Finisce sempre così, con la morte. Prima però c’è stata la vita, nascosta sotto i bla, bla, bla, bla, bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore: il silenzio e il sentimento, l’emozione e la paura, gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto nella coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo: bla, bla, bla, bla. Altrove c’è l’Altrove, io non mi occupo dell’Altrove. Dunque che questo romanzo abbia inizio. In fondo è solo un trucco, si è solo un trucco.
La fuga di Vincenzo dalla casa famiglia diventa occasione per l’incontro con Tomas, una sua vecchia conoscenza. Siamo negli anni Ottanta, Vin e Tom sono due personalità opposte, tanto ombroso e instabile il primo quanto orgoglioso e ribelle il secondo, ma si ritrovano a vivere insieme l’inseguimento dei loro sogni. In una vita spericolata e troppo spesso segnata dall’illusione della droga.
Se parlassimo della cronaca di una partita di calcio, potremmo dire che Come il giorno e la notte è un match che concede poco o nulla allo spettacolo. Francesca Enrew (Francesca Erriu di Tucci) punta dritta al risultato, che è quello di catapultarci dentro un mondo che corre a velocità tripla, fregandosene di finte, passi doppi, colpi di tacco e rabone. Trama che, con le sue sequenze taglienti, entra in tackle scivolato sulla sensibilità del lettore. Con i protagonisti alla ricerca di un centro di gravità permanente, per sempre smarrito nelle pieghe di violenze infantili o di disturbi psichici mai risolti.
Niente effetti speciali. Il che non significa che lo stile o la definizione dei personaggi passino inosservati. Il realismo delle scene, un lessico e una sintassi che procedono per sottrazioni successive, descrivono bene la spinta centrifuga dei due ragazzi, che corrono dietro all’onda emotiva del momento, fra uno sballo e l’altro, in un’anonima stanza d’albergo o nei lividi di un vigliacco pestaggio. Quando ancora le autoradio si estraevano dal vano delle automobili e il nastro delle cassette doveva essere riavvolto con una Bic.
Forse non bastano parole per quello che ci sarebbe da dire; servono fiumi, foreste, poi cieli, per avvicinarsi al tuo sentire. Ti chiederei cosa vorresti fare, se a questo mondo hai dovuto rinunciare, se ora sei aria, fuoco, o luminosa. Le ore passano e ti posso percepire.
Io scriverei a quel fiume che ti ha preso un giorno, chiederei se scorrendo, porterà un tuo ritorno. Scriverei a quell’albero che hai guardato a lungo, mentre pensavi nel giaciglio caldo.
Poi come Orlando mi risveglierei dal sonno, e osserverei te e le tue donne parlare. Verso il faro riprenderebbero a viaggiare. La tua penna dolce mi limiterei a scrutare, soltanto per trovare ispirazione. Tu in una stanza tutta per te, dove hai cercato a lungo la tua ombra. Domanderei a Leonard del suo amore, che cercò di salvarti dal dolore. Ma se l’amore può salvare, di certo per amore tu hai scelto di andare.
Il tuo nome mi ha fatto sempre pensare a un conflitto interiore, qualcosa di ancestrale: la vergine (Virginia) e il lupo (wo-o-lf), la bella e la bestia, che dentro di te abitavano. Si mordevano, si ferivano, eppur si amavano. Tu maschile e femminile, non avevi confine, non vedevi che spazi dove gli altri mettevano blocchi.
Tante volte ho viaggiato fino ai tuoi tempi e ai tuoi luoghi, leggendoti o pensandoti. Chissà se oggi a te piacerebbero questi tempi, questi luoghi. Il tuo pensiero progressista si scontrerebbe forse con una apparente libertà che nasconde vincoli e false verità .
La tua campagna non sarebbe più la stessa, il mondo non è più lo stesso. Non esistono più quei circoli che frequentavi tu, quell’ansia di incontro e di scambio, l’essere artisti a tutto tondo.
Tanti cercano di vendere di tutto, persino se stessi. Si proclamano artisti, coloro che spacciano nel web le proprie frasi spaiate. Puoi farti un giro virtuale e lo vedrai. Troverai anche te stessa, amata e menzionata, ma chissà da quanti veramente letta. La tua anima è lì, nei tuoi scritti e in ciò che ci hai lasciato. Perciò cosa conta veramente adesso? Cosa è rimasto da salvare ora? Se non i libri, l’anima di chi li ha scritti. Tu sai cosa significa non essere capiti. Sapevi che l’amore ti avrebbe potuto salvare, ma se non c’è amore non c’è salvezza. E così non c’è salvezza per me ora.
Sai, non eri solo tu a sentire delle voci. Le sento anch’io, spesso. Ora più che mai, mi arriva anche la tua voce: mi dice di fermarmi. A cosa serve un volo nel vuoto se non a scappare? È la fine, o forse inizio, che non posso immaginare. Sento che ce la devo fare. Posso ancora rimandare. Non lasciare, non lasciare.
Mia cara, non lascerò, non è il momento. Continuo il tuo nome a pronunciare, per far sentire la forza dell’amore.
Il nastro avvolge Poi ti nasconde Ritorna indietro Senza più riporre Speranze o limiti Di aspettative congrue Al tuo vivere
Oltre le sponde – Il nastro avvolgi Poi ti nascondi Per non tornare In quei brutti mondi.
Lacrime più non avevi Pur sapendo che mi mancavi Nella cella di sicuro tremavi. Non sai niente del futuro Ma il passato è già presente, ce l’hai bene in mente.
f.e.
*Nobel per la fisica quantistica* 2022 ad Aspect – Clauser – Zellinger