualche sera, ma l’essere non faceva che avvicinarsi ancora. Man mano le fu chiaro che non si trattava di un animale. Finché lo vide meglio. Era giovane forse come lei, la pelle liscia e ambrata, sembrava alto, anche se ancora non l’aveva visto in piedi, i capelli lunghi sulle spalle, lo sguardo dritto che non si spostava da lei.

Erano occhi che non aveva mai visto prima, non tra quelli del suo villaggio e nemmeno dei villaggi vicini. La forma era leggermente allungata, il colore non poteva definirlo, fino a quel momento aveva conosciuto solamente occhi scuri come i suoi. Notò che aveva una specie di benda di stoffa legata sulla fronte, una sorta di abito di pelli che lo copriva e al fianco un pugnale.

Lei indossava soltanto l’abito bianco del giorno in cui era andata via dal villaggio, era ormai sgualcito e logoro in diversi punti. Ma non ci aveva mai badato, pensava che nessuno l’avrebbe mai trovata lì.

La settima notte si guardarono a lungo. Abbassavano solo ogni tanto lo sguardo sul fuoco che li divideva. Anche se le loro bocche erano mute, si parlavano in qualche modo con la mente e l’uno sentiva i pensieri dell’altra.

La paura iniziale di Tara era diventata curiosità; si chiedeva chi fosse e cosa volesse da lei. Gli aveva lanciato del cibo, per mostrarsi gentile, ma lui l’aveva a malapena guardato. Allora aveva afferrato un tronco accendendolo come una torcia, ma stavolta non l’aveva usato per farlo allontanare. L’aveva tenuto in mano per farsi luce fino alla capanna. Si era fermata sulla soglia, volgendosi verso di lui, poi era entrata. Aveva intravisto la sua ombra sollevarsi da terra, poi aveva sentito i suoi passi avvicinarsi.

Era entrato e si era guardato intorno, toccando con una mano le pareti della capanna e le pietre. Tara aveva poggiato la torcia in un sostegno tra due pietre, ed era andata quasi a nascondersi vicino al suo giaciglio di pelli, in attesa di una sua mossa. E così l’aveva lasciato avvicinare. La prima cosa che toccò di lei furono i lunghi capelli scuri, che le spostò dietro le spalle. Quando la baciò sulla fronte, sentì che finalmente qualcuno era arrivato a darle conforto.

Con delicatezza, quasi la potesse rompere, le tolse il vestito, e qualche tempo trascorse prima che si muovessero ancora, quasi cercando di capire come i loro corpi potessero comunicare. Poi si sdraiarono entrambi sul giaciglio dove lei andava a dormire. Girati sul fianco, uno di fronte all’altra, così da vedersi negli occhi e con le mani esplorare la loro bellezza.

E quando la piccola torcia si spense, nel buio lei vide i suoi occhi farsi luminosi e di un altro colore, e una sorta di luce blu sulla sua pelle, come un rapido bagliore. E così era sparito dal giaciglio, lasciando al suo posto quella scia di luce per qualche minuto.

***

 

(Testo di Francesca Enrew Erriu)

(Immagine: Maiden with a laurel, Henry Ryland)

 

 

 

 

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Winter **

winter
Pensi che me ne andrò così? 
Che smetterò di luccicare
Nei tuoi occhi
Quando piangi 
O nei tuoi denti 

Se sorridi.

Pensi che sparirò 

Solo perché lo vorrai? 

No questo non basta, 

A cancellare la mia luce in te. 

 

(F. E.)


*Winter*
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Song- After – Death ** (my song)

Dalla Stella alla Terra

spirit

SONG –AFTER-DEATH

No space for hell, dear

Just after-death tears

No place of joy

No time for pain

I’m going to sway

In my little reign

Flowers in my room

Wallpapers out of blue

Dreaming of the moon

Got a chance to love too?

Tell me it’s true.

You’ve got a fancy dress

What’s your mind trying to guess?

Think to come back

Without any sense

My future is here

So terribly real

Future self of myself

Come back with no fear

I’ll love you the same

If you swear to remain.

(F.E.)

TRADUZIONE

Non c’è spazio per l’inferno, cari
Solo per le lacrime post mortem
Non è un luogo di gioia
Non c’è tempo per il dolore
Resterò ad oscillare
Nel mio piccolo regno

Fiori nella mia stanza
Carta da parati dal nulla
Sognando la luna
Sarà possibile amare anche per me?
Dimmi che è così.

Indossi un bell’abito

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Death by Water * L’acqua e lo stato di trance

drowining painting

 

(sul romanzo Dracula di Stoker)

Il tema della morte legato all’acqua ricorre nel romanzo soprattutto nelle parole con cui Lucy Westenra, prima reale vittima di Dracula, descrive le sensazioni vissute dopo gli attacchi del vampiro. Nel diario in cui riporta il resoconto delle sue notti insonni, la giovane amica di Mina, ormai prossima alla fine, si paragona ad “Ophelia in the play, with ‘virgin crants and maiden strewments’”[1], riportandoci alla mente un’altra giovane che, confusa dalla follia dell’amato Amleto, precipitata anch’ella nel baratro della pazzia, si lascerà cadere nel fiume ed annegare, giacendo sull’acqua “like a creature native and indued unto that element”[2], come una creatura che facesse parte di quell’elemento. Non a caso le parole riportate da Stoker nel diario di Lucy sono quelle pronunciate dal Prete al funerale di Ophelia (atto V, sc.I) in riferimento al fatto che, essendosi la giovane procurata la morte, non è consentito celebrare per lei il solito rituale. Per la sua anima non c’è dunque salvezza, così come non ce n’è per quella di Lucy dopo questa ‘prima’ morte che determina il suo passaggio a vampira, non alla morte vera e propria che le verrà invece assicurata solo dopo l’intervento degli uomini che l’hanno amata.

In altri punti ancora Lucy riferisce sensazioni molto vicine a quelle dell’annegamento, sempre in relazione alle sue esperienze di sonnambulismo durante le quali verrà attaccata da Dracula. Dopo la terribile notte di tempesta che la giovane, sensibile agli eventi naturali, passerà insonne, ella racconta all’amica di essersi sentita come “sinking into deep green water, and there was a singing in my ears as I have heard there is to drowning men”[3]. La sensazione dell’affondare, dell’ essere immersi nell’acqua sino a perdere coscienza di se stessi e del mondo, è pertanto molto vicina a quella del sonnambulismo: un fluttuare in uno stato di semincoscienza o di trance, un galleggiare in una dimensione onirico-surreale in cui non ci si rende conto se si sogna o meno, se noi stessi viviamo quelle emozioni o un altro da noi. Riferendosi a quella stessa notte, Lucy racconta anche di aver percepito la propria anima uscire dal corpo e “float about the air”[4], come uno sdoppiamento di personalità con la propria anima sospesa e indipendente da noi. Anche il Vecchio Marinaio della ballata di Coleridge, vedendo incredulo alzarsi dai corpi dei compagni le loro anime per poi agire come dotate di vita propria, non saprà più se è vivo o morto.

Più tardi, quando Lucy si sentirà meglio grazie alle trasfusioni di sangue, descriverà quella sensazione di sollievo come “the rising back to life as a diver coming up through a great press of water”[5], il riemergere quindi dallo stato di semincoscienza, in cui si vive qualcosa con la consapevolezza di dover restare e di voler andare, provando paura e attrazione insieme. Questa la sensazione che riesce a provocare il vampiro sulle vittime; esse non riusciranno più a fare a meno di sentirsi legate, spellbound, non tanto a lui come persona, quanto a questa percezione di stordimento misto ad un immenso, sconosciuto piacere.

Come osserva Punter, “ogni volta che Dracula colpisce diventa più difficile per la sua vittima ritornare alla normalità”[6].

[1] B.Stoker, 1994, p.161

[2] W.Shakespeare, Amleto, BUR, 1993, p.238 (Atto IV, sc. VII)

[3] Stoker, 1994, p.121. Per l’analisi dell’avventura notturna di Lucy si veda anche il paragrafo sul personaggio nel capitolo Le Creature di Dracula.

[4] Stoker, 1994, p.121

[5] Stoker, 1994, p.164

[6] David Punter, Storia della letteratura del terrore, Roma, Editori Riuniti,1997, p.234

 

(Testo di Francesca Enrew Erriu

Studio “The road through death”)

*Painting.Drowning woman)

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Paranoid

paranoid park (2)

 

Paranoid

E adesso cosa fai?
Ti asciughi i capelli, hai scelto un colore
È così che speri di cambiare
E invece rischi di restare
Quella che eri prima di andare.
E se fosse uno sbaglio
Un appiglio a ciò a cui assomiglio
Per non barricarsi nel dolore.

Non c’è fine né inizio al mio supplizio
Solo un sali e scendi in ascensore
Sono la preda e il cacciatore
Volevo togliermi di dosso i rami secchi
Chi la fa l’aspetti
Ma non ero io che volevo un dio
Semmai eri tu che guardavi giù
Dal cavalcavia
Era una mania
Dire agli altri cosa pensare
Come farsi male
Ma io mi voglio bene
E non metterò quelle catene
Lasciatemi pensare.
(F.E.)

(Immagine: Paranoid Park)

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