Siamo nel maggio del 1977, le strade di Berlino sono ancora un po’ fredde. L’album capolavoro “Lust For Life” dell’amico Iggy Pop è completato. Bowie richiama agli studi Hansa i vecchi compagni di delirio (Brian Eno e Tony Visconti) a cui si aggiunge Robert Fripp dei King Crimson. Berlino era il centro di tutto quello che stava succedendo e succederà in Europa nei successivi anni. Ma questo avverrà poco dopo ma Bowie già lo sa e lì ci trascorre degli anni. E così girovagando e camuffandosi fra le strade di Berlino Ovest, la rockstar e celebrity mondiale David Bowie vive uno stato euforico totale per cercare quell’ispirazione e verve che solo i quartieri neri, devastati, isolati, turchi, freddi e sbarrati di Berlino potevano regalargli. Erano gli anni della Guerra Fredda, del Muro, era il desiderio dell’unione, della libertà, era il sogno di un uomo in cerca di sé stesso.
Bowie è ancora malato, ruba il tempo con il bere e la droga, dimentica la sua realtà vivendo nel sogno, rinchiuso in quello zoo che è il suo rifugio. A Berlino scrive ed incide probabilmente la più bella canzone rock di tutti i tempi.
Del profumo dei fiori Non ne voglio sapere Se li hai portati Per un funerale Ti posso soltanto il cuore lasciare Ma non lacerare L’anima, gli occhi Se solo li tocchi La scossa è più forte Ma non è ancora la morte.
Posa quei fiori Se proprio vuoi dire Parole che no, Non pensavi di avere.
Non c’è spazio per l’inferno, cari
Solo per le lacrime post mortem
Non è un luogo di gioia
Non c’è tempo per il dolore
Resterò ad oscillare
Nel mio piccolo regno
Fiori nella mia stanza
Carta da parati dal nulla
Sognando la luna
Sarà possibile amare anche per me?
Dimmi che è così.
Indossi un bell’abito Che cosa cerchi di capire? Pensi di tornare?
Non ha alcun senso.
Il mio futuro è qui
Terribilmente reale
Il sé futuro di me stesso
Torna senza timore
Ti amerò lo stesso
Se giuri di restare.
Ci sono rose che sotto il vento più forte non si piegano neanche un po’. Ci sono robusti alberi che vedono spezzarsi i loro rami al minimo soffio. Allora tu dal tuo tempo mi dirai: forse è questa la differenza tra maschile e femminile? Questa forza non mostrata, quella fragilità apparente? Il coraggio? L’amare?
No, ti direi io. Non cercare differenze o apparenze. Cerca ciò che è.
Perché noi siamo. Siamo un’unica essenza di maschile e femminile, così siamo nati quando intorno altro non c’erano che stelle. Quando esseri incorporei viaggiavano tra i tempi, finché è stato deciso di avere un corpo. E allora non c’è stata scelta. Né maschile né femminile, ma entrambi. Non sapevamo distinzioni e dualità. Luce e buio per noi coesistevano e si amavano. Chi siamo noi per stabilire cosa è meglio? Per decretare una ‘priorità’. Quanto piace questo termine. Ma non ha senso, come molti altri che usate nel vostro tempo.
Questo ti dico perché l’ho provato, e anche tu l’hai provato, e anche tutti gli altri, ma poi man mano avete creato in voi la divisione. Qualcuno ha detto “ognuno uccide la cosa che ama”… ed è vero, perché uccidiamo ciò che più amiamo in noi stessi. Rinunciamo a quella parte di noi, fino a non riconoscerla più. Ed ecco che il maschile non riconosce il femminile e viceversa. Ed ecco che si spiega tutto con l’incompatibilità. Come può essere incompatibile ciò che ti appartiene? Ciò che tu stesso hai conosciuto dentro di te?
E per questo uccidi la cosa che ami. Perché la senti tua fin nella profondo, ma non la riconosci. E cerchi al di fuori ciò che non è fuori. Ed ora prova a guardare un albero in fiore e dimmi: è più forte il ramo o è più bello il fiore?
Da tempo volevo rendere il mio (modestissimo) omaggio al grande artista David Bowie (pseudonimo di David Robert Jones) e alle sue varie personalità. Non sapevo però da dove cominciare, talmente vasto è stato il suo contributo in ambito musicale e non solo.
Ora finalmente so da dove cominciare: dalla fine, ovvero dall’ultima opera che ha realizzato prima di andarsene il 10 gennaio 2016: l’album Black Star – praticamente un saluto, “una profezia”, a detta di Mike Garson – che contiene però oltre la musica anche un’altra idea: un alfabeto fatto di stelle. E con un alfabeto, che ci fa pensare a qualcosa che inizia, Bowie ci lascia, come dicendoci allo stesso tempo addio ma anche che tutto può ricominciare daccapo. Creando questo alfabeto, sceglie di non vincolarlo a copyright proprio perché i suoi fan lo possano utilizzare senza scopo di lucro. Un generoso testamento per l’umanità. Un modo per lasciare il segno forse – lui che di segni ne avrebbe comunque lasciati tantissimi – a discapito della sua paura di morire senza riuscire a fare cose importanti.
《Be strong and follow your own convictions. You can’t assume there is a lot of time to do what you like. This is what David Bowie is afraid of: that he will die before he gets a chance to make a real strong contribution.》(Marc Bolan)
ALFABETO BLACK STAR
Sulla sua discografia immensa tanto è stato detto e verrà detto da persone più competenti, così come sulla sua figura trasgressiva e innovativa, l’amicizia con Iggy Pop e Lou Reed, la sensualità mai volgare, l’eleganza nella stravaganza. Il gesto irriverente con il chitarrista e amico Mick Ronson sul palco, l’ambiguità dei ruoli giocata con Tilda Swinton nel pezzo The stars are out tonight.
“Ha aperto la strada della liberazione sessuale”, sostiene il coreografo e ballerino Lindsay Kemp, che conobbe Bowie negli anni settanta. (vedi Nota)
Senza tralasciare la vastità dei suoi interessi, la passione per astrologia e occulto, il desiderio, poi abbandonato, di unirsi ai monaci tibetani. In certi ambiti arrivò all’ossessione, alla controversia tipica di molte figure geniali. Ma questo è stato già approfondito. Ciò che invece mi colpisce maggiormente, è il suo rapporto con altri mondi, il suo legame con le stelle, la ricerca di infinito. E in quest’ottica non sembra affatto un caso che il suo esordio cinematografico (1976) sia stato proprio nel film L’uomo che cadde sulla terra, dove interpretava un alieno in visita sulla Terra.
“C’è un uomo delle stelle che aspetta in cielo
Vorrebbe venire e incontrarci
Ma pensa che potrebbe impressionarci
C’è un uomo delle stelle che attende in cielo
Ci ha detto di non distruggerlo
Perché lui sa che ne vale la pena” (Starman)
Tanti i documentari realizzati sulla sua carriera artistica e sulla sua vita privata. Ultimamente sono rimasta particolarmente colpita da BowieNext – Nascita di una Galassia, una produzione ideata e realizzata dalla giornalista Rai Rita Rocca, frutto di una grande passione. Il documentario, ricco di interviste e opere d’arte, è disponibile online su Raiplay.
Alcune immagini di opere realizzate da artisti di tutto il mondo, presenti nel documentario:
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Quasi impossibile scegliere tra le innumerevoli canzoni indimenticabili, ma qui vorrei omaggiare Wild is the wind (ripresa dalla versione di Nina Simone) che per me lascia un’impronta particolare, nella sua interpretazione quasi attoriale, nel magnetismo della voce unica: è come un ospite non invitato a cui però apri subito la porta di casa tua. Irresistibile, come il vampiro di Miriam si sveglia a mezzanotte.
My Tribute
You like a Star
River and sun
You like a fire
Flames in your heart.
Everything comes back
Just from the start
Since you played guitar
With the Spiders from Mars.
And we felt like Heroes
Watching the skies
For a Starman to fall
Or a Rock’n’roll suicide.
And if you’re not alone
Boy, remember the Fame
‘cause Wild is the Wind
For lovers no shame
If they’re lost in the Space.
And now like a Star
Very shiny Black Star.
(F.E.)
Nota:
A soli due giorni dalla pubblicazione di questo articolo, il grande artista Lindsay Kemp ci ha improvvisamente lasciato all’età di 80 anni. Andava ancora in scena, e nessuno potrà dimenticare il suo contributo come coreografo e performer; maestro di Bowie e tanti altri artisti. Gli auguro di rincontrarsi tra le stelle.