Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**19*

Come il giorno e la notte – parte 19 –

Le giostre

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

QUADRO

 

Vin osservava i treni passare sporgendosi dalla ringhiera del cavalcavia. Taco, poco più avanti, faceva lo stesso, e appena sentiva il rumore del treno in arrivo, urlava “bianco!” oppure “verde!”, giocando ad indovinare il colore del treno che sarebbe sbucato dalla galleria. Se azzeccava, si segnava un punto sul muro con un gessetto e Vin applaudiva. Alla stazione si sentivano nel loro regno.

Da quell’altezza, Vin riusciva a vedere Tom che si spostava da un punto a un altro della sua postazione di lavoro, dove ogni tanto si avvicinava qualcuno che voleva comprare da lui. Taco invece era in corrispondenza della postazione di Fausto, così i due facevano “la guardia”, come gli avevano indicato i ragazzi più grandi.

Erano partiti poco prima del tramonto, lasciandosi il casolare alle spalle sfrecciando sugli scooter. Fausto e Tom alla guida, lui e Taco seduti dietro si dovevano tenere molto forte al sedile se non volevano rischiare di cadere ogni volta che i due guidatori acceleravano all’improvviso per gareggiare nei tratti di strada liberi. Percorso lo sterrato che costeggiava il piazzale delle roulotte, si attraversava un tratto di provinciale per poi arrivare alla stazione nel giro di pochi minuti. All’altezza del piazzale delle roulotte, avevano sentito Bullo abbaiare e subito il cane era comparso all’inseguimento degli scooter.

“Ce l’ha con te questo cane!” aveva detto Tom, rivolgendosi a Vin seduto dietro di lui.

Rallentando la corsa, aveva raccolto al volo un rametto da terra e l’aveva lanciato in direzione di Bullo per costringerlo a tornare indietro e non seguirli fino allo stradone, dove avrebbe rischiato di essere investito. Avevano lasciato gli scooter in un punto sicuro dietro la stazione, per poterli tenere d’occhio. Vin aveva riconosciuto il muretto che aveva scavalcato la sera in cui era arrivato col treno, poco prima di perdere conoscenza sotto la pioggia.

Poi Tom gli aveva mostrato le strade in cui lavoravano lui e Fausto; “questa è la mia zona”, aveva detto indicando una via dietro le rotaie, fino a un punto in corrispondenza di un negozio di ferramenta. Vin e Taco dovevano stare in giro e semplicemente fare “la guardia”, cioè avvisarli se vedevano polizia o carabinieri avvicinarsi oppure altre persone sospette. Tom gli aveva descritto alcuni ragazzi che facevano parte di altri gruppi di spacciatori e a volte venivano a disturbare, in quel caso lo doveva avvisare subito. Ma soprattutto gli aveva parlato di Cesare, l’ex ragazzo di Nina, perché ogni volta che si incontravano rischiavano di picchiarsi. Cesare ce l’aveva con lui per partito preso, e dato che faceva il buttafuori in un locale, Tom ne usciva quasi sempre con qualche osso rotto.

In particolare, Tom gli aveva indicato alcuni angoli di strade dove lui e Taco potevano osservare la situazione indisturbati. Più avanti c’era una piazzetta dove a quell’ora alcuni ragazzi iniziavano a trafficare con le siringhe. Tom gli aveva raccomandato di non andarci, e comunque di non avventurarsi in altre zone che non conosceva.

Vin e Taco erano rimasti per un po’ di tempo nei punti indicati, ma non si era visto arrivare nessuno, c’era poco movimento. A un certo punto, Taco gli aveva fatto cenno di seguirlo sopra il cavalcavia per guardare i treni dall’alto e aveva iniziato il suo gioco. Ormai il sole era tramontato con una striscia di rosso sopra tutta la stazione per poi cedere il posto alle tinte blu dell’imbrunire. Quando stavano scendendo le scalette del cavalcavia per tornare verso la piazzetta, incontrarono alcuni gruppi di ragazzini che camminavano tutti nella stessa direzione. Uno di questi conosceva Taco di vista e gli fece un cenno di saluto, senza fermarsi.

“Venite anche voi?” disse il ragazzino “Stanno montando le giostre.”

Superarono la piazzetta e li seguirono fino ad un piazzale più ampio, dove trovarono diversi operai ad ultimare il montaggio delle giostre. Se ne andarono in giro a curiosare. La piattaforma più grande era un autoscontro dove stavano sistemando l’illuminazione. Poi videro la cosiddetta “ballerina”, il tagadà dove si scivolava uno addosso all’altro. C’era un tendone con scritto “tunnel della paura” e tutti si prenotarono per entrarci appena sarebbe stato pronto, scommettendo su chi avrebbe avuto più paura. Un ambulante vendeva zucchero filato e due dei ragazzi che avevano qualche moneta in tasca lo comprarono, usandone poi la maggior parte per fare una battaglia di palline di zucchero filato che rimasero attaccate su tutti i vestiti.

Mentre gli altri schiamazzavano per il piazzale, Vin si era avvicinato ad una piccola tenda rossa, incuriosito dal cartello con la scritta “Indovina Marina”. Sbirciando dentro, notò una donna dagli abiti molto colorati che sistemava delle scatole. Si scostò subito temendo di essere visto, ma non fece in tempo a nascondersi allo sguardo della donna, che subito gli rivolse la parola, pensando che fosse interessato alle carte.

“Puoi entrare.” Gli disse. “Apriamo domani, ma non importa. Non ti faccio pagare niente.”

Vin tentò di farle capire che stava solo curiosando, ma allo stesso tempo, attratto non sapeva nemmeno lui da cosa, entrò timidamente nella tenda.

La cartomante aveva sistemato tra le scatole un tavolino rotondo con sopra una sfera apparentemente di cristallo e due mazzi di carte. Gli sorrise rendendo ancora più evidente l’eccessivo trucco sul volto e i denti gialli in contrasto con il rossetto acceso. I capelli così impiastricciati di brillantini tanto che non si capiva di che colore fossero. Le braccia e le mani più da uomo che da donna, con unghie lunghe e colorate. Si era seduta su uno sgabello di fronte al tavolino e aveva iniziato a mischiare le carte passandole tra le mani, assorta nel suo rituale.

“Vieni, vieni.” Lo invitò. “Scommetto che hai molte domande, ragazzino. Come ti chiami?”

Vin le rispose avvicinandosi, per poi fermarsi in piedi di fronte al tavolino. Posò lo sguardo sulla sfera argentata, mentre la donna continuava a muovere le carte. E mischiando, ripeteva il suo nome “Vincenzo, Vincenzo.” Posò il mazzo e gli chiese di smezzare con la mano destra. Sistemò i due mazzi uno a destra, uno a sinistra, e prese da ognuno la prima carta, girandole una alla volta. Vin si avvicinò per guardare meglio e non riuscì a trattenere un piccolo verso di stupore: in una carta c’era disegnata una barca a vela sopra le onde del mare; sull’altra carta un disegno meno chiaro, che gli dava l’idea di una scacchiera. Due immagini che gli fecero venire subito in mente la Ballata del vecchio marinaio: la barca e la partita con la vita-in-morte, dopo la quale il marinaio sarà condannato a raccontare per sempre la sua storia.

La donna aveva sollevato un poco lo sguardo, per poi fissare la sua sfera. Sembrava non voler parlare. A Vin avevano iniziato a tremare le gambe, e nella sua mente si vedeva sulla barca in mezzo al mare, giocare la sua partita con la vita-in-morte. La voce della cartomante lo riportò alla realtà.

“Tu ti stupisci, perché conosci questa storia, ragazzino. Hai già giocato una partita con il mare, vero?”

Vin deglutì, pensando all’incidente da bambino, alle onde che lo avevano trascinato fino allo scoglio.

“Stai attento all’acqua, perché ci sarà un’altra partita per te…” continuò la donna. E non disse altro, ma prese la sfera tra le mani. Vin fissava la sfera come stregato.

“Sei innamorato?” gli chiese a bruciapelo.

Lui trasalì. Era sul punto di negare, ma qualcosa gli diceva che non era possibile mentire a una donna con la sfera di cristallo. Allora la cartomante sollevò la sfera perché lui la guardasse. Vin si perse nelle sfumature che si potevano intravedere all’interno, come piccoli cristalli che incontrandosi tra loro creavano riflessi arcobaleno.

“Se desideri tanto qualcosa…o qualcuno…” gli spiegò l’indovina “devi soltanto chiederlo intensamente alla sfera.” Ripose la sfera al suo posto, e aggiunse, a mo’ di conclusione: “Ci devi credere, però.”

“Io non ho nessuna sfera…” disse Vin timidamente.

“Basta un oggetto a forma di sfera. E tu lo userai come sfera.”

“E se non ci riesco?”

“Ci riuscirai.” Lo rassicurò lei. “Perché hai un cuore di cristallo.”

La donna gli sorrise e Vin ricambiò il sorriso, pur senza capire il senso delle sue parole. Uscendo dalla tenda, minimizzò tra sé e sé l’accaduto convincendosi che la donna fosse soltanto un po’ svitata. Ripensandoci però, si rendeva conto di aver creduto ad ogni sua parola dal momento in cui era entrato nella tenda. Aveva sentito un’atmosfera strana, la sensazione che la cartomante lo conoscesse. Forse per quello che gli aveva detto, anche se poteva essere una coincidenza.

Fatto sta, che mentre si avviava da solo verso la piazzetta, avendo perso di vista gli altri ragazzi, casualmente notò un cane giocare con una pallina vicino ad un albero. Il padrone che gliela aveva lanciata, un signore in tenuta da jogging, chiacchierava con un amico davanti a un bar, e così, prima che si voltasse, Vin raccolse la pallina di gomma mentre il cane era distratto da una lucertola che faceva muovere le foglie. Si allontanò velocemente tenendo stretta la pallina, e quando sentì il cane abbaiare era già quasi arrivato alla via di Tom. Ad una fontanella approfittò per bere dell’acqua e lavare la pallina, poi si mise a sedere su una panchina da un punto in cui poteva vedere Tom incontrare i suoi clienti. Era fermo ad un angolo, vicino a un lampione, e parlava con un ragazzo dai capelli corti colorati. Sembravano conoscersi.

Vin prese la pallina trasparente tra le mani e iniziò a fissarla come aveva fatto con la sfera della cartomante. Guardando attraverso, aveva l’impressione di osservare dall’oblò di una nave. Le immagini del lampione e di Tom con l’altro ragazzo apparivano sfocate e quasi irreali, il che aumentava la sua idea di magia associata al rito che stava compiendo. Allora iniziò a dire sottovoce “guardami, guardami”, come parlando con qualcuno dentro la sfera. E poi lo ripeté la terza volta, più intensamente. In quel preciso istante, dopo aver passato la bustina al ragazzo e aver preso i soldi, Tom si era voltato proprio in quella direzione, verso la panchina dove era seduto, come quando ci si sente chiamare all’improvviso. E aveva guardato verso di lui, riconoscendolo da lontano. Preso alla sprovvista, Vin aveva lasciato cadere la pallina ed era balzato in piedi, nemmeno fosse stato colto in flagranza di reato. Intanto Tom gli andò incontro per dirgli che sarebbero andati in un certo locale, il Mad,  dove lavorava Nina, a mangiare qualcosa, e lui nemmeno sentiva cosa stava dicendo, perché la sua mente era ancora confusa e stupita dal fatto che la magia avesse funzionato.

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Disegno gentilmente realizzato da Stefania Faedda.

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Antidoto Acca *Teatro*

Antidoto Acca è un testo teatrale nato da un soggetto del 2008 e scritto nel marzo 2018, a breve disponibile online.

Pubblico qui di seguito una sinossi con personaggi come anteprima.

Se operate nel settore teatrale e siete interessati a visionare il testo, potete scrivermi via mail: zetazeta72@gmail.com

 

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Antidoto Acca 

Sinossi e personaggi 

 

In un prossimo futuro, di fronte all’emergenza mondiale del calo delle nascite, in ogni nazione vengono creati dei Centri di Recupero per Omosessuali (CRO) allo scopo di far “guarire” gli omosessuali rendendoli eterosessuali con una cura basata sull’Antidoto Acca (creata dal medico italiano Dottor Acca). Con l’appoggio di diversi premi Nobel, le autorità scientifiche in collaborazione con i governi dei vari Paesi principali, riescono a diffondere la convinzione che l’omosessualità sia una malattia curabile e che la soluzione per il calo delle nascite sia la guarigione appunto degli omosessuali. Contemporaneamente, fare figli in provetta o con altri metodi prima consentiti, viene vietato dalla legge tanto da dare origine a un vero e proprio contrabbando.

Di conseguenza, i locali sospettati di frequentazioni gay vengono banditi, e tutti gli uomini sospettati di essere omosessuali, rinchiusi nei Centri di recupero come pazienti. Ogni paziente è contrassegnato da un numero.

In particolare, sotto le cure del DOTTOR ACCA e delle sue ASSISTENTI, si trovano:

GEORDIE – PAZIENTE 301

Ragazzo di 23 anni – fisico magro e lineamenti delicati

DENNIS – PAZIENTE 302

Uomo sui 30 anni – prestante

MICHAEL/STELLA – PAZIENTE 303

Uomo sui 35 anni – alto, fisico asciutto

****

Brani dal testo:

MICHAEL

Chi può dire davvero chi deve guarire da cosa?

ASSISTENTE 1

(riflette un attimo) Seguirete il programma di recupero. Anche fuori di qui. Vi diranno dove andare, cosa fare, cosa mangiare. Tutto. Non dovrete pensare a niente.

MICHAEL

È uguale a morire. Io non voglio vivere senza amare e scoprire di non poter rimediare più.

ASSISTENTE 1

(cambia tono, diventando quasi affettuosa) Supererai quell’attimo di smarrimento. Come quando fuori la temperatura è così bassa che non avresti voglia di uscire, ti è mai successo? Ma una volta fuori, dopo pochi minuti inizi a sentire meno freddo. Anzi, stai quasi bene. Perché ci si abitua. Ci si abitua a tutto.

****

DOTTOR ACCA

Nell’incontrastata bellezza del mare, noi siederemo ancora vicini, come in un’epoca senza tempo. Come la prima volta, quando le mani si sfioravano e le ginocchia si avvicinavano, simili a magneti che inevitabilmente si attraggono. Soltanto allora rivedremo noi stessi in uno specchio dorato, che non manderà alcun riflesso, se non quello dei nostri occhi. Abbandonati, illusi, estraniati. Ma comunque, innamorati.

***

 

(Testo di proprietà di Francesca Erriu Enrew)

Immagine: Pina Bausch

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Riposati Guerriero

RED

 

Riposati guerriero

Col cappello sulla fronte

La benda sugli occhi

Per non ferirti il sole.

Ricordati guerriero

Esiste anche l’amore

Nelle terre lontane

Che sogni di esplorare

Con le ciglia che tremano

se piangere non puoi

E quelle visioni che capire non sai.

Riposati guerriero

Ancora per un poco

Perché al tuo risveglio

Ricomincerà il gioco.

(F.E.)

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**18*

Come il giorno e la notte – parte 18 –

Il sogno

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

 

Trovarono Fausto e Taco seduti a tavola, avevano già iniziato a mangiare le loro pizze. Non appena vide Vin, Fausto poggiò il bicchiere da cui stava bevendo e gli lanciò un’occhiata per niente tranquillizzante. Vin andò a sedersi, fingendo di non averlo notato, pur sapendo che il suo occhio ancora pesto non poteva essere nascosto più di tanto.

“Che cos’ha?” chiese infatti il ragazzo, rivolgendosi però a Tom che intanto si era seduto dall’altra parte del tavolo.

“Niente.” Rispose Tom, e aveva iniziato a tagliare a spicchi la sua pizza.

“Come niente? Che hai fatto all’occhio, Vin?”

Vin ricambiò lo sguardo senza timore, e si sistemo’ i ciuffi di capelli vicino all’occhio per darsi un tono. Bevve anche un sorso di birra, come se questa avesse potuto infondergli il coraggio che di solito gli mancava di fronte a tipi tosti come Fausto.

“Ho sbattuto in macchina mentre Tom frenava.”

“Già, è vero, la frenata…” Si affrettò a confermare Tom, ma Fausto non gli diede neanche il tempo di parlare.

“Non è che hai preso qualcosa? Lo sai che André non vuole, vero?”

“Sì, lo so.”

Tom intervenne, stavolta alzando il tono della voce.

“Non ha preso niente, Fausto, nessuno si sta drogando qui. E poi chi se ne frega di André. Quello si droga più di noi.”

“Non te ne frega se si incazza, eh? Perché tu sai dove andare se ci manda via, vero? Noi invece no.”

“Senti, si è solo sentito male.” Tagliò corto Tom, iniziando a mangiare.

Fausto si sforzava di restare calmo, ma non intendeva darsi per vinto. Ogni volta Tom voleva avere ragione su tutto. Vin li osservava preoccupato che la discussione potesse degenerare. Anche Taco osservava la scena ma senza smettere di mangiare.

“Se deve prendere medicine o altro bisogna dirglielo, Tom, lo sai.” Riprese Fausto. “E se poi si sente male sul serio, che cazzo facciamo?”

“E allora perché non vai a dirglielo tu, se ci tieni tanto? Eh? Perché non ti dà retta?”

“Smettila, Tom.”

“Perché non ti dà retta.” Ripeté Tom per irritarlo ancora di più. E le sue parole sortirono effetto immediato, scatenando la cattiveria di Fausto.

“No, infatti, dà retta solo a te, perché gli fai i pompini meglio di tutti.”

A quel punto la situazione poteva solo peggiorare. Tom si alzò dalla sedia, impugnando il coltello che stava usando per tagliare la pizza, gli occhi accesi di collera.

“Cos’hai detto?”

Con uno scatto puntò il coltello alla gola di Fausto e rimase fermo così per qualche secondo, solo per fargli sentire il freddo dell’acciaio. Il ragazzo non si mosse di un millimetro, poi afferrò il polso di Tom con mano salda e allontanò il coltello dalla gola.

“E calmati, Tom.” disse con un tono così pacato da apparire quasi inadatto alla situazione.

Gli altri due, che erano rimasti a guardare con gli occhi sbarrati, ripresero fiato. Tom abbassò il braccio. Ma era solo una tregua.

“Io non faccio pompini a nessuno. E se qualcuno ripete questa parola, si troverà il coltello dove dico io.”

E con fare deciso, prese la sua pizza e la sua birra e sparì giù per le scale. Fausto si risistemò il colletto della maglietta, senza scomporsi tanto, mentre scuoteva la testa in segno di disapprovazione e sconcerto.

“Non ce l’ho con te, Vin.” Gli disse con tono sincero.

Vin stava per rispondergli, quando inaspettatamente era intervenuto Taco. Raramente faceva sentire la sua voce, soprattutto quando era il momento di mangiare.

“Ce l’ha con Tom.”

“Perché?” gli chiese Vin.

“Per Nina. Perché da quando è arrivato Tom, lei non lo fa più entrare nella roulotte.”

Tutti e due guardarono Fausto e poi continuarono a mangiare come se non fosse successo niente. Fausto incassò il colpo e sospirò, decidendo di lasciar perdere.

“Mangia e stai zitto.” Disse al cugino, nel tentativo di un rimprovero da adulto.

E la stanza cadde nel più assoluto silenzio. Finché dal piano di sotto giunsero le note del disco dei Doors a tutto volume, e a Vin venne da sorridere.

***

Passata qualche ora, Vin scese al piano di sotto. Dopo aver mangiato, Fausto era uscito di nuovo, e lui si era trattenuto a giocare a freccette con Taco. Alla fine aveva pensato che anche se era un ragazzino molto introverso, si trovava a suo agio con lui e non erano poi così diversi. Parlavano poco tutti e due. Poi a un certo punto, Taco era crollato all’improvviso vinto dal sonno, come gli accadeva spesso.

Per tutto il tempo in cui aveva giocato a freccette, Vin non aveva distolto il pensiero dalla stanza al piano di sotto e da Tom. Ne sentiva la mancanza anche quando era lì vicino. Dopo l’episodio del quaderno, aveva deciso di mettere a tacere il suo cuore. Pur di restare suo amico, era disposto a rinunciare alle sue assurde fantasie. Gli bastava avere un piccolo spazio accanto a lui. E immaginava di essere suo fratello, in modo da riuscire a guardarlo soltanto con ammirazione.

Dalle finestre del seminterrato entrava la fioca luce giallastra dei lampioncini. Scendendo le scale, scorse la sua sagoma sdraiata sul divano, con il cappello da cowboy che gli copriva parte del viso. Sul tavolino c’era ancora l’album da disegno aperto sul foglio bianco, ma il resto della pasticca che aveva preso nel pomeriggio era sparito. C’era il cartone aperto della pizza di Tom e la bottiglia di birra vuota.

Tom era immobile e respirava pesantemente, una mano penzolava dal divano fino a sfiorare il pavimento. Vin si avvicinò e, pensando che stesse dormendo, prese il cappello con mano leggera per scoprirgli il volto e poi soffiargli sulla fronte. Era una cosa che aveva letto in un libro da bambino, ma non si ricordava che libro. Qualcosa che si faceva per scacciare i brutti sogni mentre uno dormiva.

“Grazie per avermi salvato dal drago.” Bisbigliò.

Al suo soffio, Tom aveva reagito con un piccolo movimento infastidito, spostando la testa. Poi aveva parlato, con gli occhi chiusi, come nel sonno o in uno stato di dormiveglia.

“Di niente.”

Vin si mise in ginocchio, rannicchiandosi ai piedi del divano, con l’idea di ascoltarlo parlare nel sonno.

“Stai sognando?” gli chiese.

Tom non rispose subito. Respirò profondamente, strinse le braccia, apparentemente infreddolito.

“È un sogno che poi non mi fa più dormire.”

“Capita anche a me.” Disse Vin.

“Ho nove anni…c’è mio padre… viene a dirmi che devo andare a scuola. Bussa alla porta del bagno…Devi andare a scuola, Tom…Ma io chiudo a chiave. Chiudo la porta a chiave.”

Girò la faccia, dando l’idea di non voler continuare. Sembrava pentito di aver parlato del sogno, e di sentirsi quasi costretto a proseguire. Poi fece un respiro profondo e continuò, sempre con la voce di chi si trova tra sonno e veglia.

“Prendo il suo rasoio per la barba…e mi faccio quei tagli.”

Non disse altro. Tirò su col naso e Vin ebbe l’impressione che stesse piangendo; si avvicinò al suo viso, ma non scorse nessuna lacrima sulle guance. Le ciglia dei suoi occhi chiusi avevano tremato però per un attimo.

“Eri un bambino.” Gli mormorò Vin.

“Non lo so…non so se sono mai stato davvero un bambino.”

Tom strinse ancora di più le braccia sul petto.

“E tua madre? Non c’era?”

“Non lo so. L’ultima volta, mi aveva accarezzato i capelli prima di dormire”.

Vin abbassò lo sguardo. Era la stessa sensazione di tristezza che aveva provato alla casa famiglia, quando Tom si era seduto accanto a lui nella saletta e avevano guardato insieme il film in bianco e nero. Solo che stavolta era più palpabile, resa più viva dalle parole di Tom.

Distese la mano sulla sua testa, fermandosi quando le dita quasi sfioravano la fronte. Avrebbe voluto accarezzargli anche lui i capelli, come sua madre. Ma non lo fece, e gli risistemò il cappello fino a coprirgli metà viso, come i veri cowboy quando vogliono riposare.

 

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratti gentilmente realizzati da Agnese Perra.

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Stella Oscura

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Che me ne faccio di te? 
Delle ingombranti lamentele
E fuorvianti parole. 
Di un cielo incolore
Che non trova bagliore. 
Che me ne faccio di te
Mia parte oscura
Che mi rendi la vita più dura.
Eppure sei tu
Che rendi la mia luce più vera.

 

(F.Erriu Enrew)

*Immagine Web*

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Potere e Libertà * Parole per la Terra *

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In questo momento c’è molta confusione negli ambiti del potere sul vostro pianeta, soprattutto in seguito all’ascesa al potere di personaggi dediti ad azioni che non vanno ad aiutare l’elevazione del pianeta – processo iniziato soprattutto con l’elezione del presidente Trump, da lì si è creato un influsso di onda energetica su tutto il pianeta.

Siete totalmente non liberi da questi condizionamenti che nascono dai vertici di potere che voi stessi avete in qualche modo autorizzato negli anni a comportarsi come si stanno comportando adesso. Per cui vi sentite poco saldi dal punto di vista del controllo e la tutela del governo viene completamente a mancare dando quindi sfogo alla rabbia, creando delle divisioni sempre maggiori tra di voi – anche tra coloro che hanno una reale consapevolezza di quello che sta accadendo, perché anch’essi cadono nella divisione, pensando che vi sia da una parte il bene da una parte il male mentre così non è perché è in atto una lotta ai vertici del potere in cui voi non siete coinvolti direttamente ma siete ovviamente coinvolti a livello di coscienza e per questo motivo persone sensibili come voi si sentono destabilizzate.

Il controllo e Internet

Il controllo è molto forte su di voi dal momento in cui siete schedati, riconosciuti in qualsiasi azione voi facciate, e in particolare nel momento in cui utilizzate lo strumento internet di cui vi abbiamo già parlato diverse volte. Ribadiamo che lo strumento internet non deve essere condannato né sospeso, in quanto la sua funzione è fondamentale quando persone come voi ne capiscono il reale utilizzo scrivendo o utilizzandolo come strumento per inviare e trasferire consapevolezza – ma non come imposizione o come dittatura, perché al momento attuale molti di coloro che si professano operatori di luce stanno usando essi stessi parole di imposizione, di controllo e di dittatura. 

Questo non dovrete fare, ma solo far comprendere nel modo che sentirete sarà quello giusto – scrivere delle storie, un articolo, mettere immagini  a cui voi date l’intento di  essere il canale per arrivare a più persone possibili, per questo spesso vi invitiamo a scrivere e condividere le nostre parole perché chi sarà in grado di comprendere le comprenderà. Non abbiate timore di essere fraintesi o giudicati per quello che pubblicate,  perché voi lo trasmetterete con le parole delle vostre guide o anche dei disegni e immagini che vi possono arrivare. Tutto deve essere nell’impronta di equilibrio,  pace e amore. Diversamente, sarà veramente difficile per voi uscire da questo momento, perché  vi è come una sorta di vortice sul vostro pianeta ora, come delle sabbie mobili che stanno risucchiando molte persone. Si può uscire solamente con la consapevolezza, prendendo in mano la situazione – ma ognuno la propria situazione – perché quello che sta avvenendo adesso è che ognuno vorrebbe avere il potere di convincere gli altri di ciò che è giusto; ognuno pensi a sé, ognuno pensi alla sua situazione.

Dittatura?

Pensate di essere in dittatura ma per uscirne acclamate altre dittature. Ciò che cerchiamo di portarvi come esempio – dalle esperienze già provate negli anni –  che dovrebbe portare alla vostra unità, vi sta invece conducendo ancora di più alla divisione. A non accettare e accogliere gli altri.

Questa è la vera dittatura – come voi la chiamate – quella che ognuno di voi attua su se stesso, nella sua vita e in quella degli altri. Quindi se non vi liberate voi, chi potrà liberarvi? Uscite dai vostri schemi, perché ora più che mai non siete liberi nei codici e algoritmi che seguite quando utilizzate gli strumenti tecnologici, spesso soltanto ripetendo ciò che altri vogliono farvi ripetere. È una catena che non si spezza anzi come catena di montaggio in continuo ritmo, aumenta le vostre divisioni.

Nel dialogo collettivo la vostra coscienza si perde, concentratevi invece nel dialogo individuale che poi – successivamente – diverrà universale.

Voi pensate che ci sia da una parte il bene e dall’altra il male ma non vi è nulla di più illusorio di questo. 

Per farvi un esempio, anche il no logo è un logo.

Infine, vi diciamo che i fratelli e sorelle di Sirio sono quelli più vicini al vostro pianeta in questo momento e quindi più informati sulle situazioni reali.

Inoltre vorremmo sottolineare che i nostri messaggi non sono mai veicolati da rabbia o giudizio, sentimenti che noi non conosciamo se non come manifestazioni sulla Terra. 

Noi ci siamo. 

 

*** Canalizzazioni e Registri Akashici dei giorni 28/29 maggio 2018

Messaggi della portavoce del Consiglio dei Saggi di Sirio e di Beatrix 

 

(Immagine: dal fim 2001 Odissea nello Spazio)

 

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Anime Vive

giostre

 

Anime vive

In splendide rive

Di acque sorgive

Quand’ecco, sorrise.

Anima solitaria

Hai perduto il tuo castello in aria

È ora di uscire

Insieme, in divenire.

Nell’alba o all’imbrunire

Le luci da gestire

Di giostre abbandonate

E ruote mai girate.

Tira i dadi e vedrai il tuo avvenire.

E se anche mi si aprissero altri mondi

Questo non basterebbe

per entrare nel tuo.

***

 

(F.Erriu Enrew)

*Immagine Web*

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**17*

Come il giorno e la notte – parte 17 –

Il drago

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

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Lentamente stava riprendendo conoscenza e percepiva voci e rumori confusi. Si ritrovò seduto per terra, vicino al lavandino. Sentiva la superficie fredda delle piastrelle contro la schiena, era impossibile provare a muoversi o ad alzarsi. Le braccia e le gambe erano come bloccate.

Respirò profondamente per calmarsi, mentre le mani continuavano a tremare. La nausea era ancora forte, ma almeno aveva smesso di sudare. La stanza e il bagno erano quasi in penombra, intuì che fuori doveva essere il tramonto. Dal piano di sopra finalmente sentì delle voci più distinte, e la porta che si chiudeva. I ragazzi erano appena rientrati.

“Dov’è Vin?” stava chiedendo Fausto.

“Prima era qui.” Disse Tom.

“Allora chiamalo che si raffredda.”

Dalle scale giunsero i passi e la voce di Tom che lo chiamava. Non aveva le forze per rispondergli. Tom corse subito in bagno, vedendo l’ombra di Vin dietro la porta.

“Cos’hai, Vin?”

Senza attendere risposte, aprì il rubinetto e con le mani a coppa prese più acqua fredda che poteva, gettandogliela sul viso e sulla testa. Poi gli bagnò anche i polsi. Mise un asciugamano sotto il rubinetto fino a inumidirlo, e si inginocchiò di fronte a lui, premendogli l’asciugamano in testa e sulla fronte. Vin sembrava farneticare e pronunciava solo il nome di Tom.

“Vin, calmati. Cos’hai?”

“Niente.” Rispose Vin. L’agitazione era diminuita, ma lo sguardo era ancora molto spaventato.

“Come niente? Stavi tremando…Quando succede così devi metterti sotto l’acqua fredda.”

“Non è niente… un attacco di panico…un attacco epilettico…credo.”

“Soffri di attacchi epilettici?”

“Epilessia temporale…poi non mi ricordo mai niente…”

“Sei un disastro, Vin…” sospirò Tom.

“È perché non ho preso la medicina…Ce l’ho nello zaino.”

“Vado a prendertela?” Tom si sollevò, ma Vin gli intimò subito di fermarsi, con lo sguardo di nuovo terrorizzato.

“No, non andare. Non puoi passare dalla porta…c’è il drago. Prima volevo uscire ma lui aveva bloccato tutto. L’hai visto anche tu?”

“No…non ho visto nessun drago…”

“L’hai mandato via tu, vero?”

A quel punto Tom si rese conto che contraddirlo non sarebbe servito a niente.

“Sì…sì, l’ho mandato via.”

“Lo immaginavo…ha capito che sei un vero cavaliere.”

“Sì, infatti…adesso prova ad alzarti, dai.”

Tom allungò le braccia e Vin si aggrappò per sollevarsi. Con grande sforzo riuscì a mettersi in piedi di fronte a lui, stringendo i denti per la fitta che tornava a dilaniare il torace. Sentì lo sguardo di Tom proprio sulla sua ferita; quella lunga cicatrice che non voleva mai mostrare a nessuno, ora lui la vedeva nuda e cruda con i suoi occhi. In altri frangenti questo l’avrebbe fatto vergognare, scappare o quantomeno tentare di dissimulare. In quel momento invece non provò vergogna, anzi ebbe come l’impressione di svelare a Tom una parte di sé quale segno del suo coraggio, della forza nel sopportare il dolore, ed ora più che mai lo voleva condividere con lui.

E mentre stringeva le sue braccia forti, erano talmente vicini che poteva osservare la linea delle vene sotto la pelle, finché il suo sguardo era caduto sui polsi di Tom, scoperti quando si era sollevato le maniche appena entrato in bagno, e in quel momento non indossava il suo orologio ma solo quei bracciali che apposta non toglieva mai per non esporre agli altri le sue cicatrici. Erano vecchi tagli profondi, in entrambi i polsi, che Tom si affrettò a nascondere abbassando nuovamente le maniche della camicia. Quello era un capitolo della sua vita che non voleva mostrare a nessuno.

Ognuno tentava di nascondere all’altro le proprie ferite, salvo rendersi subito conto che il tentativo era vano. Come un velo si era sollevato tra i due, rendendo i loro occhi specchi in cui si riflettevano le anime.

Allora Vin gli aveva rivolto uno sguardo colmo di preoccupazione, come se in quel momento avesse visto sgorgare il sangue fresco da quei tagli.

“È stato lui a farti questi?” gli domandò “Il drago?”

Tom era talmente spiazzato che non riuscì a fare altro che indietreggiare di un passo.

“Sì…ma sono guariti, vedi? Non mi fanno male.”

Si accorse che Vin era sul punto di scoppiare a piangere, come un bambino che ha appena visto qualcuno farsi male ed è incapace di aiutarlo. La sua mente fu attraversata da un flash di quando una moto aveva investito il suo cane, e lui aveva forse quattro anni, e guardava il suo cane come Vin ora guardava lui. La voce di Vin giunse come una supplica, ed era quasi la voce di quel bambino disperato.

“Non voglio tornare a casa.”

Tom abbassò lo sguardo. Sentiva la stretta di Vin sulle braccia e si chiedeva da dove togliesse fuori quella forza. Era la forza della disperazione, si rispose.

“Ti prometto che strappo quelle pagine e non scrivo più il tuo nome…Starò più attento, ma…Non mandarmi via.”

Restarono così, in attesa di una risposta che doveva arrivare ma che consideravano implicita. Fu la voce di Fausto che li chiamava dalle scale a riportarli alla realtà.

“Siete vivi laggiù?”

“Quasi.” fece Tom. La risposta riuscì a far sorridere Vin.

“Beh, noi siamo vivi e abbiamo fame.” Ribatté Fausto, allontanandosi dalle scale.

Si guardarono e nonostante tutto sorrisero.

“Vivi per miracolo.” disse Tom.

Ecco cosa avevano in comune. E non era poco.

Tom liberò le braccia dalla sua presa, Vin lo lasciò, ora si reggeva in piedi da solo.

“Andiamo”.

Quell’andiamo, quel plurale, equivaleva per Vin alla risposta che aspettava da lui: non ti mando via, resta qui, restiamo.

E la tenerezza nella voce, a volte faceva più male di qualsiasi altra cosa. Perché la rabbia te l’aspettavi da uno come Tom, ma la tenerezza, quella no.

Vin si asciugò la faccia e i capelli con un asciugamano, poi si infilò una maglietta a caso. Tom lo aspettò vicino alle scale.

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratto gentilmente realizzato da Agnese Perra.

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** Infinito in me **

Guerrieri

 

Finita è la guerra.

Posate le spade

Noi due per terra

le luci ormai rade

Sarà giorno o notte

non importa che accade.

Ho bisogno di te

e non cerco un perché

Ho bisogno di me

e lo so il perché.

Se le anime si lanciano,

non insistere, non rincorrerle.

Se le braccia si abbracciano,

non scioglierle, lascia correrle. 

Infinito in me. 

(F.Erriu Enrew)

*Immagine Web*

 

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**16*

Come il giorno e la notte – parte 16 –

Il ritorno

 

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

Vin 1

 

 

Il viaggio di ritorno fu piuttosto silenzioso, in assenza della musica dalla radio e della compagnia di Vin. Mentre guidava, rifletteva se fosse meglio parlargli o fare come se niente fosse. Non era bravo in queste cose. Preferiva sempre lasciar andare tutto come doveva andare, senza fare sforzi, senza pesare troppo le parole. Poteva essere così facile ferire gli altri.

Inoltre continuava a pensare alla frase di Lory: “Non accontentarti, Tom” gli aveva detto, prima di congedarsi.

Mentre facevano colazione al bar, gli aveva fatto qualche domanda sulla sua vita, e lui le aveva risposto, dicendo quasi sempre la verità. Anche se la conosceva appena, sentiva di potersi fidare. Gli dava sicurezza, forse per l’età, l’esperienza e lo sguardo quasi materno. Avevano parlato anche di musica.

Visto che avrebbero dovuto aspettare che il meccanico finisse il lavoro con la macchina, lei gli aveva proposto di accompagnarla a fare compere per il viaggio. La sera sarebbe dovuta partire per Londra, per restarci alcuni mesi, con un contratto in un locale italiano. Così avevano fatto acquisti in un centro commerciale, e in un negozio una commessa li aveva presi per madre e figlio. Loro erano stati al gioco e avevano continuato la finzione anche nel negozio successivo, per poi ridere di nascosto dentro i camerini.

Quindi Lory l’aveva riaccompagnato a ritirare l’auto, e dopo aver pagato il meccanico, aveva preso una bustina bianca dalla borsa. Erano i soldi che gli aveva promesso, disse, e qualcosa in più. Tom era rimasto un po’ smarrito di fronte a tanta generosità, a cui non era affatto abituato. Lei l’aveva guardato da dietro le lenti scure degli occhiali.

“Te li meriti, Tom, sei stato gentile con me. E poi chissà quando ci rivedremo…a meno che non mi vorrai raggiungere a Londra. Penso che ti piacerebbe lì, sai… Suonano musica molto alternativa.”

Lui abbozzò un sorriso, immaginandosi per un attimo in quella grande città con i pullman a due piani. Poi Lory disse quella frase.

“Non accontentarti, Tom. Tu potresti avere molto di più…una vita diversa… non credi? Hai soltanto vent’anni…”

A quel punto lui abbassò lo sguardo per nascondere il lieve imbarazzo.

“Beh…non ancora.”

“Sì lo so, tra dieci giorni.”

“Sì tra dieci giorni, è vero, ma… ne compio diciotto.”

Lory era rimasta a bocca aperta, totalmente incredula e spiazzata dalla sua ammissione. Tom aveva distolto lo sguardo, in attesa di un rimprovero; sapeva di averla presa in giro nascondendole di essere minorenne. Ma una volta accusato il colpo, la donna aveva sorriso, pensando che ormai il danno era stato fatto.

“Mi hai fregato.” ammise con rassegnazione. E Tom non poteva non riconoscerlo. “Beh…vorrà dire che sarai il più giovane della mia lista. D’altronde, io sono sicuramente la più vecchia della tua…quindi siamo pari, no?”

“Siamo pari.” Confermò il ragazzo.

***

Dalla stazione Vin aveva fatto tutta la strada a piedi fino al casolare. A quell’ora del mattino c’erano diversi viaggiatori ma nessuno che conosceva era in giro.

Attraversando il piazzale delle roulotte l’aveva sfiorato l’idea di fermarsi da Nina, ma poi proseguì dritto. Avrebbe voluto tanto confidarsi, parlare con qualcuno della sua immensa tristezza, del cuore a pezzi e della telefonata alla madre. Gli sarebbe piaciuto abbracciare Nina, forse baciarla. Ma non si fermò nemmeno per un secondo. Per una volta voleva essere coraggioso. Voleva aspettare Tom al casolare, affrontarlo se necessario, non nascondergli niente. Non era più un bambino che aveva paura di dire come stavano le cose. Si sarebbe fatto valere, anzi l’avrebbe rimproverato perché aveva aperto il suo quaderno senza permesso. Tom doveva capire che non poteva avere sempre ragione lui, ecco.

Al casolare trovò Fausto e Taco ancora addormentati sui loro letti. Fece silenzio per non svegliarli e scese al piano di sotto. Sin dalle scale si sentiva odore di pulito, di prodotti al gusto di limone e varecchina. Le finestre in alto erano aperte e tutto era in ordine, la disposizione della stanza leggermente diversa per l’aggiunta del letto di Vin accanto a una delle pareti. Anche il letto di Tom era sistemato, con la chitarra poggiata alla sponda di ferro. Ecco che sembrava tutto pronto per ospitarlo. Proprio ora che invece sarebbe dovuto andare via. Valutava anche quella possibilità… che Tom gli dicesse di andare via.

Poggiò lo zaino e il giubbotto sul divano, si avvicinò alla chitarra e sfiorò le corde con le dita producendo un debole suono, la accarezzò in modo da toccare con le sue mani ciò che le mani di Tom avevano toccato. Poi accarezzò anche i letti per sentire la freschezza delle lenzuola, e si mise sdraiato per provare il materasso. Era talmente comodo che restò lì, socchiudendo gli occhi e abbracciando il cuscino.

Si svegliò dopo qualche ora, sentendo dal piano di sopra i rumori e le voci di Fausto e Taco che si erano alzati e dopo circa mezz’ora erano usciti sbattendo la porta. Non erano passati nemmeno dieci minuti, che si udì la macchina entrare nel cortile e fermarsi con una stridente frenata – tipico di Tom, aveva pensato. Si era alzato in fretta e furia, aveva preso il quaderno dallo zaino e uno dei dischi a caso, così Tom scendendo le scale l’aveva trovato mentre ricopiava una canzone sul quaderno.

“Vin, sei qui?” aveva urlato ancora dal piano di sopra. Poi era comparso sulle scale, con diverse buste dei negozi in mano. “Non sai quanto caldo fa adesso.”

Vin distolse solo per un attimo lo sguardo dal quaderno. Tom si tolse il giubbotto e gli occhiali gettandoli sul suo letto, poi poggiò tutte le buste da una parte.

“Wow” esclamò, osservando la stanza. “È venuta Rosa a sistemare? Si sente, eh, questo odore è terribile. Hai visto, ha messo anche il tuo letto.”

Vin continuò a scrivere senza dargli retta. Era deciso a non dargli alcuna soddisfazione. Tom si mise a svuotare una delle buste dei negozi, disponendo degli abiti sul letto. Continuava a parlare con entusiasmo nella voce. Dava l’impressione di voler evitare di fermarsi.

“Siamo andati in un centro commerciale…non hai idea di quanti negozi ci sono lì dentro. Ci stavamo per perdere. Ah, sai cosa c’è qui?” Dalla borsa del negozio Tom aveva tirato fuori la bustina bianca che gli aveva dato Lory. “Anche più soldi di quelli che devo dare ad André, quindi…ne possiamo tenere per noi.”

Posò la bustina sul tavolino. Poi andò a sedersi stancamente sul suo letto e prese la chitarra, controllando le corde. Vin continuava a scrivere tenendo lo sguardo sul quaderno, deciso a non dire una parola se non interpellato.

“Che fai?” gli chiese Tom senza guardarlo. Il tono della voce era cambiato e Vin capì che era il momento di parlare.

“Copio le canzoni così me le porto via.”

“Cosa vuol dire che le porti via?”

“Che torno a casa mia.”

Tom fermò le dita sulle corde e smise di occuparsi della chitarra. Restò pensieroso, osservando Vin che continuava a scrivere.

“Forse è meglio così.” affermò. “Per te, dico. Per curarti.”

“Sì, mi devo curare.” Convenne Vin. “Ho anche perso le mie gocce…non so dove. E poi hai ragione tu, non ti serve un ragazzino che ti rompe le scatole.”

Tom poggiò la chitarra da una parte. Si grattò la fronte passandosi poi la mano tra i capelli, in cerca di parole che non fossero sbagliate.

“Vin… è che io…devo già badare a me stesso. Non posso essere il tuo fratello maggiore o…non lo so, quello che tu vorresti.”

Vin sollevò lo sguardo dal quaderno. Doveva essere coraggioso, dire quello che doveva dire, così aveva deciso.

“Io non voglio niente da te…solo essere amici.”

“Anche io, Vin…”

“Allora non dovevi aprire il quaderno.”

“Lo so, Vin, è stato il vento… non l’ho fatto apposta. Si è aperto e… volevo solo guardare i tuoi disegni.”

“Ma c’è scritto segretissimo…ci sarà un motivo.”

“Lo so, Vin, ma ormai l’ho visto e dunque…”

“Dunque me ne vado.”

“Non dico che te ne devi andare, non sono arrabbiato. Ascolta, sei soltanto confuso, hai ancora quindici anni…”

“Sedici.”

“Sì sedici, ma sei confuso, Vin…tu…vivi in una specie di mondo delle favole…”

“Non sono confuso.”

“Senti, se tu strappi quelle pagine e facciamo finta di niente? Farò finta di non averlo letto e basta, okay? Però non devi più scrivere il mio nome con…i disegnini eccetera. Questo no.”

Tom si alzò dal letto sospirando. Con gesti nervosi iniziò a cercare le sigarette prima nelle tasche poi nelle varie buste. Vin rimase un attimo sovrappensiero, poi continuò a scrivere.

“Ormai me ne vado, ho già chiamato mia madre. L’ho chiamata dalla cabina.”

“L’hai chiamata? Sul serio?”

“Sì.”

“Beh, fai come vuoi allora. Io ti ho fatto restare solo perché l’ha detto André.”

Quella frase sortì l’effetto di un macigno caduto dal soffitto all’improvviso. Uno schianto che uno non avrebbe voluto procurare e l’altro non avrebbe voluto sentire.

Tom si fermò in piedi di fronte al divano dove era seduto Vin, il pacchetto delle sigarette in mano. Solo un breve sguardo, e Vin riprese a scrivere sul quaderno.

“Ormai parti domani, no? I treni da qui saranno almeno ogni ora.” Suggerì Tom, nel tentativo di rimediare.

“ Sì…parto domani perché devo finire di copiare le canzoni.”

“Allora…io vado a riportare la macchina ad André e i soldi…e poi faccio un giro in stazione.”

“Prendili tu i soldi, a me non servono.” Disse Vin indicando la busta sul tavolo. “Tienili per André…così ti lascia in pace per un po’”.

Tom ebbe un attimo di esitazione, poi prese la busta dal tavolino e si voltò per andare.

“Comunque avevo comprato delle cose anche per te.” Disse quando era già sulle scale per uscire.

Appena sentì il motore e la macchina che ripartiva, Vin posò tristemente la penna e il quaderno sul tavolino. Ripose il disco dove l’aveva trovato, non gli importava più niente di copiare le canzoni. Iniziò a pensare che sarebbe stato molto meglio andarsene subito. Cosa avrebbe fatto un’altra notte lì, sapendo che il giorno dopo l’avrebbe salutato per sempre? – Se potevi rovinare tutto, l’hai fatto. – si ripeteva, dandosi dello stupido. E pensare che gli sarebbe bastato parlare, ridere insieme, ascoltare musica, come fanno i veri amici. Avrebbe dovuto farne a meno.

Con quello stato d’animo si mise a curiosare dentro le buste del centro commerciale. Provò grande stupore nel trovare un album da disegno e un set di matite di vario tipo, molto belle e di marca. E l’album era proprio come lo avrebbe voluto lui. Lo aprì e accarezzò i fogli lisci, quasi commosso al pensiero che Tom si fosse ricordato che gli piaceva disegnare. Lo sistemò sul tavolino con l’idea di usarlo più tardi.

Diede un’occhiata alle altre buste, c’erano diverse magliette e anche un cappello da cowboy. Vin sorrise tra sé, pensando che ora gli sarebbe mancato soltanto il cinturone con la pistola per essere un vero cowboy. Lo provò per gioco, gli stava un pochino grande; per continuare il gioco, indossò anche il giubbotto e gli occhiali che Tom aveva lasciato lì. Si guardò allo specchio, divertendosi a fingere di essere Tom. Mise le mani nelle tasche come faceva spesso lui. Tolse vari oggetti dalle tasche, monete, un accendino, un coltellino, il biglietto da visita dell’hotel – che mise in mezzo alle pagine del quaderno – poi un pezzo di carta stagnola. La aprì incuriosito, trovando una pasticca biancastra all’interno. Lo attirava, e pur non sapendo minimamente cosa fosse, gli venne in mente che in quel momento gli potesse tirare su il morale. Se poi fosse stato qualcosa per sballarsi, tanto meglio. Per sicurezza però ne voleva prendere solo un pezzetto.

La sistemò sul tavolino sopra il foglio candido dell’album da disegno, si tolse la roba di Tom riponendo tutto sul suo letto. Poi tornò a sedersi sul divano e con cura tagliò la pasticca a metà con il coltellino di Tom, poi metà della metà, in modo da averne quattro piccole parti. L’unica cosa da bere in giro era la bottiglia di birra aperta, prese quella e mandò giù il pezzettino che aveva tagliato. Dopo qualche minuto non sentiva quasi niente se non molto caldo, così si decise a prendere anche un altro pezzetto.

La sensazione di caldo aumentò notevolmente, iniziò a sudare abbondantemente soprattutto in fronte. Gli venne una nausea tanto forte da dover correre in bagno con l’impressione di dover vomitare. Ma non riusciva, gli aumentava la nausea e basta. Sudava talmente tanto che a un certo punto si tolse la maglietta restando a torso nudo, e la usò per tentare di asciugarsi, tamponando il sudore mentre iniziava anche a tremare. Cercò di arrivare al lavandino per aprire l’acqua ma una fitta al torace gli impedì di muoversi – quel dolore che conosceva bene. Appoggiò la schiena alle fredde piastrelle cercando di reggersi in piedi, ma non sentiva più le gambe e scivolava lentamente a terra. Come se non bastasse, un grandissimo drago bianco e rosso si era piazzato sulla porta del bagno bloccando ogni via d’uscita. Il suo potente verso gli rimbombò nella testa talmente forte da fargli perdere i sensi.

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratto gentilmente realizzato da Agnese Perra.

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