Little Creature

child stars

 

Piccola creatura

In un mondo fuori misura

Se la memoria ti potrà tradire,

io no, resterò fino alla fine.

Così tu sai, come io so

Che non c’è niente da capire.

Quando torni Raggio Bianco?

Io ti voglio qui al mio fianco.

(F.E.)

***

My little creature

In a world out of measure

Maybe memory will betray thee

But not me.

And you know it, as I know it

There’s nothing to understand.

When will you come back?

My White Ray,

Will you come here to stay?

(F.E.)

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Aleph*Il Viandante Visionario*Il figlio del Raggio Bianco

 

Orios maar

Soltanto la mattina dopo, vedendola in riva al fiume a prendere dell’acqua, Aleph si accorse che Tara aspettava un bambino. Con grande fatica cercava di sollevare la brocca con l’acqua da portare alla capanna, così il ragazzo corse subito in suo aiuto.

Verso sera, tornando da un giro di perlustrazione per accertarsi che non ci fossero sconosciuti nella zona, da lontano la sentì lamentarsi e piangere per il dolore. La trovò di nuovo vicino al fiume, appoggiata ad un albero, stringendo la corteccia così forte fino a far sanguinare le mani. Pur non sapendo niente della maternità e non avendo mai assistito a un parto, Aleph capì che stava per partorire.

Non ce l’avrebbe fatta ad arrivare alla capanna. Così preparò un tappeto di foglie dove farla stendere e Tara sembrò stare meglio. Ma la tregua durò poco, perché i dolori ricominciano forti e la ragazza piangeva disperatamente. Fu una lunga notte. Aleph non sapeva che altro fare, se non asciugarle il viso e rinfrescarla con l’acqua. Poi finalmente, in preda a spasmi ed enorme sofferenza, Tara partorì, e lui subitamente afferrò la creatura dal suo corpo.

Ma la creatura era esanime. Gli occhi chiusi, il volto bianchissimo, le labbra serrate che non sembravano volersi aprire. Aleph provò a scuotere il bambino, a soffiare dentro la sua bocca, persino a metterlo nell’acqua, ma niente servì a fargli prendere vita. E nel mentre Tara, ancora in preda ai dolori, non riusciva a sollevarsi, ma capiva tutto ciò che accadeva. E di nuovo pianse disperatamente. E Aleph si chinò per terra senza forze e anche lui disperato.

Era l’alba e il cielo era scuro. All’improvviso un lampo blu sembrò squarciare il cielo, seguito da altri lampi blu e argentati. Aleph sollevò lo sguardo, e vide delle luci intermittenti. Tara riuscì finalmente a sedersi, appoggiandosi all’albero, e anche lei fu rapita da quella visione. Un grande oggetto di colore blu e argento si era fermato più o meno all’altezza della cima dell’albero. Un raggio era uscito dall’oggetto, e come trasportati da esso, erano scesi due esseri, poco distanti da loro. Erano di colore blu, uno di aspetto femminile, l’altro maschile, ma non potevano vederne i tratti, solo le sagome simili a degli ologrammi.

L’essere femminile allungò le mani nella loro direzione, e senza avvicinarsi, con un raggio blu prelevò il bambino senza vita e lo tenne tra le braccia. Poi parlò, con voce amorevole ma poco umana.

“Il bambino del Raggio Bianco non è ancora pronto, per questo posto.”

Tara si inginocchiò e a stento tratteneva le lacrime, nel vedere il bambino portato via da esseri che non conosceva.

“Chi siete?” chiese Aleph facendosi coraggio.

“Io sono Beatrix” rispose l’essere femminile “ e lui è Anthymos. Siamo dell’astronave dei Sir.”

L’essere di nome Anthymos allungò una mano verso Aleph e gli porse, tramite il raggio, una pietra di colore nero lucido.

“Aleph,” gli disse “tu ricevi da me la pietra dei Sir. Con il suo aiuto sarai in grado di capire la vibrazione degli altri esseri, in modo da poterti proteggere.”

Aleph, incredulo, prese la pietra nella sua mano, e subito sentì una forte protezione. Poi i due esseri si allontanarono, come per tornare alla loro astronave.

“Tara,” disse Beatrix “non temere per il tuo bambino. Tornerà quando sarà il momento, quando sarete di nuovo connessi alla Galassia superiore.”

In quel momento apparve una pozza d’acqua trasparente, come una piscina dove si riflettevano il cielo e le stelle di una galassia.

“Immergiti in queste acque chiare e purificatrici, e sarai guarita.”

Così Tara si spogliò, rendendosi conto solo in quel momento di aver perso tantissimo sangue, e andò ad immergersi nell’acqua.

“Aleph” disse Anthymos “domani riprenderai il tuo viaggio. Rincontrerai Nur, lo sciamano della Torre rossa. Egli sarà il tuo maestro. È importante.”

E senza aggiungere altro, i due esseri svanirono nei loro raggi e l’astronave si allontanò, come se nulla fosse accaduto. I due giovani si guardarono, quasi persuasi di aver sognato.

Aleph notò vicino alla pozza d’acqua delle bellissime pietre colorate, e ne scelse una per creare un monile da lasciare a Tara prima di ripartire. Tara nel frattempo si lasciava curare dall’acqua e chiudeva gli occhi quasi addormentandosi.

Scese la sera, e Aleph posò la collana per Tara vicino all’albero. Non la voleva svegliare, galleggiava così beatamente nell’acqua. Così si alzò, deciso a ripartire. Ma appena si voltò, sentì la voce di Tara che lo chiamava. Allora si voltò ancora verso la piscina d’acqua, ma Tara aveva ancora gli occhi chiusi e non poteva certo aver parlato.

Questo accadde tre volte. Si voltava e sentiva “Aleph, Aleph, Aleph” quasi come un canto. Alla fine tornò accanto all’albero, e Tara d’un tratto aprì gli occhi, come svegliandosi.

“Mi stavi chiamando?” le chiese.

“Sì, ma in sogno.” Rispose lei, come frastornata. Guardò il suo corpo, ed era completamente guarito, privo dei segni del parto, come se nulla fosse accaduto.

L’acqua intorno a lei era diventata di colore blu elettrico. Scie luminose si muovevano in superficie, il cielo stellato si rifletteva intorno a lei e sul suo corpo nudo. E anche se lei non parlava, lui continuava a sentire chiamare il suo nome. Poi un’altra voce diceva “Noi uniamo la Galassia superiore”.

A quel punto non poteva più pensare di andarsene. Anche lui si liberò di ciò che indossava, e lentamente entrò in acqua, portando con sé la collana per Tara. Gliela mise al collo, e la pietra era di colore blu come l’acqua stessa e brillava di tante stelle. Finalmente vide un sorriso sul suo volto. E a lungo si guardarono, finché le labbra si unirono. E quello che non sapeva sull’amore, lo imparò in una notte.

 

(di Francesca Enrew Erriu – I racconti di Tara)

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Monster in your room

 

scary monsters

 

Won’t betray you anymore

There’s a monster in your room

I’m not that monster, is that you?

Scary – Weird

You want to kill me again?

If it’s so, please with a sword.

Was it right to fight?

Painless, plainness

Careless madness.

The master of sex

Is trying to rest.

Give him a little break.

***

(traduzione)

Non ti tradirò mai più

C’è un mostro nella tua stanza

Non sono io quel mostro, forse sei tu?

Spaventoso – curioso

Vuoi uccidermi di nuovo?

Se sì, fallo con una spada.

È stato giusto lottare?

Senza dolore, senza bellezza

Follia incosciente.

Il maestro del sesso

Cerca di riposare.

Dagli un po’ di tregua.

(F.E.)

 

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Aleph * Il Viandante Visionario*Tara e Aleph

Wingmakers Aleph

Wingmakers

 

Nessuno gli aveva mai parlato dell’amore. Tante cose sapeva, per essere così giovane. Aveva incontrato diversi saggi nel suo viaggio. E da ognuno aveva tratto insegnamento, per poi proseguire il suo cammino. Conosceva i movimenti degli astri alla perfezione, in modo da sapersi orientare anche nella notte più profonda. Conosceva ogni tipo di animale che abitava nel bosco o in riva ai fiumi. Sapeva le teorie della vita dopo la morte raccontate dagli sciamani che contattavano i defunti. Tante cose sapeva, ma nessuno ancora gli aveva parlato dell’amore.

Pensava che non gli servisse conoscerlo. Le sciamane del suo villaggio e le loro figlie gli sembravano creature quasi intoccabili, con cui era difficile comprendersi, se non con gli sguardi. Le sue stesse sorelle, parlavano soltanto fra di loro. E sua madre non l’aveva conosciuta.

Era andato via molto giovane. A un certo punto, tutti gli uomini erano partiti, come per una chiamata collettiva. All’inizio aveva seguito suo padre, come tutti gli altri ragazzi, ma quando aveva compiuto diciott’anni, la notte stessa, aveva lasciato il loro accampamento. Doveva proseguire da solo, aveva pensato. O meglio, qualcuno gliel’aveva detto. Ma chi fosse, non lo sapeva.

E la prima luce che aveva visto nella notte, era stata quella di un fuoco acceso ad illuminare una grande torre. Il colore rosso riverberava ovunque. E quando si avvicinò, senza timore, il suo volto e quello dello sciamano vicino al fuoco risplendevano di rosso. Ma l’uomo aveva le bende sugli occhi. Nonostante ciò, lo vide.

“Aleph,” gli disse “in te è l’inizio.”

Aleph si prese cura di lui per qualche giorno. Imparò l’accensione del fuoco sacro. Imparò a richiamare il potere del Raggio bianco. Poi andò, perché lo sciamano doveva restare nella sua torre, in attesa di riacquistare la vista.

Procedeva con cautela. Lo sciamano l’aveva messo in guardia: alcuni esseri stavano esercitando una grande manipolazione, e quelli come lui potevano essere in pericolo. Dopo qualche tempo, era giunto fino a quella capanna isolata da tutto il resto. Su una radura che pareva semi abbandonata, in cima a una collina raggiunta dal vento e dal profumo dei fiori. Gli sembrò un luogo tranquillo, protetto. La capanna era vuota, anche se alcuni oggetti facevano pensare a una presenza recente. Aveva acceso un fuoco.

Quando era arrivata la giovane donna, non aveva mostrato paura. E subito lui aveva pensato “Lei non subisce la manipolazione”. Era la sciamana Tara, l’aveva sentita nominare dallo sciamano della torre rossa. Tara aveva un pugnale in mano, e glielo porse come dono. L’impugnatura era particolare, di colore blu, non l’aveva mai vista prima.

“Non mi serve” le disse. Lei chiese perché.

“Tu hai fretta di sapere ciò che non sai. Ma io ti dico che sai più di qualunque saggio. Perché hai integrato in te le conoscenze del Maestro della notte e della luce.”

“A che serve sapere tante cose?” disse Tara. “Tu non ti ricorderai di me e io non mi ricorderò di te.”

Tara preparò ad Aleph un posto dove riposarsi. E lei andò a dormire in un altro punto della capanna. Il giovane si voltò per guardarla mentre dormiva. E gli risuonavano quelle parole “Tu non ti ricorderai di me e io non mi ricorderò di te.”

Ma lui già vedeva Galassie dove sarebbe stato possibile rincontrarsi.

 

(di Francesca Enrew Erriu – I racconti di Tara)

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My Death

My Death – nella versione di David Bowie per me pura poesia

(Omaggio a Jacques Brel e Scott Walker)

 

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My death waits like an old roué
So confident I’ll go his way
Whistle to him and the passing time
My death waits like a bible truth
At the funeral of my youth
Weep loud for that and the passing time
My death waits like a witch at night
As surely as our love is bright
Let’s not think about the passing time
But what ever lies behind the door
There is nothing much to do
Angel or devil, I don’t care
For in front of that door, there is you
My death waits like a beggar blind
Who sees the world through an unlit mind
Throw him a dime for the passing time
My death waits there between your thighs
Your cool fingers will close my eyes
Let’s not think of that and the passing time
My death waits to allow my friends
A few good times before it ends
So let’s drink to that and the passing time
But what ever lies behind the door
There is nothing much to do
Angel or devil, I don’t care
For in front of that door, there is you
My death waits there among the leaves
In magicians’ mysterious sleeves
Rabbits and dogs and the passing time
My death waits there among the flowers
Where the blackest shadow, blackest shadow cowers
Let’s pick lilacs for the passing time
My death waits there in a double bed
Sails of oblivion at my head
So pull up the sheets against the passing time
But what ever lies behind the door
There is nothing much to do
Angel or devil, I don’t care
For in front of that door, there is you
Compositori: David Bowie
Testo di My Death © Unichappell Music Inc., Tintoretto Music, Mort Shuman Songs, Editions Pouchenel S.P.R.L., Mort Shuman Songs Llp, Hill & Range Songs, COPYRIGHT CONTROL (NON-HFA)

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Salto temporale

vortex1

 

In un varco temporale
Si è persa la mia scheda elettorale
Inutile dirmi chi votare
Ho già perso la memoria
Cadendo dalle scale

Se il buco nero son riusciti a immortalare
È proprio quello che mi sembra di vedere
Ora però lo arredo
Perché non mi piace
Troppo vuoto troppo nero.

(F.E.)

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Game of Chess

sole sul cavalletto

 

I’m a mess
in the game of chess
I’m not an ace
think like an ass-
hole in the floor
Queen without horse.

(F.E.)

 

(Sole sul cavalletto – De Chirico)

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Yellow

 

yellow flowers

 

E c’è un porto, sicuro 
A cui approdare
Nel silenzio 
– del tuo sguardo-
Attento
Nel disincanto
Musicale
Senza parole.

(F.E.)

 

 

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Grammatica drammatica

 

Amo le mani in tutte le declinazioni
Le desinenze mi rendono impaziente 
Il suffisso lo gradisco
Ma se mi dai anche il prefisso
Oppure ti chiamo lo stesso
E chi s’è visto…si è perso.

(F.E.)

 

kyoto phone

(Pic. D.Bowie in Kyoto)

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Il volo

 

Icaro Matisse

 

Prendi spunto dal mio disappunto
Se non c’è amore che si possa dire
Forse c’è odio da poter sparlare.
Se prendi sul serio
Una caduta dalle scale
Figurati dal davanzale
Il volo è più lungo, forse
Ma l’atterraggio
Richiederà coraggio.
Perché non sempre va chi deve andare
E resta chi deve restare.

(F.E.)

*Pic. Icaro by Matisse

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