People outside (La gente fuori) *** (my song)

 

planets girl

 

People outside

And finally the doors are closed

And the curtains too

World is a just a TV show

We don’t want to watch anymore

And the walls sometimes

Much better than people outside

And music so often

The only comfort we crave.

 

Don’t throw your loneliness on you

Or your past behind

Of what we’ve been,

Won’t regret anything

What we didn’t want to live

Even if we could have done it.

 

I love everything about you

And the tears you don’t show too

I grant you that, when you open that door

The world will be better than before.

(F.E.)

***

(traduzione)

La gente fuori

E finalmente le porte abbiamo chiuso

E poi anche le tende

Il mondo è un programma TV

Che non vogliamo più vedere.

Le pareti della stanza a volte

Molto meglio della gente lì fuori

E la musica spesso

L’unico conforto che cerchiamo.

 

Non gettarti addosso la tua solitudine

O il passato alle spalle

Di ciò che è stato di noi,

Non rimpiangeremo nulla

Ciò che non abbiamo voluto vivere

Anche se sarebbe stato possibile.

 

Io amo tutto di te

Anche le lacrime che non fai vedere

Ti assicuro che quando riaprirai quella porta

Il mondo sarà migliore di prima.

(F.E.)

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Love Letters ***

La mia prima pubblicazione (Einaudi) in seguito al primo premio al concorso Grinzane Cavour del 1995 (sezione Giovani).

einaudi concorso

 

“Caro amore ti scrivo”

Articolo della Repubblica, 22/6/1995

Non si può davvero dire che l’ amore sia in ribasso: al concorso indetto da la Repubblica (insieme al Grinzane Cavour, all’ editore Einaudi, e alla Città di Torino) hanno partecipato oltre ottomila persone. Con lettere (il tema era: “Scrivi una lettera al tuo primo amore”) che venivano da molto lontano, da ricordi talvolta remoti eppure vivissimi, mai cancellati, o da molto vicino: dall’ altro ieri dei giovanissimi. Ha scritto un chirurgo che non vive più in Italia per ricordare quella bambina che vedeva sul tram, ha scritto un signore piuttosto colto che non ha potuto allegare l’ indirizzo: ora sono un “barbone”, ha dichiarato in calce. Il suo strano primo amore era addirittura un Gesuita. Ma si può dire che la giuria (composta da Natalia Aspesi, Vittorio Bo, Anna Galiena, Paolo Mauri, Ugo Perone, Gianni Rocca, Giuliano Soria e Giuseppe Tornatore) non ha avuto modo di annoiarsi. Avvicinarsi al cuore della gente, essere messi a parte di tante storie private, reali o immaginarie che fossero, è comunque una avventura interessante. Lo si può verificare leggendo le lettere vincitrici e ancor meglio lo si potrà fare quando uscirà il tascabile Einaudi con una più vasta antologia. Il concorso prevedeva due sezioni con due vincitori per ciascuna sezione. La prima, dedicata agli adulti (nati prima del l5 aprile ‘ 72) assegna un premio in danaro di lire due milioni e mezzo: sono risultati vincitori Paola Balzarro e Luigi Ferla. La Giuria ha inoltre segnalato le lettere di Rabie Barakat, Silvia Borzacchini e Francesca Mazzantini. La seconda sezione, dedicata ai giovani, prevede come premio un viaggio-soggiorno di studio in Irlanda offerto da Aer Lingus, Centre of English Studies, Trinity College e University College Dublin. I vincitori sono Nicoletta Di Vincenzo e Francesca Erriu. La Giuria ha inoltre segnalato le lettere di Marta Castano, Mariarosaria Lattari e Andrea Puglisi. La premiazione avrà luogo questa sera alle 2l alla Cavallerizza di Torino (viale delle Carrozze). IL CALORE E IL PROFUMO DELLE TUE BRACCIA Cara Francesca, da quasi dieci anni sono scomparsa dalla tua vita. Me lo hai chiesto tu, ed io ho accettato subito. Non mi pareva di avere alcun diritto di insistere. Mi è capitato molte volte, specie in questi ultimi tempi, di provare – fortissimo – il desiderio di chiamarti, ma mi sono trattenuta. Come sai, reprimermi è una delle cose che mi riescono meglio. Oggi è un bel giorno caldo, sembra già quasi estate. Io sono nel giardino davanti allo studio, con il mio panino. Si sente l’ odore del mare. E’ una delle cose che preferisco di questa città che tu tanto odi e che non hai mai voluto conoscere. Non so come ti immagini le mie giornate qui, se mai ti capita di farlo; probabilmente mi vedi soprattutto alle prese con i miei figli, sommersa da questa scelta di vita familiare, che ci ha separate. Non è così. Dedico a loro solo una piccola parte del mio tempo, e questo mi provoca un senso di colpa profondo e costante, che si somma agli altri. Come sempre, il lavoro mi assorbe quasi del tutto. Sono contenta della specializzazione che ho scelto. So che cosa pensi; faccio la cavadenti in una città di provincia, nello studio di mio suocero: ho tradito i nostri grandi ideali, i nostri progetti quasi missionari di lotta contro la malattia e la morte, possibilmente in qualche paese ancora più disgraziato del nostro. Sinceramente, non mi ci sono mai vista, in quei panni, se non per gioco, come una fantasia affascinante quanto campata per aria. Forse la sciocchezza più grande sta proprio nel non averti detto dall’ inizio che i tuoi sogni erano lontani come pochi altri dalla mia realtà. Ti ammiravo profondamente e mi pareva impossibile che, fra tanti, tu avessi scelto proprio me come oggetto del tuo amore assoluto e appassionato. Sapevi che avevo un ragazzo, questo è chiaro. Anche tu, del resto, non escludevi gli uomini. Ma c’ era, fra noi due, un patto originario, per il quale nulla doveva avere la precedenza sulla nostra amicizia. Quando provavo a parlarti di Riccardo, tu ti rabbuiavi. A un certo punto è diventato molto più facile, per me, non nominarlo proprio. Del resto, la mia vita era strutturata in modo da favorire questa separazione: l’ inverno a Milano, insieme a te e ai nostri amici. L’ estate, al mare, con lui. Non voglio raccontarti adesso quello che Riccardo ha significato – e in parte ancora significa – per me. Vorrei solo spiegarti il fatto che vivevo due vite parallele, che non comunicavano fra loro. Ciascuna era a suo modo completa, ed escludeva l’ altra. Così, nel corso del tempo, ho maturato il desiderio di vivere con lui e di sposarmi, senza riuscire a parlartene. Lo so. Il mio silenzio è stato una vigliaccheria che tu non puoi perdonare. So che è stato terribile, per te, scoprire tutto da mio cugino, per caso, pochi giorni prima che succedesse. Avevo pregato i nostri amici di non dirti nulla, credendo che avrei trovato il modo per parlarti, per spiegarti io. Mi rendo conto ora che non ce l’ avrei comunque mai fatta, che avrei continuato a sperare, fino all’ ultimo, nell’ intervento di qualche angelo. C’ è un’ altra cosa però, della quale mi sento ancora più colpevole e che vorrei dirti adesso, anche se è tardi. Quando mi hai affrontata, chiedendomi che cosa fosse allora, per me, il nostro rapporto, io ho negato tutto. Ti ho detto di non aver provato mai altro che amicizia, di aver subìto i tuoi baci per non contrariarti, di essermi adeguata ad un desiderio che non era il mio. Non è vero, Francesca: sono stata innamorata di te, questo mi è diventato sempre più chiaro, in questi anni. Il tempo trascorso con te è stato importante, lo sono state le notti passate insieme a parlare, fino all’ alba, così come il calore delle tue braccia e il tuo profumo. Anche quando ti ho detto il contrario, sapevo già di mentire. Ma cosa avresti preteso allora, in nome della coerenza? Che buttassi tutto per aria? Non avresti capito le mie contraddizioni, certamente non le avresti accettate. Non so se anche tu pensi a me come al primo amore. Probabilmente sono piuttosto la prima grande delusione, il primo segno che il mondo può fare degli scherzi terribili. Mi dicono che sei diventata più cauta e diffidente. Questo mi dispiace ma, nello stesso tempo, spero che ti aiuti a proteggerti un po’ , a valutare meglio, prima di abbandonarti a qualche cosa o a qualcuno, anima e corpo. Abbi cura di te. Non penso che tu abbia voglia di rivedermi, per ora; ti sembrerà strano, ma credo di sentire ancora le tue emozioni e i tuoi pensieri, nonostante tutto questo tempo e la distanza. So che non ti basterà questa lettera tardiva, per perdonarmi. Però, la vita è lunga, e forse prima o poi succederà. Ciao. Paola Balzarro QUEL GIORNO DEL 1944 SOTTO LA NEVE Una lettera al mio primo amore è purtroppo una lettera alla memoria e la scrivo come se lei mi ascoltasse, come se gradisse il ricordo di quei giorni tanto lontani, indimenticabili e felici pur nel travaglio inesorabile della guerra senza fine. Amore mio, quanto tempo è passato da quel 25 marzo 1945 quando ti ho abbracciata per l’ ultima volta, ignaro che il giorno dopo non ti avrei più rivista? Cinquant’ anni, un secolo, una vita. Eravamo allegri quel giorno: sentivamo nell’ aria non solo la primavera, ma la sensazione sempre più viva che la fine dell’ immane tragedia era ormai vicina. Avevi messo il cappottino azzurro, quello della festa, e un nastro bianco che ti raccoglieva i lunghi capelli. Abbiamo passeggiato a lungo nei giardini della tua cittadina, tenendoci per mano, rinnovando sogni e progetti per un avvenire sereno ormai prossimo. “A domani” ci siamo poi detto, come ogni giorno, da oltre un anno, ma il domani non c’ è stato: qualcuno ti cercava, ti spiava da tempo. Qualcuno sapeva che a sera correvi in montagna da tuo padre, dai tuoi fratelli e portavi loro cibo, notizie, tutta la solidarietà di chi, come loro, aspettava la libertà. E ti hanno seguita ma te ne sei accorta e li hai portati fuori strada, finché ti sei consegnata, volontariamente, per salvare chi ti aspettava; e non hai parlato, neanche con le torture, l’ ultimo atto infame della belva ferita che sta per morire. Ti hanno abbandonata il mattino dopo davanti a casa, senza vita, sfigurata, ignobilmente offesa nella tua intimità. Abbiamo circondato di fiori il tuo corpo e ti abbiamo portata al cimitero e tutti piangevamo, ti chiamavamo e invocavamo da Dio il castigo per gli assassini. Ricordi, Ada, il nostro primo incontro quel giorno di gennaio 1944? Nevicava: tu avevi un fazzoletto in testa e trascinavi un pacco voluminoso. Io, sfollato nella tua cittadina da Milano, girovagavo senza meta e mi accorsi di seguirti. Ci siamo guardati e ci siamo sorrisi: ti ho chiesto se ti potevo aiutare e tu, visibilmente felice, hai detto subito di sì. Sotto la neve, caricati da un peso sempre più greve, ci siamo parlati a lungo: dal fazzoletto ormai fradicio spuntavano i riccioli neri ad incorniciare l’ ovale perfetto del tuo viso; i tuoi occhi azzurri mi circondavano di tanta curiosità, quasi volessero scoprire chi fossi, cosa volessi, cosa facessi. Ci dicemmo tutto: avevi sedici anni, io ventitré. Bastarono pochi minuti per capire che avevamo gli stessi dubbi, le stesse paure, le stesse speranze. Entrambi avevamo qualcosa di cui temere, anche se il tuo segreto non mi riusciva di immaginarlo. Da quel giorno ci siamo visti sempre, ogni pomeriggio: facevamo il solito giro, dalla fermata delle corriere alla chiesa, ai giardini dove in qualsiasi stagione e con qualsiasi tempo, ci sedevamo sulla panchina, mani nella mano e tanto, tanto amore. A volte mi guardavi come se mi volessi dire qualcosa e non potevi farlo: ero certo che cercavi aiuto ma non potevi chiederlo. Ti stringevo vicino e sommessamente ti dicevo: “Ada, cos’ è che ti tieni dentro?”. Ma tu non rispondevi o, mentendo, dicevi che ti preoccupava tua madre. E avrei dovuto capirlo dalla tua espressione di terrore quel giorno che, lungo la statale, transitò quella colonna di mezzi corazzati diretta verso i monti e tu fuggisti a casa motivando un impegno inesistente. Quanto amore, Ada, quante promesse, quanti ricordi e quanti rimpianti. Da cinquant’ anni, ogni anno, il 25 marzo abbandono tutto e tutti e corro da te, sulla tua tomba, che io ho voluto bella, unica, e coi fiori freschi ogni giorno. E ho voluto che fosse ingrandita la tua fotografia migliore, a colori, quella dove sorridi col cappottino azzurro e il nastro bianco. E da cinquant’ anni, Ada, mi tormenta il rimorso e la vergogna al pensiero che mentre tu rischiavi la vita per un ideale e per aiutare chi combatteva per la libertà, io, senza arte né parte, bighellonavo vigliaccamente al comodo riparo di una agiatezza immeritata. Vengo ogni anno, Ada, e continuerò a farlo fino a quando ti raggiungerò per sempre e rivedrò i tuoi riccioli neri, i tuoi occhi azzurri, l’ ovale perfetto del tuo viso e ti potrò dire finalmente che quell’ anno passato vicino a te è stato il più bello della mia vita. Luigi Ferla IO GUFO, TU PIPISTRELLO NELL’ INFINITO Scende la notte; come ogni giorno, anche quando io non voglio, e sono lì, il pipistrello e il gufo. Non so se siano più chiari il flusso, che partendo dalla tua mente, unisce i tuoi ai miei occhi, o le ombre che la Luna proietta su di noi. Scende la notte e il gufo e il pipistrello sono ancora lì, in silenzio. I nostri più bei ricordi sono sposati con le notti e il mare. Camminiamo su isole di quadrati equivalenti, scalfite, scolpite dai nostri silenzi. Su lastre consumate dallo spazio, cospargo la tua vita di pinocchi e tartarughe e tu, su freddi cilindri di piombo fuso blu, riempi i miei avidi occhi di note, parole, poesie, grotte gelide e pietre colorate. I tronchi sono immobili nonostante la loro vita, e noi vaghiamo come creature dell’ Inferno, trascinate dal vento, sbattute sotto vecchie case diroccate, in vicoli ripidi e su pietre arse di mare. Sarò un’ anima condannata a cercarti per sempre, a non trovarti mai, la segreta geometria della scelta, la consapevolezza che per due punti si può tracciare una ed una sola retta. Perché tu non sei reale, sei l’ immagine di uno specchio. Noi non esistiamo, e vorrei incontrarti, senza limiti da porre ai miei pensieri nel punto buio del mio specchio per dirti sempre, sempre. Guardo le mie mani, e vorrei trovare un segno che mi facesse riassaporare le tue camicie a quadri, il rosso della tua stanza, l’ essenza dei tuoi fumetti di ombre, la tua linfa di tenebra e notte, il sapore della pioggia secca di settembre. Conosco i tuoi limiti, le tue bugie blu che galleggiano nell’ aria, i tuoi scritti silenzi invernali, le tue estive debolezze bionde, che tieni per mano, ragionevolmente giustificate, razionalmente accettate ma che mi feriscono ugualmente come piramidi aguzze, conosco le tue segrete verità, o parti di esse, è per questo che credo in te e nulla, neanche una perfetta ed armoniosa ellisse riuscirà a cambiare i miei pensieri. Dentro di me scorre sangue antico. Ciò che ci lega non è definito, è evanescente, è come un etereo anello senza inizio e senza fine, “un tenero fiore pallido”, che ci permette di andare, di volare senza ali. Non importa comunque se siamo al buio o sotto il ramo di una palma all’ ombra, noi possediamo, brilliamo di luce nostra come le stelle siamo lontani anni luce da terra e siamo schegge di ghiaccio e vertici di triangoli. E non importa dove siamo o che distanza ci separa, siamo gruppi di esagoni, e prima o poi c’ incontreremo, e tra noi non ci sarà più nessun tempo. E siamo ancora qui, io il gufo, tu il pipistrello, io nel mare, tu nel cielo, prima o poi ci incontreremo, in un punto infinito dell’ orizzonte, e forse finalmente avremo lo stesso colore. Nicoletta Di Vincenzo VOLEVO ESSERE IL TUO ANGELO CUSTODE Stavo lì da un tempo indefinito, seduta su una roccia, e guardavo. Guardavo te, che correvi senza sosta sulla spiaggia, rincorrendo quel cane che era quasi parte di te, della tua vita. Era strana la tua vita… insoddisfatta, vuota e piena di emozioni allo stesso tempo, solitaria, poi assurdamente caotica. A volte ti sentivi perso, senza un appiglio, qualcuno su cui contare… A volte volevi morire. Ma in quel momento, in quell’ ultimo attimo che mi resta di te, correvi e ridevi come un pazzo, senza pensare a niente. Eppure, quando ti avevo visto per la prima volta, piangevi. Appoggiato alla ringhiera, con il volto seminascosto chino ad osservare l’ acqua lenta del fiume, pensavi se valeva la pena andare avanti così, se volevi ancora soffrire oppure mollare tutto. Andare via… Avrei voluto gridarti qualcosa, ma non riuscivo più a sentire il mio corpo e le mia labbra erano rigide. Non sapevo chi eri, non ti avevo mai visto, eppure soffrivo per te, con te… Chi eri? Avrei voluto parlarti, sfiorarti anche solo con un dito, ma eri troppo lontano, troppo incolmabile era la tua sofferenza. Trovai il coraggio di seguirti, di osservarti, di starti sempre vicino per proteggerti. Volevo essere il tuo angelo custode, volevo ripararti con le mie ali e riportarti alla vita, io che della vita non avevo capito niente. Non avevo vissuto, non avevo amato né odiato, provato mai nulla che mi facesse sentire l’ esistenza. Tu mi hai fatto capire che cos’ è la vita. Tu sapevi quanto fossi importante per me, ti accorgevi dei miei occhi su di te, delle mie lacrime. Eppure, non mi hai mai parlato. Non una parola, un sorriso, un gesto qualunque. Non ho ricevuto mai niente da te, se non un unico, profondo sguardo col quale mi chiedesti aiuto facendomi nello stesso tempo allontanare da te; e fu proprio quel giorno, quando ti vidi disperato sul ponte, il giorno che mi accorsi di non poter fare a meno di te per poter tornare alla vita, quella vita che volevo abbandonare. Ci amavamo così, come di tacito accordo: io un angelo che ti seguiva con l’ idea di salvarti per poi poterti amare; tu, il perseguitato, che si nascondeva per non farsi trovare ma che poi mi cercava. Troppo tardi ho capito che il tuo amore era più grande del mio, e per questo lo nascondevi agli occhi indiscreti del mondo: tu amavi di un amore puro e vero nella sua integrità, eri capace di catturare l’ immenso con uno sguardo, di afferrare il cielo con una mano. Ma la tua natura ti impediva di amare; la tua natura mi impediva di amarti. E così, senza una parola, né un sorriso né un gesto, mi hai fatto capire, mi hai fatto sentire l’ amore. Un amore neanche cominciato, già finito. Un’ ambulanza arrivata troppo tardi. Io, dietro la finestra, non avevo avuto il coraggio di guardare. Il cane aveva seguito la tua scia, riconoscendo il tuo odore anche in mezzo a quelli insoliti, acri, improvvisi della morte. Un raggio di luce mi mozzò il respiro. Per te non c’ era più tempo; io potevo ancora amare, anche senza di te. Ma, come allora, non ci sono più riuscita. Le tue non-parole, i tuoi non-gesti, non li ho più ritrovati; anzi ora le parole e i gesti sono troppi, eccedono fino ad annullare l’ amore. Avrei voluto fermarmi per sempre su quella roccia, fissare il ricordo di te che correvi. Guardare te. La spiaggia, e tu. Il mare, e tu. La luce e il buio, la gioia e il pianto: tu. Il primo e ultimo, per sempre solo, impossibile amore. Francesca Erriu

***

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*Heroes* Berlino, 41 anni fa

 

 

Siamo nel maggio del 1977, le strade di Berlino sono ancora un po’ fredde. L’album capolavoro “Lust For Life” dell’amico Iggy Pop è completato. Bowie richiama agli studi Hansa i vecchi compagni di delirio (Brian Eno e Tony Visconti) a cui si aggiunge Robert Fripp dei King Crimson. Berlino era il centro di tutto quello che stava succedendo e succederà in Europa nei successivi anni. Ma questo avverrà poco dopo ma Bowie già lo sa e lì ci trascorre degli anni. E così girovagando e camuffandosi fra le strade di Berlino Ovest, la rockstar e celebrity mondiale David Bowie vive uno stato euforico totale per cercare quell’ispirazione e verve che solo i quartieri neri, devastati, isolati, turchi, freddi e sbarrati di Berlino potevano regalargli. Erano gli anni della Guerra Fredda, del Muro, era il desiderio dell’unione, della libertà, era il sogno di un uomo in cerca di sé stesso.
Bowie è ancora malato, ruba il tempo con il bere e la droga, dimentica la sua realtà vivendo nel sogno, rinchiuso in quello zoo che è il suo rifugio. A Berlino scrive ed incide probabilmente la più bella canzone rock di tutti i tempi.

“Heroes”
(pubblicata 41 anni fa)

Video OnYouTube

 

(di Marco Russo Bowie-ism)

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Flowers **

river flowers

 

Flowers

Del profumo dei fiori 
Non ne voglio sapere
Se li hai portati
Per un funerale

Ti posso soltanto il cuore lasciare
Ma non lacerare 
L’anima, gli occhi
Se solo li tocchi
La scossa è più forte
Ma non è ancora la morte. 

Posa quei fiori
Se proprio vuoi dire
Parole che no, 
Non pensavi di avere. 

(F.E.)

 

(Ph. River Phoenix in My own private Idaho)

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Not more than this,just b.a.p. (Non più di così) ** (my song)

 

eyes fire

Not more than this, just b.a.p. (beyond any pleasure)

Not more than this

just b.a.p. between you and me.

Beyond any pleasure

Don’t think, there’s no reason

The secret to hide

Of your most inner tide

 

You can tell it’s me

When I come, you see

Like a sort of steam

In a special dream

When you let me in

No disguise, no mask

It’s not our task.

 

Then I’ll fix my eyes

On some unknown place

And I’ll dig my hands

Where I find my way

No more than this, I say.

 

From nature strength we’ll steal

Flames from the fire

Waves from the sea

Earth from the mire

In the air we’ll live.

 

Take martyrdom from martyrs

Ecstasy from saints

Great pictures will re-paint.

 

We’ll touch wuthering heights

Not yours, not mine

We’ll take our time

To be the same rhyme.

(F.E.)

****

(traduzione)

Non più di così

È proprio oltre tra me e te

Oltre ogni piacere.

Non pensarci, non c’è motivo

di nascondere il segreto

dell’alta marea dentro di te.

Sai che sono io

Quando arrivo, mi vedi

In una specie di vapore

Dentro un sogno speciale

Se mi fai entrare,

nessuna finzione né maschera

a noi non servono.

Poi pianterò gli occhi

Su qualche punto sconosciuto

E affonderò le mani

Dove riuscirò ad arrivare

Non più di così, ti dico

Ruberemo la forza alla natura

Fiamme al fuoco

Onde al mare

Terra al fango

Nell’aria vivremo.

Prenderemo il martirio ai martiri

L’estasi ai santi

Ridipingeremo grandi quadri.

Toccheremo Cime Tempestose

Non sono tuo, non sei mia

Ci prenderemo solo il tempo

Per diventare un’unica rima.

(F.E.)

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Talking Tiles (Piastrelle parlanti) * My song*

angel

 

TALKING TILES

Talking tiles
Tell me you’ve gone
Talking walls
Tell me you’ll find
You’ll find your way
To the central ray.

Talking tapestries
Say you’ve been brave
Talking stones
Say don’t be afraid
Just fly your way
To the gentle rain

No dismay
You’re water and snow
My pace is your own.
(F.E.)
(Traduzione)

PIASTRELLE PARLANTI

Le piastrelle parlanti
Dicono che sei andato via
I muri parlanti
Dicono che troverai la strada
La strada verso il raggio centrale

Gli arazzi parlanti
Dicono che hai avuto coraggio
Le pietre parlanti
Dicono di non avere paura
Perché volerai
Fino alla dolce pioggia.

Nessuno sgomento.
Tu sei acqua e neve
Il mio passo è anche il tuo.
(F.E)

***

Immagine: David Bowie

(to Michele)

 

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Song- After – Death ** (my song)

spirit

 

SONG –AFTER-DEATH

No space for hell, dear

Just after-death tears

No place of joy

No time for pain

I’m going to sway

In my little reign

 

Flowers in my room

Wallpapers out of blue

Dreaming of the moon

Got a chance to love too?

Tell me it’s true.

 

You’ve got a fancy dress

What’s your mind trying to guess?

Think to come back

Without any sense

 

My future is here

So terribly real

Future self of myself

Come back with no fear

I’ll love you the same

If you swear to remain.

(F.E.)

 

TRADUZIONE

Non c’è spazio per l’inferno, cari
Solo per le lacrime post mortem
Non è un luogo di gioia
Non c’è tempo per il dolore
Resterò ad oscillare
Nel mio piccolo regno

Fiori nella mia stanza
Carta da parati dal nulla
Sognando la luna
Sarà possibile amare anche per me?
Dimmi che è così.

Indossi un bell’abito
Che cosa cerchi di capire?
Pensi di tornare?
Non ha alcun senso.

Il mio futuro è qui
Terribilmente reale
Il sé futuro di me stesso
Torna senza timore
Ti amerò lo stesso
Se giuri di restare.

(F.E.)

 

(To D.B.)

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Sonetto perfetto (per chi non trova le parole) **

breakfast on pluto fiori

 

Non vedi amore mio che alla frutta sono io.

Tu non ti preoccupare, il dessert potrai saltare

E in tal modo digerire

Elaborare, compensare.

 

Non vedi amore mio che una donna non son io.

Tu non ti preoccupare, il dessert potrai ordinare

E in tal modo ritornare al tuo sesso originale.

 

Non vedi amore mio che una scelta ho fatto io.

Tu non ti preoccupare,  il dessert potrò assaggiare

Quando ne avrò voglia e fame.

E se poi ho sbagliato letto, chiedo scusa ma “nessuno è perfetto”. 

 

(F.E.)

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Verranno a chiederti del vostro amore **

Verranno a chiederti del vostro amore

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Ci sono rose che sotto il vento più forte non si piegano neanche un po’. Ci sono robusti alberi che vedono spezzarsi i loro rami al minimo soffio. Allora tu dal tuo tempo mi dirai: forse è questa la differenza tra maschile e femminile? Questa forza non mostrata, quella fragilità apparente? Il coraggio? L’amare?

No, ti direi io. Non cercare differenze o apparenze. Cerca ciò che è.

Perché noi siamo. Siamo un’unica essenza di maschile e femminile, così siamo nati quando intorno altro non c’erano che stelle. Quando esseri incorporei viaggiavano tra i tempi, finché è stato deciso di avere un corpo. E allora non c’è stata scelta. Né maschile né femminile, ma entrambi. Non sapevamo distinzioni e dualità. Luce e buio per noi coesistevano e si amavano. Chi siamo noi per stabilire cosa è meglio? Per decretare una ‘priorità’. Quanto piace questo termine. Ma non ha senso, come molti altri che usate nel vostro tempo.

Questo ti dico perché l’ho provato, e anche tu l’hai provato, e anche tutti gli altri, ma poi man mano avete creato in voi la divisione. Qualcuno ha detto “ognuno uccide la cosa che ama”… ed è vero, perché uccidiamo ciò che più amiamo in noi stessi. Rinunciamo a quella parte di noi, fino a non riconoscerla più. Ed ecco che il maschile non riconosce il femminile e viceversa. Ed ecco che si spiega tutto con l’incompatibilità. Come può essere incompatibile ciò che ti appartiene? Ciò che tu stesso hai conosciuto dentro di te?

E per questo uccidi la cosa che ami. Perché la senti tua fin nella profondo, ma non la riconosci. E cerchi al di fuori ciò che non è fuori. Ed ora prova a guardare un albero in fiore e dimmi: è più forte il ramo o è più bello il fiore?

(di Francesca Enrew Erriu)
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L’alfabeto delle Stelle * David Bowie *Black Star*

 

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Da tempo volevo rendere il mio (modestissimo) omaggio al grande artista David Bowie (pseudonimo di David Robert Jones) e alle sue varie personalità. Non sapevo però da dove cominciare, talmente vasto è stato il suo contributo in ambito musicale e non solo.

Ora finalmente so da dove cominciare: dalla fine, ovvero dall’ultima opera che ha realizzato prima di andarsene il 10 gennaio 2016:  l’album Black Star – praticamente un saluto, “una profezia”, a detta di Mike Garson – che contiene però oltre la musica anche un’altra idea: un alfabeto fatto di stelle. E con un alfabeto, che ci fa pensare a qualcosa che inizia, Bowie ci lascia, come dicendoci allo stesso tempo addio ma anche che tutto può ricominciare daccapo. Creando questo alfabeto, sceglie di  non vincolarlo a copyright proprio perché i suoi fan lo possano utilizzare senza scopo di lucro. Un generoso testamento per l’umanità. Un modo per lasciare il segno forse – lui che di segni ne avrebbe comunque lasciati tantissimi – a discapito della sua paura di morire senza riuscire a fare cose importanti.

《Be strong and follow your own convictions. You can’t assume there is a lot of time to do what you like. This is what David Bowie is afraid of: that he will die before he gets a chance to make a real strong contribution.》(Marc Bolan)

 

ALFABETO BLACK STAR

 

Sulla sua discografia immensa tanto è stato detto e verrà detto da persone più competenti, così come sulla sua figura trasgressiva e innovativa, l’amicizia con Iggy Pop e Lou Reed, la sensualità mai volgare, l’eleganza nella stravaganza. Il gesto irriverente con il chitarrista e amico Mick Ronson sul palco, l’ambiguità dei ruoli giocata con Tilda Swinton nel pezzo The stars are out tonight.

“Ha aperto la strada della liberazione sessuale”, sostiene il coreografo e ballerino Lindsay Kemp, che conobbe Bowie negli anni settanta. (vedi Nota)

Senza tralasciare la vastità dei suoi interessi, la passione per astrologia e occulto, il desiderio, poi abbandonato, di unirsi ai monaci tibetani. In certi ambiti arrivò all’ossessione, alla controversia tipica di molte figure geniali. Ma questo è stato già approfondito. Ciò che invece mi colpisce maggiormente, è il suo rapporto con altri mondi, il suo legame con le stelle, la ricerca di infinito. E in quest’ottica non sembra affatto un caso che il suo esordio cinematografico (1976) sia stato proprio nel film L’uomo che cadde sulla terra, dove interpretava un alieno in visita sulla Terra.

 

“C’è un uomo delle stelle che aspetta in cielo

Vorrebbe venire e incontrarci

Ma pensa che potrebbe impressionarci

C’è un uomo delle stelle che attende in cielo

Ci ha detto di non distruggerlo

Perché lui sa che ne vale la pena” (Starman)

 

 

Tanti i documentari realizzati sulla sua carriera artistica e sulla sua vita privata. Ultimamente sono rimasta particolarmente colpita da BowieNext – Nascita di una Galassia, una produzione ideata e realizzata dalla giornalista Rai Rita Rocca, frutto di una grande passione. Il documentario, ricco di interviste e opere d’arte, è disponibile online su Raiplay.

Alcune immagini di opere realizzate da artisti di tutto il mondo, presenti nel documentario:

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Quasi impossibile scegliere tra le innumerevoli canzoni indimenticabili, ma qui vorrei omaggiare Wild is the wind (ripresa dalla versione di Nina Simone) che per me lascia un’impronta particolare, nella sua interpretazione quasi attoriale, nel magnetismo della voce unica: è come un ospite non invitato a cui però apri subito la porta di casa tua. Irresistibile, come il vampiro di Miriam si sveglia a mezzanotte.

 

 

My Tribute

You like a Star

River and sun

You like a fire

Flames in your heart.

Everything comes back

Just from the start

Since you played guitar

With the Spiders from Mars.

And we felt like Heroes

Watching the skies

For a Starman to fall

Or a Rock’n’roll suicide.

And if you’re not alone

Boy, remember the Fame

‘cause Wild is the Wind

For lovers no shame

If they’re lost in the Space.

And now like a Star

Very shiny Black Star.  

(F.E.)

 

Nota:

A soli due giorni dalla pubblicazione di questo articolo, il grande artista Lindsay Kemp ci ha improvvisamente lasciato all’età di 80 anni. Andava ancora in scena, e nessuno potrà dimenticare il suo contributo come coreografo e performer; maestro di Bowie e tanti altri artisti. Gli auguro di rincontrarsi tra le stelle.

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