Io non caddi Inseguendo una libellula in un prato Io non caddi Per seguir virtute e conoscenza Io non caddi Perché amor ha perdonato Bensì io caddi Perché tutto ho completato.
F.E.
L’insistenza segna Il passaggio breve L’inesistenza volge Al presagio greve L’inesattezza spinge Al pensiero lieve Che succede dunque Alla tua certezza? Se scivolando in me Usi accortezza Lungi miranza E non è mai abbastanza.
Difficile scordare Quel che hai fatto Sapere il non detto Di quando non hai agito Se ciò che hai sentito È andato in fondo al petto E questo ti ha distrutto Se dopo sei caduto Hai solo bisogno Di essere raccolto.
Io avrò di te Ricordi veri Ma il mio corpo non è Lo stesso di ieri Nato e rinato In continuo evolversi Nel rompere gli argini Barriere e simili Impetuoso scorrere Della mia estasi.
Sarebbe troppo scontato Chiederti amore Sarei rovinato Sciupato per ore Non avrei Nient’altro da dire Solo da urlare E da afferrare Tutto saprei fare Tranne chiederti amore.
La tua voce un po’ straniante Mi porta a chiederti Arte Mi sembra di aprire porte Che scrutano l’infinito E oltre Di chi è anima ora e per sempre E poi torna alla sua sorte.
Io son sempre la stessa In solitudine ammessa E non concessa Tu non sei più lo stesso Come un ritratto diverso Servirebbe un sogno astrale Per le mie parole Che le tue paure Lasci andare.
L’icona della nave dei folli, che dominò l’immaginario del Rinascimento, risale alla raffigurazione del 1494 di Sebastian Brandt, autore del poema Narrenschiff in cui, come ci ricorda Foucault, numerosi capitoli sono dedicati a fare il ritratto dei passeggeri insensati della nave: sono “degli avari, dei delatori, degli ubriaconi; sono coloro che si abbandonano al disordine e alla dissolutezza; coloro che interpretano male la Scrittura, coloro che praticano l’adulterio” ; in poche parole il significato dell’opera è quello di punire “tutto ciò che l’uomo stesso ha potuto inventare di irregolare nella sua condotta” . Verso la fine del poema, ecco che la nave dei folli viene trascinata verso la fine del mondo, in una immensa tempesta che getterà tutto e tutti nella catastrofe dell’Apocalisse.
Il potere di questa immagine – anche essa secondo Gilman “uno strumento standard per separare il diverso dal mondo dell’osservatore ‘sano’” – si basa appunto sul mito del pazzo come viaggiatore, mito che aveva contribuito non poco all’identificazione del matto con la figura degli esploratori come Colombo, condannati perché infrangevano l’immagine stabile della società. Non a caso, quasi paradossalmente, ci ricorda Foucault che nel XVIII secolo il viaggio divenne uno dei rimedi più consigliati ai malinconici, in modo che essi occupassero la mente tanto da “dimenticare l’idea fissa”