La vita di Lemuria

Questa è la prima civiltà di Lemuria, i primi insediamenti, le prime incarnazioni arrivate dalle stelle hanno creato queste civiltà (Atlantide e Lemuria). È una sorta di montagna a strati che fa pensare in qualche modo al Purgatorio di Dante come il poeta disegnò questo purgatorio perché in lui vi erano le memorie di Lemuria. In questi strati si vive a seconda del livello di coscienza raggiunto, dalla base fino alla vetta della montagna al suo interno, quindi diverse popolazioni con diversi livelli che possono però comunicare tra di loro in maniera del tutto pacifica e con grande rispetto.

lemuria2

Diciamo che fondamentalmente, è ciò che state vivendo adesso sulla Terra – anche se non visualizzate una montagna – le creature si trovano a diversi livelli di coscienza. La differenza è che non ne siete ben consapevoli e che poco rispetto si porta per coloro che si trovano ad altri livelli. Questi livelli non corrispondono ai ruoli di potere che avete sulla Terra, anzi spesso sono i più umili ad essere sulla vetta della montagna. Coloro che voi portate al potere invece possono avere dei bassissimi livelli di coscienza ma riuscire a governarvi con strumenti non veritieri. Per cui l’evoluzione non si può certamente definire una vera evoluzione perché dalla montagna stratificata si doveva successivamente passare a ciò che era giusto per tutta l’umanità: che con rispetto e stima si lasciasse governare chi era agli alti posti di coscienza. Ma in realtà non è necessario avere delle persone che decidano per altri quando si vive nella pace e nel pieno rispetto.

Detto questo, in questa memoria delle origini, erano di fondamentale importanza le Sacerdotesse che custodivano i cristalli. Io sono una sacerdotessa che custodiva il cristallo principale nella sala principale, essa si trovava negli strati più bassi della montagna, quasi sotto terra, ma questo non ne diminuiva l’importanza, perché anzi era proprio la base, la sala dei cristalli, a far scaturire poi verso l’alto tutta l’energia necessaria per la vita di tutta la popolazione di Lemuria.

Di fondamentale importanza erano i maestri dei cristalli – quasi sempre uomini – mentre le donne erano sacerdotesse e la società non era né matriarcale né patriarcale. Questo è venuto dopo, con la divisione tra maschile e femminile, che ha portato come sapete a incomprensioni, lotte e amore condizionato. In questa civiltà invece l’amore non era semplicemente lo sguardo o il rapporto fisico, ma qualcosa che si percepiva con tutti indistintamente, sia nelle amicizie sia nel rapporto d’amore ma non si dava importanza a quello che doveva essere il ruolo maschile e il ruolo femminile, ognuno lo faceva in maniera spontanea e naturale. I cuori erano aperti a qualsiasi possibilità d’amore. E anche esisteva l’amore tra lo stesso sesso senza che nessuno lo etichettasse in maniera diversa.

Ciò che vi dico che può servire ora, è: ritornare a quell’amore.

 

Quando tutto questo è crollato, ovvero ci sono stati dei conflitti tra i clan familiari che hanno portato quindi a delle ostilità e alla divisione, ecco che allora è stato deciso l’annientamento di questa civiltà, il reset, che si rende necessario quando bisogna ricominciare da zero. Tutti i sacerdoti più elevati sono stati d’accordo con i Fratelli Stellari, ad operare in questo senso.

Sapendo già dalle profezie del sommo sacerdote quello che sarebbe avvenuto, si sono quindi preparati e hanno preparato la popolazione a questa eventualità. Non tutti hanno creduto alle loro parole. Dopo diversi millenni di lotte, questo annientamento ha avuto luogo. Ognuno è scomparso al livello di coscienza che aveva in quel momento, per cui coloro che erano già al corrente di come sarebbero andate le cose avevano già approntato dei rifugi sottoterra dove poter rifondare delle città di luce. I sommi sacerdoti hanno accompagnato tutte le creature ad affondare e morire nel corpo fisico, e le anime in base al loro livello di coscienza dovevano reincarnarsi in altre vite oppure sono ritornate dai fratelli stellari per compiere altri compiti.

Questo annegamento è stato silenzioso, nessuno ha gridato, nessuno aveva paura perché ognuno sapeva che avrebbe avuto la sorte che spettava alla sua anima. Questi corpi fluttuano sott’acqua in maniera silenziosa e quasi dolce. Le città sommerse sono pronte ad accogliere chi poi sarà pronto a continuare il lavoro con i cristalli di Lemuria.

 

(Sacerdotesse di Lemuria — Trance con MZ 12.1.18)

Pubblicato in Esseri senza tempo | Contrassegnato | 4 commenti

La Rivelazione – Anno 11 *La voce di Beatrix*

11.1.2018 (11)

“Benvenuti viaggiatori e collaboratori,

voi che lavorate al progetto planetario che riguarda voi e altri piccoli gruppi sparsi in tutto il pianeta. Come già sapete, il progetto della terra di Sardegna è tra i più forti presenti, in quanto quest’isola porta in sé delle memorie nelle sue pietre e costruzioni uniche sul vostro pianeta, simili a quelle di altri luoghi, che creano una sorta di linea virtuale che collega diversi luoghi del pianeta e diversi gruppi che lavorano allo stesso progetto. Questa è una linea virtuale che avrete man mano più chiara dell’avanzare del vostro operato […] Sono tutti luoghi collegati soprattutto a Sirio e alle sue astronavi.

Sappiamo che nel fisico state percependo fastidi e cambiamenti, come la testa che ronza, troppo vuota o troppo piena, possono essere sintomi del nostro contatto o anche delle cosiddette “interferenze”. E’ normale che possiate sentire una sorta di squilibrio, di destabilizzazione, per cui chiedete di discernere qual è il canale a cui dovete collegarvi.

Come già saprete siete entrati nel vostro anno 11 della Terra. Questo significa l’anno della Rivelazione: non dovete sottovalutare la valenza di questo numero e degli altri numeri legati al progetto. In questo anno 11 rivelazioni avverranno orientativamente a partire da metà anno, e diverse creature sulla Terra avranno più  chiaro, più presente a se stesse, qual è esattamente il compito da svolgere. Ma non bisogna essere frenetici né vivere esclusivamente con questo obiettivo in mente. Lasciate sempre andare, scorrere, fluire perché molti blocchi saranno presenti creando fastidi fisici o pensieri frequenti di una energia non richiesta per il progetto. Questo potete notare come boicottaggio da persone che vi stanno accanto o a livello di pensieri creati da voi stessi, oppure della coscienza collettiva.

Svolgete quindi frequentemente meditazioni, collegatevi a noi anche semplicemente per richiedere un nostro aiuto energetico nel processo. Questo è fondamentale per diventare più centrati, radicati e puliti possibile, più consapevoli di ciò che siete giunti a fare per non soffrire troppo nel vostro fisico e nella vostra mente. Sempre più avete sensazioni di smarrimento a causa di interferenze presenti anche a livello virtuale, utilizzando computer e cellulari e tutte queste attrezzature che necessarie sono per il vostro lavoro ma purificare dovete costantemente. Grazie.”

 

(Beatrix e Consiglio di Sirio, 11.1.18)

IMG-20161103-WA0006

Pubblicato in Esseri senza tempo | Contrassegnato | Lascia un commento

Il Revenant ** La nostalgia del defunto tra leggenda e tradizione **

Si tende a far risalire la credenza nei vampiri al Cristianesimo greco, ma si possono trovare tracce di superstizioni e credenze che riportano al mito del non-morto ben prima di quel periodo.

Sicuramente la tradizione cristiana fu importantissima nell’attribuire al vampiro certe caratteristiche che oggi lo contraddistinguono. Infatti nelle antichissime leggende pre-elleniche il vampiro era chiamato ‘demone meridiano’, volendo indicare una creatura che appariva a mezzogiorno, ora in cui i corpi viventi come gli spiriti eterei non riflettono ombra, dunque si possono confondere tra di loro. In seguito questo mito decadde in quanto la tradizione cristiana attribuì alla luce un significato di ‘bene’ e all’oscurità una connotazione malvagia, per cui nell’immaginario popolare paleocristiano e medievale fu la notte e non il giorno che iniziò a popolarsi di spettri e apparizioni demoniache.

 

nosferatu1

Sin dalla civiltà classica si cominciò a parlare di attività vampiriche. A quanto riferiva l’esperto francese Marigny, prima che apparisse il termine vampiro durante le epidemie tra il 1725 e il 1731, si chiamavano ‘bloodsuckers’ gli esseri che risorgevano dalla tomba per succhiare il sangue ai vivi. Marigny si rifaceva ad una delle cronache più antiche che si conoscano in proposito, la Historia rerum Anglicarum di William di Newburgh, del dodicesimo secolo. Le letterature dell’antica Grecia e Roma narrano di incontri con le cosiddette ‘lamie’, precursori dei vampiri, che succhiavano la linfa vitale dei vivi, soprattutto dei bambini. Primo prototipo della lamia è, a quanto riferisce Petoia, una delle figure al seguito di Ecate, la regina del mondo degli spettri: l’Empusa, “demone femminile, capace di assumere vari aspetti, fra i quali quello di cagna, vacca o bella fanciulla”. L’Empusa e la Lamia giacevano con i giovani e ne succhiavano il sangue mentre dormivano, anticipando in tal modo quei connotati sessuali che diverranno più marcati con due figure della tradizione medievale: i ‘Succubi’, che seducevano i giovani uomini durante il sonno e ne succhiavamo la linfa vitale come le lamie; gli ‘Incubi’, versione maschile dei succubi, che venivano associati al diavolo. Fino ad arrivare al ‘Nosferat’, il quale addirittura “not only sucks the blood of the living people (…) with young people it indulges in sexual orgies until they get ill and die of exhaustion”.

La paura del morto che ritorna ha da sempre tormentato il nostro inconscio, assumendo connotazioni ambivalenti: da una parte il desiderio di rivedere in vita la persona cara, dall’altra il terrore che il defunto potesse avere qualche conto in sospeso. Come spiega Sabine Baring-Gould in The Meaning of Mourning, trattato sul rapporto tra vivi e morti, “it is entirely reasonable that, as the dead are assumed to be alive, they will seek communion with the living”. Secondo la teoria dello studioso freudiano Ernest Jones, infatti, si crea una sorta di identificazione per cui si sente la mancanza della persona morta e di conseguenza si presume che anche il defunto abbia nostalgia. D’altronde unirsi alla persona amata nella morte è sempre stato l’apice del sentimento amoroso, forse perché “what one has in death one has forever”. La ‘nostalgia del ritorno’ era infatti considerata una delle cause del vampirismo, e colpiva soprattutto i malinconici, e i soldati morti in guerra. Per secoli infatti i vampiri sono stati chiamati ‘revenenti’, proprio a sottolineare il concetto della nostalgia del ritorno.

I morti che ritornano non sono altro che i simboli di attaccamento a quei piaceri della vita dai quali è difficile separarsi. È proprio perché questo desiderio di tornare tra i vivi non possa realizzarsi che l’umanità ha sviluppato il culto dei morti: il rito funebre accompagnato da diverse usanze – quella per esempio di lasciare una moneta nella bara come obolo a Caronte – ha lo scopo di far sì che il defunto riposi in pace e non abbia più motivo di cercare qualcosa nel mondo che ha lasciato. Probabilmente anche la consuetudine di chiudere gli occhi al defunto manifesta in realtà il desiderio di privarlo della vista, in modo che non possa ritrovare la strada di casa.

Diverse sono le cause per cui un morto è destinato a diventare ‘revenente’: il Century Dictionary di Whitney riferisce che “dead wizards, werwolves, heretics, and other outcasts become vampires, as do also the illegitimate offspring of parents themselves illegitimate, and anyone killed by a vampire”. Riporta William Hughes che, oltre a diventare tale per il morso di un altro vampiro, era probabile che il non morto fosse “an apostate or excommunicated Christian, the victim of a murder or sudden death, or a werewolf, during his lifetime”. I suicidi erano considerati tra i più probabili futuri vampiri, tanto che sui loro corpi si preferiva agire subito per prevenire la trasformazione: incrociare le braccia del corpo, deporre una croce sulla bara oppure seppellire il cadavere in un crocicchio erano ritenuti buoni antidoti. Togliersi la vita era ovviamente un grave peccato per il Cristianesimo, perché significava ribellarsi al diritto divino di darci la nascita e la morte; per questo, ci ricorda Leatherdale, i suicidi venivano puniti: “their fate would be everlasting life as a vampire. The penalty for suicide would be immortality”. Anche Barber sottolinea la diffidenza verso i morti suicidi, a cui non è concessa la sepoltura nel cimitero “in parte per il loro potenziale ritorno dalla morte e in parte perché attirano i loro cari nella tomba dopo di loro”. Infatti la mancanza di sepoltura, sempre secondo Barber, sarebbe in se stessa motivo sufficiente perché i suicidi diventino revenant; ma un’altra spiegazione comune per la loro trasformazione è che “essi non hanno vissuto fino in fondo il tempo a loro assegnato”.

Già da allora caratteristica del vampiro era succhiare il sangue dei vivi, ma ad essa si accompagnavano anche la connotazione di assassino – in casi in cui strangolava le vittime – o di veicolo di malattie contagiose. Sin dalle origini del mito, il vampiro si configura quindi come outcast, un reietto, rifiutato dalla società, che vive ai margini: anche in vita il vampiro è un diverso, un outsider.

Fu nel periodo tra il 1723 e il 1735 che la superstizione sui vampiri raggiunse il suo culmine, quando un’epidemia vampirica si diffuse nel sud-est europeo, in particolare in Ungheria. Fu quindi proprio nel pieno dell’Illuminismo che la figura del vampiro, inizialmente associata al diffondersi della peste, si impose nella superstizione popolare. A proposito osserva Cammarota: “Il vampiro non poteva che risorgere e reincarnarsi in pieno che nel diciottesimo secolo, il secolo dei lumi e della ragione, il tempo della nascita del capitale e dell’inizio della morte di Dio…”. Alcuni illuminati, tra cui Voltaire, ebbero molto da ridire sul fatto che nel diciottesimo secolo si potesse ancora credere all’esistenza dei vampiri, ma il loro sdegno non valse ad impedire il diffondersi di trattati e saggi sull’argomento. Le documentazioni sui fenomeni di vampirismo si rivelarono talmente numerose e attestabili, che lo stesso Jean-Jacques Rousseau, filosofo laico per eccellenza, dovette riconoscerne la validità.

La prima storia di vampiri di cui ci sia pervenuta documentazione, risalente al 1725, è quella di Peter Plogojowitz, del villaggio di Kisilova; il caso, riportato da Barber, è un caso completo in quanto vi si trovano le caratteristiche tipiche del vampiro: il cadavere presenta infatti sulle labbra del sangue fresco “che, secondo l’opinione generale, aveva succhiato alle persone da lui uccise”; questo elemento mette in rilievo la connessione tra vampirismo ed epidemia, con l’ovvia considerazione che “Plogojowitz, la prima persona a morire, fosse ritenuto responsabile delle morti che seguirono”. Come emergerà più avanti, questo è un tratto peculiare, attribuito al vampirismo sin dall’antichità.

Il primo importante trattato sui vampiri, intitolato Dissertazioni sopra le apparizione de’ Spiriti e sopra i Vampiri o i Redivivi d’Ungheria, di Moravia, fu pubblicato nel 1746 ad opera di Don Augustin Calmet, una delle personalità più rilevanti della cultura cattolica del settecento; il trattato si può ritenere la prima vera antologia di vampiri, dato che in esso sono contenuti articoli e resoconti delle varie epidemie di vampirismo che colpirono l’Europa e la Grecia alla fine del diciassettesimo e nel diciottesimo secolo. Nell’opera l’abate scrive:

“Una nuova scena s’apre a’nostri occhi in questo secolo da sessant’anni in circa in Ungheria, in Moravia, nella Slesia, in Polonia: vi si vedono per comun detto uomini morti da molti anni, o per lo meno da molti mesi, ritornare, parlare, camminare, inquietare i villaggi,offendere gli uomini e gli animali, succhiare il sangue dei suoi propinqui, portare ad essi malattie e farli morire (…) a costoro che ritornano dassi il nome di Oupiri o Vampiri, vale a dire sanguisughe…”.

Secondo il religioso i vampiri sarebbero quindi persone che o sono rimaste vive nel loro sepolcro o tornano alla vita come se non l’avessero mai lasciata. Ma se dunque essi sono resuscitati, si chiede Calmet, e se la resurrezione è riservata al potere divino di Dio, allora i vampiri chi sono? Sono esseri posseduti da angeli o dal demonio stesso? Difficile rispondere.

Pubblicato in Cinema Musica e Libri | Contrassegnato | Lascia un commento

Il potere della Visione

Non tutti sanno o si ricordano che il film 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick è stato tratto da un soggetto poi sviluppato in romanzo dallo sceneggiatore Arthur Clarke. Forse perché per deformazione sono sempre dalla parte degli scrittori, ho voluto approfondire questo discorso. Il romanzo fu pubblicato dopo ma in realtà sviluppato contemporaneamente al film. A tal proposito l’autore disse:

“Troverete la mia interpretazione nel romanzo; non è necessariamente quella di Kubrick. Né la sua è necessariamente quella ‘giusta’ – qualsiasi cosa voglia dire”.

2001

Aprire un capitolo sulle interpretazioni di un film così complesso sarebbe come aprire una porta sull’infinito, e lo stesso Kubrick non diede mai una spiegazione unica e precisa, proprio volendo lasciare aperte le interpretazioni filosofiche e scientifiche che non tardarono a manifestarsi. Quando un regista è un genio ovviamente può permettersi anche questo.

Ma è interessante vedere che il romanzo di Clarke identifica chiaramente il monolite come un oggetto creato da una razza aliena che è passata attraverso molti anni di evoluzione, partendo dalle forme organiche, attraverso le biomeccaniche e infine ha raggiunto uno stato di pura energia. Questi alieni attraversano il cosmo aiutando le specie minori nel compiere i passi dell’evoluzione. Il romanzo spiega la sequenza della stanza d’albergo come una specie di zoo alieno — fabbricato dalle informazioni derivate dalle trasmissioni televisive intercettate dalla Terra — nelle quali Dave Bowman viene studiato dalle entità aliene invisibili. Il film di Kubrick lascia tutto ciò inespresso.

E’ comunque chiaro che dietro la definizione di “fantascienza” c’è ben altro, sicuramente una storia molto allegorica e forse…religiosa? Come non pensare a Dio nelle scene con il monolite? Una divinità trascendente che diventa immanente, un oggetto da venerare e adorare fino a quando non lo si vuole persino distruggere, e che arriva nel momento della morte del protagonista a decretare il nuovo inizio, il ciclo che ricomincia da zero, nuova nascita e morte nello stesso momento. In una intervista il regista disse:

“Sul livello psicologico più profondo la trama del film simboleggia la ricerca di Dio e alla fine postula ciò che è poco meno di una definizione scientifica di Dio […] Il film ruota attorno a questa concezione metafisica e gli strumenti realistici e i sentimenti documentari riguardo al tutto furono necessari per indebolire la tua innata resistenza al concetto poetico”

Il monolite appare quattro volte in 2001: nella savana africana, sulla luna, nello spazio mentre orbita attorno a Giove e vicino al letto di Bowman prima della sua trasformazione. Dopo il primo incontro con il monolite, vediamo che il leader delle scimmie ha un veloce flashback al monolite dopo il quale prende un osso e lo usa per romperne altri. Il suo uso come arma permette alla sua tribù di sconfiggere l’altra tribù di scimmie, la quale occupa la pozza d’acqua, che non ha imparato come usare le ossa come armi. Dopo la sua vittoria, il leader della scimmie lancia il suo osso nell’aria, dopodiché la scena passa ad un’arma orbitante quattro milioni di anni dopo, insinuando che la scoperta dell’osso come arma ha inaugurato l’evoluzione umana, perciò la molto più avanzata arma orbitante quattro milioni di anni più tardi.

Il salto quantico avviene  nel corso delle varie fasi del film: dalla scimmia all’uomo, dall’uomo alla macchina – l’intelligenza artificiale Hal – poi alla nascita del “bambino stellare”.

Dove ci porterà questo, verrebbe da chiedersi. Il potere della Visione tuttora porta l’umanità ad ambire a rendere visibile ciò che non lo è. Luoghi di culto dove si procede in fila per vedere la Madonna o altri santi, aperture e attivazioni di un “terzo occhio” ritenuto quello della visione, per poi invece restringere il nostro campo visivo ad un apparecchio televisivo o uno schermo di computer. Qual è la vera visione? Siamo soltanto spettatori?

 

(fonte: Web)

Pubblicato in Cinema Musica e Libri | Contrassegnato | Lascia un commento

L’Albero dei Desideri *Rituale di Capodanno*

This gallery contains 4 photos.

Originally posted on Dalla Stella alla Terra:
? ? Ecco che ci avviciniamo alla fine di questo anno per entrare nel nuovo 2018! Inutile nascondere che ognuno di noi si aspetta che il nuovo anno porti con sé tante novità…

More Galleries | Lascia un commento

L’Albero dei Desideri *Rituale di Capodanno*

 

 

Ecco che ci avviciniamo alla fine di questo anno per entrare nel nuovo 2018! Inutile nascondere che ognuno di noi si aspetta che il nuovo anno porti con sé tante novità o almeno la conferma di essere sulla strada giusta nel nostro cammino di vita 🙂

Vi vorrei consigliare un piccolo e semplice rituale molto bello che ci aiuterà a chiamare l’abbondanza per noi e lasciar andare invece ciò che non vogliamo portare dall’anno che termina. Si tratta del rituale che possiamo chiamare “Albero dei Desideri o dell’Abbondanza” – ma anche “Ramo” o “Ciocco” dei desideri. Infatti si può fare con un pezzo di legno o un ramo che usiamo per accendere il camino, oppure ci si può sbizzarrire nella creazione di un alberello di legno o di cartone, a voi la creatività. Come tutti i rituali lo potete fare da soli o in compagnia di chi festeggerà con voi.

L’essenziale è che sul ramo o sull’alberello vengano appesi tanti bigliettini quanti sono appunto i nostri desideri e le nostre richieste per l’anno nuovo – chiaramente cercando di andare sulle cose più importanti! Possono essere di qualunque forma e anche colorati, come preferiamo. Scriveremo ad esempio cose molto concrete come “Cambiare lavoro” oppure richieste legate ad altre sfere come “amare ed essere amata”.

Questa “wishing list” si caricherà dell’energia del nostro albero o ramo grazie anche all’aiuto di candele, cristalli, incensi, e tutto ciò che riterremo di usare. Per poi essere bruciata nel fuoco dell’abbondanza dell’ultimo giorno dell’anno – sia se abbiamo il camino o in un calderone. Il fuoco purifica, trasforma e poi ricrea. E a mio parere questa fine anno si trova proprio sotto il segno del fuoco. Oltretutto con il falò si richiama anche la celebrazione di Yule e del Solstizio.

Anticamente sugli alberi si appendeva del cibo per gli spiriti del bosco, le campanelle perchè suonassero in presenza di spiriti benevoli e in cima veniva messo il simbolo del pentacolo a rappresentare gli elementi. Non è un caso se l’albero viene da sempre usato come simbologia della vita.

Potete chiudere il rituale prendendo la vostra richiesta più importante a parte ed estraendo una carta per la risposta (oppure utilizzando il Libro delle Risposte o le Rune o altri oracoli che vi appartengono 😉

p.s la stessa procedura la potete fare per ciò che invece NON volete portare con voi nel nuovo anno, facendo un cesto a parte con i bigliettini e poi bruciandolo nel fuoco.

Buona celebrazione a voi!

 

(immagini dal Web)
Pubblicato in Guarigione/Healing | Contrassegnato | 1 commento

Chi ha paura del diverso? *The Elephant Man*

Eleph01

Sono tantissimi i film che ci restano impressi per le immagini o per la storia narrata, che ci colpiscono nel profondo lasciandoci un ricordo indelebile, soprattutto se la prima volta li abbiamo visti quando eravamo molto giovani oppure in un momento particolare della nostra vita. In genere sono film forti che non lasciano spazio a momenti sdolcinati  e che ci consegnano un messaggio che per noi sarà sempre legato a quel film. Come l’ Attimo Fuggente ci ha impresso il suo “carpe diem” così questo film ci lascia quella frase pronunciata dal protagonista John Merrick:

“La gente ha paura di ciò che non riesce a capire…”

Il deforme John Merrick viene scoperto dal Dottor Treves durante uno spettacolo di strada gestito dal malvagio Bytes. Merrick presenta numerose deformazioni in gran parte del corpo, soprattutto nel capo per via della sua Sindrome di Proteo, tanto da venire soprannominato L’uomo elefante. Nell’incipit del film viene raccontato, in maniera quasi fiabesca, che la madre era stata assalita da un elefante mentre aspettava il bambino.

Per non essere deriso quando cammina in mezzo alla gente comune, Merrick indossa in testa un sacco bucato cucito ad un cappello, in modo tale da coprire in parte le deformità del viso e della testa. Bytes si ritiene il proprietario di Merrick, tanto che vuol essere pagato per cederlo al Dr. Treves, che per un breve periodo lo porta al suo ospedale per esporre la sua fisicità ai colleghi. Appena Merrick fa ritorno dal suo “proprietario”, il quale è in stato di ebbrezza, questi lo picchia violentemente. Treves giunge in aiuto del povero uomo e lo riporta in ospedale per tenerlo in cura e se possibile aiutarlo.

Questo è l’inizio del film, dove il regista ci porta sapientemente dentro la storia – tratta da alcuni libri – con il punto di vista del Dottor Treves, un giovanissimo Anthony Hopkins.  Di grande forza proprio la scena in cui il medico vede per la prima volta il povero deforme, e ne è talmente colpito da commuoversi. Come se da lui arrivasse la sofferenza dello stato in cui si trova, degli occhi di chi costantemente lo deride, dell’essere ritenuto stupido e inetto solo per il suo aspetto.

Certamente il dottor Treves si commuove dunque di fronte all’aspetto orripilante dell’Uomo Elefante ma da medico si pone anche domande etiche: forse anche lui, nel prendersi cura del malato John Merrick, si doveva considerare alla stessa stregua di chi, approfittando del suo aspetto, ne faceva un fenomeno da baraccone? È vero che il Dr Treves è attratto dal suo paziente per interesse scientifico, ma in ogni caso sarà grazie al suo aiuto se John Merrick, nonostante la sua deformazione, riuscirà a vivere in una pseudo-normalità in cui verrà accettato per le sue qualità di uomo. Ma se nella scena finale di Elephant Man il diverso raggiungerà l’agognata normalità riuscendo a coricarsi in un letto come tutti gli altri, questo raggiungimento non è concesso ad altri diversi.  Ad esempio Dracula: mostro da sempre, egli sarà per sempre diverso, fino alla morte, quando finalmente troverà la pace interiore “in un mondo che l’ha dipinto come mostro senza nemmeno tentare di comprenderne la vera essenza”.

Eccellente interpretazione – nomination agli Oscar per John Hurt, scomparso nel 2015 – e primo film di David Lynch di cui mi innamorai (il suo secondo, dopo Eraserhead). Fino a seguirlo nelle sue strade perdute.

 

elephant_man

 

Pubblicato in Cinema Musica e Libri | Contrassegnato | Lascia un commento

L’uso di INTERNET *I codici informatici secondo gli Arturiani*

Molte persone durante i consulti dei Registri Akashici e non solo chiedono spesso se fidarsi o meno di persone conosciute solamente nel mondo virtuale, quindi online – chat, social, o altro.

Virtual

 

Tra i vari messaggi ricevuti, ecco cosa hanno voluto specificare gli Arturiani riguardo il nostro uso di Internet:

“È molto facile per alcune creature apparire ciò che non si è, e in questo momento molta manipolazione, maschere e falsità emergono dai contatti di questo tipo (Internet) in cui molti approfittano per usare parole di manipolazione e dire “sono luce” invece di “sono ombra”. Quindi vostro compito è quello di discernere in maniera molto profonda che cosa arriva a livello energetico da coloro che scrivono sui social o sulla mail o su altri canali perché essi sono controllati anche da creature extra terrestri non idonee al pianeta.

Noi cerchiamo sempre di proteggere anche questi vostri canali di comunicazione tramite la crittografia e i codici Arturiani da cui arrivano le vostre informazioni cellulari, ma ovviamente voi con la corporeità umana non riuscite a percepire tutto quello che avviene a livello di corpi sottili e a livello energetico nel mondo virtuale. È come se ci fossero tanti codici che vanno continuamente a inter-scambiarsi e che però arrivano a voi in base alla vostra vibrazione. Quindi se in una sola stringa di informazioni informatiche si trovano diversi di questi codici, a una persona arriveranno determinati codici, a un’altra persona arriveranno determinati codici, e così via. E questi creano un imprinting cellulare su ogni individuo che utilizza il computer, il cellulare o qualsiasi altro strumento in base alla sua vibrazione. Per questo molte persone stanno notevolmente abbassando la loro vibrazione e di conseguenza stanno andando a far indietreggiare la griglia del pianeta.

Il consiglio è di pensare alla piattaforma tecnologica come un vero e proprio luogo, quindi essa va purificata costantemente con incenso, con i simboli che conoscete visualizzandolo come luogo e tutte le persone che vi partecipano vanno purificate mentalmente in quanto sono tutte coinvolte nel ricevere i codici che ognuno invia e che a vostra volta ricevete tramite la comunicazione online. Quindi è uno strumento assolutamente utile nel momento in cui viene usato correttamente e in maniera pulita.”

Abbiamo chiesto se ci si può fidare di coloro che si definiscono Maestri.

“Il termine Maestro indica coloro che sono giunti a un tale grado di consapevolezza da non dover più avere dubbi sulle proprie scelte e sul proprio percorso. Non significa semplicemente trasferire ad altri ciò che si è imparato – per quanto sia importante – ma significa fondamentalmente seguire col cuore la disciplina che abbiamo scelto – sia essa Reiki o Yoga o altro. Ovvero se non siamo esempio di ciò che abbiamo scelto non possiamo nemmeno pensare di portare ad altri quella pratica.

Più si va avanti e più si è chiamati ad entrare in conflitto con le nostre credenze precedenti, quindi i precetti o gli ordini o ciò che vi viene trasmesso, dovete comprendere come farli vostri senza che siano imposizioni esterne. Se questo comporta una sorta di rinuncia, significa che non siete pronti ad abbandonare appunto alcune abitudini o credenze che vi sono appartenute finora. Questa è la legge della Sfida in opera nell’Universo, quando ci pone davanti delle resistenze per farci realmente capire dentro di noi se vogliamo diventare ciò che abbiamo scelto di diventare e di essere. Una cosa è fare il maestro, una cosa è essere il maestro.”

Pubblicato in Esseri senza tempo | Contrassegnato | Lascia un commento

Il Doppio e il “divided self” *Dorian Gray e gli altri*

Specchio

 

Il tema del doppio è sicuramente uno dei più trattati dalla letteratura e dei più studiati, a partire dal libro pionieristico di Otto Rank Il doppio (1914) e dal saggio di Freud sul perturbante; quest’ultimo certamente costituisce un’opera importante sul doppio in psicanalisi, scienza in cui la nozione di doppio assume un ruolo assai significativo, a partire appunto dall’opera freudiana sino “all’ombra junghiana, dall’identificazione kleiniana allo specchio lacaniano, fino al gemello immaginario di Bion”. Nel saggio scrive Freud: “nell’’idea del sosia possono essere incorporate ogni sorta di possibilità non realizzate che il destino potrebbe tenere in serbo e alle quali la fantasia vuole ancora aggrapparsi, e inoltre tutte le aspirazioni dell’Io che per sfavorevoli circostanze esterne non hanno potuto realizzarsi…”.

In Dr Jekyll e Mr Hyde è rappresentata la preoccupazione – diffusa in epoca vittoriana – connessa al ‘divided self’ e al tema del ‘Doppelgänger’. D’altronde l’idea dello specchio come proiezione simbolica e il tema della duplicazione dell’io risale a tempi lontani e ci riporta al mito di Narciso, giovane straordinariamente bello che, per punizione divina, si innamora di “un oggetto impossibile da possedere: la propria immagine”. Non riconoscendo il riflesso per se stesso, il giovane “scambia lo stesso per l’altro, sdoppiandosi in soggetto e oggetto della passione amorosa”. All’opposto, ai personaggi che vivono una storia di doppio accade invece di scambiare “l’altro per lo stesso, proiettando paranoicamente la propria immagine nel mondo esterno”.

Il tema del doppio è talmente complesso nelle numerose modalità in cui si presenta, da costituire “un attacco plateale alla logica dominante con cui leggiamo il mondo”. Forse per questo la letteratura è stata sempre ossessionata da “sdoppiamenti, scissioni, rifrazioni e trasformazioni della persona, e ha continuamente messo in crisi l’idea unitaria dell’io”.

Sono stati molti i tentativi di ricondurre le varietà del tema ad uno schema attendibile di classificazione dei doppi; tra i tanti tentativi, sembra interessante quello ad opera di Lubomìr Doležel, che individua un mini-sistema di temi apparentati, secondo questa suddivisione: (1) il tema di Orlando (dal romanzo di V.Woolf): quando un solo individuo esiste in due o più mondi fittizi alternativi tra di loro; (2) il tema di Anfitrione: due individui con due identità distinte assumono per un certo tempo lo stesso aspetto e la stessa identità; (3) il tema del doppio: due incarnazioni alternative di uno stesso individuo coesistono in un unico mondo fittizio, come nel William Wilson (1839) di Poe.

Non potendo analizzare tutte le varianti e le innumerevoli sfaccettature in cui si presenta il tema del doppio in letteratura, soffermiamoci sul racconto di Poe, sicuramente uno dei capolavori sulla duplicità dell’io. È noto che Poe si rifece al romanticismo tedesco, movimento in cui il tema del doppio trovò la sua massima fioritura; è in Germania infatti che viene coniato il termine ‘Doppelgänger’ ad opera di Jean Paul. Lo scrittore statunitense conosceva quindi i romantici tedeschi: tra le sue letture Chamisso, Brentano, e soprattutto Hoffmann figura che si pone in una posizione del tutto peculiare rispetto alla tradizione romantica; dai loro racconti Poe comprese “il senso di perdita di una parte del sé e di scissione, e la non accettazione da parte dell’universo sociale di un uomo senza ombra o senza riflesso”.

In William Wilson “il doppio compare nel racconto attraverso un crescendo molto studiato, degno della tecnica raffinata di Poe”. Gradualmente, insieme al protagonista, veniamo a conoscenza del suo alter ego, che assume aspetti sempre più conturbanti; le coincidenze relative al compagno di scuola, come ad esempio il nome e la data di nascita, lentamente non appaiono più tali. L’alter ego del protagonista infatti diventa sempre più simile a lui, fino a rivelarsi, la notte che William lo osserverà attentamente mentre dorme, suo sosia a tutti gli effetti; il narratore, accostandosi al volto dell’altro William Wilson, turbato si chiederà: “erano quelli, erano proprio quelli i lineamenti di William Wilson?”. Come osserva Fusillo, l’incontro di William con se stesso provoca “prima un turbamento psicosomatico (…) e poi, dopo un’intensificazione della luce, una crisi conoscitiva sulla realtà delle proprie percezioni: un procedimento che caratterizza tutta la narrativa fantastica dell’Ottocento”. Dopo tre incontri traumatici con il doppio, incontri che avvengono sempre in situazioni in cui il protagonista assume un comportamento poco morale, si giunge infine al “topos paradossale del duello con se stesso”, il cui risultato non può essere che uno: così come accadeva in Dr Jekyll e Mr Hyde, allo stesso modo in William Wilson uccidere il proprio alter ego equivale ad autodistruggersi. Quando il protagonista sparerà alla creatura che l’ha perseguitato per tutta la vita, essa, prima di morire, dirà: “Tu esistevi in me ed ora…ora che son morto, guarda in questa mia spoglia, che è la tua, guarda come hai definitivamente assassinato te stesso”. Nel finale quindi il doppio si definisce esplicitamente non solo come una parte della personalità del protagonista, ma anche come “la coscienza, la censura, o se si vuole, l’istanza autogiudicante che Freud chiamerà Super-Io”.

Ciò che accade a William Wilson sembra ripetersi, seppur con modalità differenti, in un’altra opera sul doppio, il Ritratto di Dorian Gray. Anche nel romanzo di Wilde – il cui tema centrale, secondo Punter, è la ricerca dell’immortalità – il protagonista dovrà fare una scelta di auto-annullamento. Ma Dorian Gray, personaggio simbolo del doppio, al contrario del mostro di Frankenstein e del Dr Jekyll, ha da compiacersi fin troppo della propria immagine di giovane fanciullo. Il patto col diavolo sancito da Faust è il patto che Dorian Gray stabilisce con la sua stessa anima: la sua anima si sporcherà di tutti i peccati possibili, mentre il suo aspetto sarà immortale, per sempre giovane, fresco, assolutamente dannato. Nell’esprimere il suo desiderio di eterna giovinezza, Dorian sancisce la sua maledizione: farà del male, a tutti e a se stesso; ucciderà, gli altri e se stesso. Dorian esprime un desiderio impossibile che, come in una fiaba, si realizza, ma il quadro che lo ritrae diventerà “the visibile emblem of conscience” perché, come spiega Basil stesso, “sin is a thing that writes itself across a man’s face. It cannot be concealed”. Quando si accorge che il ritratto sta assumendo tratti propri, diventando specchio della sua anima lorda, Dorian lo nasconde gettando su di esso un drappo nero. Come Dracula deve nascondere gli specchi che altrimenti rivelerebbero la sua identità, così Dorian deve coprire lo specchio della propria anima. L’immagine riflessa non è più quella di cui Dorian, moderno Narciso, si era innamorato. L’immagine adesso gli mostra la crudeltà e l’aridità del suo cuore. Alla fine il giovane si rende conto che il quadro negli ultimi tempi “had brought melancholy across his passions (…) it had been like conscience to him” e si convince che ‘uccidendo’ il quadro la sua coscienza sarà di nuovo pulita. Ma non sarà così: non si possono sfidare impunemente le leggi della vita umana, il senso di colpa porta alla distruzione dell’io.

E così Dorian, in certo modo anche lui malinconico alla ricerca dell’estremo piacere della vita, si autodistrugge uccidendo se stesso tramite il ritratto che lo rappresenta. Il suo corpo si trasformerà in quello di un irriconoscibile vecchio, mentre il volto del ritratto riacquisterà la sua giovanile bellezza. Eliminando il ‘doppio’ crudele che ha dentro di sé, dovrà sacrificare anche la parte giusta della sua anima.

Ma la struttura del doppio nel romanzo di Wilde, osserva Baldick, non si limita all’opposizione Dorian-ritratto; in esso infatti troviamo sia il creatore frankensteiniano sia la sua mostruosa creatura a loro volta divisi in due ulteriori creatori – Wootton e Basil Hallward – e due ulteriori mostri – Dorian e il ritratto. Basil – al pari di Victor Frankenstein – crea quella che risulta essere una mostruosa opera d’arte in cui ha infuso troppo della propria vita e che quindi vuole nascondere. Ma la vita che l’artista ha ri-creato vuole essere indipendente dal suo creatore, al punto che il suo originale (e doppio), Dorian stesso, gli si ribella e lo uccide. Il romanzo con la sua conclusione giunge a rivelare “the horror and corruption that art, the mask of beauty, is intended to conceal”.

D’altronde se “Art, like Nature, has her monsters”, l’artista diventa più che mai creatore di mostri. Concetto che sembra ritrovare in Edgar Allan Poe un significato pregnante. Infatti ciò che accade all’artista nel Ritratto Ovale, non è così diverso da ciò che accade a Basil nel romanzo di Wilde: anche in questo caso il pittore metterà nella sua opera tanta vita da sottrarla alla donna che egli ritrae. Se il quadro di Basil ha rubato la vita di Dorian, così il ritratto di Poe sugge la vita della bella fanciulla ritratta dal pittore. “L’ossessione vampirica”, scrive Domenichelli, “è simboleggiata nell’assorbimento del modello nel quadro”: in tal modo l’arte diventa essa stessa vampira.

Dorian

 

Dracula, la terza storia orrorifica di proporzioni mitiche dopo Frankenstein e Dr Jekyll e Mr Hyde, si presenta a sua volta come storia dell’uomo alla ricerca dell’immortalità e dell’esenzione dalle responsabilità morali che pesano sugli comuni mortali. Come Frankenstein, “he attempts to reproduce himself by resurrecting the dead rather than by sexual generation”. Al pari dei suoi due predecessori, il conte è condannato alla sofferenza, ad un calvario che sembra unire nella sua storia i miti di Faust e dell’Ebreo Errante: immortale in seguito al patto col diavolo il primo, vagabondo senza fine il secondo.

È chiaro che, come osserva Teti, “la figura letteraria del vampiro non è separabile dalla tematica del doppio che si afferma nel corso dell’Ottocento”; Dracula infatti vive quella “irrimediabile scissione dell’io”causata dall’insorgere del doppio. Se, come affermava Métraux, “in un numero considerevole di tribù sudamericane , l’anima è identificata con l’ombra o con il riflesso nell’acqua o in uno specchio” allora sembrerebbe che Dracula – diversamente dagli altri due personaggi doppi di Dorian e del Dr Jekyll – sia privo di anima: al vampiro infatti non è concesso specchiarsi, né vedere la propria immagine ritratta; egli non si riflette, perché il suo doppio è troppo intimo per svelarsi e siamo noi a doverci spaventare nel vedere che la sua immagine non appare nello specchio. Perché il vampiro non è stato creato da nessuno se non da noi stessi.

 

(Testo di Francesca Enrew Erriu)

 

Pubblicato in Guarigione/Healing | Contrassegnato | Lascia un commento

“Con i tuoi occhi”

 “Con i tuoi occhi” 

Sceneggiatura per cortometraggio

Personaggi

DAVIDE – per tutto il tempo sentiremo solo la sua Voce fuori campo (tranne qualche inquadratura di spalle/profilo)

SARA – ragazza, anche di lei sentiremo solo la Voce fuori campo, ma comparirà nell’ultima scena

BARBONE

VIGILE

UOMO

RAGAZZA

ASSISTENTE

 Un quartiere di una grande città. DAVIDE mentre guida con andatura lenta osserva le strade e la gente, ma non lo vediamo mai, tranne quando si vedrà l’auto in movimento. Sentiamo solo la sua voce che parla dall’auto, e vediamo le strade dal suo punto di vista. A tratti gli risponde SARA, in macchina con lui. Anche di lei sentiremo soltanto la voce. Una musica giunge dall’autoradio.

 

1.EST. STRADE. VERSO SERA.

Dall’auto in movimento percorriamo uno stradone di un quartiere degradato, dove i lampioni iniziano ad accendersi perché si sta facendo sera. Intorno ai cassonetti c’è immondizia accumulata, i palazzi sono perlopiù vecchi e fatiscenti.

DAVIDE (VFC)

Che bel quartiere! Quando scende la sera diventa ancora più bello!

Davanti a un negozio un BARBONE chiede l’elemosina, mentre un VIGILE gli intima di allontanarsi (non sentiamo le loro voci).

DAVIDE

(all’interno dell’auto) Il vigile sta dicendo a uno con la Jaguar di spostare la macchina…

 

Il Barbone protesta con più forza di fronte alla richiesta del Vigile.

 

DAVIDE (VFC)

Vogliono avere sempre ragione, solo perché sono pieni di soldi.

Svoltiamo in una stradina, poi ci fermiamo al semaforo. All’angolo, ci sono un UOMO e una RAGAZZA che si osservano con circospezione.

DAVIDE (VFC)

Quei due all’angolo…devono essere al primo appuntamento.

L’Uomo passa furtivamente una bustina di droga alla Ragazza, che la infila velocemente in tasca.

DAVIDE(VFC)

Lui le ha dato un regalo…che carini! Sicuramente lo scarterà dopo, quando sarà sola, e lo chiamerà per ringraziarlo.

SARA (VFC)

Ma dai.

La ragazza gli dà i soldi e si allontana. L’uomo rimane appostato all’angolo.

DAVIDE (VFC)

Ah, allora parli.

SARA (VFC)

Sì, la voce ce l’ho.

DAVIDE (VFC)

Non sei arrabbiata.

SARA (VFC)

Mh.

DAVIDE (VFC)

Non ho capito bene la risposta.

Un clacson suona dietro l’auto di Davide.

SARA (VFC)

E’ verde.

DAVIDE (VFC)

Giusto.

Davide riparte, usciamo dalla stradina per ritrovarci in una strada provinciale, passiamo vicino a una discarica, i gabbiani volano intorno gridando. L’auto rallenta un po’.

DAVIDE (VFC)

Ah, senti i gabbiani? Non c’è niente di meglio del mare al tramonto. Sarebbe bello fermarsi.

SARA (VFC)

(fa una leggera risata) Ma mi aspettano.

DAVIDE

(all’interno dell’auto) E’ vero, devi tornare per cena…Peccato!

Davide accelera nuovamente, sorpassa la discarica, poi svolta in una strada.

DAVIDE (VFC)

Via col Vento, giusto?

SARA (VFC)

(vuole ridere ma si trattiene) Via del Vento.

DAVIDE (VFC)

(alza la voce,come per declamare) Domani è un altro giorno!

SARA (VFC)

(ride leggermente) Ci sento, eh!

Raggiungono un portone più grande degli altri con una targa sopra, è un edificio vecchio ma imponente. L’auto si ferma.

SARA (VFC)

Grazie del giro…

DAVIDE (VFC)

(non sapendo bene che dire) Di niente…

Il portone si apre e compare l’ASSISTENTE che si avvicina all’auto.

2.EST. CORTILE – SERA.

Sara e l’Assistente varcano il portone; Sara, gli occhi coperti da grandi occhiali scuri, cammina tenendo stretto il braccio dell’Assistente.

ASSISTENTE

Allora, com’è andata col nuovo accompagnatore?

Sul portone che si chiude alle loro spalle si vede la targa di un ISTITUTO PER CIECHI.

Fine

donna2

Sceneggiatura per cortometraggio,
di Francesca Erriu Enrew
2012

 

 

Pubblicato in Stories * Poesie e Canzoni | Contrassegnato | Lascia un commento