La voce di Beatrix*Messaggi da Sirio*Interstellar 17.3.18

 

La voce di Beatrix

Messaggi da Sirio su:

Maschile e Femminile

L’Unione

Il progetto nel mondo

I doni di Sirio

Le paure

mother earth

 

Carissimi e carissime presenti, parla Beatrix in questo momento, volendo specificare che quando diversi aspetti giungono a voi da diversi pianeti o stelle o altre forme multidimensionali, esse sono sempre parte di un’unica entità. Ovvero in questo momento, Beatrix, il comandante dell’astronave di Sirio e il rappresentante del Consiglio dei Saggi sono sì tre diverse voci ma di una stessa entità. E così voi presenti ora vi dovete sentire come parti di una stessa entità, ognuno con i suoi aspetti individuali preziosi che però sa di appartenere a un’unica essenza che può essere appunto quella di Sirio nel nostro caso o di altri stellari o addirittura appunto di più stelle e più pianeti. Questo perché una cosa che ho sempre sottolineato e che ho voluto far scrivere a Francesca nel corso del nostro rapporto di comunicazione, è che non esiste divisione, non esiste un maschile e un femminile come voi lo intendete oggi sulla Terra, che ha preso la distorsione della differenza che non unisce.

In quanto essenza femminile Beatrix voglio dire che questo vi porta a non riuscire ad equilibrare le vostre energie e a non riuscire appunto a lavorare in maniera corretta sulla griglia universale che richiede grande equilibrio e soprattutto amore, cioè nell’accettare ciò che è diverso, ciò che voi percepite come diverso, perché ricordate  che ogni creatura è maschile e femminile in sé allo stesso tempo. E non solo questo, ovviamente questa è la divisione per voi più chiara ma esistono altre tipologie che vi saranno più chiare solo quando raggiungerete un altro livello di coscienza. Questo è per farvi capire quanto è importante percepirvi nell’unione. Ma noi non usiamo terminologie ora abusate come “tutto”, “Uno” e così via, perché crediamo che siano diventate prive di significato, utilizzate solo per dare senso a qualcosa che non capite.

Quello che invece vi invitiamo a fare è capire ognuno dentro voi stessi e voi stesse come raggiungere questo equilibrio, lavorando sull’apertura del cuore e lavorando appunto sull’accogliere in voi ciò che definite maschile e ciò che definite femminile ma andando oltre qualsiasi definizione. Sappiamo che nella vostra dimensione questo non è semplice, vi chiediamo questo sforzo perché per noi è uno step fondamentale nel proseguire il lavoro che state già compiendo molto bene sul vostro pianeta, ma dall’alto della nostra astronave noi vi possiamo dire che questa è la maggior ferita che notiamo in questo momento e che non vi consente di andare oltre. E innalzare quindi ancor di più le vostre vibrazioni come esseri universali, unici e amorevoli.

Peraltro vi vogliamo dire che ognuno di voi qui dentro sta compiendo il suo compito – seppur nel suo piccolo – in maniera egregia. Non è un caso che siate qui, e questo lo sapete. Questo è stato progettato come un raduno di tutti gli Starseed che in questo momento sono pronti a percepire questo messaggio, questi messaggi che vi stiamo dando oggi. Per cui ritenete preziosa la vostra partecipazione oggi perché significa semplicemente un inizio. È un inizio di un percorso che ognuno di voi compirà singolarmente sino a quando capirà cosa è venuto a fare. Non esistono mission, compiti come vi viene detto “tu sei qui per guarire, tu sei qui per confortare, consolare”… Sì, è vero, siamo qui tutti per questo. Ognuno invece deve trovare la sua più intima peculiarità, e questo, ve lo assicuro, non ve lo può dire qualcun altro. Siete pronti a comprendere i nostri messaggi e questo che vi stiamo dicendo ora. Ma vogliamo anche farvi percepire la nostra vicinanza e farvi un dono oggi.

Ognuno di voi è appoggiato a un prezioso Menhir della vostra bellissima terra, che noi amiamo in maniera particolare, c’è un legame fortissimo tra noi e la Sardegna, tra noi e altre isole, e altri luoghi del mondo. La connessione più forte è tra voi e l’Irlanda, in questo momento e in questo preciso istante perché in quel paese si sta svolgendo un evento simile a questo. Questo non l’avevamo detto nemmeno alle persone che stanno parlando oggi, ma lo stiamo dicendo a voi.

Ora da ogni Menhir esce una Vestale. Ogni vestale custodisce un menhir, sono delle vestali con degli abiti di colore  bianco e blu. Sono le vestali sciamaniche collegate però a Sirio. Sono le donne stellari che portano anche la conoscenza e la completezza che abbiamo detto prima, del maschile e del femminile ed è quello che vi vogliamo regalare. In primo luogo infatti, esse vi porgono una sfera di colore blu e argento. E aprite la vostra mano sinistra per poter accettare questo dono di questa piccola sfera e la sentite sul palmo della sfera, sempre più pesante, più calda, e inizia anche a roteare di fronte ai vostri occhi come per dirvi che tutto è movimento. Non restate fermi, mai.

Questo è un altro limite che applicate sulla vostra dimensione, di non muovervi di vostra spontanea volontà, di stare fermi ad aspettare. Stare fermi è prezioso e va bene perché è sempre importante riposare quando è il momento. Ma quando noi sentiamo le vostre richieste e le vostre – chiamiamole – preghiere, in cui desiderate un cambiamento, ma vediamo che state fermi: come può questo cambiamento arrivare? È difficile poter realizzare una richiesta se noi stessi non andiamo nell’energia di quell’intento. Allora usate questa sfera del movimento, è la sfera che vi darà appunto l’input a muovervi e a capire verso che direzione dovete andare.  Non abbiate paura di sbagliare direzione, perché spesso le domande che ci arrivano sono “qual è la mia direzione, verso dove devo andare? Questo o quello?” E volete sempre una risposta chiara che deve essere per voi quella giusta, invece non è così, bisogna anche rischiare, andare dove sentite, altrimenti l’avanzamento non arriverà.

E adesso fate un respiro profondo, e alle vostre spalle la vestale vi copre con un mantello di colore blu elettrico e vi avvolge in questo mantello. Sentite lungo la vostra schiena  il calore, la morbidezza, la protezione del mantello di Sirio. Questo è un dono che vogliamo fare a tutti voi perché quello di cui avete bisogno è di sentirvi protetti. Lo potete stringere tra le braccia e pensare che siete al sicuro. Non esistono attacchi esterni a chi si sente protetto. Sono solo delle forme mentali, che prendono forma e esistono solo perché le creiamo noi. Lo so è difficile accettare questo concetto, ma la rabbia e la violenza che ci sono ora sulla Terra le accettate quasi in maniera passiva oppure rispondete con la rabbia, perché vi manca questo senso di protezione e tutti invocano la protezione. Ma da chi la invocate? Dai politici, che sono loro l’attacco? O chi non può proteggervi perché non sa proteggere se stesso?

Ecco, questo che vi regaliamo è un mantello simbolico nel senso che vi vogliamo dire che voi siete protetti; siete voi che vi spogliate di questa protezione e vi create le paure, e queste prendono forma realmente nel mondo perché sono diventate una forma pensiero fortissima. Quindi, soprattutto le donne, non abbiate paura: non avete un nemico da combattere, avete solo voi stesse da amare.

Questo ve lo dicono anche le entità di energia maschile, quale il comandante dell’astronave e il rappresentante del Consiglio di Sirio. Egli benedice questo incontro, promettendo che sarà solo il primo di tanti altri, perché è molto bello per noi incontrarvi e sentire che le vostre anime sono venute qui entusiaste di avere finalmente conferme di ciò che sapevano da tempo. Grazie.

 

(Testo canalizzato di proprietà di Francesca E. –  si può condividere con il link del blog)

Il giorno sabato 17.3.18 si è svolta a Cagliari la Conferenza esperienziale Interstellar coordinata da Momi Zanda e con

Francesca E. (Sirio)

Alessandra R. (Pleiadi)

Roberto S. (Saar)

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Stella Stellina * Racconto Notturno

Stella Stellina

Racconto Notturno di Francesca Enrew Erriu

Racconto pubblicato nella collana Subway-Letteratura edita dall’associazione E-20 di Milano e diffuso come tascabile nelle stazioni metropolitane di Roma, Milano e Napoli (2007).

(n.b. nonostante il titolo non è un racconto per bambini)

 

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Personaggi

NICOLA /STELLA

LA BANDA

Il Pezzo / Chiodo e Martello /Il Piccolo

LORIS

LA MADRE  sapeva fare certe espressioni di dolore che ad Anna Magnani le faceva un baffo

 

Nicola.

La stanza era al buio, leggermente rischiarata soltanto dalla luce di un lampione che filtrava attraverso le tapparelle semichiuse. Alle dieci in punto la sveglia iniziò a suonare, crudele e ostinata come sempre. Nel tentativo di spegnerla, Nicola la colpì facendola cadere per terra. Lanciò cinque o sei anatemi alla sveglia, al mondo e a se stesso. Svegliarsi bestemmiando era il massimo per cominciare bene la giornata. Anzi, la nottata. Riuscì ad alzarsi, trascinandosi controvoglia fino al mobile con le luci e il grande specchio. Accese le lampadine, e l’immagine che vide gli ricordò in qualche modo la “notte dei morti viventi”. Era pallido come uno zombie e la sbronza del giorno prima gli ronzava ancora nella testa. Delle occhiaie simili si sarebbero avvistate persino sul Raccordo Anulare. Cercando di pensare ad altro, andò ad accendere lo stereo, e lasciò che i primi accordi di una canzone rock riempissero la stanza. Prima di andare in bagno, voleva pensare a cosa mettersi, per non perdere tempo dopo. Aprì l’armadio e cominciò a guardare tra abiti femminili; prese una gonna corta e una maglietta bianca scollata.

La  banda

In un garage metropolitano di periferia si era riunita la banda. Il nome farebbe pensare a qualcosa di serio, ma in realtà non si vedeva una banda cosi scalcinata dai tempi dei Soliti Ignoti. Con la differenza che questi non erano così simpatici. Per darvi un’idea, il capo, o quello che si autoproclamava tale, era soprannominato il Pezzo; era il nome ereditato dal padre, un poliziotto morto eroicamente durante una retata antidroga, passata alla storia come Operazione “Borotalco”. Mentre massacrava un ragazzo a colpi di manganello, per sbaglio un colpo di pistola era partito dalla mano tremante di un suo collega, che si era girato a guardare una prostituta che passeggiava. Non gli fecero nemmeno i funerali di Stato, ma comunque niente sarebbe servito a cancellare il soprannome che si era sempre portato appresso: pezzo di merda.

Stella

Nicola aveva indossato la gonna corta e la maglietta. La sua figura apparve ancora più alta e slanciata quando infilò gli stivali neri. Solo le spalle erano un po’ larghe, ma non gli dispiaceva poi tanto. Si mise allo specchio per truccarsi; per fortuna la doccia e i tre caffé l’avevano rimesso un po’ in sesto. Quel giorno non era proprio in forma, sarebbe andato giusto a fare un giro per vedere se riusciva a piazzare quell’orologio che aveva trovato. In realtà, già da un po’ di tempo le cose non andavano per il verso giusto. Era sempre distratto, non gliene importava più niente del lavoro, dei clienti, poteva anche cascargli il mondo addosso che non se ne sarebbe accorto. Prima non era così. Era da quando lui se n’era andato. Lui, non voleva neanche nominarlo! Ma perché ci pensava ancora? Ormai erano sei mesi che era tornato dalla moglie, basta, doveva mettersi l’anima in pace. Se n’era andato così, di punto in bianco. Lasciando un bigliettino: “Mi dispiace, devo tornare da mia moglie”. Devo?! Glielo aveva prescritto il medico? Tutte scuse. La verità era: “voglio tornare da mia moglie”. Vai vai, aveva pensato lui, tanto non ti apro neanche se torni strisciando.

Il Pezzo sapeva di essere il migliore in quel gruppo, gli altri erano quasi tutti degli smidollati, che non valevano niente senza di lui. Ma per fortuna sapeva farsi rispettare, come suo padre. E aveva deciso di continuare la missione del genitore, senza però indossare la divisa: a lui non interessava servire lo Stato, meglio farsi giustizia da soli. Aveva un forte senso della giustizia, lui; a volte si sentiva il Giustiziere della Notte. Certo non era facile gestire una banda composta da individui come quelli che aveva davanti in quel momento. Due erano cugini, Chiodo e Martello: due nomi, due opposte realtà. Martello, noto per le sue qualità amatorie e per l’instancabile devozione alle donne; l’altro invece, non batteva chiodo neppure in quelle serate propizie tipo l’otto marzo. Poi c’era il Piccolo, solo perché era il più piccolo di tutti; quando gli avevano dato il soprannome non erano in un momento creativo. C’erano loro quattro nel garage metropolitano di periferia: per la missione di quella notte, era il numero perfetto. Dovevano recuperare un oggetto prezioso, un orologio che il Pezzo aveva perso durante l’ultimo scontro post-derby, e che per sbaglio era finito nelle mani di un travestito; uno detto Stella, secondo fonti sicure. Al Pezzo faceva schifo solo l’idea che uno di quelli avesse preso il suo orologio, e non aspettava altro che mettergli le mani addosso. Era una di quelle sere in cui si sentiva più che mai Giustiziere. Ma non sapeva che gli altri continuavano a considerarlo il solito Pezzo di.

Dopo essersi passato il rossetto, Nicola si guardò un’ultima volta allo specchio. Ora più che a uno zombie, assomigliava a Frankenstein in pensione: dal bianco era passato al grigio. Si provò almeno dieci tipi di sciarpe e foulard, mentre dalla radio arrivava la voce calda di un D.J.

“Salve gente della notte, che aspettate a cominciare il vostro giorno? Se state andando a lavorare, se una dura giornata sta per finire, o se state vivendo momenti di estasiante piacere, noi siamo qui a farvi compagnia. E ricordatevi amici, stanotte scatta l’ora legale, quindi forse perderemo un’ora di vita, o forse…la recupereremo un’altra volta, chissà.”

Aveva scelto la sciarpa azzurrina. Poi fu la volta della parrucca: non quella blu, avrebbe fatto troppo Fata Turchina; meglio quella semplice, biondo platino. Prese la borsetta, e un prezioso orologio che infilò nella tasca del giubbotto bianco. Spense tutto e uscì.

Loris

Loris accese la radio e restò ad ascoltare la voce di un D.J.

“Ci sono delle notti strane, e questa è una notte così. Ricordiamoci di guardare la luna stanotte. Forse vedremo The dark side of the moon”.

Le note della canzone partirono e Loris poggiò la testa allo schienale della poltrona. Perché si doveva sempre mettere nei casini? Non ne combinava una giusta. Si era anche sposato, pensando di mettere la testa a posto, ma niente da fare. Anzi, peggio che mai. Adesso sarebbe rimasto solo tutta la notte, mentre la moglie faceva il turno in ospedale. E già gli prendeva l’ansia. Un altro si sarebbe seduto tranquillo sul divano, davanti alla sua bella televisione. Al massimo sarebbe andato al bar all’angolo a fare due chiacchiere. La verità era che se ne voleva andare. Ma come faceva a dirglielo? Avrebbe dovuto dirle come stavano le cose, che c’era un’altra persona, una persona che non riusciva a togliersi dalla testa neanche se la sbatteva al muro. E anche in quel caso era stato un vigliacco. Lo era sempre stato, avrebbe mai avuto il coraggio di fare qualcosa che non fosse vigliacco? Di prendere una decisione giusta? Sì, forse stavolta c’era una decisione giusta.

Nicola camminava lungo i muri dello stradone illuminato da pochi lampioni e dai fari delle auto che passavano rallentando un po’. Qua e là erano accesi dei piccoli fuochi, alcune prostitute sedute in cerchio lo salutavano. Tutti lo chiamavano Stella. Lui si fermava ogni tanto per mostrare un orologio bellissimo che aveva in tasca, ma nessuno era interessato. Non gli rimaneva che andare più in là, dove stavano gli spacciatori e i papponi. Sicuramente quelli avrebbero sganciato qualcosa. Aveva appena iniziato a camminare in un vicolo un po’ buio, quando sentì un rumore alle spalle. Non fece neanche in tempo ad accelerare il passo, che qualcuno sbucò dal buio e lo strattonò cercando di colpirlo. Ma lui riuscì a divincolarsi, piantò la punta dello stivale nello stinco dell’aggressore, poi si mise a correre lasciandolo a terra dolorante. Nel trambusto aveva fatto cadere la borsetta, e ormai non poteva più recuperarla. Continuò a correre senza voltarsi, finché trovò un portone aperto. Entrò, e si nascose attaccandosi bene al muro, sotto la rampa di scale. Sentì dei passi scendere i gradini; da quella posizione l’avrebbero notato per forza. Una signora molto robusta comparve negli ultimi scalini, teneva in mano il sacchetto della spazzatura. Nicola fece l’indifferente, e si chinò ad aggiustarsi le calze nello stretto pianerottolo. La donna lo guardò dall’alto in basso, poi uscì scuotendo la testa. Il ragazzo tirò un sospiro di sollievo. Non voleva che la donna vedesse i suoi occhi luccicare per la rabbia. Se non fosse stato vestito così non sarebbe scappato, li avrebbe affrontati faccia a faccia. Ma con quelli era sempre una lotta impari, perché andavano in giro con i coltelli e le loro schifose catene. Con animali così non c’era niente da fare, e se ti acchiappavano era finita. Controllò nella tasca del giaccone, c’era ancora l’orologio. La borsetta ormai era persa, ma poco importava.

La banda si era riunita nel solito garage metropolitano di periferia. Le moto erano parcheggiate ai lati, tutto lì dentro trasudava olio e carburante. Il Pezzo aveva appena sparso la refurtiva per terra, gli altri lo guardavano in attesa della terribile reazione. Il capo cominciò a urlare, le bestemmie risuonarono in tutti i garage della zona.

“Tutto qui? Una stupida borsetta?”

Il Pezzo prese il rossetto, lo specchietto, e altri oggetti e li scagliò contro il muro.

“Lo sapevo che non servite a niente! Io vi chiedo un orologio e voi mi portate un rossetto e cose da femmina!”

“Ma capo” ebbe il coraggio di dire Chiodo, “non c’era nessun orologio, l’abbiamo perquisito…”

“Perquisito? Siete la polizia, forse? Non mi avete portato neanche la parrucca, che prove ho che l’avete fermato? La verità è che ve lo siete fatti scappare!”

Erano tutti mortificati, il Pezzo stavolta non li avrebbe perdonati. Ma c’era un’altra possibilità: beccare l’essere immondo nella piazzetta del quartiere, dove dopo mezzanotte si riunivano tutti i suoi simili. Sarebbero andati lì, a dargli una bella lezione.

Era uscito dal portone, evitando di incrociare lo sguardo della signora col sacchetto. Si era messo a camminare per i vicoli mal illuminati. L’unica cosa a cui doveva pensare adesso era mettersi al sicuro. Con quelli c’era poco da scherzare. Se avevano capito chi era, anche tornare a casa sarebbe stato rischioso. Avrebbe potuto cercare la sua amica Mila, ma non era sicuro di trovarla, e poi meglio evitare quelli dell’ambiente. Aveva sentito pronunciare la parola “orologio”, durante la colluttazione: evidentemente l’oggetto doveva essere prezioso come aveva pensato. Non l’avrebbe ceduto neanche morto.

Loris si alzò dalla poltrona e aprì un cassetto del comodino. La foto era ancora lì, dove l’aveva lasciata. Nascosta bene in mezzo a un libro, in fondo. L’unica che aveva osato tenere. Era solo l’anno scorso, in quell’albergo con Nicola. L’aveva preso alla sprovvista mentre si guardava allo specchio. E nello specchio si vedeva anche lui, che scattava. Restò seduto sul letto a guardarla. Gli vennero in mente quelle parole, “…se per caso avevi ancora quella foto, in cui tu sorridevi e non parlavi…”, una canzone che ascoltavano in quei giorni. Sorrise. Poi si alzò, mise la foto in una tasca della giacca, prese le chiavi della macchina e uscì.

Attraversata la circonvallazione, era arrivato dietro il campo del cimitero. Certo aveva quasi rischiato di morire, ma non poteva mettersi a fare l’autostop vestito così. Non sarebbe passato inosservato. Iniziò a camminare in un campo deserto, e da lontano già vedeva le sagome dei treni abbandonati. Faceva fresco e aveva iniziato a piovere un po’. Affrettò il passo, mentre sotto i suoi piedi la terra diventava fango. Entrò di corsa in uno dei vagoni. Era un posto deserto, silenzioso, buio. Andò a sedersi in un sedile sgualcito, e quasi poteva immaginarsi di viaggiare. Quello era il posto dove rifugiarsi quando ne aveva bisogno. Come quella notte di tanti anni prima. Strano che gli fosse tornata in mente. Pensava di averla dimenticata.

Quella notte era lì, come tutte le notti. Sotto la luce gialla del lampione. Insieme a quelli che come lui si vendevano per niente. Era giovane, aveva ancora i riccioli di capelli lunghi sulla fronte, e questo lo faceva sentire un ribelle. Non si vestiva ancora come adesso, e quell’apparente innocenza lo rendeva già più che desiderabile. Quella notte faceva tanto freddo che non si vedeva un cane per strada, e certo non si sarebbe immaginato di fare quell’incontro. Non si sarebbe aspettato nessun tipo di incontro, figuriamoci sua madre! Eppure era lì, dentro quella macchina dove l’aveva fatto salire a tradimento, facendolo abbordare dall’ultimo arrivato che si autodefiniva suo padre. Ma come aveva fatto a trovarlo? Era seduta nel sedile posteriore, e piangeva come una fontana, avendo finalmente ottenuto conferma che suo figlio era ormai perso, che non c’erano più speranze di recupero, che il suo ‘Nicolino’ si avviava ormai a una vita sbandata eccetera eccetera. Nel buio della macchina vedeva soltanto il vapore uscire dalla sua bocca mentre parlava; e meno male: sua madre sapeva fare certe espressioni di dolore che ad Anna Magnani le faceva un baffo. Insomma, per farla breve, era sceso dalla macchina senza neanche salutarla. Era sceso, e si era messo a camminare sotto il cavalcavia. Indifferente ai compagni che lo chiamavano, con la testa vuota e piena contemporaneamente, guardava dritto e camminava, camminava. A un certo punto la luce dei lampioni si era confusa con le sue lacrime. Non gli aveva dato fastidio tutto quello sproloquio, quanto il fatto che continuasse a chiamarlo ‘Nicolino’! Sì, mamma – pensò – non sono più il tuo Nicolino, sono cresciuto. Forse ho premuto troppo l’acceleratore, e sono caduto. Ma non inseguivo una libellula in un prato.

Le moto si fermarono vicino al muro del cimitero. In quel campo si vedeva appena. I quattro avevano in testa il cappuccio del giubbotto per ripararsi dalla pioggia, sembrava il ritorno del Ku Klux Klan.

“Sicuramente sono nascosti in quella stazione di cui parlavi” disse il Pezzo. Stava implicitamente ammettendo che il Piccolo aveva ragione. Non c’era dubbio, era stato lui ad avere la giusta intuizione: recuperata l’agendina dalla borsetta di Stella, avevano rintracciato l’amica Mila e l’avevano beccata sul posto di lavoro, la famigerata piazzetta. Non erano servite molte minacce per farle dire dove poteva essere nascosto l’amico. Il Piccolo aveva dimostrato di saperci fare, forse gli avrebbero anche cambiato il soprannome per questo. Ma ci avrebbero pensato dopo; ora l’unica cosa che rimaneva da fare era andare in quella maledetta vecchia stazione.

La luce di un tuono lo fece risvegliare. Si era addormentato nel vagone silenzioso, solo il monotono cadere della pioggia gli faceva compagnia. Pensò che forse avrebbe potuto raggiungere Mila e le altre, ormai il pericolo doveva essere passato. Si avvicinò alla porta del vagone e guardò il cielo. Le nuvole si stavano allontanando, e in quel momento si scopriva anche un pezzo di luna. Ebbe come la sensazione di una luce che si avvicinava. Ma non era la luna, erano i fari di due motociclette.

Loris suonò insistentemente il campanello del palazzo di Nicola. Si maledisse per non aver tenuto le chiavi, ora sarebbe stato tutto più semplice. Lo rattristò non trovarlo in casa, probabilmente aveva ricominciato a lavorare di notte. Se si poteva chiamare lavorare! Ma ora non voleva pensare a questo, voleva soltanto incontrarlo, e parlargli. Lo avrebbe aspettato, sicuramente per l’alba sarebbe tornato. Infreddolito, rientrò in macchina e chiuse bene i finestrini e le portiere. Accese lo stereo e appoggiò la testa allo schienale, chiudendo gli occhi.

La luce non c’era più. Era di nuovo buio, non sentiva più nemmeno il rumore della pioggia. Da quanto tempo era lì? Forse da sempre. Non sentiva niente, solo il dolore accecante, come se gli avessero spezzato tutte le ossa. Perché tanto odio? C’è chi vuole essere qualcuno, c’è chi vuole essere migliore…Lui voleva essere, e basta. Non pensava che potesse dare fastidio. A qualcuno, forse sì. A chi l’aveva cercato quella notte, fino a quel posto abbandonato, dove ci si poteva perdere nei sensi di colpa. Forse era stato troppo fragile, troppo distratto, per accorgersi del pericolo. E con il trucco sfatto sulla faccia, dovevano averlo scambiato per un personaggio di qualche musical rock. L’avevano chiamato, mentre si avvicinavano, “Hey, Stella!” – come Marlon Brando in quel film del tram. “Te le facciamo vedere noi le stelle”, facevano anche i simpatici. Alla terza battuta si era reso conto di non riuscire più a muoversi, perché l’avevano già bloccato. Ora non c’era più nessuno, l’avevano lasciato solo, neanche qualcuno che gli cantasse una canzone, che so, com’era quella…Don’t dream it, be it…Non sognatelo, siatelo. Oppure qualcosa di David Bowie, bello come nel poster della sua cameretta. Forse era stato lui a farlo innamorare, il poster galeotto. Quante volte aveva sognato di essere un Rock’n’ roll Suicide… Ma gli era andata molto peggio. Nella canzone almeno c’era la sigaretta, qui nemmeno quella. E nemmeno David Bowie a salvarlo. Aveva in testa troppe cose. Ma non riusciva a parlare, né ad aprire gli occhi. Come quando da piccolo gli cantavano quella filastrocca per addormentarsi, e lui si abbandonava…Com’era? Stella Stellina, la notte si avvicina…

Loris si svegliò dentro l’auto, cullato dalle note di una canzone che amava. Poi dalle casse si udì la voce di un D.J.

“Buongiorno, ben svegliati a tutti. E per chi ha lavorato fino a adesso, buonanotte! Forse stamattina vi sentirete più stanchi del solito, sarà perché avete dormito un’ora in meno? Io ero sveglio, e ho avuto la sensazione che il tempo si sia fermato per un attimo…come se avessi perso…un’ora di vita”.

L’alba colora il cielo sopra la Stazione Vecchia. Il silenzio avvolge il campo, apparentemente deserto. Ma dentro uno di quei vagoni qualcuno giace in una pozza di sangue. Alcuni diranno che si chiamava Nicola, molti altri riconosceranno Stella. Per terra c’è un orologio mezzo rotto, le lancette sono ferme. Segnano ancora le due.

***

 

(testo di proprietà dell’autrice Francesca Enrew Erriu)

(Immagine: Web)

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On the Rocks

Se esiste una macchina del tempo

Voglio una strada senza curve senza senso

Oscillare come in altalena

e trovare un baricentro

dove non sia né mattina né sera.

E un Re con la corona e con la scorta

suonerà tre volte  alla mia porta.

E così riempirò le mie giornate

– metti anche il ghiaccio per favore grazie –

Perché il Rock lo preferisco al liscio

mezzo pieno, mezzo vuoto

in par condition.

j depp

 

 

F.E.

(immagine dal Web – Johnny Depp)

 

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Senza l’amore **

Golden

 

Hai mai pensato come sarebbe senza l’amore?

Quante cose potresti fare senza l’amore?

Meno perdite di tempo, meno rumore.

Incrociare gli occhi di un estraneo senza arrossire e gli occhi abbassare.

Nessuna accelerazione del cuore, nessun sudore.

Nessun sospiro prima di dormire o lacrime da asciugare.

Quanta pace senza l’amore.

Nessuno a cui chiedere come stai o che cos’hai.

Nessuno a cui dire non volevo, ma lo sai.

Nessuno a cui dedicare una canzone, Jealous Guy.

Quanta pace senza l’amore.

****

(immagine: Web)

(F.E.)

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Come Dante e Beatrice **

dante beatrice

 

“E voi siete proprio come Dante e Beatrice.

Chi vi parla (Beatrix) collegata è direttamente al Sommo poeta, che per arrivare al vero amore – quello divino – percorrere deve Inferno e Purgatorio. Essi non sono altro che step della propria coscienza. E’ questo il significato reale di quei luoghi e sono quelli che anche voi state percorrendo energeticamente…Miei cari, non è lontano il Paradiso. ovvero il ricongiungimento totale tra voi e con noi. 

Una cosa sola sapete fare quanto noi, e quella è amare. In tutto il resto siete principianti.

Ma non temete. Il tempo per imparare equivale al tempo per amare.

Nessuno insegna e nessuno impara. Tutti lo fanno contemporaneamente. Senza distinzione.

Così come noi vi amiamo indistintamente. Siete esseri di rara bellezza.”

 

(La voce di Beatrix 14.02.18)

 

(Immagine: Dante e Beatrice di C.Rojas)

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Sardinian Trip

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La Sardegna è un’altra cosa: più ampia, molto più consueta, nient’affatto irregolare, ma che svanisce in lontananza.

Creste di colline come brughiera, irrilevanti, che si vanno perdendo, forse, verso un gruppetto di cime…

Incantevole spazio intorno e distanza da viaggiare, nulla di finito, nulla di definitivo.

E’ come la libertà stessa.

D.H. Lawrence

 

 

TOMBE DEI GIGANTI DI SAN COSIMO (GONNOSFANADIGA)

 

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La notte poco prima della foresta

Pubblico l’inizio del monologo “La notte poco prima della foresta” del francese Bernard Marie Koltes, uno dei miei preferiti. Dedicato a tutti coloro che passano la notte per strada…

Stavi voltando l’angolo della strada quando ti ho visto, piove, non è il massimo
quando ti piove in testa e sui vestiti, eppure ci ho provato lo stesso e
adesso siamo qui, non voglio nemmeno guardarmi, dovrei asciugarmi, tornar
giù, appena ci sistemiamo da qualche parte, mi levo tutto, è per questo che
cerco una stanza, perché a casa non è possibile, non ci posso tornare – ma
non per tutta la notte però – ecco perché ti ho corso dietro quando ti ho visto
svoltare l’angolo, nonostante tutti gli stronzi che ci sono per strada, nei bar e
giù sotto, qui, dappertutto, nonostante la pioggia e i capelli bagnati, mi sono
messo a correre, non solo per la camera, non solo per le ore della notte per cui
sto cercando una camera, ma ho corso, corso, corso, perché stavolta, svoltato
l’angolo, non mi trovassi in una strada vuota di te, perché stavolta non ci fosse
soltanto la pioggia, pioggia pioggia, perché stavolta dall’altra parte io potessi
ritrovare te e avere il coraggio di gridare: compagno!, di prenderti il braccio,
accostarmi a te: compagno, fammi accendere, non ti costerà nulla, maledetta
pioggia, maledetto vento, che schifo d’incrocio, non fa bene girare da queste
parti stasera, per quelli come te e come me, che non hanno soldi né lavoro,
quello non lo cerco nemmeno più – e poi sul lavoro noi, là fuori, senza niente
in tasca, non è che pesiamo molto, basta un soffio di vento a farci volar via,
un colpo di vento e via, leggeri (…)

 

koltes

Bernard-Marie Koltès (Metz9 aprile 1948 – Parigi15 aprile 1989) è stato un drammaturgo e regista francese. Nato nel 1948 in una famiglia medio-borghese di Metz, ebbe una vita violenta e segnata dal desiderio di rivolta. In gioventù tentò più volte di dedicarsi alla scrittura, ma sulle prime rinunciò. Dopo aver visto a teatro l’attrice Maria Casarès, nel 1969, ne fu ispirato e ricominciò a scrivere. Scrisse 15 testi teatrali, alcuni dei quali rimasti incompiuti. Dopo una controversa fase di militanza politica nel PCF (il Partito Comunista Francese), rifiutò i suoi primi 7 drammi e dichiarò che il primo testo teatrale che riconosceva come suo era il lungo monologo La notte poco prima della foresta, rappresentato nel 1977 al Festival di Avignone. Koltès morì nel 1989 a causa di complicazioni dovute all’AIDS. È universalmente famoso per ‘Nella solitudine dei campi di cotone’ (Dans la solitude des champs de coton, 1986), sorta di delirio a due sulla ricerca impossibile del desiderio. Molte delle sue opere sono state allestite per la prima volta da Patrice Chéreau quando era direttore artistico del Théâtre des Amandiers a Nanterre
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Gentilmente senza strappi al motore…

 

Non ho del compiaciatico per compiacerti

Ma un po’ di companatico per imbottirti

magari di tritolo, e poi mandarti

a quel paese, così senza rimorsi…

D’altronde ti convinci già da solo

di essere esplosivo e prendi il volo.

waiting place 2

****

Offrimi il tuo amore in un bicchiere di vino

Offrimi il tuo cuore nel fuoco di un camino

Berrò e mangerò fino a mattino.

Digerirò? Non so

Un Alka seltzer troverò.

art red

 

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Raccogli quel pezzo di me

Tu

Sei pane per i miei denti

Carne per il mio spirito

Burro per marmellata.

A Parigi,

Un Tango.

***

Raccogli quel pezzo di me

che ho lanciato dal cavalcavia.

Poi inventati qualche bugia.

 

 

Salome, 1896b

 

(Immagine dal Web – Salomè)

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Il Vecchio Marinaio e il vascello fantasma

Un intero capitolo in “Dracula” di Stoker è dedicato alla particolareggiata descrizione di un avvenimento fondamentale nello svolgimento dell’azione, avvenimento che sconvolge la tranquillità della cittadina di Whitby: si tratta del naufragio della nave che, dopo aver superato una terribile tempesta approda al porto della suddetta località suscitando negli abitanti profondo sconcerto; sulla nave infatti sono tutti morti, compreso il timoniere il cui corpo viene trovato con le mani legate al  timone. Solo un grosso cane sbarca dalla goletta, ma in quel momento nessuno può immaginare che si tratti di Dracula in persona, giunto in Inghilterra per prendere possesso delle case acquistate a Londra. Ma non prima di aver placato la sua sete.

Nella descrizione della furiosa tempesta, Stoker ha voluto avvicinarsi il più possibile ad una narrazione di tipo cronachistico, dando infatti voce al Corrispondente del ‘Dayligraph’ e al Capitano stesso della nave per quanto riguarda i tragici eventi intercorsi a bordo durante il viaggio maledetto. E’ proprio il Corrispondente, descrivendo la calma irreale che ha preceduto l’improvvisa burrasca, a riferirsi alla nave che rollava in mezzo al mare con l’espressione “as idle as a painted ship upon a painted ocean”, riportata tra virgolette come per riconoscerne l’altrui paternità. L’accostamento all’opera di Coleridge non è affatto casuale. Come non pensare infatti al Vecchio Marinaio solo in mezzo all’oceano, in balia dei suoi pensieri di morte, delle sue paure, dei suoi sensi di colpa? In mezzo ai compagni di sventura, morti- non morti, che lo accusano con il solo sguardo, consapevole di uno “Spirit that plagued us so”, quando il vascello misterioso si avvicina, egli capisce che il suo destino è segnato: non avrà la benedizione della morte con la quale porre fine al suo tormento, ma la maledizione della ‘Life-in-Death’, una Vita in Morte che significa eterna sofferenza ed espiazione.

Alla stessa stregua del Vampiro, costretto a vivere per sempre secondo certi riti a cui non può sottrarsi, il Marinaio sarà costretto a raccontare per sempre la sua storia sotto un impulso irrefrenabile, cambiando la vita di chi lo ascolta così come Dracula cambia la vita di colui che designa suo proselito. Chi incontra il Marinaio non potrà fare a meno, come spellbound, di ascoltare la sua incredibile storia; chi incontra Dracula non potrà fare a meno, sotto stato ipnotico o trance, di obbedire ai suoi voleri. Sia nella ballata che nel romanzo, è presente “il motivo della forza ammaliatrice e distruttrice dello sguardo”.

Il Marinaio vive quindi una non-vita. E alla luce di questo appare sempre meno casuale il gesto che egli compie a un certo punto quando, preso dalla disperazione, impedito persino di parlare tanto la gola è riarsa dalle ore passate sotto il sole, per inumidirsi le labbra egli si morde il braccio fino a sanguinare e succhia il proprio sangue: “I bit my arm, I sucked the blood”, un atto che lo condannerà all’immortalità.

Non risulta casuale il fatto che anche in un altro grande romanzo che ha per protagonista un mostro la cui figura è molto assimilabile al personaggio di Dracula, Frankenstein, si trovino diverse allusioni all’opera di Coleridge. Tra i vari passaggi che riportano alla mente il Vecchio Marinaio, la Miller riferisce quello in cui Walton scrive alla sorella: “I am going to unexplored regions, to the ‘land of mist and snow’, but I shall kill no albatross, therefore do not be alarmed for my safety, or I should come back to you as worn and woeful as the Ancient Mariner”.

Nella località dello Yorkshire inoltre, durante le tre settimane di permanenza lo scrittore non solo ebbe modo di consultare importanti testi nella fornita biblioteca, ma prese anche nota di alcune conversazioni con pescatori e guardacoste del luogo che gli raccontarono di diversi naufragi tra cui quello del veliero russo Dimetry nel 1885. Certamente Stoker doveva essere a conoscenza delle superstizioni dei marinai e di alcune leggende a proposito di fantasmi marini, di cui avrebbe letto in alcune delle sue fonti come Legends and Superstitions of the Sea and of Sailors (1885) di Fletcher S.Bassett e Credulities Past and Present (1880) di William Jones. Molto importante nella stesura di Dracula fu, secondo Leatherdale, la leggenda del vascello fantasma, che faceva a sua volta riferimento all’Ebreo Errante e all’Olandese Volante, entrambi miti che condividono con Dracula la dannazione eterna in seguito ad un patto diabolico. Secondo la credenza normanna, la nave fantasma con il suo dannato equipaggio continuerà ad apparire in mare se le preghiere per le anime dei morti non saranno sufficienti; allora una terribile tempesta si scatenerà e la nave guidata dai fulmini giungerà al porto dove la folla adunatasi riconoscerà tra l’equipaggio le figure di coloro che credeva annegati. Qualcuno riconoscerà il padre o il marito, ma nessuna risposta giungerà dal vascello, “not one cry from the crew, although the figures might be seen; not a lip moved, nor was any sign of recognition heard”. Allo scoccare della mezzanotte il vascello, avvolto dalla nebbia, sparirà così come era apparso.

Sempre nel testo di William Jones viene narrata un’altra leggenda che sembra anticipare a tutti gli effetti la dannazione del Vecchio Marinaio: è la leggenda di un certo Herr von Falkenbeg, condannato a vagare nell’oceano a bordo di una nave senza timoniere fino al giorno del giudizio e a giocarsi a dadi la sua anima con il diavolo. Allo stesso modo ‘Death’ e ‘Life-in-Death’, a bordo del vascello fantasma, si giocano a dadi l’anima del marinaio di Coleridge.

La figura del Vecchio Marinaio aleggia per tutta la parte del romanzo ambientata a Whitby, tranquilla cittadina di pescatori e gente di mare dove Mina passa un periodo di soggiorno ospitata dall’amica Lucy. Mina, d’animo sensibile e profondo, passa molte sere al cimitero sulla collina, da cui può ammirare il mare e il paesaggio malinconico; è qui che intrattiene in diverse occasioni delle conversazioni con alcuni vecchi marinai, appunto, tra cui Mr Swales. Il vecchio – quasi centenario – racconta storie di marinai e pescatori morti annegati le cui tombe nel cimitero di Whitby, a suo parere, non solo non avrebbero senso ma sarebbero anche piene di bugie, dato che i corpi degli sfortunati non sono mai stati recuperati, ma stanno ancora sott’acqua.  Il fondo del mare come luogo infernale in cui sono depositati ricordi di naufragi e di morti: già in Shakespeare il naufragio assume una valenza simbolica e le ossa nel fondo marino risvegliano paure inconsce, come accade al duca di Clarence in Riccardo III quando sogna di viaggiare su una nave col fratello, che a un tratto cade in acqua trascinando anche lui:

“Mi sembrava d’annegare; che tremendo strepito d’acqua nelle orecchie! Che terribili visioni di morte negli occhi! Mi pareva di vedere migliaia di paurosi resti di naufragi, migliaia d’uomini divorati dai pesci (…) E poi gioielli favolosi sparsi sul fondo del mare (…) sembravano schernire le ossa dei morti disseminate intorno”.

Per Mr Swales le iscrizioni sulle tombe sono solo bugie e le storie di fantasmi solo superstizione. Ma non a caso sarà proprio lui a presagire l’arrivo della tempesta, l’avvicinarsi del soprannaturale, di qualcosa di apocalittico che distruggerà tutto; ma soprattutto percepirà l’approssimarsi della morte. Lui, l’uomo scettico ed esperto del mondo, dovrà riconoscere il potere di una presenza soprannaturale e dovrà arrendersi di fronte ad essa. Allo stesso modo in cui il Vecchio Marinaio di Coleridge, scettico e diffidente, non esiterà in un primo momento ad eliminare brutalmente un emblema di purezza spirituale, per dover poi in seguito riconoscere il soprannaturale che lo circonda e chinarsi ad esso, fino a benedire le creature marine che si muovono nell’acqua, simbolo ora della sua purificazione.

 

(tratto dallo studio “The road through death” Il vampiro: i simboli e la patologia in Dracula di Bram Stoker, di Francesca Erriu)

 

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