Passando tra le foglie ***

pan

E se passando tra le foglie

ponessi il dito tra le maglie 

di un sole pallido ed inerme

Mettessi gli occhi sulle rocce

Sfiorassi l’acqua con le guance

Ed io quel sole guarderei

le rocce abiterei

il fiume diverrei.

Se tu passassi tra le foglie.

 

F.E.

 

*immagine web Dio Pan*

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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**26*

Come il giorno e la notte – parte 26 –

Sulla barca

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

crystal_ship

 

Era completamente buio. No, non era buio. Qualcosa gli copriva gli occhi, per questo non riusciva nemmeno ad aprirli. Sentiva dolori dappertutto, e per un attimo fu convinto di essersi risvegliato dopo un incidente. Fu quello il suo primo pensiero, che una macchina gli fosse passata sopra tutto il corpo. Anche se non gli era mai capitato, doveva essere quella la sensazione.

Con un certo sforzo riuscì a sollevare le braccia e a togliersi la benda legata dietro la testa; solo quando la gettò per terra riconobbe la cravatta di André. Fu allora che si accorse di essere sdraiato su un letto grande, in una stanza della barca, e per un istante desiderò di ricoprirsi con la benda per non vedere e non capire ciò che era successo. Richiuse gli occhi sperando di sognare, di ritrovarsi al casolare riaprendoli. Ma così non fu.

Non ricordava quella stanza, ma riconosceva i mobili della barca, la porta aperta sul bagno dove si era sentito male poche ore prima. O il giorno prima? Non aveva idea. Soprattutto di come fosse finito lì. La testa era così pesante che riordinare i pensieri era l’ultima cosa possibile. Provò a muoversi e nonostante il corpo sembrasse non volergli obbedire, riuscì almeno a mettersi seduto. La testa gli girava, e ogni tanto la barca si muoveva con lo sciabordio dell’acqua. Si rese anche conto di essere completamente nudo, semicoperto solo da un lenzuolo bianco.

L’unica cosa di cui era certo era di essersi sentito male in bagno. E a un certo punto non aveva visto quasi più nulla, tutto era diventato offuscato. Sentiva delle voci. Qualcuno l’aveva aiutato a sollevarsi dal pavimento e poi l’aveva trasportato fino al letto. A giudicare dalla forza delle braccia potevano essere stati soltanto André e Fausto. “Adesso fai andare via tutti.” aveva detto André. Nessuna risposta. C’era stato silenzio per un po’, lo muovevano per sistemarlo sul letto, lui tentava di protestare ma non aveva forze, nemmeno per dire parole compiute. La vista diventava sempre più annebbiata. Non ricordava altro, solo porte che sbattevano, poi una musica. Mani che gli tenevano le braccia. Forse era meglio così, pensò, non ricordarsi altro.

Provò a scendere dal letto lentamente, lo stordimento diminuiva man mano che si riabituava a muovere braccia e gambe. Notò di avere un livido violaceo sul braccio e un segno rosso vicino ai polsi, indizi di un tentativo di resistenza. Vide i suoi vestiti buttati da una parte, e andò a recuperarli. E mentre si rivestiva, gli saliva la rabbia. Una rabbia che gli faceva venire voglia di spaccare tutto, ma sentiva di non avere abbastanza forze per farlo. Non riusciva né a piangere né a urlare. Continuava a ripetere solo “stronzo, stronzo”. Dapprima rivolgendosi mentalmente ad André ma poi rivolgendo l’insulto a se stesso, per essersi fatto fregare. Perché era successo proprio ciò che aveva fatto di tutto per evitare, e lo considerava un vero smacco. E mai avrebbe voluto riprovare quel dolore che già diversi anni prima gli aveva fatto pensare di essere segnato a vita.

Una volta vestito andò in bagno, nella speranza che bagnandosi il viso e la testa avrebbe riacquistato un po’ di forze. Non vedeva l’ora di togliersi di dosso un odore che non era il suo. Cercando del sapone in uno scaffale, fece cadere una boccetta che per fortuna non si ruppe. La rimise a posto, notando che sullo scaffale ce n’erano di diversi tipi, una gli sembrò uguale alle gocce che usava Vin. C’era scritto sopra lo stesso nome con lo stesso disegno sull’etichetta. Afferrò un asciugamano e si tamponò la fronte diverse volte, come se potesse servire a rinfrescarsi le idee. Adesso che era in piedi sentiva anche una forte nausea. Probabilmente per quello che aveva bevuto, pensò. Anche se non si capacitava di essersi sentito male solo per l’alcool, non era da lui.

La porta scorrevole era aperta. Riconobbe la sala dove avevano festeggiato il suo compleanno. Dalla vetrata vide che stava appena iniziando a fare giorno. André era addormentato sul divano, la testa reclinata sulla spalliera, indossava solo la vestaglia da camera che arrivava fin sopra le ginocchia. Tom si avvicinò silenziosamente, controllando nel frattempo nelle tasche del giubbino jeans. Ma erano vuote, a parte le chiavi della Vespa. Non aveva preso il suo coltello la sera prima, dato che stava andando soltanto a festeggiare il suo compleanno. Arrivò fino al tavolino, dove erano poggiati alcuni bicchieri vuoti della sera prima. C’era anche quello rosso, quello del suo primo cocktail, e notò che vi era rimasto un fondo di liquido con depositata della polverina bianca. Altra polverina bianca era sparsa sul tavolino, non poteva essere altro che droga.

Prese il bicchiere e annusò, l’odore dell’alcool quasi evaporato non aiutava a capire il contenuto. Stranamente la rabbia gli era quasi passata, provava in realtà una sorta di tristezza. Non sapeva se più per sé o per l’uomo che dormiva sul divano. E che aveva segnato la sua condanna. Tom sputò dentro il bicchiere, e poi ne svuotò tutto il contenuto sul volto di André, in un unico getto. L’uomo si svegliò di soprassalto, urlando per il bruciore agli occhi. Li tamponò con la manica della vestaglia, tentando di asciugarli, e vide il ragazzo. I due si guardarono per qualche secondo, e Tom fu tentato di tirargli il bicchiere in faccia e vedere i pezzi di vetro scheggiargli gli occhi e la testa. Invece poggiò il bicchiere sul tavolino e se ne andò. Uscendo dalla barca non si voltò, ma sentì il rumore del bicchiere che andava a infrangersi contro il muro.

Fuori era fresco. Gabbiani e altri uccelli gridavano sopra il mare leggermente mosso. Camminando lungo il molo vide alcuni pescatori che preparavano le barche. Tutto sembrava normale, nessuno badava a lui, nessun poteva sapere il suo stato d’animo. Forse, a nessuno interessava.

Quando stava per raggiungere la Vespa, notò la macchina nera di André, quella che usava di solito Marzi per accompagnarlo e andare a prenderlo. L’uomo infatti era lì, poggiato alla portiera, e ascoltava il primo giornale radio. Vide il ragazzo da lontano, Tom rallentò e si scambiarono uno sguardo. Non serviva dire niente. Così andò alla Vespa e partì verso il Casolare.

***

Vin sentì la Vespa frenare. Era tornato al Casolare già da qualche ora, ed era rimasto in allerta sul divano, chiudendo ogni tanto gli occhi per la stanchezza. Gli altri non erano ancora rientrati, sicuramente dovevano essere talmente ubriachi da essere crollati in discoteca o nella roulotte di Nina. Lui invece non faceva che pensare a Tom nella barca e preoccuparsi sempre più non vedendolo tornare. Cercò di gestire quell’ansia ascoltando qualche disco, ma poi spense tutto, anche le luci. Lasciò soltanto una candela per fargli compagnia.

Quando sentì la Vespa sobbalzò, ma decise di non muoversi. Non voleva incrociarlo subito, non voleva farlo sentire in imbarazzo, o peggio, scoprire che era arrabbiato con lui e gli altri che erano andati via lasciandolo sulla barca. E secondo lui ne avrebbe avuto tutte le ragioni. Perciò non si alzò dal divano e restò in ascolto dei movimenti di Tom al piano di sopra. Lo udì aprire e richiudere il frigorifero – sicuramente voleva bere qualcosa – poi far scorrere l’acqua in bagno.

A un certo punto i rumori cessarono. Dai finestroni del seminterrato Vin vedeva una sorta di luce, ma non capiva. Si alzò dal divano, in silenzio salì le scale e andò al piano di sopra, avvicinandosi poi alla finestra. Si accostò per non farsi vedere. Tom era in cortile, avvolto nell’asciugamano grande, messo a mo’ di mantello, i capelli ancora umidi. Stava appoggiato al muro e guardava il fuoco che aveva appena acceso. Tutti i suoi vestiti bruciavano tra le fiamme, e lui le fissava, senza alcuna espressione.

*****

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratti gentilmente realizzati da Agnese Perra.

*Immagine Web – the Crystal Ship *

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Bob Dylan e il caso “Hurricane” 1975

hurricane

Il 17 giugno 1966 il pugile Rubin “Hurricane” Carter fu condannato ingiustamente per un triplice omicidio avvenuto a seguito di una sparatoria al Lafayett Bar, nel New Jersey. Sarebbe poi stato scarcerato solo nel 1985, quando il giudice della Corte Federale Haddon Lee Sarokin sentenziò che non aveva avuto un processo equo, affermando che l’accusa era “basata su motivazioni razziali”. Il 26 febbraio 1988 caddero definitivamente tutte le accuse.

Dylan venne a conoscenza della storia di Carter leggendo la sua autobiografia, The Sixteenth Round (1974), che Carter stesso gli aveva inviato, conscio del suo precedente impegno per i diritti civili.

La prima versione venne registrata il 30 luglio del 1975.

Nel 1999 il regista Norman Jewison girò il film “Hurricane – il grido dell’innocenza” con protagonista Denzel Washington.

 https://www.youtube.com/watch?v=QfiK17FhP4g
HURRICANE
Pistol shots ring out in the barroom night
Enter Patty Valentine from the upper hall
She sees the bartender in a pool of blood
Cries out, “My God, they killed them all!”
Here comes the story of the Hurricane
The man the authorities came to blame
For somethin’ that he never done
Put in a prison cell, but one time he could-a been
The champion of the world
Three bodies lyin’ there does Patty see
And another man named Bello, movin’ around mysteriously
“I didn’t do it, ” he says, and he throws up his hands
“I was only robbin’ the register, I hope you understand
I saw them leavin’, ” he says, and he stops
“One of us had better call up the cops.”
And so Patty calls the cops
And they arrive on the scene with their red lights flashin’
In the hot New Jersey night
Meanwhile, far away in another part of town
Rubin Carter and a couple of friends are drivin’ around
Number one contender for the middleweight crown
Had no idea what kinda shit was about to go down
When a cop pulled him over to the side of the road
Just like the time before and the time before that
In Paterson that’s just the way things go
If you’re black you might as well not show up on the street
‘Less you want to draw the heat
Alfred Bello had a partner and he had a rap for the cops
Him and Arthur Dexter Bradley were just out prowlin’ around
He said, “I saw two men runnin’ out, they looked like middleweights
They jumped into a white car with out-of-state plates.”
And Miss Patty Valentine just nodded her head
Cop said, “Wait a minute, boys, this one’s not dead”
So they took him to the infirmary
And though this man could hardly see
They told him that he could identify the guilty men
Four in the mornin’ and they haul Rubin in
Take him to the hospital and they bring him upstairs
The wounded man looks up through his one dyin’ eye
Says, “Wha’d you bring him in here for? He ain’t the guy!”
Yes, here’s the story of the Hurricane
The man the authorities came to blame
For somethin’ that he never done
Put in a prison cell, but one time he could-a been
The champion of the world
Four months later, the ghettos are in flame
Rubin’s in South America, fightin’ for his name
While Arthur Dexter Bradley’s still in the robbery game
And the cops are puttin’ the screws to him, lookin’ for somebody to blame
“Remember that murder that happened in a bar?”
“Remember you said you saw the getaway car?”
“You think you’d like to play ball with the law?”
“Think it might-a been that fighter that you saw runnin’ that night?”
“Don’t forget that you are white.”
Arthur Dexter Bradley said, “I’m really not sure.”
Cops said, “A poor boy like you could use a break
We got you for the motel job and we’re talkin’ to your friend Bello
Now you don’t wanta have to go back to jail, be a nice fellow
You’ll be doin’ society a favor
That sonofabitch is brave and gettin’ braver
We want to put his ass in stir
We want to pin this triple murder on him
He ain’t no Gentleman Jim.”
Rubin could take a man out with just one punch
But he never did like to talk about it all that much
It’s my work, he’d say, and I do it for pay
And when it’s over I’d just as soon go on my way
Up to some paradise
Where the trout streams flow and the air is nice
And ride a horse along a trail
But then they took him to the jailhouse
Where they try to turn a man into a mouse
All of Rubin’s cards were marked in advance
The trial was a pig-circus, he never had a chance
The judge made Rubin’s witnesses drunkards from the slums
To the white folks who watched he was a revolutionary bum
And to the black folks he was just a crazy nigger
No one doubted that he pulled the trigger
And though they could not produce the gun
The D.A. said he was the one who did the deed
And the all-white jury agreed
Rubin Carter was falsely tried
The crime was murder “one, ” guess who testified?
Bello and Bradley and they both baldly lied
And the newspapers, they all went along for the ride
How can the life of such a man
Be in the palm of some fool’s hand?
To see him obviously framed
Couldn’t help but make me feel ashamed to live in a land
Where justice is a game
Now all the criminals in their coats and their ties
Are free to drink martinis and watch the sun rise
While Rubin sits like Buddha in a ten-foot cell
An innocent man in a living hell
That’s the story of the Hurricane
But it won’t be over till they clear his name
And give him back the time he’s done
Put in a prison cell, but one time he could-a been
The champion of the world
Compositori: Jacques Levy / Bob Dylan
Testo di Hurricane © Sony/ATV Music Publishing LLC, Audiam, Inc
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Portali della Percezione

Quando le porte della percezione si apriranno, tutte le cose appariranno come realmente sono: infinite.”

If the doors of perception were cleansed every thing would appear to man as it is, Infinite. For man has closed himself up, till he sees all things thro’ narrow chinks of his cavern.

 

 

 

(Nuraghe Piscu – Suelli – 1.8.18)

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Kubla Khan oppure “Visione di un sogno”

xanadu

 

 

KUBLA KHAN 

di Samuel Taylor Coleridge

(1797)

Kubla Khan fece in Xanadù
Un duomo di delizia fabbricare:
Dove Alfeo, sacro fiume, verso un mare
Senza sole fluiva giù
Per caverne che l’uomo non può misurare.
Per cinque e cinque miglia di fertile suolo
Lo circondò con torri e mura;
C’erano bei giardini, ruscelli sinuosi,
Alberi da incenso in fioritura;
C’erano boschi antichi come le colline
E assolate macchie di verzura.

Ah quel romantico abisso che sprofondava
Obliquo la verde collina in un folto di cedri!
Luogo selvaggio! Luogo santo e fatato
Quale fu mai visitato a una luna calante
Da una donna in sospiri per il suo dèmone amante!
E dall’abisso, fremente in continuo tumulto,
Quasi scotesse la terra un cupo affanno di palpiti,
Una possente fontana d’un tratto sprizzò:
E tra i suoi scrosci semintermittenti
Balzavano enormi frammenti come di grandine
O di grano che salta battuto dal battitore:
E in questa danza di pietre-cristalli
Il fiume sacro nasceva improvviso.
Per cinque miglia serpeggiando fluiva
Il fiume sacro fra boschi e piccole valli,
Giungeva a caverne che l’uomo non può misurare,
Poi sfociava in tumulto a un oceano senza vita:
E nel tumulto Kubla udì le voci remote
Degli antenati che predicavano guerra!

L’ombra del duomo di delizia
Fluttuava sull’acqua a mezzo via,
Dove si confondeva il ritmo sovrapposto
Della fontana e delle grotte.
Era un prodigio di rara maestria:
Antri di ghiaccio e cupola solatìa

Una fanciulla con salterio
Io vidi in una visione:
Era una giovane Abissina
E col suo salterio sonava,
Del Monte Abora cantava.
Potessi in me resuscitare
Quel suo canto e melodia,
Vinto di gioia ne sarei,
Di piena musica nell’aria
Quel duomo anch’io fabbricherei,
Quelle grotte di ghiaccio, la cupola di sole!
E ognuno che ascoltasse li vedrebbe,
Tutti gridando: attento! Attenti!
I suoi occhi di lampo, le sue chiome fluenti!
Fargli tre volte intorno un cerchio,
Chiudi gli occhi con santo timore,
Perché con rugiada di miele fu nutrito
E bevve latte di paradiso.

English:

In Xanadu did Kubla Khan
A stately pleasure-dome decree:
Where Alph, the sacred river, ran
Through caverns measureless to man
   Down to a sunless sea.
So twice five miles of fertile ground
With walls and towers were girdled round;
And there were gardens bright with sinuous rills,
Where blossomed many an incense-bearing tree;
And here were forests ancient as the hills,
Enfolding sunny spots of greenery.
But oh! that deep romantic chasm which slanted
Down the green hill athwart a cedarn cover!
A savage place! as holy and enchanted
As e’er beneath a waning moon was haunted
By woman wailing for her demon-lover!
And from this chasm, with ceaseless turmoil seething,
As if this earth in fast thick pants were breathing,
A mighty fountain momently was forced:
Amid whose swift half-intermitted burst
Huge fragments vaulted like rebounding hail,
Or chaffy grain beneath the thresher’s flail:
And mid these dancing rocks at once and ever
It flung up momently the sacred river.
Five miles meandering with a mazy motion
Through wood and dale the sacred river ran,
Then reached the caverns measureless to man,
And sank in tumult to a lifeless ocean;
And ’mid this tumult Kubla heard from far
Ancestral voices prophesying war!
   The shadow of the dome of pleasure
   Floated midway on the waves;
   Where was heard the mingled measure
   From the fountain and the caves.
It was a miracle of rare device,
A sunny pleasure-dome with caves of ice!
   A damsel with a dulcimer
   In a vision once I saw:
   It was an Abyssinian maid
   And on her dulcimer she played,
   Singing of Mount Abora.
   Could I revive within me
   Her symphony and song,
   To such a deep delight ’twould win me,
That with music loud and long,
I would build that dome in air,
That sunny dome! those caves of ice!
And all who heard should see them there,
And all should cry, Beware! Beware!
His flashing eyes, his floating hair!
Weave a circle round him thrice,
And close your eyes with holy dread
For he on honey-dew hath fed,
And drunk the milk of Paradise.
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Come il giorno e la notte **Romanzo in progress**25*

Come il giorno e la notte – parte 25 –

Salome’

(Trama e personaggi – episodi precedenti:
https://dallastellaallaterra.com/come-il-giorno-e-la-notte/ )

 

Tom black

 

Tom era rimasto ad aspettare nei pressi della villa, dopo aver lasciato la Vespa in una stradina secondaria, e aveva visto Vin entrare. Si era appostato dietro un albero del vialetto che portava al lungofiume, da dove si aveva uno scorcio del giardino e delle finestre della casa di André. Diverse volte aveva avuto la tentazione di entrare e avvicinarsi alla finestra, per fare rumore o intervenire in caso ce ne fosse stato bisogno. Ma altrettante volte ci aveva ripensato e si era allontanato, senza perdere d’occhio la casa e il cancello principale.

Quando Vin era finalmente uscito dal cancello, era subito tornato a nascondersi dietro a un albero e aveva aspettato che si incamminasse, per poi recuperare la Vespa e seguirlo quasi a passo d’uomo per non farsi notare. Vin si era fermato un minuto, appoggiandosi al muro di cinta, e lì Tom si aspettò di vederlo piangere o qualcosa del genere. Ma si accorse che si era fermato soltanto per allacciare la scarpa che si era slegata. Poi si era voltato e aveva proseguito lungo il muro, in direzione del piazzale delle roulotte.

Poco prima di arrivare al piazzale gli era corso incontro abbaiando Bullo, come se l’avesse avvistato già in lontananza, e Vin l’aveva seguito tra gli alberi del lungofiume. Da lì Tom l’aveva visto inoltrarsi nella vegetazione e poi scendere fino alla piccola banchina. Allora aveva lasciato la Vespa appoggiata a un muretto e si era incamminato con molta cautela. Mentre si avvicinava, nel silenzio i suoi passi sulle foglie producevano un rumore quasi ritmico, piacevole, e il suono dell’acqua del fiume sembrava accompagnarlo. Intravide Vin accovacciato ai piedi di un albero, che parlava con il cagnolino come a un bambino, mostrandogli le foglie che galleggiavano sull’acqua. Prima ancora che Vin lo vedesse, Bullo avvertì la sua presenza e gli andò incontro, costringendolo quindi a venire allo scoperto tra gli alberi.

“Ehi.” disse Tom, rivolgendosi al cane che iniziava a leccargli la mano, ma salutando così anche Vin.

Vin, stupito di vederlo, provò suo malgrado una strana emozione. Lo sfiorò il pensiero che si fosse preoccupato per lui, ma decise di non alimentare troppo quell’idea. Lo salutò restando accovacciato ai piedi dell’albero.

“Che ci fai qui?” gli chiese, considerando che sarebbe dovuto essere in stazione a quell’ora. La domanda sembrava buttata lì per caso, ma implicava il desiderio di sentirsi rispondere qualcosa di simile a un “volevo vederti”.

“Niente…” rispose Tom, cercando di sminuire il proprio imbarazzo. Lo osservava come per capire dai suoi gesti se fosse successo qualcosa con André o se fosse tutto normale. Non voleva fargli nessuna domanda diretta. Poi mise una mano in tasca del giubbino e tirò fuori due biglietti un po’ stropicciati.

“Ti stavo cercando per darti questi. Me li hanno regalati…ma tanto io non ho tempo. Prendili tu. Ci volevi andare.”

Vin prese i biglietti e lesse Tunnel della morte – ingresso unico.

“Sei sicuro?” chiese, sorpreso di quel dono inatteso. Tom annuì.

“Vai con Taco…o con chi vuoi tu.”

Vin li mise con cura in mezzo al libro che aveva appoggiato per terra. Tom ne approfittò per tirare in ballo André.

“Non gliel’hai restituito?”

“No, mi ha detto di tenerlo. Ah, ha scritto una cosa per te.”

Così dicendo prese il segnalibro e lo passò a Tom, che gli diede un’occhiata veloce.

“Sabato andiamo in barca per il mio compleanno.” annunciò dopo aver letto. Si sistemò il ciuffo di capelli che il vento improvviso gli stava scompigliando, e quasi gli sfuggì il segnalibro dalle mani.

“Nella barca di André? E tu ci vuoi andare?”

Tom non rispose subito. Si rigirava tra le mani il segnalibro, mentre Bullo tentava di afferrarlo con i denti, come in cerca di qualcosa da rosicchiare.

“Perché no? Lo sai, non festeggio il mio compleanno da…” restò sovrappensiero, giocando a sottrarre il segnalibro al cane. “Beh, non me lo ricordo nemmeno.”

Vin sorrise. Gli avrebbe voluto dire che era molto felice di festeggiare insieme i suoi diciotto anni. Tom gli restituì il segnalibro e si voltò per andare via.

“Tom.” lo richiamò Vin prima che sparisse tra gli alberi. “Scusa, se l’altro giorno non ti ho avvisato di Cesare.”

Tom si fermò solo un attimo, per poi riprendere a camminare sulle foglie.

“No, scusa tu.”

Ma quando lo disse si era già voltato, e a voce talmente bassa che Vin non l’avrebbe potuto sentire. Appena arrivato sulla strada, si sentì in qualche modo più leggero, e fece un respiro profondo prima di salire sulla Vespa e correre verso la stazione.

Vin si alzò per andare anche lui in quella direzione, ma Bullo si era impossessato del segnalibro e dovette lottare un pochino per salvarlo dalla sua presa e dalle sue leccate. Quando ci riuscì era ormai in buona parte compromesso, e prima di decidere di buttarlo lesse il messaggio di André:

Sabato tutti sulla mia barca per il tuo compleanno. P.S. Non finisce qui.

Seppellì il segnalibro sotto le foglie, forse con la vana speranza di far scomparire in quel modo anche il messaggio che vi era scritto.

Passando davanti al piazzale delle roulotte, il ragazzo vide Nina che stendeva il bucato su alcuni fili sistemati di lato alle finestrelle. Si avvicinò con i biglietti in mano, per chiederle se per caso voleva andare con lui al Tunnel della morte. Lei ne sembrò entusiasta.

“Andiamo subito, però. Perché poi devo lavorare.”

Appena fu pronta, camminarono a passo veloce fino ad attraversare lo stradone.

“Io sono molto paurosa, Vin. Se ho paura mi abbracci?” lo avvisò la ragazza.

“Sì, certo.” fece lui. “Anche io sono molto pauroso.”

***

La barca di André si trovava in uno dei porticcioli dall’altra parte della città, poco prima di prendere la strada del mare che Vin e Tom avevano percorso in macchina tempo prima. Arrivarci a piedi avrebbe richiesto quindi almeno mezz’ora senza fermarsi. Per questo motivo André aveva messo a disposizione l’automobile – la stessa 127 che aveva guidato Tom – e Marzi l’aveva lasciata nel cortile del casolare appena finito di lavorare alla villa. Poi con un’altra auto, una di quelle nere eleganti, aveva accompagnato André alla barca, dove avrebbe aspettato i ragazzi.

Quella sera, Fausto si era messo alla guida della macchina portando con sé Taco e andando a prendere Marta e Nina al locale. Fortunatamente per loro, erano riuscite ad accattivarsi le simpatie della proprietaria – un po’ meno quelle di suo marito, che però difficilmente si intrometteva negli affari del locale. Maddalena aveva chiamato il pub proprio per il suo nome, senza sapere all’epoca che Mad in inglese indicasse le persone un po’ fuori di testa. Per quel motivo ormai era conosciuta anche come la matta, oltre che la donna del pub. Comunque, grazie a questa simpatia reciproca, la proprietaria aveva dato il consenso alle ragazze per smontare prima dal lavoro, a patto di garantirle gli straordinari il sabato successivo.

Tom invece aveva preferito prendere la Vespa. In quelle sere di marzo ancora fresche ma dal sapore primaverile, gli piaceva correre più leggero e con il vento tra i capelli. Aveva chiesto a Vin di andare insieme a lui, e l’altro gli aveva risposto subito di sì, senza che nemmeno terminasse la frase. Se avesse proseguito dicendo che sarebbero andati “con un camion della nettezza urbana” per lui sarebbe stato lo stesso.

Si incontrarono tutti sulla banchina dopo aver parcheggiato, e Vin notò che Nina, un po’ imbronciata, si era avvicinata subito a Tom dicendogli: “Lo sai che hanno licenziato Cesare dal locale?”, e Tom aveva risposto soltanto No e si era incamminato.

La barca era proprio l’ultima lungo il molo di legno, le altre erano tutte più piccole e sembrava non esserci nessuno a bordo. Riconobbero la scritta Swan sul fianco, che come aveva indicato Marzi, era la marca scandinava della barca ma voleva dire anche cigno. Entrare nella barca di André era come entrare in un tendone di attrazioni. Diversamente dalla villa, le tende erano color crema, a scomparsa, e i mobili di legno chiaro. C’era anche un angolo bar fornito e accessoriato, porte scorrevoli da dove si accedeva al bagno e a una stanza da letto. Il mare era abbastanza calmo, salvo ogni tanto qualche spinta del vento che faceva ondeggiare la barca.

Su un tavolo erano sistemati dei piatti con stuzzichini vari, e birre e bevande per tutti i gusti. C’erano anche dei cocktail già pronti in bicchieri colorati e col ghiaccio vicino. Ma prima, André voleva che si sedessero sui divani e assistessero allo spettacolo che aveva preparato per loro. Aveva sistemato in vari punti delle luci soffuse, che mettevano in risalto anche la sua figura vestita completamente di bianco. Da un piccolo stereo proveniva della musica di sottofondo, tutto sembrava allestito nei minimi particolari. L’uomo scomparve dietro una tenda, per ricomparire dopo qualche secondo, con lo sguardo e i gesti colmi di teatralità. Teneva in mano un vassoio e lo fissava come se su quel vassoio fosse adagiata la testa di Iokanaan, andando intanto a sedersi su un grande cuscino sistemato per terra dicendo più volte la battuta di Salomè: “Tu non hai voluto baciare la mia bocca, Iokanaan”.

Ai ragazzi veniva da ridere di fronte a quella messinscena per loro così stravagante; Tom invece, restando serio, fece cenno agli altri di stare in silenzio e così ascoltarono il monologo che André iniziava a recitare con intensità, guardando ora l’uno ora l’altro dei suoi spettatori oppure il vassoio con l’immaginaria testa.

Iokanaan, sei stato lunico uomo chio abbia amato. Tutti gli altri uomini mi nauseano. Ma tu, tu eri bello. Il tuo corpo era una colonna d’avorio su un piedistallo d’argento. Era un giardino pieno di colombe e di gigli d’argento. Era una torre d’argento ornata di scudi d’avorio. Non c’era nulla al mondo bianco come il tuo corpo. Non c’era nulla al mondo nero come i tuoi capelli. Nel mondo intero nulla era rosso come la tua bocca. La tua voce era un incensiere che spandeva strani profumi, e quando io ti guardavo udivo una musica strana!”

Il monologo terminò dopo circa dieci minuti, proprio nel momento in cui la musica cessava, e André chinò infine la testa come per baciare il vassoio. I ragazzi applaudirono; Taco e Marta che si erano trattenuti dal ridere si sentirono finalmente liberi di sfogarsi. Taco si mise in piedi sul divano battendo chiassosamente le mani. Vin restò in silenzio, affascinato dall’interpretazione e dal testo. Per tutto il tempo aveva pensato che non ci potessero essere parole più belle da dire a qualcuno. Si era voltato verso Tom e aveva notato che anche lui era rimasto serio, seduto sulla poltrona, mentre André si avvicinava a lui con due cocktail presi dal tavolo.

“Questo è per il festeggiato.” proclamò André ad alta voce per ottenere l’attenzione di tutti. E porse a Tom il bicchiere di colore rosso, tenendo l’altro per sé. Poi annunciò: “Che dalla settimana prossima non lavorerà più in stazione ma avrà un lavoro più importante. Auguri, Tom.”

Il bicchiere di André sfiorò quello di Tom per il brindisi e l’uomo bevve un sorso, mentre il ragazzo rimase fermo, visibilmente stupito. La scena era stata talmente solenne che ci fu silenzio per qualche secondo. Un momento di incertezza generale in cui non si sapeva se esultare o meno. Guardando gli altri, Vin notò che in particolare Fausto e Nina sembravano molto freddi rispetto al solito. Pensò che Nina dovesse essere ancora arrabbiata per quella frase che aveva detto sulla banchina, e non diede peso alla cosa. Alla fine fu Fausto a rompere l’imbarazzo pronunciando un “complimenti, Tom” abbozzando un sorriso velatamente forzato. Gli altri complimenti seguirono a ruota, e finalmente andarono tutti a prendere da bere e da mangiare.

Anche Tom, ripresosi dallo stupore, iniziò a bere il suo cocktail e si alzò per farsi dare gli auguri dagli amici. Andrè annunciò che si potevano aprire le danze e che avrebbe fatto scegliere la musica a loro. Fausto si fece avanti con una cassetta rivendicando il diritto di ascoltare musica hard rock, almeno per una volta, subito appoggiato da Marta e Taco. Dall’altra parte Tom aveva portato una cassetta di musica Disco e ottenne i voti di Nina e Vin. Per risolvere la disputa dovette intervenire André che decretò fosse più giusto sentire la musica del festeggiato. Poi, annunciando che Salomè andava a riposare un poco, scomparve dietro una porta scorrevole lasciandoli soli a festeggiare.

Ballarono sulle canzoni dei Boney M. e quando iniziò Rasputin Tom, già su di giri, salì su un tavolino senza scarpe e a torso nudo mentre gli altri ballavano intorno a lui. A un certo punto, quando avevano appena iniziato un giro di shottini, Tom disse di non sentirsi bene ma la musica era alta e gli altri non se ne accorsero. Vin lo vide andare oltre la porta scorrevole alla ricerca del bagno e decise di non seguirlo per non sembrare il solito apprensivo o rompiscatole.  Dopo una decina di minuti, qualcuno continuava a ballare, mentre Taco era già esausto sul divano. Non vedendolo tornare, Vin, meno ubriaco degli altri, avvisò che Tom era andato in bagno e doveva sentirsi male.

“Strano, ha bevuto solo tre cocktail.” osservò Fausto, andando a sedersi accanto a Marta, col respiro affannato per il ballo.

“Però non ha mangiato niente.” disse Nina.

“Ma lui regge più di noi messi insieme.” precisò Marta poggiando la testa sulla spalla di Fausto. E rideva qualunque cosa dicesse.

Vin abbassò il volume della musica e in quel momento André si affacciò dalla porta scorrevole. Si rivolse a Fausto facendogli cenno di avvicinarsi, e il ragazzo lo raggiunse subito. Lo sguardo serio di André fece preoccupare Vin; aveva notato che si era cambiato e indossava una delle sue vestaglie. Fece per avvicinarsi ma André richiuse subito la porta scorrevole con uno scatto. Rimasero ad aspettare senza sapere cosa fare. Nina disse più volte: “Sarà meglio andare”, sembrava nervosa. Vin tolse il nastro di Tom dallo stereo e lo poggiò sul tavolo.

Quando Fausto ricomparve, disse subito che dovevano andare via.

“Sta troppo male per muoversi. L’abbiamo fatto sdraiare e gli lasciamo la Vespa così quando sta meglio può andarsene.”

Fausto svegliò Taco e presero le loro cose. Vin provò a chiedergli qualche informazione in più ma il ragazzo non gli rispondeva.

“Lo lasciamo qui?” si preoccupò Vin.

“Finché non si riprende…Stai tranquillo, Vin.” gli rispose Nina.

“Andiamo a ballare allora?” propose Marta. “So che c’è una bella serata rock.”

Raccolsero i giubbotti e le borsette e uscirono in fretta dalla barca, seguendo Fausto che li aiutò uno ad uno ad attraversare la passarella dalla barca alla banchina. A parte Vin erano tutti sbronzi ma Fausto era l’unico che camminava dritto. Nina prese la mano di Vin e andarono verso il parcheggio. Più si allontanavano dalla barca, più Vin provava una sensazione di tristezza e impotenza. Poco prima di arrivare alla macchina si fermò e lasciò la mano di Nina, voltandosi di scatto ed esclamando “Io non lo lascio solo!”

Non aveva fatto nemmeno due passi che Fausto l’aveva afferrato per il braccio, stringendo tanto da fargli male. Poi l’aveva guardato in maniera molto eloquente, quasi minacciosa, senza ammissione di repliche.

“Tu vieni con noi.”

Lo tenne per il braccio finché non furono alla macchina, dove entrarono stringendosi tutti e cinque. Fausto non mise subito in moto, restò fermo con le mani sul volante. Era calato un silenzio così pesante che a Vin stava per venire da piangere. Marta guardò Fausto stranita.

“Allora andiamo a ballare?” disse, come incitandolo a mettere in moto. Era l’unica che non sembrava particolarmente colpita, o forse era solo la più ubriaca.

Fausto allora partì e anche Nina disse sì, andiamo a ballare, ma con un tono che non si addiceva affatto alla spensieratezza di un simile evento.

Vin restò in silenzio in macchina e anche in discoteca, premeditando soltanto di tornarsene da solo al casolare non appena gli altri non avrebbero più badato a lui.

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

Ritratti gentilmente realizzati da Agnese Perra.

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Like a River

river1

 

You, like a River flowing

Like a Phoenix rebirthing

from your ashes.

You’ll be for us the Stars

glittering in your eyes

And your kind smile.

Please be a River

so quiet and wild 

for us to dive.

(To River Phoenix)

F.E.

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Experience of Love * I Compagni Stellari *

couple stars

 

Finora ci avete parlato di compagni stellari e compagni di fiamma. Quindi ognuno di noi ha più compagni/compagne. Potete chiarire?

Provate a pensare quando a volte cercate di capire come gli altri vi vedono, quando pensate come un altro vi vede – è diverso da guardarsi allo specchio – è come se in quel momento voi foste quello fuori di voi ma siete sempre voi che vi state guardando. Quindi siete uno lo specchio dell’altro e avete almeno mille sfaccettature che vanno a costituire un’unica essenza, quindi non avrete mai modo nel tempo di conoscerle tutte. In questo momento vi viene consentito di vedere parti delle vostre identità che sono le più importanti ovvero il vostro compagno stellare che è una cosa e il vostro compagno di fiamma che è un’altra cosa. Ognuno di voi ha  un compagno stellare per ogni stella e per ogni pianeta e tra di essi vi è anche  il compagno di fiamma che assume chiaramente una forza maggiore a livello di vibrazione e di sensazioni e ognuno di voi ritrova ciò che manca alla vostra essenza – per esempio la creatività, il femminile, la fisicità e sensualità. Frammenti che vi mancano – o sono molto deboli – fin quando non avviene questo ricongiungimento. Con l’apertura del cuore si può chiedere di ritrovare i frammenti della vostra entità e sentirete un’unione mai sentita prima come se riusciste a riunire in voi tutti questi frammenti – cioè quelli che siete in grado di fare al livello in cui vi trovate. Questa unione può avvenire poi sul vostro livello dimensionale con altre creature che abbiano raggiunto anche loro quel livello, e che noi possiamo usare come canali per aiutarvi in questa assimilazione.

Al livello della vostra dimensione terrestre, sentirsi un’unica cosa con quella parte di voi da cui vi eravate separati è un processo lungo, perchè altro non siete che una parte di una stessa entità che a suo tempo aveva deciso di separarsi e diventare due entità differenti che però ovviamente restano sempre legate.  Quindi non ha importanza che siano un maschile e un femminile, ognuno trova sia la parte maschile che femminile  in quella essenza che esisteva ai primordi, cioè quando dalla propria stella si è deciso che doveva avvenire una scissione per cui ognuno faceva il suo percorso ma restando sempre indissolubilmente legati durante le vite incarnate con diversi legami, e anche in vite dove non  vi siete incontrati. Quando il vostro livello sarà abbastanza elevato potrete ricongiungervi  a quella parte primordiale.

Tutto avverrà nel modo più naturale possibile, il vostro lavoro è quello di  seguire le indicazioni man mano che anche i vostri ricordi vi aiuteranno alla ri-assimilazione della parte mancante. Il senso di vuoto e tristezza è determinato dai ricordi  molto forti con i vostri compagni e altri fratelli stellari e state ricongiungendo voi stessi alla parte che avevate abbandonato allora consapevolmente ma poi successivamente da incarnati avete sofferto di quel vuoto. Questo determina la ricerca che ogni essere umano fa sulla terra alla ricerca di un’altra anima, mentre tutti siamo parte di un’unica entità quindi la felicità non si raggiunge con una sola persona perchè ognuno di voi ha diversi compagni stellari con cui è stato in forte collegamento da quando vi siete scelti all’inizio.

In che modo può avvenire questo ricongiungimento che richiede varie fasi?

Entrate nell’ottica di una grande entità collettiva e di una entità minore che ognuno di noi rappresenta, come se fosse un asteroide fatto di vari frammenti e tutti questi asteroidi formano poi la galassia. Ognuno di voi è quindi un frammento di questi asteroidi insieme ad altri, quindi tu sei parte di un asteroide di cui fanno parte il tuo compagno siriano, il tuo compagno arturiano e altri di cui ancora non sai. È come se voi foste tutti una parte di un’interfaccia di uno stesso simbolo, come se un pianeta ruotasse su se stesso e voi siete interfacce diverse, quindi non siete separati ma identità di questo unico asteroide, di un’unica essenza che all’inizio era una poi  ha deciso di scindersi, di separarsi. Per voi non è facile capire quanti frammenti ci possono essere in un’unica entità, voi avete più facilità nel vedervi separati gli uni dagli altri.

Il ricongiungimento non sempre può avvenire al cento per cento, nel senso che una piccola parte continua ad essere al servizio della propria stella e del proprio pianeta. Le creature stellari in vari momenti sono state esclusivamente sull’astronave o nella dimensione della loro stella senza scendere su altre dimensioni come invece possono aver fatto altre creature. Quindi, a meno che non scelgano l’incarnazione, i vostri compagni si trovano in parte ancora sulla dimensione dell’astronave, in parte scendono in forma più umana per incontrarvi. Il concetto che vi possiamo dire  è che significa che voi siete sempre costantemente collegati ai vostri compagni stellari solo che cambia l’integrazione che può avvenire tra di voi. Quindi può avvenire che in parte restino sull’astronave in parte con voi oppure restino totalmente sulla loro stella ma vi incontrino nei vostri stati di trance oppure avvenga la scelta di unirsi a voi in maniera più definitiva in altre modalità. Questa condizione modifica la tua vibrazione, in qualche modo il tuo  sguardo verso gli altri esseri umani che ti circondano, perchè tu ora hai in te anche la vibrazione dell’essere stellare, sia la tua che quella del compagno. Però questo richiederà molto tempo terrestre. Essere pienamente cosciente  significa sentire delle sensazioni che possono sembrare non tue , queste sono le conseguenze di tutta questa unione che avviene frammento dopo frammento, non in una volta sola.

Che consigli ci date per portare avanti questa “esperienza d’amore” nella nostra dimensione?

Forse la cosa più difficile per voi è portare la stessa vibrazione su  tutti i livelli, per questo capita di incontrare creature che hanno una vibrazione molto alta per certi aspetti ma molto bassa su  altri (per esempio vita sentimentale insoddisfacente,  o vita sociale), questo perché avete difficoltà ad integrare tutti i frammenti che fanno parte della vostra essenza, come se riusciste a investire più energia da una parte e meno dall’altra, ci sono più luci e più ombre che non riuscite a mettere in armonia.

Questo è un lavoro che va fatto pensando che siete su più livelli non su uno solo e se non sono in armonia allora si crea una sorta di scissione tra le vostre identità su vari livelli  e ne consegue che vi sentite insoddisfatti su uno o più livelli. L’unica cosa che vi può portare davvero ad armonizzare il tutto è l’amore inteso come esperienza d’amore, cioè non parliamo del fatto di trovare un partner o amare un animale, un bambino o altre creature – che sono molto importanti – ma l’esperienza d’amore davvero universale è  quella che voi sentirete di provare quando vi sentirete uniti al tutto di cui fate parte. Portare quella energia, quella vibrazione, in tutti gli ambiti è  solamente l’esperienza d’amore che provate quando vi ritrovate nel vostro asteroide (usato solo come esempio per renderci comprensibili). La vita quotidiana per voi è come secondaria, come se alcune cose non vi riguardassero più. Siete stellari ma avete anche scelto di essere umani e vi assicuriamo che in questo momento vi è molto bisogno di essere appunto umani. Richiamate quindi questa parola: esperienza d’amore e vi arriverà.

 

Messaggi ricevuti in Luglio 2018

Da parte dei Saggi Siriani: Antimos e Orian

Alla presenza di Beatrix e Orios

 

(testo di proprietà di Francesca Erriu Enrew e gruppo Interstellar.

Condivisibile da questo link)

 

 

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Each man kills the thing he loves

 

Ogni uomo uccide ciò che egli ama

Eppure ogni uomo uccide ciò che egli ama , e tutti lo sappiamo: gli uni uccidono con uno sguardo di odio, gli altri con delle parole carezzevoli, il vigliacco con un bacio, l’eroe con una spada! Gli uni uccidono il loro amore, quando sono ancora giovani, gli altri quando sono già vecchi, certuni lo strangolano con le mani del desiderio, certi altri con le mani dell’oro, i migliori si servono d’un coltello, affinché i cadaveri più presto si gelino. Si ama eccessivamente o troppo poco, l’amore si vende o si compra, talvolta si compie il delitto con infinite lacrime, tal’altra senza un sospiro, perchè ognuno di noi uccide ciò che ama eppure non è costretto a morirne.

 

da “The Ballad Of Reading Gaol” di Oscar Wilde

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Resurrection **

las vegas

 

Sulla vetrina il cartello “cercasi ragazza full time”. La ragazza dell’hotel cammina di fronte a lui ancheggiando sui tacchi, cosa che gli crea un impercettibile tumulto ormonale. Tra la gente in tumulto, un bambino cerca di bere da una bottiglietta, ma l’autobus lo distrae. La bottiglietta di plastica cade per terra, il vento non ci pensa due volte e l’oggetto, ignaro del suo potere inquinante, si ritrova a rotolare fino a cadere inesorabilmente nel fiume. Le acque del fiume sono gialle ormai, non se ne vede più il fondo, e foglie morte vi galleggiano da secoli. Anche quel giorno una foglia d’autunno era andata a posarsi sul davanzale della sua finestra – era stato secoli prima. E da quella finestra aveva scorto la madre uscire di casa urlando “Non chiamate Chi l’ha visto!” In quell’istante la postina si era fermata davanti alla porta di casa, e lui avrebbe voluto dirle “Portami via con te e non riconsegnarmi al mittente”. Ma la postina aveva preferito la madre, ed era partita, lasciando dietro di sé una scia di fumo nero. Il fumo era diventato sempre più denso, fino ad avvolgere la sua visione romantica della vita. Vita o morte che importanza aveva, il mondo non lo meritava. Questo pensava del mondo, finché un giorno non aveva oltrepassato la linea gialla e lì il Controllore gli aveva parlato: allora aveva capito che si poteva credere in qualcosa, persino negli esseri umani. Per questo si era chiuso in quel bagno pubblico e ora si ritrovava a leggere le scritte sulle piastrelle umide, tracce di umanità dimenticata. E l’oggetto cadeva nel pozzo profondo – o almeno gli sembrava un pozzo – cancellando l’unica traccia di una vita spesa a cercare l’infinito: una siringa che aveva svolto il suo ultimo, ultimissimo compito. Schiacciando il pulsante come per magia tutto nel pozzo si era messo a ondeggiare in un turbine d’acqua, uno tsunami di ricordi. E prima di voltare le spalle al pulsante, aveva letto una scritta: “Domani risorgo – firmato Gesù”. Parole sante.

 

(di Francesca Enrew Erriu)

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