Tu
Sei pane per i miei denti
Carne per il mio spirito
Burro per marmellata.
A Parigi,
Un Tango.
***
Raccogli quel pezzo di me
che ho lanciato dal cavalcavia.
Poi inventati qualche bugia.

(Immagine dal Web – Salomè)
Un intero capitolo in “Dracula” di Stoker è dedicato alla particolareggiata descrizione di un avvenimento fondamentale nello svolgimento dell’azione, avvenimento che sconvolge la tranquillità della cittadina di Whitby: si tratta del naufragio della nave che, dopo aver superato una terribile tempesta approda al porto della suddetta località suscitando negli abitanti profondo sconcerto; sulla nave infatti sono tutti morti, compreso il timoniere il cui corpo viene trovato con le mani legate al timone. Solo un grosso cane sbarca dalla goletta, ma in quel momento nessuno può immaginare che si tratti di Dracula in persona, giunto in Inghilterra per prendere possesso delle case acquistate a Londra. Ma non prima di aver placato la sua sete.
Nella descrizione della furiosa tempesta, Stoker ha voluto avvicinarsi il più possibile ad una narrazione di tipo cronachistico, dando infatti voce al Corrispondente del ‘Dayligraph’ e al Capitano stesso della nave per quanto riguarda i tragici eventi intercorsi a bordo durante il viaggio maledetto. E’ proprio il Corrispondente, descrivendo la calma irreale che ha preceduto l’improvvisa burrasca, a riferirsi alla nave che rollava in mezzo al mare con l’espressione “as idle as a painted ship upon a painted ocean”, riportata tra virgolette come per riconoscerne l’altrui paternità. L’accostamento all’opera di Coleridge non è affatto casuale. Come non pensare infatti al Vecchio Marinaio solo in mezzo all’oceano, in balia dei suoi pensieri di morte, delle sue paure, dei suoi sensi di colpa? In mezzo ai compagni di sventura, morti- non morti, che lo accusano con il solo sguardo, consapevole di uno “Spirit that plagued us so”, quando il vascello misterioso si avvicina, egli capisce che il suo destino è segnato: non avrà la benedizione della morte con la quale porre fine al suo tormento, ma la maledizione della ‘Life-in-Death’, una Vita in Morte che significa eterna sofferenza ed espiazione.
Alla stessa stregua del Vampiro, costretto a vivere per sempre secondo certi riti a cui non può sottrarsi, il Marinaio sarà costretto a raccontare per sempre la sua storia sotto un impulso irrefrenabile, cambiando la vita di chi lo ascolta così come Dracula cambia la vita di colui che designa suo proselito. Chi incontra il Marinaio non potrà fare a meno, come spellbound, di ascoltare la sua incredibile storia; chi incontra Dracula non potrà fare a meno, sotto stato ipnotico o trance, di obbedire ai suoi voleri. Sia nella ballata che nel romanzo, è presente “il motivo della forza ammaliatrice e distruttrice dello sguardo”.
Il Marinaio vive quindi una non-vita. E alla luce di questo appare sempre meno casuale il gesto che egli compie a un certo punto quando, preso dalla disperazione, impedito persino di parlare tanto la gola è riarsa dalle ore passate sotto il sole, per inumidirsi le labbra egli si morde il braccio fino a sanguinare e succhia il proprio sangue: “I bit my arm, I sucked the blood”, un atto che lo condannerà all’immortalità.
Non risulta casuale il fatto che anche in un altro grande romanzo che ha per protagonista un mostro la cui figura è molto assimilabile al personaggio di Dracula, Frankenstein, si trovino diverse allusioni all’opera di Coleridge. Tra i vari passaggi che riportano alla mente il Vecchio Marinaio, la Miller riferisce quello in cui Walton scrive alla sorella: “I am going to unexplored regions, to the ‘land of mist and snow’, but I shall kill no albatross, therefore do not be alarmed for my safety, or I should come back to you as worn and woeful as the Ancient Mariner”.
Nella località dello Yorkshire inoltre, durante le tre settimane di permanenza lo scrittore non solo ebbe modo di consultare importanti testi nella fornita biblioteca, ma prese anche nota di alcune conversazioni con pescatori e guardacoste del luogo che gli raccontarono di diversi naufragi tra cui quello del veliero russo Dimetry nel 1885. Certamente Stoker doveva essere a conoscenza delle superstizioni dei marinai e di alcune leggende a proposito di fantasmi marini, di cui avrebbe letto in alcune delle sue fonti come Legends and Superstitions of the Sea and of Sailors (1885) di Fletcher S.Bassett e Credulities Past and Present (1880) di William Jones. Molto importante nella stesura di Dracula fu, secondo Leatherdale, la leggenda del vascello fantasma, che faceva a sua volta riferimento all’Ebreo Errante e all’Olandese Volante, entrambi miti che condividono con Dracula la dannazione eterna in seguito ad un patto diabolico. Secondo la credenza normanna, la nave fantasma con il suo dannato equipaggio continuerà ad apparire in mare se le preghiere per le anime dei morti non saranno sufficienti; allora una terribile tempesta si scatenerà e la nave guidata dai fulmini giungerà al porto dove la folla adunatasi riconoscerà tra l’equipaggio le figure di coloro che credeva annegati. Qualcuno riconoscerà il padre o il marito, ma nessuna risposta giungerà dal vascello, “not one cry from the crew, although the figures might be seen; not a lip moved, nor was any sign of recognition heard”. Allo scoccare della mezzanotte il vascello, avvolto dalla nebbia, sparirà così come era apparso.
Sempre nel testo di William Jones viene narrata un’altra leggenda che sembra anticipare a tutti gli effetti la dannazione del Vecchio Marinaio: è la leggenda di un certo Herr von Falkenbeg, condannato a vagare nell’oceano a bordo di una nave senza timoniere fino al giorno del giudizio e a giocarsi a dadi la sua anima con il diavolo. Allo stesso modo ‘Death’ e ‘Life-in-Death’, a bordo del vascello fantasma, si giocano a dadi l’anima del marinaio di Coleridge.
La figura del Vecchio Marinaio aleggia per tutta la parte del romanzo ambientata a Whitby, tranquilla cittadina di pescatori e gente di mare dove Mina passa un periodo di soggiorno ospitata dall’amica Lucy. Mina, d’animo sensibile e profondo, passa molte sere al cimitero sulla collina, da cui può ammirare il mare e il paesaggio malinconico; è qui che intrattiene in diverse occasioni delle conversazioni con alcuni vecchi marinai, appunto, tra cui Mr Swales. Il vecchio – quasi centenario – racconta storie di marinai e pescatori morti annegati le cui tombe nel cimitero di Whitby, a suo parere, non solo non avrebbero senso ma sarebbero anche piene di bugie, dato che i corpi degli sfortunati non sono mai stati recuperati, ma stanno ancora sott’acqua. Il fondo del mare come luogo infernale in cui sono depositati ricordi di naufragi e di morti: già in Shakespeare il naufragio assume una valenza simbolica e le ossa nel fondo marino risvegliano paure inconsce, come accade al duca di Clarence in Riccardo III quando sogna di viaggiare su una nave col fratello, che a un tratto cade in acqua trascinando anche lui:
“Mi sembrava d’annegare; che tremendo strepito d’acqua nelle orecchie! Che terribili visioni di morte negli occhi! Mi pareva di vedere migliaia di paurosi resti di naufragi, migliaia d’uomini divorati dai pesci (…) E poi gioielli favolosi sparsi sul fondo del mare (…) sembravano schernire le ossa dei morti disseminate intorno”.
Per Mr Swales le iscrizioni sulle tombe sono solo bugie e le storie di fantasmi solo superstizione. Ma non a caso sarà proprio lui a presagire l’arrivo della tempesta, l’avvicinarsi del soprannaturale, di qualcosa di apocalittico che distruggerà tutto; ma soprattutto percepirà l’approssimarsi della morte. Lui, l’uomo scettico ed esperto del mondo, dovrà riconoscere il potere di una presenza soprannaturale e dovrà arrendersi di fronte ad essa. Allo stesso modo in cui il Vecchio Marinaio di Coleridge, scettico e diffidente, non esiterà in un primo momento ad eliminare brutalmente un emblema di purezza spirituale, per dover poi in seguito riconoscere il soprannaturale che lo circonda e chinarsi ad esso, fino a benedire le creature marine che si muovono nell’acqua, simbolo ora della sua purificazione.
(tratto dallo studio “The road through death” Il vampiro: i simboli e la patologia in Dracula di Bram Stoker, di Francesca Erriu)

Questa è la prima civiltà di Lemuria, i primi insediamenti, le prime incarnazioni arrivate dalle stelle hanno creato queste civiltà (Atlantide e Lemuria). È una sorta di montagna a strati che fa pensare in qualche modo al Purgatorio di Dante come il poeta disegnò questo purgatorio perché in lui vi erano le memorie di Lemuria. In questi strati si vive a seconda del livello di coscienza raggiunto, dalla base fino alla vetta della montagna al suo interno, quindi diverse popolazioni con diversi livelli che possono però comunicare tra di loro in maniera del tutto pacifica e con grande rispetto.

Diciamo che fondamentalmente, è ciò che state vivendo adesso sulla Terra – anche se non visualizzate una montagna – le creature si trovano a diversi livelli di coscienza. La differenza è che non ne siete ben consapevoli e che poco rispetto si porta per coloro che si trovano ad altri livelli. Questi livelli non corrispondono ai ruoli di potere che avete sulla Terra, anzi spesso sono i più umili ad essere sulla vetta della montagna. Coloro che voi portate al potere invece possono avere dei bassissimi livelli di coscienza ma riuscire a governarvi con strumenti non veritieri. Per cui l’evoluzione non si può certamente definire una vera evoluzione perché dalla montagna stratificata si doveva successivamente passare a ciò che era giusto per tutta l’umanità: che con rispetto e stima si lasciasse governare chi era agli alti posti di coscienza. Ma in realtà non è necessario avere delle persone che decidano per altri quando si vive nella pace e nel pieno rispetto.
Detto questo, in questa memoria delle origini, erano di fondamentale importanza le Sacerdotesse che custodivano i cristalli. Io sono una sacerdotessa che custodiva il cristallo principale nella sala principale, essa si trovava negli strati più bassi della montagna, quasi sotto terra, ma questo non ne diminuiva l’importanza, perché anzi era proprio la base, la sala dei cristalli, a far scaturire poi verso l’alto tutta l’energia necessaria per la vita di tutta la popolazione di Lemuria.
Di fondamentale importanza erano i maestri dei cristalli – quasi sempre uomini – mentre le donne erano sacerdotesse e la società non era né matriarcale né patriarcale. Questo è venuto dopo, con la divisione tra maschile e femminile, che ha portato come sapete a incomprensioni, lotte e amore condizionato. In questa civiltà invece l’amore non era semplicemente lo sguardo o il rapporto fisico, ma qualcosa che si percepiva con tutti indistintamente, sia nelle amicizie sia nel rapporto d’amore ma non si dava importanza a quello che doveva essere il ruolo maschile e il ruolo femminile, ognuno lo faceva in maniera spontanea e naturale. I cuori erano aperti a qualsiasi possibilità d’amore. E anche esisteva l’amore tra lo stesso sesso senza che nessuno lo etichettasse in maniera diversa.
Ciò che vi dico che può servire ora, è: ritornare a quell’amore.
Quando tutto questo è crollato, ovvero ci sono stati dei conflitti tra i clan familiari che hanno portato quindi a delle ostilità e alla divisione, ecco che allora è stato deciso l’annientamento di questa civiltà, il reset, che si rende necessario quando bisogna ricominciare da zero. Tutti i sacerdoti più elevati sono stati d’accordo con i Fratelli Stellari, ad operare in questo senso.
Sapendo già dalle profezie del sommo sacerdote quello che sarebbe avvenuto, si sono quindi preparati e hanno preparato la popolazione a questa eventualità. Non tutti hanno creduto alle loro parole. Dopo diversi millenni di lotte, questo annientamento ha avuto luogo. Ognuno è scomparso al livello di coscienza che aveva in quel momento, per cui coloro che erano già al corrente di come sarebbero andate le cose avevano già approntato dei rifugi sottoterra dove poter rifondare delle città di luce. I sommi sacerdoti hanno accompagnato tutte le creature ad affondare e morire nel corpo fisico, e le anime in base al loro livello di coscienza dovevano reincarnarsi in altre vite oppure sono ritornate dai fratelli stellari per compiere altri compiti.
Questo annegamento è stato silenzioso, nessuno ha gridato, nessuno aveva paura perché ognuno sapeva che avrebbe avuto la sorte che spettava alla sua anima. Questi corpi fluttuano sott’acqua in maniera silenziosa e quasi dolce. Le città sommerse sono pronte ad accogliere chi poi sarà pronto a continuare il lavoro con i cristalli di Lemuria.
(Sacerdotesse di Lemuria — Trance con MZ 12.1.18)
11.1.2018 (11)
“Benvenuti viaggiatori e collaboratori,
voi che lavorate al progetto planetario che riguarda voi e altri piccoli gruppi sparsi in tutto il pianeta. Come già sapete, il progetto della terra di Sardegna è tra i più forti presenti, in quanto quest’isola porta in sé delle memorie nelle sue pietre e costruzioni uniche sul vostro pianeta, simili a quelle di altri luoghi, che creano una sorta di linea virtuale che collega diversi luoghi del pianeta e diversi gruppi che lavorano allo stesso progetto. Questa è una linea virtuale che avrete man mano più chiara dell’avanzare del vostro operato […] Sono tutti luoghi collegati soprattutto a Sirio e alle sue astronavi.
Sappiamo che nel fisico state percependo fastidi e cambiamenti, come la testa che ronza, troppo vuota o troppo piena, possono essere sintomi del nostro contatto o anche delle cosiddette “interferenze”. E’ normale che possiate sentire una sorta di squilibrio, di destabilizzazione, per cui chiedete di discernere qual è il canale a cui dovete collegarvi.
Come già saprete siete entrati nel vostro anno 11 della Terra. Questo significa l’anno della Rivelazione: non dovete sottovalutare la valenza di questo numero e degli altri numeri legati al progetto. In questo anno 11 rivelazioni avverranno orientativamente a partire da metà anno, e diverse creature sulla Terra avranno più chiaro, più presente a se stesse, qual è esattamente il compito da svolgere. Ma non bisogna essere frenetici né vivere esclusivamente con questo obiettivo in mente. Lasciate sempre andare, scorrere, fluire perché molti blocchi saranno presenti creando fastidi fisici o pensieri frequenti di una energia non richiesta per il progetto. Questo potete notare come boicottaggio da persone che vi stanno accanto o a livello di pensieri creati da voi stessi, oppure della coscienza collettiva.
Svolgete quindi frequentemente meditazioni, collegatevi a noi anche semplicemente per richiedere un nostro aiuto energetico nel processo. Questo è fondamentale per diventare più centrati, radicati e puliti possibile, più consapevoli di ciò che siete giunti a fare per non soffrire troppo nel vostro fisico e nella vostra mente. Sempre più avete sensazioni di smarrimento a causa di interferenze presenti anche a livello virtuale, utilizzando computer e cellulari e tutte queste attrezzature che necessarie sono per il vostro lavoro ma purificare dovete costantemente. Grazie.”
(Beatrix e Consiglio di Sirio, 11.1.18)

Si tende a far risalire la credenza nei vampiri al Cristianesimo greco, ma si possono trovare tracce di superstizioni e credenze che riportano al mito del non-morto ben prima di quel periodo.
Sicuramente la tradizione cristiana fu importantissima nell’attribuire al vampiro certe caratteristiche che oggi lo contraddistinguono. Infatti nelle antichissime leggende pre-elleniche il vampiro era chiamato ‘demone meridiano’, volendo indicare una creatura che appariva a mezzogiorno, ora in cui i corpi viventi come gli spiriti eterei non riflettono ombra, dunque si possono confondere tra di loro. In seguito questo mito decadde in quanto la tradizione cristiana attribuì alla luce un significato di ‘bene’ e all’oscurità una connotazione malvagia, per cui nell’immaginario popolare paleocristiano e medievale fu la notte e non il giorno che iniziò a popolarsi di spettri e apparizioni demoniache.

Sin dalla civiltà classica si cominciò a parlare di attività vampiriche. A quanto riferiva l’esperto francese Marigny, prima che apparisse il termine vampiro durante le epidemie tra il 1725 e il 1731, si chiamavano ‘bloodsuckers’ gli esseri che risorgevano dalla tomba per succhiare il sangue ai vivi. Marigny si rifaceva ad una delle cronache più antiche che si conoscano in proposito, la Historia rerum Anglicarum di William di Newburgh, del dodicesimo secolo. Le letterature dell’antica Grecia e Roma narrano di incontri con le cosiddette ‘lamie’, precursori dei vampiri, che succhiavano la linfa vitale dei vivi, soprattutto dei bambini. Primo prototipo della lamia è, a quanto riferisce Petoia, una delle figure al seguito di Ecate, la regina del mondo degli spettri: l’Empusa, “demone femminile, capace di assumere vari aspetti, fra i quali quello di cagna, vacca o bella fanciulla”. L’Empusa e la Lamia giacevano con i giovani e ne succhiavano il sangue mentre dormivano, anticipando in tal modo quei connotati sessuali che diverranno più marcati con due figure della tradizione medievale: i ‘Succubi’, che seducevano i giovani uomini durante il sonno e ne succhiavamo la linfa vitale come le lamie; gli ‘Incubi’, versione maschile dei succubi, che venivano associati al diavolo. Fino ad arrivare al ‘Nosferat’, il quale addirittura “not only sucks the blood of the living people (…) with young people it indulges in sexual orgies until they get ill and die of exhaustion”.
La paura del morto che ritorna ha da sempre tormentato il nostro inconscio, assumendo connotazioni ambivalenti: da una parte il desiderio di rivedere in vita la persona cara, dall’altra il terrore che il defunto potesse avere qualche conto in sospeso. Come spiega Sabine Baring-Gould in The Meaning of Mourning, trattato sul rapporto tra vivi e morti, “it is entirely reasonable that, as the dead are assumed to be alive, they will seek communion with the living”. Secondo la teoria dello studioso freudiano Ernest Jones, infatti, si crea una sorta di identificazione per cui si sente la mancanza della persona morta e di conseguenza si presume che anche il defunto abbia nostalgia. D’altronde unirsi alla persona amata nella morte è sempre stato l’apice del sentimento amoroso, forse perché “what one has in death one has forever”. La ‘nostalgia del ritorno’ era infatti considerata una delle cause del vampirismo, e colpiva soprattutto i malinconici, e i soldati morti in guerra. Per secoli infatti i vampiri sono stati chiamati ‘revenenti’, proprio a sottolineare il concetto della nostalgia del ritorno.
I morti che ritornano non sono altro che i simboli di attaccamento a quei piaceri della vita dai quali è difficile separarsi. È proprio perché questo desiderio di tornare tra i vivi non possa realizzarsi che l’umanità ha sviluppato il culto dei morti: il rito funebre accompagnato da diverse usanze – quella per esempio di lasciare una moneta nella bara come obolo a Caronte – ha lo scopo di far sì che il defunto riposi in pace e non abbia più motivo di cercare qualcosa nel mondo che ha lasciato. Probabilmente anche la consuetudine di chiudere gli occhi al defunto manifesta in realtà il desiderio di privarlo della vista, in modo che non possa ritrovare la strada di casa.
Diverse sono le cause per cui un morto è destinato a diventare ‘revenente’: il Century Dictionary di Whitney riferisce che “dead wizards, werwolves, heretics, and other outcasts become vampires, as do also the illegitimate offspring of parents themselves illegitimate, and anyone killed by a vampire”. Riporta William Hughes che, oltre a diventare tale per il morso di un altro vampiro, era probabile che il non morto fosse “an apostate or excommunicated Christian, the victim of a murder or sudden death, or a werewolf, during his lifetime”. I suicidi erano considerati tra i più probabili futuri vampiri, tanto che sui loro corpi si preferiva agire subito per prevenire la trasformazione: incrociare le braccia del corpo, deporre una croce sulla bara oppure seppellire il cadavere in un crocicchio erano ritenuti buoni antidoti. Togliersi la vita era ovviamente un grave peccato per il Cristianesimo, perché significava ribellarsi al diritto divino di darci la nascita e la morte; per questo, ci ricorda Leatherdale, i suicidi venivano puniti: “their fate would be everlasting life as a vampire. The penalty for suicide would be immortality”. Anche Barber sottolinea la diffidenza verso i morti suicidi, a cui non è concessa la sepoltura nel cimitero “in parte per il loro potenziale ritorno dalla morte e in parte perché attirano i loro cari nella tomba dopo di loro”. Infatti la mancanza di sepoltura, sempre secondo Barber, sarebbe in se stessa motivo sufficiente perché i suicidi diventino revenant; ma un’altra spiegazione comune per la loro trasformazione è che “essi non hanno vissuto fino in fondo il tempo a loro assegnato”.
Già da allora caratteristica del vampiro era succhiare il sangue dei vivi, ma ad essa si accompagnavano anche la connotazione di assassino – in casi in cui strangolava le vittime – o di veicolo di malattie contagiose. Sin dalle origini del mito, il vampiro si configura quindi come outcast, un reietto, rifiutato dalla società, che vive ai margini: anche in vita il vampiro è un diverso, un outsider.
Fu nel periodo tra il 1723 e il 1735 che la superstizione sui vampiri raggiunse il suo culmine, quando un’epidemia vampirica si diffuse nel sud-est europeo, in particolare in Ungheria. Fu quindi proprio nel pieno dell’Illuminismo che la figura del vampiro, inizialmente associata al diffondersi della peste, si impose nella superstizione popolare. A proposito osserva Cammarota: “Il vampiro non poteva che risorgere e reincarnarsi in pieno che nel diciottesimo secolo, il secolo dei lumi e della ragione, il tempo della nascita del capitale e dell’inizio della morte di Dio…”. Alcuni illuminati, tra cui Voltaire, ebbero molto da ridire sul fatto che nel diciottesimo secolo si potesse ancora credere all’esistenza dei vampiri, ma il loro sdegno non valse ad impedire il diffondersi di trattati e saggi sull’argomento. Le documentazioni sui fenomeni di vampirismo si rivelarono talmente numerose e attestabili, che lo stesso Jean-Jacques Rousseau, filosofo laico per eccellenza, dovette riconoscerne la validità.
La prima storia di vampiri di cui ci sia pervenuta documentazione, risalente al 1725, è quella di Peter Plogojowitz, del villaggio di Kisilova; il caso, riportato da Barber, è un caso completo in quanto vi si trovano le caratteristiche tipiche del vampiro: il cadavere presenta infatti sulle labbra del sangue fresco “che, secondo l’opinione generale, aveva succhiato alle persone da lui uccise”; questo elemento mette in rilievo la connessione tra vampirismo ed epidemia, con l’ovvia considerazione che “Plogojowitz, la prima persona a morire, fosse ritenuto responsabile delle morti che seguirono”. Come emergerà più avanti, questo è un tratto peculiare, attribuito al vampirismo sin dall’antichità.
Il primo importante trattato sui vampiri, intitolato Dissertazioni sopra le apparizione de’ Spiriti e sopra i Vampiri o i Redivivi d’Ungheria, di Moravia, fu pubblicato nel 1746 ad opera di Don Augustin Calmet, una delle personalità più rilevanti della cultura cattolica del settecento; il trattato si può ritenere la prima vera antologia di vampiri, dato che in esso sono contenuti articoli e resoconti delle varie epidemie di vampirismo che colpirono l’Europa e la Grecia alla fine del diciassettesimo e nel diciottesimo secolo. Nell’opera l’abate scrive:
“Una nuova scena s’apre a’nostri occhi in questo secolo da sessant’anni in circa in Ungheria, in Moravia, nella Slesia, in Polonia: vi si vedono per comun detto uomini morti da molti anni, o per lo meno da molti mesi, ritornare, parlare, camminare, inquietare i villaggi,offendere gli uomini e gli animali, succhiare il sangue dei suoi propinqui, portare ad essi malattie e farli morire (…) a costoro che ritornano dassi il nome di Oupiri o Vampiri, vale a dire sanguisughe…”.
Secondo il religioso i vampiri sarebbero quindi persone che o sono rimaste vive nel loro sepolcro o tornano alla vita come se non l’avessero mai lasciata. Ma se dunque essi sono resuscitati, si chiede Calmet, e se la resurrezione è riservata al potere divino di Dio, allora i vampiri chi sono? Sono esseri posseduti da angeli o dal demonio stesso? Difficile rispondere.
Non tutti sanno o si ricordano che il film 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick è stato tratto da un soggetto poi sviluppato in romanzo dallo sceneggiatore Arthur Clarke. Forse perché per deformazione sono sempre dalla parte degli scrittori, ho voluto approfondire questo discorso. Il romanzo fu pubblicato dopo ma in realtà sviluppato contemporaneamente al film. A tal proposito l’autore disse:
“Troverete la mia interpretazione nel romanzo; non è necessariamente quella di Kubrick. Né la sua è necessariamente quella ‘giusta’ – qualsiasi cosa voglia dire”.

Aprire un capitolo sulle interpretazioni di un film così complesso sarebbe come aprire una porta sull’infinito, e lo stesso Kubrick non diede mai una spiegazione unica e precisa, proprio volendo lasciare aperte le interpretazioni filosofiche e scientifiche che non tardarono a manifestarsi. Quando un regista è un genio ovviamente può permettersi anche questo.
Ma è interessante vedere che il romanzo di Clarke identifica chiaramente il monolite come un oggetto creato da una razza aliena che è passata attraverso molti anni di evoluzione, partendo dalle forme organiche, attraverso le biomeccaniche e infine ha raggiunto uno stato di pura energia. Questi alieni attraversano il cosmo aiutando le specie minori nel compiere i passi dell’evoluzione. Il romanzo spiega la sequenza della stanza d’albergo come una specie di zoo alieno — fabbricato dalle informazioni derivate dalle trasmissioni televisive intercettate dalla Terra — nelle quali Dave Bowman viene studiato dalle entità aliene invisibili. Il film di Kubrick lascia tutto ciò inespresso.
E’ comunque chiaro che dietro la definizione di “fantascienza” c’è ben altro, sicuramente una storia molto allegorica e forse…religiosa? Come non pensare a Dio nelle scene con il monolite? Una divinità trascendente che diventa immanente, un oggetto da venerare e adorare fino a quando non lo si vuole persino distruggere, e che arriva nel momento della morte del protagonista a decretare il nuovo inizio, il ciclo che ricomincia da zero, nuova nascita e morte nello stesso momento. In una intervista il regista disse:
“Sul livello psicologico più profondo la trama del film simboleggia la ricerca di Dio e alla fine postula ciò che è poco meno di una definizione scientifica di Dio […] Il film ruota attorno a questa concezione metafisica e gli strumenti realistici e i sentimenti documentari riguardo al tutto furono necessari per indebolire la tua innata resistenza al concetto poetico”
Il monolite appare quattro volte in 2001: nella savana africana, sulla luna, nello spazio mentre orbita attorno a Giove e vicino al letto di Bowman prima della sua trasformazione. Dopo il primo incontro con il monolite, vediamo che il leader delle scimmie ha un veloce flashback al monolite dopo il quale prende un osso e lo usa per romperne altri. Il suo uso come arma permette alla sua tribù di sconfiggere l’altra tribù di scimmie, la quale occupa la pozza d’acqua, che non ha imparato come usare le ossa come armi. Dopo la sua vittoria, il leader della scimmie lancia il suo osso nell’aria, dopodiché la scena passa ad un’arma orbitante quattro milioni di anni dopo, insinuando che la scoperta dell’osso come arma ha inaugurato l’evoluzione umana, perciò la molto più avanzata arma orbitante quattro milioni di anni più tardi.
Il salto quantico avviene nel corso delle varie fasi del film: dalla scimmia all’uomo, dall’uomo alla macchina – l’intelligenza artificiale Hal – poi alla nascita del “bambino stellare”.
Dove ci porterà questo, verrebbe da chiedersi. Il potere della Visione tuttora porta l’umanità ad ambire a rendere visibile ciò che non lo è. Luoghi di culto dove si procede in fila per vedere la Madonna o altri santi, aperture e attivazioni di un “terzo occhio” ritenuto quello della visione, per poi invece restringere il nostro campo visivo ad un apparecchio televisivo o uno schermo di computer. Qual è la vera visione? Siamo soltanto spettatori?
(fonte: Web)
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Ecco che ci avviciniamo alla fine di questo anno per entrare nel nuovo 2018! Inutile nascondere che ognuno di noi si aspetta che il nuovo anno porti con sé tante novità o almeno la conferma di essere sulla strada giusta nel nostro cammino di vita 🙂
Vi vorrei consigliare un piccolo e semplice rituale molto bello che ci aiuterà a chiamare l’abbondanza per noi e lasciar andare invece ciò che non vogliamo portare dall’anno che termina. Si tratta del rituale che possiamo chiamare “Albero dei Desideri o dell’Abbondanza” – ma anche “Ramo” o “Ciocco” dei desideri. Infatti si può fare con un pezzo di legno o un ramo che usiamo per accendere il camino, oppure ci si può sbizzarrire nella creazione di un alberello di legno o di cartone, a voi la creatività. Come tutti i rituali lo potete fare da soli o in compagnia di chi festeggerà con voi.
L’essenziale è che sul ramo o sull’alberello vengano appesi tanti bigliettini quanti sono appunto i nostri desideri e le nostre richieste per l’anno nuovo – chiaramente cercando di andare sulle cose più importanti! Possono essere di qualunque forma e anche colorati, come preferiamo. Scriveremo ad esempio cose molto concrete come “Cambiare lavoro” oppure richieste legate ad altre sfere come “amare ed essere amata”.
Questa “wishing list” si caricherà dell’energia del nostro albero o ramo grazie anche all’aiuto di candele, cristalli, incensi, e tutto ciò che riterremo di usare. Per poi essere bruciata nel fuoco dell’abbondanza dell’ultimo giorno dell’anno – sia se abbiamo il camino o in un calderone. Il fuoco purifica, trasforma e poi ricrea. E a mio parere questa fine anno si trova proprio sotto il segno del fuoco. Oltretutto con il falò si richiama anche la celebrazione di Yule e del Solstizio.
Anticamente sugli alberi si appendeva del cibo per gli spiriti del bosco, le campanelle perchè suonassero in presenza di spiriti benevoli e in cima veniva messo il simbolo del pentacolo a rappresentare gli elementi. Non è un caso se l’albero viene da sempre usato come simbologia della vita.
Potete chiudere il rituale prendendo la vostra richiesta più importante a parte ed estraendo una carta per la risposta (oppure utilizzando il Libro delle Risposte o le Rune o altri oracoli che vi appartengono 😉
p.s la stessa procedura la potete fare per ciò che invece NON volete portare con voi nel nuovo anno, facendo un cesto a parte con i bigliettini e poi bruciandolo nel fuoco.
Buona celebrazione a voi!

Sono tantissimi i film che ci restano impressi per le immagini o per la storia narrata, che ci colpiscono nel profondo lasciandoci un ricordo indelebile, soprattutto se la prima volta li abbiamo visti quando eravamo molto giovani oppure in un momento particolare della nostra vita. In genere sono film forti che non lasciano spazio a momenti sdolcinati e che ci consegnano un messaggio che per noi sarà sempre legato a quel film. Come l’ Attimo Fuggente ci ha impresso il suo “carpe diem” così questo film ci lascia quella frase pronunciata dal protagonista John Merrick:
“La gente ha paura di ciò che non riesce a capire…”
Il deforme John Merrick viene scoperto dal Dottor Treves durante uno spettacolo di strada gestito dal malvagio Bytes. Merrick presenta numerose deformazioni in gran parte del corpo, soprattutto nel capo per via della sua Sindrome di Proteo, tanto da venire soprannominato L’uomo elefante. Nell’incipit del film viene raccontato, in maniera quasi fiabesca, che la madre era stata assalita da un elefante mentre aspettava il bambino.
Per non essere deriso quando cammina in mezzo alla gente comune, Merrick indossa in testa un sacco bucato cucito ad un cappello, in modo tale da coprire in parte le deformità del viso e della testa. Bytes si ritiene il proprietario di Merrick, tanto che vuol essere pagato per cederlo al Dr. Treves, che per un breve periodo lo porta al suo ospedale per esporre la sua fisicità ai colleghi. Appena Merrick fa ritorno dal suo “proprietario”, il quale è in stato di ebbrezza, questi lo picchia violentemente. Treves giunge in aiuto del povero uomo e lo riporta in ospedale per tenerlo in cura e se possibile aiutarlo.
Questo è l’inizio del film, dove il regista ci porta sapientemente dentro la storia – tratta da alcuni libri – con il punto di vista del Dottor Treves, un giovanissimo Anthony Hopkins. Di grande forza proprio la scena in cui il medico vede per la prima volta il povero deforme, e ne è talmente colpito da commuoversi. Come se da lui arrivasse la sofferenza dello stato in cui si trova, degli occhi di chi costantemente lo deride, dell’essere ritenuto stupido e inetto solo per il suo aspetto.
Certamente il dottor Treves si commuove dunque di fronte all’aspetto orripilante dell’Uomo Elefante ma da medico si pone anche domande etiche: forse anche lui, nel prendersi cura del malato John Merrick, si doveva considerare alla stessa stregua di chi, approfittando del suo aspetto, ne faceva un fenomeno da baraccone? È vero che il Dr Treves è attratto dal suo paziente per interesse scientifico, ma in ogni caso sarà grazie al suo aiuto se John Merrick, nonostante la sua deformazione, riuscirà a vivere in una pseudo-normalità in cui verrà accettato per le sue qualità di uomo. Ma se nella scena finale di Elephant Man il diverso raggiungerà l’agognata normalità riuscendo a coricarsi in un letto come tutti gli altri, questo raggiungimento non è concesso ad altri diversi. Ad esempio Dracula: mostro da sempre, egli sarà per sempre diverso, fino alla morte, quando finalmente troverà la pace interiore “in un mondo che l’ha dipinto come mostro senza nemmeno tentare di comprenderne la vera essenza”.
Eccellente interpretazione – nomination agli Oscar per John Hurt, scomparso nel 2015 – e primo film di David Lynch di cui mi innamorai (il suo secondo, dopo Eraserhead). Fino a seguirlo nelle sue strade perdute.

Molte persone durante i consulti dei Registri Akashici e non solo chiedono spesso se fidarsi o meno di persone conosciute solamente nel mondo virtuale, quindi online – chat, social, o altro.

Tra i vari messaggi ricevuti, ecco cosa hanno voluto specificare gli Arturiani riguardo il nostro uso di Internet:
“È molto facile per alcune creature apparire ciò che non si è, e in questo momento molta manipolazione, maschere e falsità emergono dai contatti di questo tipo (Internet) in cui molti approfittano per usare parole di manipolazione e dire “sono luce” invece di “sono ombra”. Quindi vostro compito è quello di discernere in maniera molto profonda che cosa arriva a livello energetico da coloro che scrivono sui social o sulla mail o su altri canali perché essi sono controllati anche da creature extra terrestri non idonee al pianeta.
Noi cerchiamo sempre di proteggere anche questi vostri canali di comunicazione tramite la crittografia e i codici Arturiani da cui arrivano le vostre informazioni cellulari, ma ovviamente voi con la corporeità umana non riuscite a percepire tutto quello che avviene a livello di corpi sottili e a livello energetico nel mondo virtuale. È come se ci fossero tanti codici che vanno continuamente a inter-scambiarsi e che però arrivano a voi in base alla vostra vibrazione. Quindi se in una sola stringa di informazioni informatiche si trovano diversi di questi codici, a una persona arriveranno determinati codici, a un’altra persona arriveranno determinati codici, e così via. E questi creano un imprinting cellulare su ogni individuo che utilizza il computer, il cellulare o qualsiasi altro strumento in base alla sua vibrazione. Per questo molte persone stanno notevolmente abbassando la loro vibrazione e di conseguenza stanno andando a far indietreggiare la griglia del pianeta.
Il consiglio è di pensare alla piattaforma tecnologica come un vero e proprio luogo, quindi essa va purificata costantemente con incenso, con i simboli che conoscete visualizzandolo come luogo e tutte le persone che vi partecipano vanno purificate mentalmente in quanto sono tutte coinvolte nel ricevere i codici che ognuno invia e che a vostra volta ricevete tramite la comunicazione online. Quindi è uno strumento assolutamente utile nel momento in cui viene usato correttamente e in maniera pulita.”
Abbiamo chiesto se ci si può fidare di coloro che si definiscono Maestri.
“Il termine Maestro indica coloro che sono giunti a un tale grado di consapevolezza da non dover più avere dubbi sulle proprie scelte e sul proprio percorso. Non significa semplicemente trasferire ad altri ciò che si è imparato – per quanto sia importante – ma significa fondamentalmente seguire col cuore la disciplina che abbiamo scelto – sia essa Reiki o Yoga o altro. Ovvero se non siamo esempio di ciò che abbiamo scelto non possiamo nemmeno pensare di portare ad altri quella pratica.
Più si va avanti e più si è chiamati ad entrare in conflitto con le nostre credenze precedenti, quindi i precetti o gli ordini o ciò che vi viene trasmesso, dovete comprendere come farli vostri senza che siano imposizioni esterne. Se questo comporta una sorta di rinuncia, significa che non siete pronti ad abbandonare appunto alcune abitudini o credenze che vi sono appartenute finora. Questa è la legge della Sfida in opera nell’Universo, quando ci pone davanti delle resistenze per farci realmente capire dentro di noi se vogliamo diventare ciò che abbiamo scelto di diventare e di essere. Una cosa è fare il maestro, una cosa è essere il maestro.”
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